Archive for the ‘Poesie’ Category

Stelle cadenti. Notte di San Lorenzo. Ecco il canto delle meteore

10 agosto 2017

Quest’anno coincide con i 150 anni dall’assassinio del padre di Giovanni Pascoli, celebre perché fissato per sempre nella poesia “X agosto” nel cui incipit si fa riferimento alle stelle cadenti

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Nobel per la letteratura a Bob Dylan

14 ottobre 2016

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Stoccolma
Nobel per la letteratura a Bob Dylan

Angela Calvini
13/10/2016

Un Nobel per la letteratura a sorpresa per Bob Dylan, anomalo come quello che venne conferito a Dario Fo nel 1997. Fo “il giullare”, Dylan “il menestrello”. Qualcuno storse il naso allora, ed altri lo storceranno forse adesso, nonostante Bob Dylan più volte sia stato in predicato negli anni per una possibile vittoria. Quando oggi la portavoce dell’Accademia svedese ha pronunciato a Stoccolma il nome del cantautore, musicista e scrittore statunitense, si è sentito un boato da parte della stampa.

Nobel per la letteratura a Dylan «per aver creato una nuova poetica espressiva all’interno della grande tradizione canora americana». Per la prima volta la canzone viene ufficialmente ammessa nell’Olimpo della poesia e dell’alta letteratura. Un’arte che, nel suo approccio popolare, è in grado di entrare nelle vite e ancor più nelle coscienze delle persone, e che autori come Dylan hanno contribuito a plasmare come autentiche espressioni del Novecento e delle sue inquietudini. Una forma alta di espressione che l’industria musicale del Terzo millennio, oramai basata sul business dell’effimero globale, rischia di affossare per sempre.

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J. M. Bergoglio sulla poesia: ha dimora di carne e peso di ali non ancora spiegate in volo

21 settembre 2016

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Il 19 settembre 2016 è morto p. Osvaldo Pol, gesuita argentino e poeta.

L’allora rettore del Colegio Máximo San José era p. Jorge Mario Bergoglio. Fu lui a scrivere una prefazione breve a una raccolta di sue poesie dal titolo De destierros y moradas.

In questo breve intervento il futuro Papa Francesco, ispirato dalla poesia del confratello, dà una definizione della parola poetica che colpisce per densità.

— Qui è riprodotto il testo di p. Bergoglio tradotto in italiano, a seguire l’originale e quindi alcune poesie di Osvaldo Pol.

PREFAZIONE DI P. JORGE MARIO BERGOGLIO
Padre Osvaldo Pol, gesuita, ex alunno e oggi professore, ha scritto quasi tutti questi sonetti qui, a casa sua. Alcuni sono già stati pubblicati, altri appaiono per la prima volta.

Le facoltà di Filosofia e Teologia sono liete di presentare questo libro di sonetti dove, in linguaggio poetico, si esprime la sapienza teologica, che è il frutto più apprezzato dalla Compagnia di Gesù nel suo impegno accademico.

Può sembrare paradossale che un poeta parli, con linguaggio della terra, di esiliati dalla terra. Può sembrare paradossale ma non lo è, perché la parola poetica ha dimore di carne nel cuore dell’uomo e – al tempo stesso – sente il peso di ali che ancora non hanno spiccato il volo. Arduo dilemma, questo, che santa Teresa esprime poeticamente e misticamente: “Com’è duro quest’esilio!”.

San Miguel, 20 giugno 1981, nel cinquantenario del Colegio Máximo San José

Jorge Mario Bergoglio, S.I.

Rettore

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Ode alla Primavera

21 marzo 2016

La primavera è uno stato del cuore,
è una stagione eterna dedicata
all’amore.
La primavera è una notte stellata,
una rosa fiorita,
una promessa mancata.
Perchè la primavera sempre t’illude,
come amore sfiorito che presto delude.
Ma la primavera, cocciuta,
sempre ritorna,
e col suo sorriso tutto contorna:
di fiori, di canti, di pianti e di riso,
di tutto ciò ch’illumina un gaio sorriso.

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NUVOLE

24 febbraio 2016

Quando i Monti Pallidi non erano ancora pallidi, la nuvola scese sul principe che giaceva sul prato prigioniero del suo sogno: visitare la Luna, che lo aveva stregato facendosi desiderare fino a stringere il suo cuore e non mollarlo più. Il principe salì sulla nuvola gentile che lo trasportò sulla Luna, dove si innamorò della principessa che lo seguì sulla Terra ma qui, lontana dalle sue cime argentate, cominciò a morire di nostalgia e… Il finale dovete scovarlo da soli. Vi basti sapere che da allora i Monti Pallidi divennero pallidi. Molte nuvole scendono apposta per noi, quando ci vedono afflitti da cupi pensieri, preoccupazioni o sogni che riteniamo irrealizzabili. Ma noi non crediamo alle fiabe e quindi commettiamo lo sciocco errore di non salirci sopra. Altrimenti verremmo condotti là dove ci attendono il conforto o la soluzione. Allora la nuvola va a giocare con i bambini, che la prendono sul serio e in lei vedono tutti gli animali che conoscono, e principi e dame, e draghi e cavalieri. E giocano, facendosi portare ovunque lo desiderino. Se le nuvole si arrabbiano e ci scaricano addosso cascate d’acqua, o ce la negano troppo a lungo, vanno comprese. A forza di scrutare nel cuore negli uomini per assecondarne i desideri, hanno imparato a essere volubili e irose. Ad assomigliarci, purtroppo.

