Archive for the ‘Papa Paolo VI’ Category

Appello udienza generale, 20.04.2016

20 aprile 2016

Alla fine dell’udienza generale, Papa Francesco ha nuovamente lanciato un appello per la pace in Ucraina, ricordando la “speciale colletta“ indetta per domenica 24 aprile in tutte le chiese cattoliche d’Europa.

 

 

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San Giuseppe. Omelia di Paolo VI

19 marzo 2016

SOLENNITÀ DI SAN GIUSEPPE

OMELIA DI PAOLO VI

Mercoledì, 19 marzo 1969

 

Fratelli e Figli carissimi!

La festa di oggi ci invita alla meditazione su S. Giuseppe, il padre legale e putativo di Gesù, nostro Signore, e dichiarato, per tale funzione ch’egli esercitò verso Cristo, durante l’infanzia e la giovinezza, protettore della Chiesa, che di Cristo continua nel tempo e riflette nella storia l’immagine e la missione.

È una meditazione che sembra, a tutta prima, mancare di materia : che cosa di lui, San Giuseppe, sappiamo noi, oltre il nome ed alcune poche vicende del periodo dell’infanzia del Signore? Nessuna parola di lui è registrata nel Vangelo; il suo linguaggio è il silenzio, è l’ascoltazione di voci angeliche che gli parlano nel sonno, è l’obbedienza pronta e generosa a lui domandata, è il lavoro manuale espresso nelle forme più modeste e più faticose, quelle che valsero a Gesù Ia qualifica di «figlio del falegname» (Matth. 13, 55); e null’altro: si direbbe la sua una vita oscura, quella d’un semplice artigiano, priva di qualsiasi accenno di personale grandezza.

Eppure questa umile figura, tanto vicina a Gesù ed a Maria, la Vergine Madre di Cristo, figura così inserita nella loro vita, così collegata con Ia genealogia messianica da rappresentare la discendenza fatidica e terminale della progenie di David (Matth. 1, 20), se osservata con attenzione, si rileva così ricca di aspetti e di significati, quali la Chiesa nel culto tributato a S. Giuseppe, e quali la devozione dei fedeli a lui riconoscono, che una serie di invocazioni varie saranno a lui rivolte in forma di litania. Un celebre e moderno Santuario, eretto in suo onore, per iniziativa d’un semplice religioso laico, Fratel André della Congregazione della Santa Croce, quello appunto di Montréal, nel Canada, porrà in evidenza con diverse cappelle, dietro l’altare maggiore, dedicate tutte a S. Giuseppe, i molti titoli che Io rendono protettore dell’infanzia, protettore degli sposi, protettore della famiglia, protettore dei lavoratori, protettore delle vergini, protettore dei profughi, protettore dei morenti . . . (more…)

Gli interrogativi più profondi dell’uomo. Dalla Costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo

20 febbraio 2016

(Nn. 9-10)
Il mondo si presenta oggi potente a un tempo e debole, capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità o dell’odio. Inoltre l’uomo si rende conto che dipende da lui orientare bene le forze da lui stesso suscitate e che possono schiacciarlo o servirgli. Per questo si pone degli interrogativi.
In verità gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo. È proprio all’interno dell’uomo che molti elementi si contrastano a vicenda. Da una parte, infatti, come creatura, esperimenta in mille modi i suoi limiti; dall’altra parte si accorge di essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato a una vita superiore. Sollecitato da molte attrattive, è costretto sempre a sceglierne qualcuna e a rinunziare alle altre. Inoltre, debole e peccatore, non di rado fa quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe (cfr. Rm 7, 14 segg.). Per cui soffre in se stesso una divisione, dalla quale provengono anche tante e così gravi discordie nella società. Certamente moltissimi che vivono in un materialismo pratico, sono lungi dall’avere la chiara percezione di questo dramma, o per lo meno, se sono oppressi dalla miseria, non hanno modo di rifletterci. Molti credono di trovare pace in una interpretazione della realtà proposta in assai differenti maniere. Alcuni poi dai soli sforzi umani attendono una vera e piena liberazione della umanità, e sono persuasi che il futuro regno dell’uomo sulla terra appagherà tutti i desideri del loro cuore. Né manca chi, disperando di dare uno scopo alla vita, loda l’audacia di quanti, stimando vuota di ogni senso proprio l’esistenza umana, si sforzano di darne una spiegazione completa solo col proprio ingegno. (more…)

L’esempio di Nazareth. Dai «Discorsi» di Paolo VI, papa

27 dicembre 2015

(Discorso tenuto a Nazareth, 5 gennaio 1964)

La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare.
Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo.
Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine! Ma noi non siamo che di passaggio e ci è necessario deporre il desiderio di continuare a conoscere, in questa casa, la mai compiuta formazione all’intelligenza del Vangelo. Tuttavia non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente, alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazareth.
In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto. (more…)

Beato Carlo di Gesù (Charles de Foucauld). Lettera del Beato Paolo VI

1 dicembre 2015

LETTERA DI SUA SANTITÀ PAOLO VI 
IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO
DELLA MORTE DI CHARLES DE FOUCAULD

 

Al nostro venerabile fratello
Georges Mercier,
Vescovo di Laghouat

A Natale lei presiederà a Tamanrasset il pellegrinaggio di chiusura del 50° anniversario della morte di Padre Charles de Foucauld, e sarà accompagnato da sacerdoti, religiosi e religiose, membri dell’Istituto secolare e laici, appartenenti a diversi movimenti o gruppi spirituali che testimoniano, gli uni e gli altri, l’entità dell’irradiamento di colui che ha voluto seguire Cristo, il Fratello universale.

Come non unirci alla vostra azione di rendimento di grazie al Signore, che ha fatto di una morte solitaria il fulcro di una numerosa famiglia spirituale, particolarmente attenta ai bisogni e alle aspirazioni del mondo di oggi? Come abbiamo detto un giorno a un gruppo scelto di questa grande Fraternità: “Tutta la vostra famiglia religiosa Ci sembra segnare nella storia della Chiesa un atto della provvidenza, che rinnova gli esempi e le professioni di fedeltà al Vangelo, la quale rende felici le anime del solo amore di Gesù e le rende capaci, mediante la loro umiltà, la loro povertà, il loro esempio, di irradiare nel mondo il messaggio evangelico” (Udienza del 5-10-1966 alle Piccole Sorelle di Gesù).

Con la sua fede ardente e generosa, con il suo amore fervente per Gesù, con il suo rispetto per gli uomini, con la sua predilezione per i più poveri, nei quali sapeva di scoprire il riflesso del volto del Figlio dell’Uomo, Fratello Charles non ha mai smesso, dopo la sua morte, di attirare un numero sempre più grande di anime verso il mistero di Nazareth. E il suo stesso cammino, dopo l’abisso in cui ha vissuto per “dodici anni senza credere in nulla, senza speranza nella verità e senza credere in Dio” (Lettera a Henri de Castries, Notre Dame des Neiges, 14 agosto 1901), fino al culmine dell’abbandono spirituale nell’imitazione del modello unico, in“perfetta conformità alla sua vita” (Lettera a Madame de Bondy-Akbès, 27 giugno 1895), non è forse un potente e contagioso esempio di ciò che può fare la grazia del Signore quando viene ricevuta  da  un  uomo  di  buona  volontà?

Testimone vivente, dell’amore che Cristo nutre per gli uomini, Fratello Charles invita tutti a vivere con e per Gesù, del quale desidera tanto che il Cuore “splenda su tutta questa povera terra, su coloro che amiamo e su noi stessi” (a Madame de Bondy, Roma, 20 settembre 1900). Al crocevia del cammino delle Beatitudini, ci insegna che vivere il Vangelo resta, oggi come ieri, il segreto dell’irradiamento dell’Apostolo che trae dalla preghiera all’“Unico Benamato” (a Madame de Bondy, Tamanrasset, 26-8-1905) la forza di essere un testimonio dell’Invisibile al centro del mondo.

Possa il luminoso messaggio di Padre de Foucauld esercitare la sua benefica influenza su un numero di anime sempre più grande per rivelare loro di quale amore il Signore le ama e a quale amore sono chiamate nel corso della loro esistenza quotidiana! Voglia anche Dio onnipotente benedire in particolare le anime consacrate, i sacerdoti e i laici che appartengono a questa grande famiglia spirituale e che si sforzano nella semplicità e nella privazione di una vita spirituale profonda, alimentata dalla contemplazione amorevole e dal culto eucaristico e dedita alla carità fraterna!

Di tutto cuore, venerabile Fratello, invochiamo su di lei, sul caro Fratello René Voillaume, su quanti saranno con lei a Natale a Tamanrasset e su tutti coloro che nel mondo vivono sotto l’egida di Gesù-Caritas, come figli spirituali di Padre di Foucauld, l’abbondanza delle grazie divine affinché, secondo il suo più ardente desiderio, “Gesù sia con voi e viva in voi”.

Nel formulare questo auspicio, vi impartiamo la Nostra paterna e affettuosa Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 1° dicembre 1966

PAULUS P.P. VI

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

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Compito dei cristiani nell’edificazione della pace. Dalla Costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo

3 novembre 2015

(Nn. 88-90)
I cristiani cooperino volentieri e di tutto cuore all’edificazione dell’ordine internazionale nel rispetto delle legittime libertà e in amichevole fraternità con tutti. Tanto più che la massima parte degli uomini soffre ancora di miseria così grande che Cristo stesso nelle persone dei poveri sembra reclamare quasi ad alta voce la carità dei suoi discepoli. Non si dia questo scandalo agli uomini: che cioè, mentre alcune nazioni, popolate da una maggioranza di persone che si gloriano del nome di cristiani, godono di grande ricchezza di beni, altre per contro sono prive del necessario per vivere e sono afflitte dalla fame, dalle malattie e da ogni sorta di miserie. Infatti lo spirito di povertà e di carità è la gloria e la testimonianza della Chiesa di Cristo.

Perciò si devono lodare e incoraggiare quei cristiani, specialmente i giovani, che spontaneamente si offrono ad aiutare gli altri uomini e le altre nazioni. Anzi è dovere di tutto il popolo di Dio, dietro la parola e l’esempio dei vescovi, di sollevare, per quanto sta in loro, le miserie di questi tempi secondo l’antica usanza della Chiesa, non solo con l’eccedenza, ma anche con gli stessi beni patrimoniali.

