Archive for the ‘Papa Paolo VI’ Category

Appello udienza generale, 20.04.2016

20 aprile 2016

Alla fine dell’udienza generale, Papa Francesco ha nuovamente lanciato un appello per la pace in Ucraina, ricordando la “speciale colletta“ indetta per domenica 24 aprile in tutte le chiese cattoliche d’Europa.

 

 

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San Giuseppe. Omelia di Paolo VI

19 marzo 2016

SOLENNITÀ DI SAN GIUSEPPE

OMELIA DI PAOLO VI

Mercoledì, 19 marzo 1969

 

Fratelli e Figli carissimi!

La festa di oggi ci invita alla meditazione su S. Giuseppe, il padre legale e putativo di Gesù, nostro Signore, e dichiarato, per tale funzione ch’egli esercitò verso Cristo, durante l’infanzia e la giovinezza, protettore della Chiesa, che di Cristo continua nel tempo e riflette nella storia l’immagine e la missione.

È una meditazione che sembra, a tutta prima, mancare di materia : che cosa di lui, San Giuseppe, sappiamo noi, oltre il nome ed alcune poche vicende del periodo dell’infanzia del Signore? Nessuna parola di lui è registrata nel Vangelo; il suo linguaggio è il silenzio, è l’ascoltazione di voci angeliche che gli parlano nel sonno, è l’obbedienza pronta e generosa a lui domandata, è il lavoro manuale espresso nelle forme più modeste e più faticose, quelle che valsero a Gesù Ia qualifica di «figlio del falegname» (Matth. 13, 55); e null’altro: si direbbe la sua una vita oscura, quella d’un semplice artigiano, priva di qualsiasi accenno di personale grandezza.

Eppure questa umile figura, tanto vicina a Gesù ed a Maria, la Vergine Madre di Cristo, figura così inserita nella loro vita, così collegata con Ia genealogia messianica da rappresentare la discendenza fatidica e terminale della progenie di David (Matth. 1, 20), se osservata con attenzione, si rileva così ricca di aspetti e di significati, quali la Chiesa nel culto tributato a S. Giuseppe, e quali la devozione dei fedeli a lui riconoscono, che una serie di invocazioni varie saranno a lui rivolte in forma di litania. Un celebre e moderno Santuario, eretto in suo onore, per iniziativa d’un semplice religioso laico, Fratel André della Congregazione della Santa Croce, quello appunto di Montréal, nel Canada, porrà in evidenza con diverse cappelle, dietro l’altare maggiore, dedicate tutte a S. Giuseppe, i molti titoli che Io rendono protettore dell’infanzia, protettore degli sposi, protettore della famiglia, protettore dei lavoratori, protettore delle vergini, protettore dei profughi, protettore dei morenti . . . (more…)

Gli interrogativi più profondi dell’uomo. Dalla Costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo

20 febbraio 2016

(Nn. 9-10)
Il mondo si presenta oggi potente a un tempo e debole, capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità o dell’odio. Inoltre l’uomo si rende conto che dipende da lui orientare bene le forze da lui stesso suscitate e che possono schiacciarlo o servirgli. Per questo si pone degli interrogativi.
In verità gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo. È proprio all’interno dell’uomo che molti elementi si contrastano a vicenda. Da una parte, infatti, come creatura, esperimenta in mille modi i suoi limiti; dall’altra parte si accorge di essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato a una vita superiore. Sollecitato da molte attrattive, è costretto sempre a sceglierne qualcuna e a rinunziare alle altre. Inoltre, debole e peccatore, non di rado fa quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe (cfr. Rm 7, 14 segg.). Per cui soffre in se stesso una divisione, dalla quale provengono anche tante e così gravi discordie nella società. Certamente moltissimi che vivono in un materialismo pratico, sono lungi dall’avere la chiara percezione di questo dramma, o per lo meno, se sono oppressi dalla miseria, non hanno modo di rifletterci. Molti credono di trovare pace in una interpretazione della realtà proposta in assai differenti maniere. Alcuni poi dai soli sforzi umani attendono una vera e piena liberazione della umanità, e sono persuasi che il futuro regno dell’uomo sulla terra appagherà tutti i desideri del loro cuore. Né manca chi, disperando di dare uno scopo alla vita, loda l’audacia di quanti, stimando vuota di ogni senso proprio l’esistenza umana, si sforzano di darne una spiegazione completa solo col proprio ingegno. (more…)

L’esempio di Nazareth. Dai «Discorsi» di Paolo VI, papa

27 dicembre 2015

(Discorso tenuto a Nazareth, 5 gennaio 1964)

La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare.
Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo.
Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine! Ma noi non siamo che di passaggio e ci è necessario deporre il desiderio di continuare a conoscere, in questa casa, la mai compiuta formazione all’intelligenza del Vangelo. Tuttavia non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente, alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazareth.
In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto. (more…)

Beato Carlo di Gesù (Charles de Foucauld). Lettera del Beato Paolo VI

1 dicembre 2015

LETTERA DI SUA SANTITÀ PAOLO VI 
IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO
DELLA MORTE DI CHARLES DE FOUCAULD

 

Al nostro venerabile fratello
Georges Mercier,
Vescovo di Laghouat

A Natale lei presiederà a Tamanrasset il pellegrinaggio di chiusura del 50° anniversario della morte di Padre Charles de Foucauld, e sarà accompagnato da sacerdoti, religiosi e religiose, membri dell’Istituto secolare e laici, appartenenti a diversi movimenti o gruppi spirituali che testimoniano, gli uni e gli altri, l’entità dell’irradiamento di colui che ha voluto seguire Cristo, il Fratello universale.