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San Giovanni XXIII. Discorso di Paolo VI

11 ottobre 2015

 

DISCORSO DI PAOLO VI AI FEDELI
DELLA PARROCCHIA SAN GIOVANNI BATTISTA
DI SOTTO IL MONTE GIOVANNI XXIII

Venerdì, 27 aprile 1973

È un incontro intimo e commosso, ricco di ricordi personali e di confidenze, quello che Paolo VI ha con i pellegrini della parrocchia di San Giovanni di Sotto il Monte Giovanni XXIII, venuti in Vaticano a pregare presso la tomba di Giovanni XXIII, nell’anno in cui ricorre il decimo anniversario della sua morte. Il Papa rievoca i momenti del suo rapporto di amicizia con il Predecessore, indicandone la grande umanità e la testimonianza d’amore come preziosa eredità da custodire gelosamente e da tramandare integra alle nuove generazioni.

«Mi è molto facile – dice il Santo Padre – associarmi ai vostri sentimenti, al vostro rimpianto e anche ai vostri propositi di fedeltà alla memoria e agli esempi, che Papa Giovanni ha lasciato. Siate dunque i benvenuti! Se grande è la gioia vostra di poter celebrare con questo incontro col Papa una data così significativa, non minore è la consolazione che Noi stessi proviamo nel costatare i vincoli di affetto e di venerazione, che ancora vi legano al grande scomparso». La pubblica testimonianza di amore e di attaccamento alla persona del Vicario di Cristo è degno tributo alla sua memoria. E in tale testimonianza il Papa ravvisava la conferma delle radici profonde che ha la fede cristiana nella comunità parrocchiale di San Giovanni, in seno alla quale trovarono la prima scuola e il terreno adatto per germogliare quelle elette virtù, che resero così amata nel mondo la figura di Papa Giovanni.

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Speranza in un nuovo mondo migliore. Dalla Costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa e il mondo contemporaneo

23 agosto 2015

(N. 39)

Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità, e non sappiamo il modo con cui sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini. Allora, vinta la morte, i figli di Dio saranno risuscitati in Cristo, e ciò che fu seminato nella debolezza e nella corruzione rivestirà l’incorruzione: e restando la carità con i suoi frutti, saranno liberate dalla schiavitù del male tutte quelle creature, che Dio ha fatto appunto per l’uomo.

Certo, siamo avvertiti che non giova nulla all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde se stesso. Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione di quello che sarà il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza per il regno di Dio.

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Francesco in Bolivia: Chiesa sia voce profetica per società più giusta

9 luglio 2015

2015-07-09 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Papa Francesco è giunto in Bolivia, seconda tappa del suo viaggio in America Latina. L’aereo papale, partito da Quito, capitale dell’Ecuador, è atterrato a La Paz poco dopo le 23.00, con circa un’ora di ritardo sul programma. Ad accoglierlo per la cerimonia di benvenuto, con un caloroso abbraccio, il presidente Evo Morales che ha definito Francesco “Papa dei poveri”. Il Pontefice, da parte sua, ha lanciato un appello a proseguire nel cammino della coesione sociale con una visione integrale di progresso per custodire i poveri, gli ultimi, “quanti sono scartati a causa di tanti interessi che pongono al centro della vita il dio denaro”. Incontenibile la gioia delle centinaia di migliaia di fedeli che per ore lo hanno atteso lungo il percorso che ha portato Francesco fino alla capitale La Paz. Il servizio del nostro inviato Paolo Ondarza:

 

 

Dallo scalo aeroportuale più alto del mondo, 4mila metri di altezza, abbracciato dal presidente Morales che gli ha messo al collo un’insegna aymara e dagli onori militari sulle note dell’inno boliviano dal tipico suono della quena, Francesco inizia la sua visita pastorale in Bolivia, a 27 anni dal memorabile passaggio del suo predecessore San Giovanni Paolo II. Tripudio di gioia per migliaia di fedeli, tra loro tanti bambini vestiti con i costumi indigeni dai colori brillanti.

Ed è la varietà nell’unità il pensiero che ispira da subito il Papa. Francesco  guarda alla “singolare bellezza” dell’altopiano, delle valli, delle terre amazzoniche, dei deserti e alla varietà della realtà etnica e culturale boliviana, un insieme di “popoli originari millenari e popoli originari contemporanei” che – rileva –  costituisce una grande ricchezza e un appello permanente al mutuo rispetto e dialogo:

“Cuánta alegría nos da saber que el castellano traído a estas tierras hoy convive con 36 idiomas originarios…
Quanta gioia – ha detto – ci dà sapere che il castellano portato in queste terre oggi convive con 36 idiomi originari, amalgamandosi – come fanno nei fiori nazionali di kantuta e patujú il rosso e il giallo – per dare bellezza e unità nella differenza. In questa terra e in questo popolo si è radicato con forza l’annuncio del Vangelo, che lungo gli anni è andato illuminando la convivenza, contribuendo allo sviluppo del popolo e promuovendo la cultura”.

Chiarendo da subito il carattere pastorale della sua visita, “pellegrino e ospite” venuto a “confermare la fede dei credenti perché siano fermento di un mondo migliore, Francesco rileva i “passi importanti” compiuti dalla Bolivia per includere ampi settori della popolazione nella vita economica, sociale e politica del paese; il Papa apprezza la sensibilità delle istituzioni locali sui diritti delle minoranze, riconosciuti dalla Costituzione ed invoca un rinnovato spirito di collaborazione civile e dialogo:

“El progreso integral de un pueblo…
“Il progresso integrale di un popolo comprende la crescita delle persone nei valori e la convergenza su ideali comuni che riescano ad unire le volontà senza escludere e respingere nessuno. Se la crescita è solo materiale – spiega Francesco – si corre sempre il rischio di tornare a creare nuove differenze, che l’abbondanza di alcuni si costruisca sulla scarsezza di altri. Perciò, oltre alla trasparenza istituzionale, la coesione sociale richiede uno sforzo nell’educazione dei cittadini”.

Tale sforzo educativo deve partire da un’opzione preferenziale ed evangelica per i poveri e gli ultimi, perché “non si può credere in Dio Padre senza vedere un fratello in ogni persona”, è doveroso “custodire coloro che oggi sono scartati a causa di tanti interessi che pongono al centro della vita il dio denaro”. L’educazione deve puntare inoltre secondo il Papa ad una cura particolare per i bambini e far sì che i giovani siano impegnati su nobili ideali, a garanzia di futuro per la società. Futuro che deve includere la valorizzazione degli anziani e che non può prescindere dalla tutela della famiglia:

“En una época en la que tantas veces se tiende a olvidar…
In un’epoca in cui tante volte si tende a dimenticare o confondere i valori fondamentali, la famiglia merita una speciale attenzione da parte dei responsabili del bene comune, perché è la cellula fondamentale della società, che apporta legami solidi di unione sui quali si basa la convivenza umana e, con la generazione e l’educazione dei suoi figli, assicura il rinnovamento della società”.

Un pensiero speciale il Papa lo rivolge ai tanti emigrati boliviani:

“Llevo en el corazón especialmente a los hijos de esta tierra…
Porto nel cuore specialmente i figli di questa terra che per molteplici motivi non sono qui, hanno dovuto cercare un’altra terra che li accogliesse, un altro luogo dove la nostra madre li rendesse fecondi e desse loro possibilità di vita”.

Francesco si dice lieto di trovarsi “in questa patria che si definisce pacifista”, promuove “il diritto e la cultura della pace”, patria benedetta da Dio: le prossime giornate  – dice – saranno caratterizzate da momenti di incontro dialogo e celebrazione della fede.

Ricordando poi  il preambolo della costituzione boliviana che in modo poetico evoca “i tempi immemorabili in cui si eressero le montagne e le valli si ricoprirono di fiori” rilancia il dovere di custodire il creato: “il mondo – dice – è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode”.

Da parte sua il presidente Morales ha salutato a nome di tutta la Bolivia il Papa, venuto a “contribuire al riscatto dei poveri” con il suo “messaggio di fede, speranza e liberazione”.

 

 

(Da Radio Vaticana)

 

 

Santi Primi martiri della santa Chiesa di Roma. Omelia del Beato Paolo VI

30 giugno 2015

SOLENNE CONCELEBRAZIONE A CONCLUSIONE DELL’«ANNO DELLA FEDE»
NEL CENTENARIO DEL MARTIRIO DEGLI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

OMELIA DI SUA SANTITÀ PAOLO VI*

Piazza San Pietro – Domenica, 30 giugno 1968

 

Venerati Fratelli e diletti Figli.

Con questa solenne Liturgia Noi concludiamo la celebrazione del XIX centenario del martirio dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, e diamo così all’«Anno della Fede» il suo coronamento: l’avevamo dedicato alla commemorazione dei Santi Apostoli per attestare il nostro incrollabile proposito di fedeltà al Deposito della fede (Cfr. 1 Tim. 6, 20) che essi ci hanno trasmesso, e per rafforzare il nostro desiderio di farne sostanza di vita nella situazione storica, in cui si trova la Chiesa pellegrina nel mondo.

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Noi predichiamo Cristo a tutta la terra. Dai «Discorsi» di Paolo VI, papa

28 giugno 2015

(Manila, 29 novembre 1970)

«Guai a me se non predicassi il Vangelo!» (1 Cor 9, 16). Io sono mandato da lui, da Cristo stesso per questo. Io sono apostolo, io sono testimone. Quanto più è lontana la meta, quanto più difficile è la mia missione, tanto più urgente è l’amore che a ciò mi spinge. Io devo confessare il suo nome: Gesù è il Cristo, Figlio di Dio vivo (cfr. Mt 16, 16). Egli è il rivelatore di Dio invisibile, è il primogenito d’ogni creatura (cfr. Col 1, 15). È il fondamento d’ogni cosa (cfr. Col 1, 12). Egli è il Maestro dell’umanità, e il Redentore. Egli è nato, è morto, è risorto per noi. Egli è il centro della storia e del mondo. Egli è colui che ci conosce e che ci ama. Egli è il compagno e l’amico della nostra vita. Egli è l’uomo del dolore e della speranza. È colui che deve venire e che deve un giorno essere il nostro giudice e, come noi speriamo, la pienezza eterna della nostra esistenza, la nostra felicità. Io non finirei più di parlare di lui. Egli è la luce, è la verità, anzi egli è «la via, la verità, la vita» (Gv 14, 6). Egli è il pane, la fonte d’acqua viva per la nostra fame e per la nostra sete, egli è il pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello. Come noi, e più di noi, egli è stato piccolo, povero, umiliato, lavoratore e paziente nella sofferenza. Per noi egli ha parlato, ha compiuto miracoli, ha fondato un regno nuovo, dove i poveri sono beati, dove la pace è principio di convivenza, dove i puri di cuore e i piangenti sono esaltati e consolati, dove quelli che aspirano alla giustizia sono rivendicati, dove i peccatori possono essere perdonati, dove tutti sono fratelli.

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Santi Carlo Lwanga e 12 compagni Martiri. La gloria dei martiri, segno di rinascita. Dall’«Omelia per la canonizzazione dei martiri dell’Uganda» di Paolo VI, papa

3 giugno 2015

(AAS 56, 1964, 905-906)

Questi Martiri Africani aggiungono all’albo dei vittoriosi, qual è il Martirologio, una pagina tragica e magnifica, veramente degna di aggiungersi a quelle meravigliose dell’Africa antica, che noi moderni, uomini di poca fede, pensavamo non potessero avere degno seguito mai più. Chi poteva supporre, ad esempio, che alle commoventissime storie dei Martiri Scillitani, dei Martiri Cartaginesi, dei Martiri della «Massa candida» uticense, di cui sant’Agostino e Prudenzio ci hanno lasciato memoria, dei Martiri dell’Egitto, dei quali conserviamo l’elogio di san Giovanni Crisostomo, dei Martiri della persecuzione vandalica, si sarebbero aggiunte nuove storie non meno eroiche, non meno fulgenti, nei tempi nostri? Chi poteva prevedere che alle grandi figure storiche dei Santi Martiri e Confessori Africani, quali Cipriano, Felicita e Perpetua e il sommo Agostino, avremmo un giorno associati i cari nomi di Carlo Lwanga, e di Mattia Mulumba Kalemba, con i loro venti compagni? E non vogliamo dimenticare altresì gli altri che, appartenendo alla confessione anglicana, hanno affrontato la morte per il nome di Cristo.

Questi Martiri Africani aprono una nuova epoca; oh! non vogliamo pensare di persecuzioni e di contrasti religiosi, ma di rigenerazione cristiana e civile. L’Africa, bagnata dal sangue di questi Martiri, primi dell’èra nuova (oh, Dio voglia che siano gli ultimi, tanto il loro olocausto è grande e prezioso!), risorge libera e redenta. La tragedia, che li ha divorati, è talmente inaudita ed espressiva, da offrire elementi rappresentativi sufficienti per la formazione morale d’un popolo nuovo, per la fondazione d’una nuova tradizione spirituale, per simboleggiare e per promuovere il trapasso da una civiltà primitiva, non priva di ottimi valori umani, ma inquinata ed inferma e quasi schiava di se stessa, ad una civiltà aperta alle espressioni superiori dello spirito e alle forme superiori della socialità.

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Papa Francesco: la fede vera fa miracoli non affari

29 maggio 2015

2015-05-29 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La fede autentica, aperta agli altri e al perdono, fa miracoli. Dio ci aiuti a non cadere in una religiosità egoista e affarista: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Santa Marta. Il servizio di Sergio Centofanti:

 

Gesù condanna l’egoismo spirituale
Il Vangelo del giorno propone “tre modi di vivere” nelle immagini del fico che non dà frutti, negli affaristi del tempio e nell’uomo di fede. “Il fico – afferma il Papa – rappresenta la sterilità, cioè una vita sterile, incapace di dare qualsiasi cosa. Una vita che non fruttifica, incapace di fare il bene”:

“Vive per sé; tranquillo, egoista, non vuole problemi. E Gesù maledisse l’albero di fico, perché è sterile, perché non ha fatto del suo per dare frutto. Rappresenta la persona che non fa niente per aiutare, che vive sempre per se stessa, affinché non le manchi niente. Alla fine questi diventano nevrotici, tutti! Gesù condanna la sterilità spirituale, l’egoismo spirituale. ‘Io vivo per me, che a me non mi manchi niente e che gli altri si arrangino!’”.

 

Non fare della religione un affare
L’altro modo di vivere – sottolinea il Papa – “è quello degli sfruttatori, degli affaristi nel tempio. Sfruttano anche il luogo sacro di Dio per fare degli affari: cambiano le monete, vendono gli animali per il sacrificio, anche fra loro hanno come un sindacato per difendersi. Questo era non solo tollerato, ma anche permesso dai sacerdoti del tempio”. Sono “quelli che fanno della religione un affare”. Nella Bibbia – ricorda il Papa – c’è la storia dei figli di un sacerdote che “spingevano la gente a dare offerte e guadagnavano tanto, anche dai poveri”. E “Gesù non risparmia le parole”: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi, invece, ne avete fatto un covo di ladri!”:

“La gente che andava in pellegrinaggio lì a chiedere la benedizione del Signore, a fare un sacrificio: lì, quella gente era sfruttata! I sacerdoti lì non insegnavano a pregare, non davano loro la catechesi… Era un covo di ladri. Pagate, entrate… Facevano i riti, vuoti, senza pietà. Non so se ci farà bene pensare se da noi accade qualcosa del genere in qualche posto. Non so? E’ utilizzare le cose di Dio per il proprio profitto”.

 

La fede che aiuta gli altri fa miracoli
Il terzo modo di vivere è “la vita di fede”, come indica Gesù: “’Abbiate fede in Dio. Se uno dicesse a questo monte ‘levati e gettati nel mare’, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò avverrà. Tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà’. Accadrà proprio quello che noi con fede chiediamo”:

“E’ lo stile di vita della fede. ‘Padre, cosa devo fare per questo?’; ‘Ma chiedilo al Signore, che ti aiuti a fare cose buone, ma con fede. Solo una condizione: quando voi vi metterete a pregare chiedendo questo, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate. E’ l’unica condizione, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni voi, le vostre colpe’. Questo è il terzo stile di vita. La fede, la fede per aiutare gli altri, per avvicinarsi a Dio. Questa fede che fa miracoli”.

Questa la preghiera conclusiva di Papa Francesco: “Chiediamo oggi al Signore … che ci insegni questo stile di vita di fede e che ci aiuti a non cadere mai, a noi, ad ognuno di noi, alla Chiesa, nella sterilità e nell’affarismo”.

 

(Da Radio Vaticana)

 

 

La missione dello Spirito Santo nella Chiesa. Dalla Costituzione dogmatica «Lumen gentium» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa

20 maggio 2015

(Nn. 4. 12)

Dio Padre affidò al suo Figlio una missione da compiere sulla terra (cfr. Gv 17, 4). Quando fu espletata, venne il momento della Pentecoste. Allora fu inviato lo Spirito Santo per operare senza posa la santificazione della Chiesa, e i credenti avessero così per Cristo accesso al Padre in un solo Spirito (cfr. Ef 2, 18). Questi è lo Spirito che dà la vita, è la sorgente di acqua zampillante per la vita eterna (cfr. Gv 4, 14; 7, 38-39); per lui il Padre ridà la vita agli uomini, morti per il peccato, e un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali (cfr. Rm 8, 10-11). Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. 1 Cor 3, 16; 6, 19) e in essi prega e rende testimonianza della adozione filiale (cfr. Gal 4, 6; Rm 8, 15-16 e 26). Egli guida la Chiesa verso tutta intera la verità (cfr. Gv 16, 13), la unifica nella comunione e nel servizio, la provvede di diversi doni gerarchici e carismatici, coi quali la dirige e la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4, 11-12; 1 Cor 12, 4; Gal 5, 22). Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, la rinnova continuamente e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo. Infatti lo Spirito e la Sposa dicono al Signore Gesù: Vieni! (cfr. Ap 22, 17).

La Chiesa universale si presenta come «un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

    La comunità cattolica dei fedeli, consacrati dall’unzione dello Spirito Santo (cfr. 1 Gv 2, 20. 27), non può sbagliare nel credere. Il popolo di Dio gode di questa infallibilità quando nel suo insieme, comprendente gerarchia e laici, esprime il suo consenso universale in materia dottrinale e morale.

Per la coscienza della fede, formata con l’assistenza e il sostegno dello Spirito di verità, il popolo di Dio, sotto la guida del sacro magistero, al quale fedelmente si conforma, accoglie non la parola degli uomini ma, qual è in realtà, la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2, 13), aderisce indefettibilmente «alla fede una volta per tutte trasmessa ai santi» (Gd 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita.

Lo Spirito Santo, per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, santifica il popolo di Dio, lo guida e lo adorna di virtù. Inoltre, «distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui» (1 Cor 12, 11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie incombenze e missioni utili al rinnovamento della Chiesa e al suo sviluppo. È ciò che dice la Scrittura: «A ciascuno … la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio» (1 Cor 12, 7). Questi carismi, straordinari o anche più semplici e più largamente diffusi, sono appropriati alle necessità della Chiesa e perciò si devono accogliere con gratitudine e gioia.

San Marco Evangelista. Udienza Generale del Beato Paolo VI

25 aprile 2015

PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Martedì, 25 aprile 1967

 

San Marco: il secondo evangelista

Diletti Figli e Figlie!

La vostra visita coincide con la festa d’un santo, che Ci è molto caro: San Marco Evangelista. Perché molto caro? Perché, secondo un’antichissima testimonianza del secondo secolo, quella di Papia, riportata da Eusebio nella sua Storia della Chiesa (III, 39, 15), Marco «era stato l’interprete di Pietro». E così tutta la tradizione successiva (cf. Lagrange, Introdud. XXI, ss.), tanto che San Girolamo, nel suo libro sugli Scrittori ecclesiastici, scrive: «Marco, discepolo e interprete di Pietro, pregato dai fratelli (della comunità) di Roma, scrisse un breve Vangelo secondo quanto egli aveva ascoltato Pietro riferire» (c. 8). E che Pietro avesse particolare affezione a Marco ce lo dice, alla fine della sua prima lettera, Pietro stesso, che scrivendo da Roma ai cristiani dell’Asia Minore, verso gli anni 63-64, nomina solo Marco e gli dà il titolo di «figlio mio» (2 Petr. 5, 13); titolo che indica un’affezione di lunga data, spirituale, e forse anche fondata su qualche parentela familiare (cf. Hophan, Gli Apostoli, 314, ss.).