Come non unirci alla vostra azione di rendimento di grazie al Signore, che ha fatto di una morte solitaria il fulcro di una numerosa famiglia spirituale, particolarmente attenta ai bisogni e alle aspirazioni del mondo di oggi? Come abbiamo detto un giorno a un gruppo scelto di questa grande Fraternità: “Tutta la vostra famiglia religiosa Ci sembra segnare nella storia della Chiesa un atto della provvidenza, che rinnova gli esempi e le professioni di fedeltà al Vangelo, la quale rende felici le anime del solo amore di Gesù e le rende capaci, mediante la loro umiltà, la loro povertà, il loro esempio, di irradiare nel mondo il messaggio evangelico” (Udienza del 5-10-1966 alle Piccole Sorelle di Gesù).

Con la sua fede ardente e generosa, con il suo amore fervente per Gesù, con il suo rispetto per gli uomini, con la sua predilezione per i più poveri, nei quali sapeva di scoprire il riflesso del volto del Figlio dell’Uomo, Fratello Charles non ha mai smesso, dopo la sua morte, di attirare un numero sempre più grande di anime verso il mistero di Nazareth. E il suo stesso cammino, dopo l’abisso in cui ha vissuto per “dodici anni senza credere in nulla, senza speranza nella verità e senza credere in Dio” (Lettera a Henri de Castries, Notre Dame des Neiges, 14 agosto 1901), fino al culmine dell’abbandono spirituale nell’imitazione del modello unico, in“perfetta conformità alla sua vita” (Lettera a Madame de Bondy-Akbès, 27 giugno 1895), non è forse un potente e contagioso esempio di ciò che può fare la grazia del Signore quando viene ricevuta  da  un  uomo  di  buona  volontà?

Testimone vivente, dell’amore che Cristo nutre per gli uomini, Fratello Charles invita tutti a vivere con e per Gesù, del quale desidera tanto che il Cuore “splenda su tutta questa povera terra, su coloro che amiamo e su noi stessi” (a Madame de Bondy, Roma, 20 settembre 1900). Al crocevia del cammino delle Beatitudini, ci insegna che vivere il Vangelo resta, oggi come ieri, il segreto dell’irradiamento dell’Apostolo che trae dalla preghiera all’“Unico Benamato” (a Madame de Bondy, Tamanrasset, 26-8-1905) la forza di essere un testimonio dell’Invisibile al centro del mondo.

Possa il luminoso messaggio di Padre de Foucauld esercitare la sua benefica influenza su un numero di anime sempre più grande per rivelare loro di quale amore il Signore le ama e a quale amore sono chiamate nel corso della loro esistenza quotidiana! Voglia anche Dio onnipotente benedire in particolare le anime consacrate, i sacerdoti e i laici che appartengono a questa grande famiglia spirituale e che si sforzano nella semplicità e nella privazione di una vita spirituale profonda, alimentata dalla contemplazione amorevole e dal culto eucaristico e dedita alla carità fraterna!

Di tutto cuore, venerabile Fratello, invochiamo su di lei, sul caro Fratello René Voillaume, su quanti saranno con lei a Natale a Tamanrasset e su tutti coloro che nel mondo vivono sotto l’egida di Gesù-Caritas, come figli spirituali di Padre di Foucauld, l’abbondanza delle grazie divine affinché, secondo il suo più ardente desiderio, “Gesù sia con voi e viva in voi”.

Nel formulare questo auspicio, vi impartiamo la Nostra paterna e affettuosa Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 1° dicembre 1966

PAULUS P.P. VI

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

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Compito dei cristiani nell’edificazione della pace. Dalla Costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo

3 novembre 2015

(Nn. 88-90)
I cristiani cooperino volentieri e di tutto cuore all’edificazione dell’ordine internazionale nel rispetto delle legittime libertà e in amichevole fraternità con tutti. Tanto più che la massima parte degli uomini soffre ancora di miseria così grande che Cristo stesso nelle persone dei poveri sembra reclamare quasi ad alta voce la carità dei suoi discepoli. Non si dia questo scandalo agli uomini: che cioè, mentre alcune nazioni, popolate da una maggioranza di persone che si gloriano del nome di cristiani, godono di grande ricchezza di beni, altre per contro sono prive del necessario per vivere e sono afflitte dalla fame, dalle malattie e da ogni sorta di miserie. Infatti lo spirito di povertà e di carità è la gloria e la testimonianza della Chiesa di Cristo.

Perciò si devono lodare e incoraggiare quei cristiani, specialmente i giovani, che spontaneamente si offrono ad aiutare gli altri uomini e le altre nazioni. Anzi è dovere di tutto il popolo di Dio, dietro la parola e l’esempio dei vescovi, di sollevare, per quanto sta in loro, le miserie di questi tempi secondo l’antica usanza della Chiesa, non solo con l’eccedenza, ma anche con gli stessi beni patrimoniali.

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San Giovanni XXIII. Discorso di Paolo VI

11 ottobre 2015

 

DISCORSO DI PAOLO VI AI FEDELI
DELLA PARROCCHIA SAN GIOVANNI BATTISTA
DI SOTTO IL MONTE GIOVANNI XXIII

Venerdì, 27 aprile 1973

È un incontro intimo e commosso, ricco di ricordi personali e di confidenze, quello che Paolo VI ha con i pellegrini della parrocchia di San Giovanni di Sotto il Monte Giovanni XXIII, venuti in Vaticano a pregare presso la tomba di Giovanni XXIII, nell’anno in cui ricorre il decimo anniversario della sua morte. Il Papa rievoca i momenti del suo rapporto di amicizia con il Predecessore, indicandone la grande umanità e la testimonianza d’amore come preziosa eredità da custodire gelosamente e da tramandare integra alle nuove generazioni.