PROFONDA BENEVOLENZA DEI PRINCIPI DEGLI APOSTOLI

La storia. di Marco (di Giovanni, suo nome ebraico, detto Marco, nome latino; cf. Act. 12, 12) è interessantissima; s’intreccia forse con quella di Gesù, nell’episodio del ragazzo che, nella notte della cattura di Lui nell’orto degli ulivi, lo seguiva, dopo la fuga dei discepoli, coperto da un lenzuolo – per curiosità? per devozione? – ma quando coloro che avevano arrestato Gesù, fecero per afferrarlo, il ragazzo lasciò loro nelle mani il lenzuolo, e sgusciò via da loro (Marc. 14, 52). Ma soprattutto la storia di Marco si fonde con quella degli Apostoli: Paolo e Barnaba, specialmente, che egli segue a Cipro nella prima spedizione apostolica (era cugino di Barnaba), e che poi, forse stanco, forse impaurito, giunto a Perge, nella Pamfilia, egli abbandona per ritornarsene solo da sua madre, a Gerusalemme (Act. 13, 13). Paolo ne fu addolorato; tanto che non lo volle compagno, tre o quattro anni dopo, nel secondo viaggio, nonostante che Barnaba intercedesse; così che Barnaba e Marco lasciarono Paolo con Sila per navigare a Cipro (Act. 15, 37-40). Ma poi Paolo deve aver perdonato a Marco la sua prima infedeltà nella fatica apostolica, perché tre volte lo nomina amorevolmente nelle sue lettere (Philem. 24; Col. 4, 10; 2 Tim. 4, 11).

E dei rapporti fra l’apostolo Pietro e Marco, oltre a quelli accennati, poco sappiamo; ma ci basta qui far nostra la conclusione della tradizione e degli studi moderni: il Vangelo di San Marco è una riproduzione scritta della catechesi narrativa dell’apostolo Pietro a Roma; esso riflette, senza intenti letterari, ma con grande semplicità e vivezza di particolari, i racconti di S. Pietro circa le memorie di lui; la sua documentazione è principalmente, se non la sola, la parola stessa dell’Apostolo, riportata come la relazione genuina d’un testimonio oculare, che conserva di Gesù la più immediata impressione.

LA RIPRODUZIONE SCRITTA DELLA CATECHESI DI PIETRO

La figura di San Pietro, nel secondo Vangelo, quello appunto di Marco, appare con qualche particolare risalto, sebbene non mai adulata, ma meglio delineata, anche nella descrizione dei suoi falli; ma è la figura del Maestro, quella «di Gesù Cristo, Figlio di Dio» (Marc. 1, 1), che campeggia umile e grande insieme, semplice e prodigiosa, meravigliosa, avvincente. Non è una figura idealizzata, descritta con fantasia d’artista; è una figura veduta, quella veduta da Pietro. «Raccontando la storia del Cristo, egli la viveva di nuovo. Egli udiva parlare il Signore, lo vedeva muoversi ed agire» (Huby, S. Marco, XXII).

Perciò San Marco ci ha lasciato in brevi pagine disadorne e non sempre ordinate, ma estremamente sincere e vive, l’immagine di Cristo, come San Pietro la ricordava e la portava scolpita nella semplicità fedele, umile ed entusiasta del suo cuore, realisticamente. Ecco perché Ci è caro San Marco: egli ci riporta il profilo di Cristo, nello sfondo del disegno sinottico primitivo (cf. Vannutelli), visto da San Pietro. E San Pietro, offrendoci la visione sensibile e scenica di Cristo, c’introduce alla conoscenza di Cristo quale veramente è; una conoscenza che solo la fede in qualche modo può afferrare e penetrare.

L’INSEGNAMENTO PER I FEDELI DI OGGI

Ed ecco anche perché a voi, diletti Figli e Figlie, che oggi vediamo in così grande numero ed in tanto fervore intorno alla tomba di San Pietro, raccomandiamo ciò che più preme, ciò che più vale: la conoscenza di quel Gesù, che Pietro qui a Roma, per il mondo intero, annunciò; l’adesione a quella fede in Cristo Signore, per amore del Quale egli fu apostolo e fu martire; fede che qui potete attingere, dove l’autenticità evangelica la sigilla, e dove essa si perpetua nella sua nativa e limpida veracità e nella sua coerente e secolare fecondità nel magistero della Chiesa ed è simboleggiata dalla stabilità della pietra, che da Cristo all’Apostolo fu data in nome e alla Chiesa per fondamento.

Poco altro sappiamo di San Marco; da Roma egli si recò in Egitto e fu il fondatore riconosciuto della Chiesa di Alessandria; le sue reliquie, Venezia gloriosa e devota le custodisce; ma il suo Vangelo di qua soprattutto rifulge, dove Pietro e Paolo, suoi maestri, fecero di Marco l’Evangelista contrassegnato dal simbolo del leone. Un atto di fede in Cristo, e un atto d’amore a Lui sono attesi da voi, Figli carissimi, per dare a questa Udienza il suo pieno significato ed il suo merito; ed è ciò che vi invitiamo a fare col Credo, che alla fine dell’udienza, prima di congedarvi con la Nostra Benedizione Apostolica, insieme noi canteremo.

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L’opera della salvezza. Dalla Costituzione «Sacrosanctum Concilium» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla sacra Liturgia

18 aprile 2015

(Nn. 5-6)

Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4), perciò, egli «che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti» (Eb 1, 1), quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, Verbo fatto carne, unto di Spirito Santo, ad annunziare la buona novella ai poveri, a risanare i cuori affranti (cfr. Is 61 ,1; Lc 4, 18) «medico nella carne e nello spirito» (s. Ignazio), Mediatore tra Dio e gli uomini (cfr. 1 Tm 2, 5). Infatti la sua umanità, nell’unità della persona del Verbo, fu lo strumento della nostra salvezza. Per cui in Cristo avvenne il perfetto riscatto della nostra riconciliazione e ci fu data la pienezza del culto divino.

Quest’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine, operate nel popolo del Vecchio Testamento, fu compiuta da Cristo Signore, specialmente per mezzo del mistero pasquale della sua beata Passione, Risurrezione da morte e gloriosa Ascensione, mistero per il quale morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ha ridato a noi la vita. Infatti dal costato di Cristo morente sulla croce è nato il mirabile sacramento di tutta la Chiesa.

Pertanto, come Cristo fu inviato dal Padre, così anch’egli ha inviato gli apostoli, ripieni di Spirito Santo, non solo perché, predicando il Vangelo a tutti gli uomini, annunziassero che il Figlio di Dio con la sua morte e risurrezione ci ha liberati dal potere di Satana e dalla morte, e ci ha trasferiti nel regno del Padre, ma anche perché, per mezzo del sacrificio e dei sacramenti, sui quali s’impernia tutta la vita liturgica, attuassero l’opera della salvezza, che annunziavano. Così, mediante il battesimo, gli uomini vengono inseriti nel mistero pasquale di Cristo, con lui morti, sepolti e risuscitati; ricevono lo spirito dei figli adottivi «per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!» (Rm 8, 15), e diventano quei veri adoratori che il Padre ricerca.

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La Chiesa, sacramento visibile di unità. Dalla Costituzione dogmatica «Lumen gentium» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa

26 marzo 2015

Beato Paolo VI, 262º papa della Chiesa cattolica

(N. 9)

«Ecco verranno giorni, dice il Signore, nei quali io stringerò con Israele e con Giuda un patto nuovo … Porrò la mia legge nelle loro viscere e nei loro cuori l’imprimerò: essi mi avranno per Dio e io li avrò per mio popolo … Tutti essi, piccoli e grandi, mi riconosceranno, dice il Signore» (Ger 31, 31-34). Cristo istituì questo nuovo patto, cioè la nuova alleanza nel suo sangue (cfr. 1 Cor 11, 23), chiamando gente dai giudei e dalle nazioni, perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito, e costituisse il nuovo popolo di Dio. Infatti i credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme corruttibile, ma di uno incorruttibile, per la parola di Dio vivo (cfr. 1 Pt 1, 23), non dalla carne ma dall’acqua e dallo Spirito Santo (cfr. Gv 3, 5-6), costituiscono «una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo tratto in salvo … quello che un tempo non era neppure popolo, ora invece è il popolo di Dio» (1 Pt 2, 9-10).

Questo popolo messianico ha per capo Cristo «che è stato dato a morte per i nostri peccati, ed è risuscitato per la nostra giustificazione» (Rm 4, 25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo. Questo popolo ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito santo come nel suo tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13, 34). E, finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà Cristo, vita nostra (cfr. Col 3, 4) e «anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio» (cfr. Rm 8, 21). Perciò il popolo messianico, pur non comprendendo di fatto tutti gli uomini, e apparendo talora come il piccolo gregge, costituisce per tutta l’umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo in una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui preso per essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5, 12-16), è inviato a tutto il mondo.

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Purificare le attività umane nel mistero pasquale. Dalla Costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo

21 marzo 2015

Beato Paolo VI, 262º papa della Chiesa cattolica

(Nn. 37-38)

La Sacra Scrittura, con cui è d’accordo l’esperienza di secoli, insegna agli uomini che il progresso umano, che pure è un grande bene dell’uomo, porta con sé una grande tentazione: infatti, sconvolto l’ordine dei valori e mescolando il male col bene, gli individui e i gruppi guardano solamente alle cose proprie, non a quelle degli altri; e così il mondo cessa di essere il campo di una genuina fraternità, mentre invece l’aumento della potenza umana minaccia di distruggere ormai lo stesso genere umano.

Se dunque ci si chiede come può essere vinta tale miserevole situazione, i cristiani per risposta affermano che tutte le attività umane, che son messe in pericolo quotidianamente dalla superbia e dall’amore disordinato di se stessi, devono venir purificate e rese perfette per mezzo della croce e della risurrezione di Cristo. Redento, infatti, da Cristo e diventato nuova creatura nello Spirito Santo, l’uomo può e deve amare anche le cose che Dio ha creato. Da Dio le riceve, e le guarda e le onora come se al presente uscissero dalle mani di Dio. Di esse ringrazia il Benefattore e, usando e godendo delle creature in povertà e libertà di spirito, viene introdotto nel vero possesso del mondo, quasi al tempo stesso niente abbia e tutto possegga: «Tutto», infatti, «è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3, 22-23).

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Santa Messa per le Figlie di Sant’Angela Merici. Omelia del Beato Paolo VI

27 gennaio 2015

Sabato, 27 agosto 1966

 

EDIFICANTI ESEMPI

L’Augusto Pontefice intrattiene il devoto uditorio con affabile conversazione, della quale diamo i principali punti, così come abbiamo potuto annotarli.

Sua Santità ricorda, in primo luogo, i particolari vincoli di ammirazione che legano la sua persona e quelle di alcuni suoi familiari alla gloriosa istituzione bresciana, nata quattro secoli or sono dal cuore apostolico di S. Angela Merici.

Il primo incontro, – ricorda Sua Santità – avvenne proprio a Roma, in occasione di un viaggio che Egli compì, all’età di non ancora dieci anni, nel 1907, con i genitori, i fratelli, la nonna e una zia. In quella circostanza la Famiglia Montini fu ricevuta in privata udienza da S. Pio X, al quale il venerato padre del futuro Sommo Pontefice illustrò il programma delle celebrazioni indette per il primo centenario della Canonizzazione di S. Angela Merici, compiuta il 24 maggio 1807 da Pio VII.

Il Santo Padre rievoca altre non dimenticabili occasioni di edificanti ricordi ed esprime la ammirazione per alcune nobili anime da Lui incontrate nella Compagnia di S. Angela, che, con esempi luminosi di virtù, di dedizione, di umile bontà, si prodigarono in opere elette: il loro nome è rimasto impresso nel suo spirito e vivo nella sua memoria.

Più oltre Sua Santità ama ricordare le figure e le opere delle impareggiabili sorelle Elisabetta e Maddalena Girelli, alle quali si deve il rifiorimento delle Compagnie di S. Orsola, in questo secolo, specialmente a Brescia; e di Bianca Piccolomini, restauratrice dell’Istituto a Siena.

Nella casa di Maddalena Girelli, inferma, il sacerdote Giovanni Battista Montini, pochi giorni dopo la sacra Ordinazione, si recò a celebrare una delle sue prime Messe, ed anche questo avvenimento è collegato alle primizie del suo ministero sacerdotale. Edificante fu l’impressione delle eccezionali virtù delle due sorelle; e senza dubbio sono nel giusto coloro i quali ritengono che tali virtù possano essere proposte alla Chiesa per una auspicata glorificazione delle due degnissime Serve di Dio.

Altra gradita conferma dello spirito e del metodo delle brave Orsoline fu la grande straordinaria Missione in Milano nel 1957, durante la quale le Figlie di S. Angela Merici si prodigarono con intenso fervore.

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Video storici sulla vita e sul Pontificato di Paolo VI°

21 ottobre 2014

 

DA CONCESIO A MILANO 1954

 ULTIMO DISCORSO DA ARCIVESCOVO DI MILANO 1962

ELEZIONE AL SOGLIO DI PIETRO  21 giugno 1963

UDIENZA AL PRESIDENTE KENNEDY 2 luglio 1963

VIAGGIO IN TERRA SANTA 4-6- gennaio 1964

INCORONAZIONE DELLA MADONNA DI POMPEI 23 aprile 1965

DISCORSO ALLA NAZIONI UNITE 4 ottobre 1965

CONCLUSIONE DEL CONCILIO VATICANO II 8 dicembre 1965

INCONTRO CON IL PATRIARCA ATENAGORA 25-25 luglio 1967

ALLE ACCIAIERIE DI TARANTO  Notte di Natale 1968

AGLI UOMINI DELL’APOLLO 11 20 luglio 1969

VIAGGIO IN UGANDA 31 luglio-2 agosto 1969

PREGHIERA PER ALDO MORO 13 maggio 1978

(rip. aut. )

Docebit vos omnem veritatem (Gv16, 13). Uno scritto informale e poco conosciuto di Paolo VI°

20 ottobre 2014

Nel 1931 Montini stende alcune note che prendono il titolo da un versetto del vangelo di Giovanni. Sono vere e proprie direttive di vita articolate in quattro punti (“che cosa”, “perché”, “in che modo”, “per chi e con chi”), che circolano come bozze di stampa tra pochissimi amici.

 

 

Docebit vos omnem veritatem (Giovanni 16, 13)

Quid La direttiva morale

Voglio che la mia vita sia una testimonianza alla verità per imitare così Gesù Cristo, come a me si conviene. (Giovanni 18, 37).

Intendo per testimonianza la custodia, la ricerca, la professione della verità. Intendo per verità l’adesione ad ogni intelligibile realtà: Dio quindi somma e prima Verità, che in Sè sussiste Padre, Figlio, Spirito; ed ogni cosa che in me e fuori di me può essere oggetto di conoscenza e di espressione, e per ogni luce a me concessa, dalla natura e dalla grazia, può essere posseduto, goduto e manifestato dal mio spirito.

Con questo proposito voglio dare uno specifico significato morale alla mia vita e voglio per questa via cercare la mia perfezione spirituale e la mia salute eterna, in conformità alla preghiera di Gesù per i suoi discepoli: «Santificali nella verità: la tua Parola è verità». (Giovanni 18, 17).

Questo proposito deve rimanere caro segreto della mia coscienza, e valido solo di fronte a Dio e ad essa.

L’esercizio del pensiero acquista così per me una somma importanza morale. Devo amare il silenzio, l’attenzione, il metodo, l’orario per rendere proficuo e virtuoso lo studio. Non devo dissipare in vane letture il tempo e lo spirito; ma cercare di sceglierle bene; con criterio conveniente per una larga coltura, ma con ordine e con intento di profittare, per qualche verso, di tutte.

Un deciso vigore applicherò per tenere libera la mente da dubbi futili, da abbandoni pessimisti, da fantasmi impuri, da intenzioni astute, doppie, egoiste, da pigrizia di ricerca e di riflessione.

Invece procurerò di seguire le ispirazioni felici, di sviluppare i buoni pensieri, di conservare e far fruttificare le certezze sperimentate.

Con occhio pio e puro cercherò in ogni verità particolare riflessi della Verità prima, e non lascerò definitivamente posare ed esaurirsi il desiderio di sapere nell’indagine terrestre; ma manterrò agile alla mente lo slancio per un abituale allargarsi ed innalzarsi in Dio, profittando, ove mi siano concessi, dei doni dello Spirito Santo.

La disciplina morale che intendo seguire non aggiunge obblighi nè impone vincoli particolari a quelli inerenti al mio stato.

 

Cur La direttiva intellettuale

Intento della disciplina morale che mi prefiggo, oltre quello della mia personale perfezione, è di contribuire all’incremento della vera e buona cultura.

Per quanto sarà possibile all’indole del mio lavoro, cercherò di promuovere lo studio di cose religiose.

Convinto della provvidenziale missione confidata al magistero della Chiesa cattolica nelle cose divine e necessarie alla salvezza umana, coltiverò in me la passione della fedeltà alla Chiesa, come Maestra di verità, e con umile ed intelligente comprensione cercherò di appropriarmi la sapienza vitale degli imperituri insegnamenti di essa.

Qualunque sia dunque l’ordine dei miei studi, amerò la letteratura che raccoglie il pensiero tradizionale della Chiesa. S. Agostino e S. Tommaso avranno da me venerazione particolare. Mi farò precetto di conoscere con sufficiente esattezza ed ampiezza la dottrina cristiana.

Ma tutto ciò per illuminare e sorreggere, non per sostituire o inceppare lo studio che mi sono scelto come ramo della mia competenza; perché devo dare alla mia preparazione professionale le migliori fatiche intellettuali, vincendo l’indolenza dilettantista per precisare un campo di studio e di lavoro.

Questo proposito di serietà deve tradursi anche in una sincera probità scientifica ed in una misurata critica dell’opera mia, così che nè fretta, nè vanità mi tentino ad immature affermazioni e pubblicazioni; ma nello stesso tempo deve anche infondermi il coraggio e l’umiltà per tendere a qualche conclusivo risultato di mia ed altrui utilità e per far fruttare quanto meglio possibile i talenti intellettuali che Dio mi ha dato.

 

Quomodo La direttiva spirituale

Questo programma di vita esige ch’io abbia intensità ed unità spirituali intimamente cristiane, superiori alla comune maniera di chi semplicemente si dice credente e praticante.

Eppure nessuna regola, nessuna aggiunta straordinaria distingua la mia vita cristiana dalla sua forma normale ed essenziale.

Anzi una sola nota mi sia straordinaria, e cioè un particolare amore a ciò che è essenziale e comune nella vita spirituale cattolica. Così avrò la Chiesa Madre di carità: la sua Liturgia sarà la regola preferita per la mia spiritualità religiosa; la parrocchia il luogo preferito per la mia preghiera; la riverenza al Parroco, al Vescovo, al Papa, l’espressione concreta del mio omaggio alla carità e all’unità e della mia rinuncia all’egoismo e al particolarismo. Mi sia quindi caro che alla mia educazione spirituale presiedano la semplicità dei dogmi fondamentali della fede e l’armonia della costituzione unitaria della Chiesa, bastando e sovrabbondando alla mia pietà, per esser vivace e verace, la fortuna di appartenere semplicemente, ma direttamente al seguito di Cristo, e di partecipare, con l’adesione al suo Corpo mistico, ai suoi meriti, alla sua storia, alla sua gloria.

Nutrirò la mia anima della sapienza e del gaudio di qualche pia meditazione, almeno settimanale, ispirandola principalmente alle letture liturgiche del tempo, al Vangelo o ad altri scritti della Bibbia, o a quelli di qualche grande savio cristiano; e spingerò abitualmente così in alto i desideri della mia anima da rendermi connaturale bisogno l’esercizio della preghiera.

Per ricordare tutti questi impegni ed alimentare questo spirito procurerò (senza farmene stretto obbligo), di recitare nei giorni festivi, in unione a tutta la Chiesa orante, una o due delle Ore Canoniche dell’Ufficio divino (per es., le Lodi, Prima, Vespro, Compieta).

E cercherò l’opportunità di raccogliermi, possibilmente ogni anno, in un breve ritiro spirituale.

 

Pro et cum quibus La direttiva sociale

Docile all’invito della verità da conquistare, devo esserlo anche all’invito della verità da propagare. Non mi basti essere un fedele; mi sia doveroso essere un apostolo.

Perciò amerò. Amerò ancora innanzitutto la verità confidatami da Dio, chiedendo a Lui la grazia di difenderla, senza esitazioni, restrizioni, compromessi, e di professarla, scevra da esibizioni, con pura libertà e cordiale fortezza di spirito, e di mostrarmi sempre coerente, nel pensiero, nella parola, nell’azione.

Ma gli altri non si accorgano facilmente di questa interiore offerta alla verità, e solo s’avvedano che i miei rapporti con essi sono sempre improntati ad una grande umiltà, ad una grande bontà.