«Mi è molto facile – dice il Santo Padre – associarmi ai vostri sentimenti, al vostro rimpianto e anche ai vostri propositi di fedeltà alla memoria e agli esempi, che Papa Giovanni ha lasciato. Siate dunque i benvenuti! Se grande è la gioia vostra di poter celebrare con questo incontro col Papa una data così significativa, non minore è la consolazione che Noi stessi proviamo nel costatare i vincoli di affetto e di venerazione, che ancora vi legano al grande scomparso». La pubblica testimonianza di amore e di attaccamento alla persona del Vicario di Cristo è degno tributo alla sua memoria. E in tale testimonianza il Papa ravvisava la conferma delle radici profonde che ha la fede cristiana nella comunità parrocchiale di San Giovanni, in seno alla quale trovarono la prima scuola e il terreno adatto per germogliare quelle elette virtù, che resero così amata nel mondo la figura di Papa Giovanni.

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Speranza in un nuovo mondo migliore. Dalla Costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa e il mondo contemporaneo

23 agosto 2015

(N. 39)

Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità, e non sappiamo il modo con cui sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini. Allora, vinta la morte, i figli di Dio saranno risuscitati in Cristo, e ciò che fu seminato nella debolezza e nella corruzione rivestirà l’incorruzione: e restando la carità con i suoi frutti, saranno liberate dalla schiavitù del male tutte quelle creature, che Dio ha fatto appunto per l’uomo.

Certo, siamo avvertiti che non giova nulla all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde se stesso. Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione di quello che sarà il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza per il regno di Dio.

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Francesco in Bolivia: Chiesa sia voce profetica per società più giusta

9 luglio 2015

2015-07-09 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Papa Francesco è giunto in Bolivia, seconda tappa del suo viaggio in America Latina. L’aereo papale, partito da Quito, capitale dell’Ecuador, è atterrato a La Paz poco dopo le 23.00, con circa un’ora di ritardo sul programma. Ad accoglierlo per la cerimonia di benvenuto, con un caloroso abbraccio, il presidente Evo Morales che ha definito Francesco “Papa dei poveri”. Il Pontefice, da parte sua, ha lanciato un appello a proseguire nel cammino della coesione sociale con una visione integrale di progresso per custodire i poveri, gli ultimi, “quanti sono scartati a causa di tanti interessi che pongono al centro della vita il dio denaro”. Incontenibile la gioia delle centinaia di migliaia di fedeli che per ore lo hanno atteso lungo il percorso che ha portato Francesco fino alla capitale La Paz. Il servizio del nostro inviato Paolo Ondarza:

 

 

Dallo scalo aeroportuale più alto del mondo, 4mila metri di altezza, abbracciato dal presidente Morales che gli ha messo al collo un’insegna aymara e dagli onori militari sulle note dell’inno boliviano dal tipico suono della quena, Francesco inizia la sua visita pastorale in Bolivia, a 27 anni dal memorabile passaggio del suo predecessore San Giovanni Paolo II. Tripudio di gioia per migliaia di fedeli, tra loro tanti bambini vestiti con i costumi indigeni dai colori brillanti.

Ed è la varietà nell’unità il pensiero che ispira da subito il Papa. Francesco  guarda alla “singolare bellezza” dell’altopiano, delle valli, delle terre amazzoniche, dei deserti e alla varietà della realtà etnica e culturale boliviana, un insieme di “popoli originari millenari e popoli originari contemporanei” che – rileva –  costituisce una grande ricchezza e un appello permanente al mutuo rispetto e dialogo:

“Cuánta alegría nos da saber que el castellano traído a estas tierras hoy convive con 36 idiomas originarios…
Quanta gioia – ha detto – ci dà sapere che il castellano portato in queste terre oggi convive con 36 idiomi originari, amalgamandosi – come fanno nei fiori nazionali di kantuta e patujú il rosso e il giallo – per dare bellezza e unità nella differenza. In questa terra e in questo popolo si è radicato con forza l’annuncio del Vangelo, che lungo gli anni è andato illuminando la convivenza, contribuendo allo sviluppo del popolo e promuovendo la cultura”.

Chiarendo da subito il carattere pastorale della sua visita, “pellegrino e ospite” venuto a “confermare la fede dei credenti perché siano fermento di un mondo migliore, Francesco rileva i “passi importanti” compiuti dalla Bolivia per includere ampi settori della popolazione nella vita economica, sociale e politica del paese; il Papa apprezza la sensibilità delle istituzioni locali sui diritti delle minoranze, riconosciuti dalla Costituzione ed invoca un rinnovato spirito di collaborazione civile e dialogo:

“El progreso integral de un pueblo…
“Il progresso integrale di un popolo comprende la crescita delle persone nei valori e la convergenza su ideali comuni che riescano ad unire le volontà senza escludere e respingere nessuno. Se la crescita è solo materiale – spiega Francesco – si corre sempre il rischio di tornare a creare nuove differenze, che l’abbondanza di alcuni si costruisca sulla scarsezza di altri. Perciò, oltre alla trasparenza istituzionale, la coesione sociale richiede uno sforzo nell’educazione dei cittadini”.

Tale sforzo educativo deve partire da un’opzione preferenziale ed evangelica per i poveri e gli ultimi, perché “non si può credere in Dio Padre senza vedere un fratello in ogni persona”, è doveroso “custodire coloro che oggi sono scartati a causa di tanti interessi che pongono al centro della vita il dio denaro”. L’educazione deve puntare inoltre secondo il Papa ad una cura particolare per i bambini e far sì che i giovani siano impegnati su nobili ideali, a garanzia di futuro per la società. Futuro che deve includere la valorizzazione degli anziani e che non può prescindere dalla tutela della famiglia:

“En una época en la que tantas veces se tiende a olvidar…
In un’epoca in cui tante volte si tende a dimenticare o confondere i valori fondamentali, la famiglia merita una speciale attenzione da parte dei responsabili del bene comune, perché è la cellula fondamentale della società, che apporta legami solidi di unione sui quali si basa la convivenza umana e, con la generazione e l’educazione dei suoi figli, assicura il rinnovamento della società”.