Ed anche: ad una grande sincerità. Una primitiva sincerità di linguaggio e di modi deve essere riflesso esteriore dell’energia con cui voglio interiormente servire il vero.

Poi mi studierò di esercitare qualche opera di carità anche materiale, e di essere normalmente calmo e cortese, ed anche, a tempo debito, lietamente socievole.

E per quanto lo consentirà il raccoglimento dello studio, vedrò di favorire la diffusione della verità negli altri. Determinerò quale possa essere per me la forma migliore per far ciò, accordandola possibilmente con lo stesso ordine dei miei studi e senza soverchio scapito della libertà ch’essi reclamano.

La cattedra, la stampa, l’opera d’arte, la conferenza, la corrispondenza, il consiglio e sempre l’amicizia, e poi ogni altra forma di comunicazione con gli altri, potranno essere, a ragion veduta, un dovere per me; dovere, che una volta prefisso, adempirò volentieri e con disinteresse.

Se incontrerò altri che come me siano impegnati dalla stessa offerta interiore, li avrò carissimi e ne gradirò l’amicizia, aggiungendo ad altre eventuali già esistenti relazioni una particolare dilezione, intesa ad avvalorare i comuni propositi.

Nei limiti del giusto e del possibile, procurerò anche di aiutare la loro attività scientifica e di sostenerli nelle loro necessità professionali.

Se mai sorgesse con queste amicizie un gruppo omogeneo, esso non costituirà associazione, bastando all’unione degli intenti e degli animi i vincoli consueti della carità della Chiesa. Si studierà piuttosto con quali iniziative si possa insieme contribuire all’incremento degli studi e alla mutua consolazione ed edificazione.

Maria, sede della Sapienza, mi aiuti a mantenere questi propositi.

Il Testamento di Paolo VI° e la meditazione ” Pensiero alla morte”

20 ottobre 2014

Nel corso della riunione della Congregazione Generale dei Cardinali, giovedì 10 agosto 1973, è stato letto il testo delle ultime volontà di Paolo VI, testo che prima della pubblicazione è stato portato a conoscenza dei familiari. Il testamento consiste in uno scritto del 30 giugno 1965, integrato da due aggiunte, una del 1972 e un’altra del 1973. Sono in tutto quattordici pagine manoscritte. Il primo dei tre testi è scritto su tre fogli grandi, formato lettera, ciascuno di quattro facciate. Paolo VI ha numerato la prima pagina dei tre fogli di suo pugno ed ha apposto la sua firma anche a margine della quarta facciata del foglio I. In tutto sono undici facciate scritte. La prima aggiunta fu fatta a Castel Gandolfo e, oltre alla data, reca anche l’indicazione dell’ora: 16 settembre 1972, ore 7,30. Si tratta di due foglietti manoscritti. Il primo reca tra parentesi, in alto, accanto allo stemma pontificio l’indicazione «Note complementari al testamento 8. La seconda, intitolata « Aggiunta alle mie disposizioni testamentarie », consiste in poche righe scritte su un unico foglio il 14 luglio 1973.

Alcune note
per il mio testamento

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

1. Fisso lo sguardo verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara; e perciò con umile e serena fiducia. Avverto la verità, che per me si è sempre riflessa sulla vita presente da questo mistero, e benedico il vincitore della morte per averne fugate le tenebre e svelata la luce.

Dinanzi perciò alla morte, al totale e definitivo distacco dalla vita presente, sento il dovere di celebrare il dono, la fortuna, la bellezza, il destino di questa stessa fugace esistenza: Signore, Ti ringrazio che mi hai chiamato alla vita, ed ancor più che, facendomi cristiano, mi hai rigenerato e destinato alla pienezza della vita.

Parimente sento il dovere di ringraziare e di benedire chi a me fu tramite dei doni della vita, da Te, o Signore, elargitimi: chi nella vita mi ha introdotto (oh! siano benedetti i miei degnissimi Genitori!), chi mi ha educato, benvoluto, beneficato, aiutato, circondato di buoni esempi, di cure, di affetto, di fiducia, di bontà, di cortesia, di amicizia, di fedeltà, di ossequio. Guardo con riconoscenza ai rapporti naturali e spirituali che hanno dato origine, assistenza, conforto, significato alla mia umile esistenza: quanti doni, quante cose belle ed alte, quanta speranza ho io ricevuto in questo mondo!
Ora che la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena, come ancora ringraziare Te, o Signore, dopo quello della vita naturale, del dono, anche superiore, della fede e della grazia, in cui alla fine unicamente si rifugia il mio essere superstite? Come celebrare degnamente la tua bontà, o Signore, per essere io stato inserito, appena entrato in questo mondo, nel mondo ineffabile della Chiesa cattolica? Come per essere stato chiamato ed iniziato al Sacerdozio di Cristo? Come per aver avuto il gaudio e la missione di servire le anime, i fratelli, i giovani, i poveri, il popolo di Dio, e d’aver avuto l’immeritato onore d’essere ministro della santa Chiesa, a Roma specialmente, accanto al Papa, poi a Milano, come arcivescovo, sulla cattedra, per me troppo alta, e venerabilissima dei santi Ambrogio e Carlo, e finalmente su questa suprema e formidabile e santissima di San Pietro? In aeternum Domini misericordias cantabo.

Siano salutati e benedetti tutti quelli che io ho incontrati nel mio pellegrinaggio terreno; coloro che mi furono collaboratori, consiglieri ed amici – e tanti furono, e così buoni e generosi e cari!
benedetti coloro che accolsero il mio ministero, e che mi furono figli e fratelli in nostro Signore!

A voi, Lodovico e Francesco, fratelli di sangue e di spirito, e a voi tutti carissimi di casa mia, che nulla a me avete chiesto, né da me avuto di terreno favore, e che mi avete sempre dato esempio di virtù umane e cristiane, che mi avete capito, con tanta discrezione e cordialità, e che soprattutto mi avete aiutato a cercare nella vita presente la via verso quella futura, sia la mia pace e la mia benedizione.

Il pensiero si volge indietro e si allarga d’intorno; e ben so che non sarebbe felice questo commiato, se non avesse memoria del perdono da chiedere a quanti io avessi offeso, non servito, non abbastanza amato; e del perdono altresì che qualcuno desiderasse da me. Che la pace del Signore sia con noi.

E sento che la Chiesa mi circonda: o santa Chiesa, una e cattolica ed apostolica, ricevi col mio benedicente saluto il mio supremo atto d’amore.

A te, Roma, diocesi di San Pietro e del Vicario di Cristo, dilettissima a questo ultimo servo dei servi di Dio, la mia benedizione più paterna e più piena, affinché Tu Urbe dell’orbe, sia sempre memore della tua misteriosa vocazione, e con umana virtù e con fede cristiana sappia rispondere, per quanto sarà lunga la storia del mondo, alla tua spirituale e universale missione.

Ed a Voi tutti, venerati Fratelli nell’Episcopato, il mio cordiale e riverente saluto; sono con voi nell’unica fede, nella medesima carità, nel comune impegno apostolico, nel solidale servizio al Vangelo, per l’edificazione della Chiesa di Cristo e per la salvezza dell’intera umanità. Ai Sacerdoti tutti, ai Religiosi e alle Religiose, agli Alunni dei nostri Seminari, ai Cattolici fedeli e militanti, ai giovani, ai sofferenti, ai poveri, ai cercatori della verità e della giustizia, a tutti la benedizione del Papa, che muore.

E così, con particolare riverenza e riconoscenza ai Signori Cardinali ed a tutta la Curia romana: davanti a voi, che mi circondate più da vicino, professo solennemente la nostra Fede, dichiaro la nostra Speranza, celebro la Carità che non muore, accettando umilmente dalla divina volontà la morte che mi è destinata, invocando la grande misericordia del Signore, implorando la clemente intercessione di Maria santissima, degli Angeli e dei anti, e raccomandando l’anima mia al suffragio dei buoni.

2. Nomino la Santa Sede mio erede universale: mi obbligano a ciò dovere, gratitudine, amore. Salvo le disposizioni qui sotto indicate.

3. Sia esecutore testamentario il mio Segretario privato. Egli vorrà consigliarsi con la Segreteria di Stato e uniformarsi alle norme giuridiche vigenti e alle buone usanze ecclesiastiche.

4. Circa le cose di questo mondo: mi propongo di morire povero, e di semplificare così ogni questione al riguardo.

Per quanto riguarda cose mobili e immobili di mia personale proprietà, che ancora restassero di provenienza familiare, ne dispongano i miei Fratelli Lodovico e Francesco liberamente; li prego di qualche suffragio per l’anima mia e per quelle dei nostri Defunti. Vogliano erogare qualche elemosina a persone bisognose o ad opere buone. Tengano per sé, e diano a chi merita e desidera qualche ricordo dalle cose, o dagli oggetti religiosi, o dai libri di mia appartenenza. Distruggano note, quaderni, corrispondenza, scritti miei personali.

Delle altre cose che si possano dire mie proprie: disponga, come esecutore testamentario, il mio Segretario privato, tenendo qualche ricordo per sé, e dando alle persone più amiche qualche piccolo oggetto in memoria. Gradirei che fossero distrutti manoscritti e note di mia mano; e che della corrispondenza ricevuta, di carattere spirituale e riservato, fosse bruciato quanto non era destinato all’altrui conoscenza.

Nel caso che l’esecutore testamentario a ciò non possa provvedere, voglia assumerne incarico la Segreteria di Stato.

5. Raccomando vivamente di disporre per convenienti suffragi e per generose elemosine, per quanto è possibile.

Circa i funerali: siano pii e semplici (si tolga il catafalco ora in uso per le esequie pontificie, per sostituirvi apparato umile e decoroso).

La tomba: amerei che fosse nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me.

6. E circa ciò che più conta, congedandomi dalla scena di questo mondo e andando incontro al giudizio e alla misericordia di Dio: dovrei dire tante cose, tante. Sullo stato della Chiesa; abbia essa ascolto a qualche nostra parola, che per lei pronunciammo con gravità e con amore. Sul Concilio: si veda di condurlo a buon termine, e si provveda ad eseguirne fedelmente le prescrizioni. Sull’ecumenismo : si prosegua l’opera di avvicinamento con i Fratelli separati, con molta comprensione, con molta pazienza, con grande amore; ma senza deflettere dalla vera dottrina cattolica. Sul mondo: non si creda di giovargli assumendone i pensieri, i costumi, i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo.