Un pensiero speciale il Papa lo rivolge ai tanti emigrati boliviani:

“Llevo en el corazón especialmente a los hijos de esta tierra…
Porto nel cuore specialmente i figli di questa terra che per molteplici motivi non sono qui, hanno dovuto cercare un’altra terra che li accogliesse, un altro luogo dove la nostra madre li rendesse fecondi e desse loro possibilità di vita”.

Francesco si dice lieto di trovarsi “in questa patria che si definisce pacifista”, promuove “il diritto e la cultura della pace”, patria benedetta da Dio: le prossime giornate  – dice – saranno caratterizzate da momenti di incontro dialogo e celebrazione della fede.

Ricordando poi  il preambolo della costituzione boliviana che in modo poetico evoca “i tempi immemorabili in cui si eressero le montagne e le valli si ricoprirono di fiori” rilancia il dovere di custodire il creato: “il mondo – dice – è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode”.

Da parte sua il presidente Morales ha salutato a nome di tutta la Bolivia il Papa, venuto a “contribuire al riscatto dei poveri” con il suo “messaggio di fede, speranza e liberazione”.

 

 

(Da Radio Vaticana)

 

 

Santi Primi martiri della santa Chiesa di Roma. Omelia del Beato Paolo VI

30 giugno 2015

SOLENNE CONCELEBRAZIONE A CONCLUSIONE DELL’«ANNO DELLA FEDE»
NEL CENTENARIO DEL MARTIRIO DEGLI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

OMELIA DI SUA SANTITÀ PAOLO VI*

Piazza San Pietro – Domenica, 30 giugno 1968

 

Venerati Fratelli e diletti Figli.

Con questa solenne Liturgia Noi concludiamo la celebrazione del XIX centenario del martirio dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, e diamo così all’«Anno della Fede» il suo coronamento: l’avevamo dedicato alla commemorazione dei Santi Apostoli per attestare il nostro incrollabile proposito di fedeltà al Deposito della fede (Cfr. 1 Tim. 6, 20) che essi ci hanno trasmesso, e per rafforzare il nostro desiderio di farne sostanza di vita nella situazione storica, in cui si trova la Chiesa pellegrina nel mondo.

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Noi predichiamo Cristo a tutta la terra. Dai «Discorsi» di Paolo VI, papa

28 giugno 2015

(Manila, 29 novembre 1970)

«Guai a me se non predicassi il Vangelo!» (1 Cor 9, 16). Io sono mandato da lui, da Cristo stesso per questo. Io sono apostolo, io sono testimone. Quanto più è lontana la meta, quanto più difficile è la mia missione, tanto più urgente è l’amore che a ciò mi spinge. Io devo confessare il suo nome: Gesù è il Cristo, Figlio di Dio vivo (cfr. Mt 16, 16). Egli è il rivelatore di Dio invisibile, è il primogenito d’ogni creatura (cfr. Col 1, 15). È il fondamento d’ogni cosa (cfr. Col 1, 12). Egli è il Maestro dell’umanità, e il Redentore. Egli è nato, è morto, è risorto per noi. Egli è il centro della storia e del mondo. Egli è colui che ci conosce e che ci ama. Egli è il compagno e l’amico della nostra vita. Egli è l’uomo del dolore e della speranza. È colui che deve venire e che deve un giorno essere il nostro giudice e, come noi speriamo, la pienezza eterna della nostra esistenza, la nostra felicità. Io non finirei più di parlare di lui. Egli è la luce, è la verità, anzi egli è «la via, la verità, la vita» (Gv 14, 6). Egli è il pane, la fonte d’acqua viva per la nostra fame e per la nostra sete, egli è il pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello. Come noi, e più di noi, egli è stato piccolo, povero, umiliato, lavoratore e paziente nella sofferenza. Per noi egli ha parlato, ha compiuto miracoli, ha fondato un regno nuovo, dove i poveri sono beati, dove la pace è principio di convivenza, dove i puri di cuore e i piangenti sono esaltati e consolati, dove quelli che aspirano alla giustizia sono rivendicati, dove i peccatori possono essere perdonati, dove tutti sono fratelli.

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Santi Carlo Lwanga e 12 compagni Martiri. La gloria dei martiri, segno di rinascita. Dall’«Omelia per la canonizzazione dei martiri dell’Uganda» di Paolo VI, papa

3 giugno 2015

(AAS 56, 1964, 905-906)

Questi Martiri Africani aggiungono all’albo dei vittoriosi, qual è il Martirologio, una pagina tragica e magnifica, veramente degna di aggiungersi a quelle meravigliose dell’Africa antica, che noi moderni, uomini di poca fede, pensavamo non potessero avere degno seguito mai più. Chi poteva supporre, ad esempio, che alle commoventissime storie dei Martiri Scillitani, dei Martiri Cartaginesi, dei Martiri della «Massa candida» uticense, di cui sant’Agostino e Prudenzio ci hanno lasciato memoria, dei Martiri dell’Egitto, dei quali conserviamo l’elogio di san Giovanni Crisostomo, dei Martiri della persecuzione vandalica, si sarebbero aggiunte nuove storie non meno eroiche, non meno fulgenti, nei tempi nostri? Chi poteva prevedere che alle grandi figure storiche dei Santi Martiri e Confessori Africani, quali Cipriano, Felicita e Perpetua e il sommo Agostino, avremmo un giorno associati i cari nomi di Carlo Lwanga, e di Mattia Mulumba Kalemba, con i loro venti compagni? E non vogliamo dimenticare altresì gli altri che, appartenendo alla confessione anglicana, hanno affrontato la morte per il nome di Cristo.

Questi Martiri Africani aprono una nuova epoca; oh! non vogliamo pensare di persecuzioni e di contrasti religiosi, ma di rigenerazione cristiana e civile. L’Africa, bagnata dal sangue di questi Martiri, primi dell’èra nuova (oh, Dio voglia che siano gli ultimi, tanto il loro olocausto è grande e prezioso!), risorge libera e redenta. La tragedia, che li ha divorati, è talmente inaudita ed espressiva, da offrire elementi rappresentativi sufficienti per la formazione morale d’un popolo nuovo, per la fondazione d’una nuova tradizione spirituale, per simboleggiare e per promuovere il trapasso da una civiltà primitiva, non priva di ottimi valori umani, ma inquinata ed inferma e quasi schiava di se stessa, ad una civiltà aperta alle espressioni superiori dello spirito e alle forme superiori della socialità.

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Papa Francesco: la fede vera fa miracoli non affari

29 maggio 2015

2015-05-29 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La fede autentica, aperta agli altri e al perdono, fa miracoli. Dio ci aiuti a non cadere in una religiosità egoista e affarista: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Santa Marta. Il servizio di Sergio Centofanti:

 

Gesù condanna l’egoismo spirituale
Il Vangelo del giorno propone “tre modi di vivere” nelle immagini del fico che non dà frutti, negli affaristi del tempio e nell’uomo di fede. “Il fico – afferma il Papa – rappresenta la sterilità, cioè una vita sterile, incapace di dare qualsiasi cosa. Una vita che non fruttifica, incapace di fare il bene”:

“Vive per sé; tranquillo, egoista, non vuole problemi. E Gesù maledisse l’albero di fico, perché è sterile, perché non ha fatto del suo per dare frutto. Rappresenta la persona che non fa niente per aiutare, che vive sempre per se stessa, affinché non le manchi niente. Alla fine questi diventano nevrotici, tutti! Gesù condanna la sterilità spirituale, l’egoismo spirituale. ‘Io vivo per me, che a me non mi manchi niente e che gli altri si arrangino!’”.

 

Non fare della religione un affare
L’altro modo di vivere – sottolinea il Papa – “è quello degli sfruttatori, degli affaristi nel tempio. Sfruttano anche il luogo sacro di Dio per fare degli affari: cambiano le monete, vendono gli animali per il sacrificio, anche fra loro hanno come un sindacato per difendersi. Questo era non solo tollerato, ma anche permesso dai sacerdoti del tempio”. Sono “quelli che fanno della religione un affare”. Nella Bibbia – ricorda il Papa – c’è la storia dei figli di un sacerdote che “spingevano la gente a dare offerte e guadagnavano tanto, anche dai poveri”. E “Gesù non risparmia le parole”: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi, invece, ne avete fatto un covo di ladri!”:

“La gente che andava in pellegrinaggio lì a chiedere la benedizione del Signore, a fare un sacrificio: lì, quella gente era sfruttata! I sacerdoti lì non insegnavano a pregare, non davano loro la catechesi… Era un covo di ladri. Pagate, entrate… Facevano i riti, vuoti, senza pietà. Non so se ci farà bene pensare se da noi accade qualcosa del genere in qualche posto. Non so? E’ utilizzare le cose di Dio per il proprio profitto”.

 

La fede che aiuta gli altri fa miracoli
Il terzo modo di vivere è “la vita di fede”, come indica Gesù: “’Abbiate fede in Dio. Se uno dicesse a questo monte ‘levati e gettati nel mare’, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò avverrà. Tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà’. Accadrà proprio quello che noi con fede chiediamo”:

“E’ lo stile di vita della fede. ‘Padre, cosa devo fare per questo?’; ‘Ma chiedilo al Signore, che ti aiuti a fare cose buone, ma con fede. Solo una condizione: quando voi vi metterete a pregare chiedendo questo, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate. E’ l’unica condizione, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni voi, le vostre colpe’. Questo è il terzo stile di vita. La fede, la fede per aiutare gli altri, per avvicinarsi a Dio. Questa fede che fa miracoli”.

Questa la preghiera conclusiva di Papa Francesco: “Chiediamo oggi al Signore … che ci insegni questo stile di vita di fede e che ci aiuti a non cadere mai, a noi, ad ognuno di noi, alla Chiesa, nella sterilità e nell’affarismo”.

 

(Da Radio Vaticana)

 

 

La missione dello Spirito Santo nella Chiesa. Dalla Costituzione dogmatica «Lumen gentium» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa

20 maggio 2015

(Nn. 4. 12)

Dio Padre affidò al suo Figlio una missione da compiere sulla terra (cfr. Gv 17, 4). Quando fu espletata, venne il momento della Pentecoste. Allora fu inviato lo Spirito Santo per operare senza posa la santificazione della Chiesa, e i credenti avessero così per Cristo accesso al Padre in un solo Spirito (cfr. Ef 2, 18). Questi è lo Spirito che dà la vita, è la sorgente di acqua zampillante per la vita eterna (cfr. Gv 4, 14; 7, 38-39); per lui il Padre ridà la vita agli uomini, morti per il peccato, e un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali (cfr. Rm 8, 10-11). Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. 1 Cor 3, 16; 6, 19) e in essi prega e rende testimonianza della adozione filiale (cfr. Gal 4, 6; Rm 8, 15-16 e 26). Egli guida la Chiesa verso tutta intera la verità (cfr. Gv 16, 13), la unifica nella comunione e nel servizio, la provvede di diversi doni gerarchici e carismatici, coi quali la dirige e la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4, 11-12; 1 Cor 12, 4; Gal 5, 22). Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, la rinnova continuamente e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo. Infatti lo Spirito e la Sposa dicono al Signore Gesù: Vieni! (cfr. Ap 22, 17).