Chiudo gli occhi su questa terra dolorosa, drammatica e magnifica, chiamando ancora una volta su di essa la divina Bontà. Ancora benedico tutti. Roma specialmente, Milano e Brescia. Alla Terra santa, la Terra di Gesù, dove fui pellegrino di fede e di pace, uno speciale benedicente saluto.

E alla Chiesa, alla dilettissima Chiesa cattolica, all’umanità intera, la mia apostolica benedizione.

Poi: in manus Tuas, Domine, commendo spiritum meum.

Ego: Paulus PP. VI.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il 30 giugno 1965, anno III del nostro Pontificato.

Note complementari
al mio testamento

In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum.
Magnificat anima mea Dominum. Maria!

Credo. Spero. Amo.

Ringrazio quanti mi hanno fatto del bene.

Chiedo perdono a quanti io avessi non fatto del bene. A tutti io do nel Signore la pace.

Saluto il carissimo Fratello Lodovico e tutti i miei familiari e parenti e amici, e quanti hanno accolto il mio ministero. A tutti i collaboratori, grazie. Alla Segreteria di Stato particolarmente.

Benedico con speciale carità Brescia, Milano, Roma, la Chiesa intera. Quam diletta tabernacula tua, Domine!

Ogni mia cosa sia della Santa Sede.

Provveda il mio Segretario particolare, il caro Don Pasquale Macchi, a disporre per qualche suffragio e qualche beneficenza, e ad assegnare qualche ricordo fra libri e oggetti a me appartenuti a sé e a persone care.

Non desidero alcuna tomba speciale.

Qualche preghiera affinché Dio mi usi misericordia.

In Te, Domine, speravi. Amen, alleluia.

A tutti la mia benedizione, in nomine Domini.

PAULUS PP. VI

Castel Gandolfo, 16 settembre 1972, ore 7,30.

Aggiunta
alle mie disposizioni testamentarie

Desidero che i miei funerali siano semplicissimi e non desidero né tomba speciale, né alcun monumento. Qualche suffragio (beneficenze e preghiere).

PAULUS PP. VI

14 luglio 1973

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MEDITAZIONI DI PAOLO VI

PENSIERO ALLA MORTE*

 

Tempus resolutionis meae instat. E’ giunto il tempo di sciogliere le vele (2 Tim. 4,6).

« Certus quod velox est depositio tabernaculi mei ». Sono certo che presto dovrò Lasciare questa mia tenda (2 Petr. 1,14). « Finis venit, venit finis ». La fine! Giunge la fine (Ez. 2,7).

Questa ovvia considerazione sulla precarietà della vita temporale e sull’avvicinarsi inevitabile e sempre più prossimo della sua fine si impone: Non è saggia la cecità davanti a tale immancabile sorte, davanti alla disastrosa rovina che porta con sé, davanti alla misteriosa metamorfosi che sta per compiersi nell’essere mio, davanti a ciò che si prepara.

 

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Dal sito Vaticano sulla Beatificazione di Paolo VI°. Messaggio di papa Francesco per la giornata mondiale dell’alimentazione 2014

18 ottobre 2014

A questo link è possibile trovare notizie biografiche su Paolo VI°, le sue Encicliche, i documenti ufficiali, i viaggi, i Discorsi.

http://w2.vatican.va/content/vatican/it/special/2014/beatification-pvi/topic.html/content/specialevents/it/2014/10/16/beatificazionepaolovi

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA GIORNATA MONDIALE DELL’ALIMENTAZIONE 2014

 

Al Prof. José Graziano da Silva
Direttore Generale della FAO

1. Anche quest’anno, la Giornata Mondiale dell’Alimentazione si fa eco del grido di tanti nostri fratelli e sorelle che in diverse parti del mondo mancano del cibo quotidiano. D’altra parte, essa ci fa riflettere sull’enorme quantità di alimenti sprecati, sui prodotti distrutti, sulle speculazioni sui prezzi in nome del dio profitto. È questo, uno dei paradossi più drammatici del nostro tempo al quale assistiamo con impotenza, ma spesso anche con indifferenza, “incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, [… ] come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete” (Evangelii Gaudium, 54).

Nonostante i progressi che si stanno realizzando in molti Paesi, i dati recenti continuano ancora a presentare una situazione inquietante, alla quale ha contribuito la generale diminuzione dell’aiuto pubblico allo sviluppo. Ma volgendo lo sguardo oltre quei dati, si nota un aspetto del problema che non ha ancora ricevuto tutta la dovuta considerazione quando si formulano politiche e piani d’azione: coloro che soffrono dell’insicurezza alimentare e della malnutrizione sono persone e non numeri, e proprio per la loro dignità di persone vengono prima di ogni calcolo o progetto economico.

Anche il tema proposto dalla FAO per la presente Giornata – Agricoltura familiare: Nutrire il mondo, preservare il pianeta –mette in risalto la necessità di partire dalle persone, come individui o come gruppi, per proporre nuove forme e modi di gestione dei differenti aspetti della nutrizione. Nello specifico, occorre riconoscere sempre di più il ruolo della famiglia rurale e sviluppare tutte le sue potenzialità. Quest’anno dedicato all’agricoltura familiare, che ormai volge al termine, è servito a constatare ancora una volta che la famiglia rurale è in grado di rispondere alla domanda di alimenti senza distruggere le risorse della creazione. Ma, a tal fine, dobbiamo porre attenzione alle sue necessità, non solo tecniche, ma anche umane, spirituali, sociali e, d’altra parte, dobbiamo apprendere dalla sua esperienza, dalla sua capacità di lavoro, e soprattutto da quel legame d’amore, di solidarietà e di generosità che esiste tra i suoi membri e che è chiamato a diventare un modello per la vita sociale.

La famiglia, infatti, favorisce il dialogo tra le diverse generazioni e pone le basi per una vera integrazione sociale, oltre a rappresentare quella auspicata sinergia tra il lavoro agricolo e la sostenibilità: chi più della famiglia rurale è preoccupato di preservare la natura per le generazioni che verranno? E chi più di essa ha a cuore la coesione tra le persone e i gruppi sociali? Certo, le normative e le iniziative a favore della famiglia, a livello locale, nazionale e internazionale sono molto lontane dalle sue esigenze reali e questa è una lacuna da colmare. È importante che si parli di famiglia rurale e che si celebrino anni internazionali per ricordarne la sua rilevanza, ma ciò non è sufficiente: queste riflessioni devono essere seguite da iniziative concrete.

2. Difendere le comunità rurali di fronte alle gravi minacce determinate dall’azione umana o dai disastri naturali non deve essere solo una strategia, ma un’azione permanente mirata a favorire la sua partecipazione nella presa di decisioni, a rendere accessibili tecnologie appropriate e ad estendere il loro uso, sempre nel rispetto dell’ambiente naturale. Agire in questo modo può modificare la forma di effettuare la cooperazione internazionale e di aiutare gli affamati e i malnutriti.

Mai come in questo momento il mondo ha bisogno di unità tra le persone e tra le Nazioni per superare le divisioni esistenti e i conflitti in atto, e soprattutto per cercare concrete vie d’uscita da una crisi che è globale, ma il cui peso ricade maggiormente sui poveri. Lo dimostra proprio l’insicurezza alimentare: se è vero che interessa in diversa misura tutti i Paesi, nondimeno essa colpisce prima e più di altre la parte più debole della popolazione mondiale. Pensiamo agli uomini e alle donne, di ogni età e condizione, che sono vittime di sanguinosi conflitti e del loro seguito di distruzione e di miseria, tra cui la mancanza di una casa, di cure mediche e di educazione. Fino a perdere ogni speranza di una vita dignitosa. Verso di loro abbiamo degli obblighi, anzitutto di solidarietà e di condivisione. Questi obblighi non possono limitarsi alla distribuzione di alimenti, che può rimanere solo un gesto “tecnico”, più o meno efficace, ma che termina quando finisce ciò che è destinato a tal fine.

Condividere, invece, vuol dire farsi prossimo di tutti gli esseri umani, riconoscerne la comune dignità, capirne le necessità e sostenerli nel porvi rimedio, con lo stesso spirito di amore che si vive in famiglia. Questo stesso amore ci porta a preservare il creato come il bene comune più prezioso da cui dipende non un astratto futuro del pianeta ma la vita della famiglia umana a cui è stato affidato. Questa attenzione richiede un’educazione e una formazione capaci di integrare i diversi approcci culturali, le usanze, le modalità lavorative locali senza sostituirle in nome di una presunta superiorità culturale o tecnica.

3. Per sconfiggere la fame non basta superare le carenze di chi è più sfortunato o assistere con aiuti e donativi coloro che vivono situazioni di emergenza. Bisogna piuttosto cambiare il paradigma delle politiche di aiuto e di sviluppo, modificare le regole internazionali in materia di produzione e commercio dei prodotti agricoli, garantendo ai Paesi in cui l’agricoltura rappresenta la base dell’economia e della sopravvivenza un’autodeterminazione del proprio mercato agricolo.

Fino a quando si continuerà a difendere sistemi di produzione e di consumo che escludono la maggior parte della popolazione mondiale anche dalle briciole che cadono dalle mense dei ricchi? E’ arrivato il tempo di pensare e decidere partendo da ogni persona e comunità e non dall’andamento dei mercati. Per conseguenza, dovrebbe cambiare anche il modo di intendere il lavoro, gli obiettivi e l’attività economica, la produzione alimentare e la protezione dell’ambiente. Questa è forse l’unica possibilità per costruire un autentico futuro di pace, oggi minacciato pure dall’insicurezza alimentare.

Questo approccio, che lascia intravedere una nuova idea di cooperazione, dovrebbe interessare e coinvolgere gli Stati, le Istituzioni internazionali e le organizzazioni della società civile come pure le comunità di credenti che, con le loro molteplici opere, vivono insieme con gli ultimi e ne condividono le stesse situazioni e necessità, le frustrazioni e le speranze.

Da parte sua la Chiesa cattolica, mentre prosegue la sua attività caritativa nei diversi continenti, rimane disponibile ad offrire, illuminare e accompagnare sia l’elaborazione delle politiche sia la loro attuazione concreta, consapevole che la fede si rende visibile mettendo in pratica il progetto di Dio sulla famiglia umana e sul mondo attraverso quella profonda e reale fraternità che non è esclusiva dei cristiani, ma include tutti i popoli.

Possa l’Onnipotente benedire la FAO, i suoi Stati membri e quanti danno il meglio di sé per nutrire il mondo e preservare il pianeta a beneficio di tutti.