La Chiesa universale si presenta come «un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

    La comunità cattolica dei fedeli, consacrati dall’unzione dello Spirito Santo (cfr. 1 Gv 2, 20. 27), non può sbagliare nel credere. Il popolo di Dio gode di questa infallibilità quando nel suo insieme, comprendente gerarchia e laici, esprime il suo consenso universale in materia dottrinale e morale.

Per la coscienza della fede, formata con l’assistenza e il sostegno dello Spirito di verità, il popolo di Dio, sotto la guida del sacro magistero, al quale fedelmente si conforma, accoglie non la parola degli uomini ma, qual è in realtà, la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2, 13), aderisce indefettibilmente «alla fede una volta per tutte trasmessa ai santi» (Gd 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita.

Lo Spirito Santo, per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, santifica il popolo di Dio, lo guida e lo adorna di virtù. Inoltre, «distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui» (1 Cor 12, 11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie incombenze e missioni utili al rinnovamento della Chiesa e al suo sviluppo. È ciò che dice la Scrittura: «A ciascuno … la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio» (1 Cor 12, 7). Questi carismi, straordinari o anche più semplici e più largamente diffusi, sono appropriati alle necessità della Chiesa e perciò si devono accogliere con gratitudine e gioia.

San Marco Evangelista. Udienza Generale del Beato Paolo VI

25 aprile 2015

PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Martedì, 25 aprile 1967

 

San Marco: il secondo evangelista

Diletti Figli e Figlie!

La vostra visita coincide con la festa d’un santo, che Ci è molto caro: San Marco Evangelista. Perché molto caro? Perché, secondo un’antichissima testimonianza del secondo secolo, quella di Papia, riportata da Eusebio nella sua Storia della Chiesa (III, 39, 15), Marco «era stato l’interprete di Pietro». E così tutta la tradizione successiva (cf. Lagrange, Introdud. XXI, ss.), tanto che San Girolamo, nel suo libro sugli Scrittori ecclesiastici, scrive: «Marco, discepolo e interprete di Pietro, pregato dai fratelli (della comunità) di Roma, scrisse un breve Vangelo secondo quanto egli aveva ascoltato Pietro riferire» (c. 8). E che Pietro avesse particolare affezione a Marco ce lo dice, alla fine della sua prima lettera, Pietro stesso, che scrivendo da Roma ai cristiani dell’Asia Minore, verso gli anni 63-64, nomina solo Marco e gli dà il titolo di «figlio mio» (2 Petr. 5, 13); titolo che indica un’affezione di lunga data, spirituale, e forse anche fondata su qualche parentela familiare (cf. Hophan, Gli Apostoli, 314, ss.).

PROFONDA BENEVOLENZA DEI PRINCIPI DEGLI APOSTOLI

La storia. di Marco (di Giovanni, suo nome ebraico, detto Marco, nome latino; cf. Act. 12, 12) è interessantissima; s’intreccia forse con quella di Gesù, nell’episodio del ragazzo che, nella notte della cattura di Lui nell’orto degli ulivi, lo seguiva, dopo la fuga dei discepoli, coperto da un lenzuolo – per curiosità? per devozione? – ma quando coloro che avevano arrestato Gesù, fecero per afferrarlo, il ragazzo lasciò loro nelle mani il lenzuolo, e sgusciò via da loro (Marc. 14, 52). Ma soprattutto la storia di Marco si fonde con quella degli Apostoli: Paolo e Barnaba, specialmente, che egli segue a Cipro nella prima spedizione apostolica (era cugino di Barnaba), e che poi, forse stanco, forse impaurito, giunto a Perge, nella Pamfilia, egli abbandona per ritornarsene solo da sua madre, a Gerusalemme (Act. 13, 13). Paolo ne fu addolorato; tanto che non lo volle compagno, tre o quattro anni dopo, nel secondo viaggio, nonostante che Barnaba intercedesse; così che Barnaba e Marco lasciarono Paolo con Sila per navigare a Cipro (Act. 15, 37-40). Ma poi Paolo deve aver perdonato a Marco la sua prima infedeltà nella fatica apostolica, perché tre volte lo nomina amorevolmente nelle sue lettere (Philem. 24; Col. 4, 10; 2 Tim. 4, 11).

E dei rapporti fra l’apostolo Pietro e Marco, oltre a quelli accennati, poco sappiamo; ma ci basta qui far nostra la conclusione della tradizione e degli studi moderni: il Vangelo di San Marco è una riproduzione scritta della catechesi narrativa dell’apostolo Pietro a Roma; esso riflette, senza intenti letterari, ma con grande semplicità e vivezza di particolari, i racconti di S. Pietro circa le memorie di lui; la sua documentazione è principalmente, se non la sola, la parola stessa dell’Apostolo, riportata come la relazione genuina d’un testimonio oculare, che conserva di Gesù la più immediata impressione.

LA RIPRODUZIONE SCRITTA DELLA CATECHESI DI PIETRO

La figura di San Pietro, nel secondo Vangelo, quello appunto di Marco, appare con qualche particolare risalto, sebbene non mai adulata, ma meglio delineata, anche nella descrizione dei suoi falli; ma è la figura del Maestro, quella «di Gesù Cristo, Figlio di Dio» (Marc. 1, 1), che campeggia umile e grande insieme, semplice e prodigiosa, meravigliosa, avvincente. Non è una figura idealizzata, descritta con fantasia d’artista; è una figura veduta, quella veduta da Pietro. «Raccontando la storia del Cristo, egli la viveva di nuovo. Egli udiva parlare il Signore, lo vedeva muoversi ed agire» (Huby, S. Marco, XXII).

Perciò San Marco ci ha lasciato in brevi pagine disadorne e non sempre ordinate, ma estremamente sincere e vive, l’immagine di Cristo, come San Pietro la ricordava e la portava scolpita nella semplicità fedele, umile ed entusiasta del suo cuore, realisticamente. Ecco perché Ci è caro San Marco: egli ci riporta il profilo di Cristo, nello sfondo del disegno sinottico primitivo (cf. Vannutelli), visto da San Pietro. E San Pietro, offrendoci la visione sensibile e scenica di Cristo, c’introduce alla conoscenza di Cristo quale veramente è; una conoscenza che solo la fede in qualche modo può afferrare e penetrare.

L’INSEGNAMENTO PER I FEDELI DI OGGI

Ed ecco anche perché a voi, diletti Figli e Figlie, che oggi vediamo in così grande numero ed in tanto fervore intorno alla tomba di San Pietro, raccomandiamo ciò che più preme, ciò che più vale: la conoscenza di quel Gesù, che Pietro qui a Roma, per il mondo intero, annunciò; l’adesione a quella fede in Cristo Signore, per amore del Quale egli fu apostolo e fu martire; fede che qui potete attingere, dove l’autenticità evangelica la sigilla, e dove essa si perpetua nella sua nativa e limpida veracità e nella sua coerente e secolare fecondità nel magistero della Chiesa ed è simboleggiata dalla stabilità della pietra, che da Cristo all’Apostolo fu data in nome e alla Chiesa per fondamento.

Poco altro sappiamo di San Marco; da Roma egli si recò in Egitto e fu il fondatore riconosciuto della Chiesa di Alessandria; le sue reliquie, Venezia gloriosa e devota le custodisce; ma il suo Vangelo di qua soprattutto rifulge, dove Pietro e Paolo, suoi maestri, fecero di Marco l’Evangelista contrassegnato dal simbolo del leone. Un atto di fede in Cristo, e un atto d’amore a Lui sono attesi da voi, Figli carissimi, per dare a questa Udienza il suo pieno significato ed il suo merito; ed è ciò che vi invitiamo a fare col Credo, che alla fine dell’udienza, prima di congedarvi con la Nostra Benedizione Apostolica, insieme noi canteremo.

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L’opera della salvezza. Dalla Costituzione «Sacrosanctum Concilium» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla sacra Liturgia

18 aprile 2015

(Nn. 5-6)

Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4), perciò, egli «che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti» (Eb 1, 1), quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, Verbo fatto carne, unto di Spirito Santo, ad annunziare la buona novella ai poveri, a risanare i cuori affranti (cfr. Is 61 ,1; Lc 4, 18) «medico nella carne e nello spirito» (s. Ignazio), Mediatore tra Dio e gli uomini (cfr. 1 Tm 2, 5). Infatti la sua umanità, nell’unità della persona del Verbo, fu lo strumento della nostra salvezza. Per cui in Cristo avvenne il perfetto riscatto della nostra riconciliazione e ci fu data la pienezza del culto divino.

Quest’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine, operate nel popolo del Vecchio Testamento, fu compiuta da Cristo Signore, specialmente per mezzo del mistero pasquale della sua beata Passione, Risurrezione da morte e gloriosa Ascensione, mistero per il quale morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ha ridato a noi la vita. Infatti dal costato di Cristo morente sulla croce è nato il mirabile sacramento di tutta la Chiesa.

Pertanto, come Cristo fu inviato dal Padre, così anch’egli ha inviato gli apostoli, ripieni di Spirito Santo, non solo perché, predicando il Vangelo a tutti gli uomini, annunziassero che il Figlio di Dio con la sua morte e risurrezione ci ha liberati dal potere di Satana e dalla morte, e ci ha trasferiti nel regno del Padre, ma anche perché, per mezzo del sacrificio e dei sacramenti, sui quali s’impernia tutta la vita liturgica, attuassero l’opera della salvezza, che annunziavano. Così, mediante il battesimo, gli uomini vengono inseriti nel mistero pasquale di Cristo, con lui morti, sepolti e risuscitati; ricevono lo spirito dei figli adottivi «per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!» (Rm 8, 15), e diventano quei veri adoratori che il Padre ricerca.

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La Chiesa, sacramento visibile di unità. Dalla Costituzione dogmatica «Lumen gentium» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa

26 marzo 2015

Beato Paolo VI, 262º papa della Chiesa cattolica

(N. 9)

«Ecco verranno giorni, dice il Signore, nei quali io stringerò con Israele e con Giuda un patto nuovo … Porrò la mia legge nelle loro viscere e nei loro cuori l’imprimerò: essi mi avranno per Dio e io li avrò per mio popolo … Tutti essi, piccoli e grandi, mi riconosceranno, dice il Signore» (Ger 31, 31-34). Cristo istituì questo nuovo patto, cioè la nuova alleanza nel suo sangue (cfr. 1 Cor 11, 23), chiamando gente dai giudei e dalle nazioni, perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito, e costituisse il nuovo popolo di Dio. Infatti i credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme corruttibile, ma di uno incorruttibile, per la parola di Dio vivo (cfr. 1 Pt 1, 23), non dalla carne ma dall’acqua e dallo Spirito Santo (cfr. Gv 3, 5-6), costituiscono «una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo tratto in salvo … quello che un tempo non era neppure popolo, ora invece è il popolo di Dio» (1 Pt 2, 9-10).