 

FRANCESCO

«Paolo VI, pastore coraggioso»

18 ottobre 2014

Paolo VI,  la conferenza stampa di presentazione della beatificazione di domenica. http://buff.ly/1rIgd71

Un Papa coraggioso, un uomo che ha attraversato gli anni difficili del ‘900 prendendo decisioni difficili, tenendo saldamente il timone della Barca di Pietro. In una conferenza stampa in Vaticano è stato fatto il punto sulla beatificazione di domenica. All’incontro sono intervenuti il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto emerito della Congregazione per i Vescovi, padre Antonio Marrazzo, postulatore della Causa di Beatificazione, don Pierantonio Lanzoni, delegato vescovile per la promozione della memoria di Paolo VI nella diocesi di Brescia, vice postulatore della Causa di Beatificazione, e don Davide Milani, portavoce della Diocesi di Milano.

Un pastore coraggioso
“Altro che Papa amletico: Paolo VI ha preso decisioni molto coraggiose e innovative: ha abolito la Corte Pontificia, ha abbracciato il patriarca ortodosso Atenagora ed è stato il primo Papa che si è tolto la tiara per affermare che l’autorità del Papa non è legata al potere umano, ma allo stesso tempo voleva mettere i poveri al centro”. Ha sottolineato il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto emerito della Congregazione dei vescovi e conterraneo di Montini. “La tiara – ha ricordato – Paolo VI volle che fosse venduta, la comprò un museo americano, e il ricavato fu portato dal Papa stesso in India per consegnarlo a Madre Teresa di Calcutta”.

I primati
Paolo VI, un Papa di primati che la Chiesa ha scelto come modello a cui ispirarsi. Il cardinale Giovanni Battista Re, storico collaboratore e grande amico di Papa Montini, ha parlato dell’eredità lasciata da Paolo VI. “Paolo VI – ha raccontato il cardinale di origini bresciane come Montini – è stato un papa di primati. Il primo Papa che ha preso l’aereo, il primo che si è recato in Terra Santa mentre era ancora in corso il Concilio. Per dire che il rinnovamento della Chiesa doveva avvenire andando a ricalcare le orme di Cristo”.
“Fu un Papa geniale e ricco di spiritualità”, ha ricordato il porporato, correggendo un aspetto che all’epoca si rimproverava a Montini. “Un papa indeciso? Niente affatto – ha corretto il cardinale Re – si disse che era un Papa indeciso ma più che dubbioso Montini voleva sentire le diverse voci e aveva la volontà di approfondire le ragioni degli altri”.

Il Concilio
Paolo VI “è stato un Papa poco compreso, ci furono giudizi ingiusti e duri contro di lui, ora invece è una figura apprezzata, si riconosce la sua saggezza, la figura di un uomo ricco di spiritualità, molto sensibile alle sfide della modernità e alle attese degli uomini di oggi”. Il cardinale Re si è detto certo che “resterà nella storia per il ruolo che ha avuto nel Concilio Vaticano II: ha avuto il merito di averlo guidato e portato a termine con mano ferma e poi di essersi impegnato per la sua applicazione”. Nel Concilio, come Papa, ha detto Re, “ha cercato di assumere anche le ragioni che c’erano nella minoranza mentre proprio nell’applicazione del Vaticano II ha poi fondato il Sinodo dei vescovi”.

Uomo di cultura e di dialogo
“Resterà nella storia – ha aggiunto Re – anche per essere stato un uomo di cultura, un grande uomo di dialogo, atteggiamento che aveva appreso in famiglia e che sviluppò rendendosi conto che la maggior parte delle persone non sono cattoliche, lo stile doveva allora essere quello del dialogo”. “Si è detto, Papa amletico, indeciso – ha continuato Re – ma il suo non era affatto l’animo del dubbio, piuttosto la volontà di approfondire le questioni in tutti i loro aspetti. Voleva sentire tutte le voci, poi decideva”. Per papa Francesco, ha osservato Re, “Montini è stata una grande luce, la luce della sua giovinezza. Giovanni Paolo II, invece, disse che era stato il suo vero padre. Ha donato alla Chiesa una grande umanità”.
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Ostpolitik. Lo sguardo a Est
“L’iniziativa della Ostpolitik è stata di Giovanni XXIII, Paolo VI l’ha portata avanti, c’erano persone che dicevano che non si dovesse seguire questa linea, Paolo VI invece l’ha ripresa in maniera convinta e ha portato avanti questo dialogo con i Paesi dell’Est ottenendo peraltro dei discreti risultati”. Ha ricordato ancora il cardinale Giovanni Battista Re che ha spiegato: In seguito alla sua Ostpolitik “alcuni accordi ci sono stati, diceva che era un ‘modus vivendi’, non morendi, in modo cioè che la Chiesa potesse continuare ad avere dei vescovi”. A questo riguardo, il porporato ha ricordato il braccio di ferro di Paolo VI con il cardinale ungherese Mindszenty che alla fine ubbidì al Papa che lo destituì da arcivescovo di Budapest. “Paolo VI gli scrisse una lettera – ha detto Re -, Mindszenty obbedì, venne a Roma e il Papa lo volle ospitare nella Torre di San Giovanni. Lo accolse lui stesso al suo arrivo e gli donò il mantello rosso che usava a Milano all’epoca in cui era arcivescovo dicendogli che a Vienna, dove poi Mindszenty sarebbe andato, ne avrebbe avuto bisogno perché faceva freddo”.

Il cardinal Re ha ricordato anche il dibattito precedente all’atto di Helsinki con alcuni prelati che sostenevano che si dovesse andare e altri che erano contrari. “Fu Paolo VI a decidere – ha affermato – dicendo che si doveva andare e mandò Casaroli. Fu importante perché furono aggiunte notazioni sulla libertà religiosa che poi ebbero i loro sviluppi persino nella caduta del Muro di Berlino”. Grazie alla Ostpolitik, ha concluso Re, “la Chiesa non è morta, si è ritrovata viva e con una certa organizzazione” negli allora Paesi comunisti.

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Inno ufficiale per la Beatificazione di Paolo VI°. “In nomine Domini”. Spartito. Testo E. Costa, musica M. Palombella.

10 ottobre 2014
Il Maestro Direttore della Cappella Musicale Pontificia “Sistina”, Mons. Massimo Palombella, ha musicato l’inno ufficiale per la Beatificazione del Servo di Dio Papa Paolo VI, che avverrà domenica 19 ottobre p.v. in Piazza San Pietro.a conclusione del Sinodo dei Vescovi
Il testo dell’inno “In nomine Domini” è firmato da P. Eugenio Costa sj.
LA PARTITURA  per assemblea, coro, solo e organo.
InNomineDomini
Concerto per i Santi Martiri a Orte dedicato al bicentenario della nascita di Verdi
Il Venerabile Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini), Sommo Pontefice, è nato il 26 settembre 1897 a Concesio e morto il 6 agosto 1978 a Castelgandolfo. Montini è stato arcivescovo di Milano dal 1955 al 1963 quando è stato eletto Papa.La firma del decreto di beatificazione è stata apposta da Papa Francesco venerdì 9 maggio 2014 e comunicata il 10 maggio dalla sala stampa della Santa Sede.

Paolo VI sarà beato il 19 ottobre

20 settembre 2014
"Noi predichiamo a Cristo in tutta la terra"

“Noi predichiamo a Cristo in tutta la terra”

Paolo VI sarà proclamato beato il 19 ottobre.

Papa Francesco ha ricevuto venerdì sera in udienza privata il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, e ha autorizzato la Congregazione a promulgare, tra gli altri, il decreto riguardante il miracolo attribuito all’intercessione del venerabile servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini).

Il Pontefice ha inoltre autorizzato il Dicastero a comunicare che il rito della beatificazione avrà luogo in Vaticano il 19 ottobre 2014.
Un altro beato e 3 nuovi venerabili. Gli altri decreti riguardano la beatificazione di Luigi Caburlotto, sacerdote diocesano e fondatore dell’Istituto delle Figlie di San Giuseppe, nato a Venezia nel 1817 e morto nel 1897, e il riconoscimento delle virtù eroiche di Giacomo Abbondo, sacerdote diocesano morto nel 1788, Giacinto Alegre Pujals, sacerdote professo della Compagnia di Gesù morto nel 1930 e Carla Barbara Colchen Carré de Malberg, madre di famiglia, fondatrice della Società delle Figlie di San Francesco di Sales, morta nel 1891.

Il Papa agli Istituti secolari: «Anche per La Pira e Barelli, gridate: ‘santi subito’»
Il Papa incontrando i membri degli Istituti secolari – gruppi di laici cattolici di cui hanno fatto parte anche Giorgio La Pira e Armida Barelli – ha rivolto alcune parole a braccio. “Non vi leggo il discorso – ha detto – per non annoiarvi, e ve lo consegno”. “Volevo dirvi – ha proseguito – che forse è possibile in voi la tentazione di dirsi ‘cosa posso fare io, a che servo’, ebbene – ha aggiunto – ricordatevi che il Signore ci ha parlato del seme del grano, la vostra vita è come il seme del grano, il lievito, che sta lì, occorre fare tutto il possibile perché il regno venga, cresca, sia grande e anche custodisca tanta gente”. “Pensate – ha aggiunto – questa piccola vita, questo piccolo gesto, questa vita normale, ma è il lievito, è il seme che fa crescere, e questo vi darà consolazione, i risultati in questo bilancio sul regno di Dio non si vedono, i risultati non si vedono, soltanto il Signore vi fa percepire qualcosa, piccolina, vedremo, i risultati lassù e per questo è importante che voi abbiate tanta speranza. È una grazia – ha proseguito – che voi dovete chiedere al Signore sempre la speranza, la speranza che va avanti, che non delude, e vi consiglierei di leggere molto spesso li capitolo decimo della Lettera agli Ebrei, a proposito della speranza, imparate che tanti padri nostri hanno fatto questo cammino e non hanno visto i risultati ma li hanno salutati da lontano, la speranza è quello che vi auguro, grazie tante per quello che fate nella chiesa, per la preghiera, l’azione e per la speranza e non dimenticate eh, siate rivoluzionari”.

Dalla platea è stato chiesto quando procederanno le cause canoniche per Giorgio La Pira e Armida Barelli e il Papa ha replicato, alludendo a Karol Wojtyla: “Andate avanti, eh, il popolo qui, nel 2005 ha gridato ‘santo subito’ e poco dopo è stato fatto santo, gridate voi per questi due, grazie, è un piacere”.

Tatto di Avvenire.it del 20.sett.2014