Questo popolo messianico ha per capo Cristo «che è stato dato a morte per i nostri peccati, ed è risuscitato per la nostra giustificazione» (Rm 4, 25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo. Questo popolo ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito santo come nel suo tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13, 34). E, finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà Cristo, vita nostra (cfr. Col 3, 4) e «anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio» (cfr. Rm 8, 21). Perciò il popolo messianico, pur non comprendendo di fatto tutti gli uomini, e apparendo talora come il piccolo gregge, costituisce per tutta l’umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo in una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui preso per essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5, 12-16), è inviato a tutto il mondo.

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Purificare le attività umane nel mistero pasquale. Dalla Costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo

21 marzo 2015

Beato Paolo VI, 262º papa della Chiesa cattolica

(Nn. 37-38)

La Sacra Scrittura, con cui è d’accordo l’esperienza di secoli, insegna agli uomini che il progresso umano, che pure è un grande bene dell’uomo, porta con sé una grande tentazione: infatti, sconvolto l’ordine dei valori e mescolando il male col bene, gli individui e i gruppi guardano solamente alle cose proprie, non a quelle degli altri; e così il mondo cessa di essere il campo di una genuina fraternità, mentre invece l’aumento della potenza umana minaccia di distruggere ormai lo stesso genere umano.

Se dunque ci si chiede come può essere vinta tale miserevole situazione, i cristiani per risposta affermano che tutte le attività umane, che son messe in pericolo quotidianamente dalla superbia e dall’amore disordinato di se stessi, devono venir purificate e rese perfette per mezzo della croce e della risurrezione di Cristo. Redento, infatti, da Cristo e diventato nuova creatura nello Spirito Santo, l’uomo può e deve amare anche le cose che Dio ha creato. Da Dio le riceve, e le guarda e le onora come se al presente uscissero dalle mani di Dio. Di esse ringrazia il Benefattore e, usando e godendo delle creature in povertà e libertà di spirito, viene introdotto nel vero possesso del mondo, quasi al tempo stesso niente abbia e tutto possegga: «Tutto», infatti, «è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3, 22-23).

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Santa Messa per le Figlie di Sant’Angela Merici. Omelia del Beato Paolo VI

27 gennaio 2015

Sabato, 27 agosto 1966

 

EDIFICANTI ESEMPI

L’Augusto Pontefice intrattiene il devoto uditorio con affabile conversazione, della quale diamo i principali punti, così come abbiamo potuto annotarli.

Sua Santità ricorda, in primo luogo, i particolari vincoli di ammirazione che legano la sua persona e quelle di alcuni suoi familiari alla gloriosa istituzione bresciana, nata quattro secoli or sono dal cuore apostolico di S. Angela Merici.

Il primo incontro, – ricorda Sua Santità – avvenne proprio a Roma, in occasione di un viaggio che Egli compì, all’età di non ancora dieci anni, nel 1907, con i genitori, i fratelli, la nonna e una zia. In quella circostanza la Famiglia Montini fu ricevuta in privata udienza da S. Pio X, al quale il venerato padre del futuro Sommo Pontefice illustrò il programma delle celebrazioni indette per il primo centenario della Canonizzazione di S. Angela Merici, compiuta il 24 maggio 1807 da Pio VII.

Il Santo Padre rievoca altre non dimenticabili occasioni di edificanti ricordi ed esprime la ammirazione per alcune nobili anime da Lui incontrate nella Compagnia di S. Angela, che, con esempi luminosi di virtù, di dedizione, di umile bontà, si prodigarono in opere elette: il loro nome è rimasto impresso nel suo spirito e vivo nella sua memoria.

Più oltre Sua Santità ama ricordare le figure e le opere delle impareggiabili sorelle Elisabetta e Maddalena Girelli, alle quali si deve il rifiorimento delle Compagnie di S. Orsola, in questo secolo, specialmente a Brescia; e di Bianca Piccolomini, restauratrice dell’Istituto a Siena.

Nella casa di Maddalena Girelli, inferma, il sacerdote Giovanni Battista Montini, pochi giorni dopo la sacra Ordinazione, si recò a celebrare una delle sue prime Messe, ed anche questo avvenimento è collegato alle primizie del suo ministero sacerdotale. Edificante fu l’impressione delle eccezionali virtù delle due sorelle; e senza dubbio sono nel giusto coloro i quali ritengono che tali virtù possano essere proposte alla Chiesa per una auspicata glorificazione delle due degnissime Serve di Dio.

Altra gradita conferma dello spirito e del metodo delle brave Orsoline fu la grande straordinaria Missione in Milano nel 1957, durante la quale le Figlie di S. Angela Merici si prodigarono con intenso fervore.

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Video storici sulla vita e sul Pontificato di Paolo VI°

21 ottobre 2014

 

DA CONCESIO A MILANO 1954

 ULTIMO DISCORSO DA ARCIVESCOVO DI MILANO 1962

ELEZIONE AL SOGLIO DI PIETRO  21 giugno 1963

UDIENZA AL PRESIDENTE KENNEDY 2 luglio 1963

VIAGGIO IN TERRA SANTA 4-6- gennaio 1964

INCORONAZIONE DELLA MADONNA DI POMPEI 23 aprile 1965

DISCORSO ALLA NAZIONI UNITE 4 ottobre 1965

CONCLUSIONE DEL CONCILIO VATICANO II 8 dicembre 1965

INCONTRO CON IL PATRIARCA ATENAGORA 25-25 luglio 1967

ALLE ACCIAIERIE DI TARANTO  Notte di Natale 1968

AGLI UOMINI DELL’APOLLO 11 20 luglio 1969

VIAGGIO IN UGANDA 31 luglio-2 agosto 1969

PREGHIERA PER ALDO MORO 13 maggio 1978

(rip. aut. )