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Papa: Dante, cantore del riscatto umano dalla “selva oscura”

4 maggio 2015

 

2015-05-04 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un “profeta di speranza” e un “annunciatore” della liberazione per ogni uomo e donna. È quanto Papa Francesco scrive di Dante Alighieri, nel giorno in cui in Italia si celebrano solennemente i 750 anni dalla nascita del sommo poeta. In un messaggio inviato al cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, Francesco ricorda l’ammirazione nutrita nei secoli dai Pontefici nei riguardi dell’Alighieri. Il servizio di Alessandro De Carolis:

 

 

Dante Alighieri, ovvero il poeta della “possibilità di riscatto”, del “cambiamento profondo”, per il quale nessuna “natural burella” – nessuna umana debolezza – potrà risultare così impraticabile da impedire all’uomo che lo vuole di riuscire “a riveder le stelle”. C’è un’eco forte delle sue convinzioni nel ritratto che Francesco fa del celeberrimo autore della “Commedia”.

Pellegrinaggio in versi
Il Papa della misericordia ravvisa nei versi immortali di Dante un aspetto potente di quel rinnovamento che nasce in un cuore che si apre a una dimensione più grande. “Ci invita ancora una volta – scrive nel suo messaggio – a ritrovare il senso perduto o offuscato del nostro percorso umano e a sperare di rivedere l’orizzonte luminoso in cui brilla in pienezza la dignità della persona umana”. Del resto, osserva, tutta la Commedia può essere letta “come un grande itinerario, anzi come un vero pellegrinaggio, sia personale e interiore, sia comunitario, ecclesiale, sociale e storico”.  Come un “paradigma di ogni autentico viaggio in cui l’umanità è chiamata a lasciare quella che Dante definisce”,  in una strofa del Purgatorio, “l’aiuola che ci fa tanto feroci”.

Lettura non riduttiva
Il Messaggio del Papa è un compendio di quanto in passato i suoi predecessori abbiano detto, citato e attinto dal Vate fiorentino per conferire un tratto di bellezza a un aspetto del loro magistero e soprattutto per ammirare come la fede avesse potuto ispirare parole così intramontabili. Ad esempio Benedetto XV, che per il sesto centenario della morte di Dante, proprio indicando il “ben poderoso slancio d’ispirazione” che “egli trasse dalla fede divina”, esortò a considerare “l’importanza di una corretta e non riduttiva lettura dell’opera di Dante soprattutto nella formazione scolastica ed universitaria”.

Paolo VI: “Nostro è Dante!”
O Paolo VI che 50 anni fa, chiudendo il Vaticano II impresse nella sua Lettera Apostolica Altissimi cantus quell’affermazione recisa: “Nostro è Dante! Nostro, vogliamo dire, della fede cattolica”, individuando  nella Commedia un fine “pratico e trasformante”, poiché – affermò – l’opera “non si propone solo di essere poeticamente bella e moralmente buona, ma in alto grado di cambiare radicalmente l’uomo e di portarlo dal disordine alla saggezza, dal peccato alla santità, dalla miseria alla felicità, dalla contemplazione terrificante dell’inferno a quella beatificante del paradiso”.

“Dilata in fiamma poi vivace”
Anche San Giovanni Paolo II – rammenta il Papa – ha fatto “spesso” riferimento alle opere dell’Alighieri e nella prima Enciclica, Lumen fidei, scrive Francesco, “ho scelto anch’io di attingere a quell’immenso patrimonio di immagini, di simboli, di valori costituito dall’opera dantesca” quando per “descrivere la luce della fede, luce da riscoprire e recuperare affinché illumini tutta l’esistenza umana, mi sono basato proprio sulle suggestive parole del Poeta, che la rappresenta come «favilla, / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla”.

Luce nella “selva oscura”
In definitiva, conclude Papa Francesco, “onorando Dante Alighieri come già ci invitava a fare Paolo VI, noi potremo arricchirci della sua esperienza per attraversare le tante selve oscure ancora disseminate nella nostra terra e compiere felicemente il nostro pellegrinaggio nella storia, per giungere alla méta sognata e desiderata da ogni uomo: ‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’”.

 

(Da Radio Vaticana)

Bianche città della Puglia

21 aprile 2015

Bianche città della Puglia / assolate nel sole e nel mare, / io sempre sogno di voi / come in sogno del cielo. / Si, non ritarda, pazienta / l’amore non amato ma voi / ci siete, ancorche’ screpolate / brillate di un cielo che risorge. / Escano sempre nuovi operai / dai vostri antichi palazzi / che sanno di sole e di sale.

Via crucis

4 aprile 2015

Nella notte cittadina la gente cammina / tra i neon accesi dei negozi chiusi. / Il megafono roco intona un canto / che qualcuno udrà nella sua casa. / Ognuno percorre il suo calvario. / Se leggero o greve spesso è questione / di andare da soli o nella luce. / Ma certo il pianto è pianto e dunque / commuove il giorno di una speranza esaudita / come una piccola quindicesima stazione.

Alcune poesie di Venanzio Lucernoni

29 marzo 2015

Er giudizio de Dio

Quanno s’è presentata da San Pietro,

l’anima de Venanzio, sola sola,

“….me dispiace, te devo manna indietro

– je fa San Pietro -…pe’ corpa de la gola.

E’ un peccato da poco, c’è speranza

che dopo un par de lustri in Purgatorio

a scontà li peccati de la panza,

te trovamo un ber posto ar refettorio,

a cucinà, frammezzo all’angioletti,

patate, abbacchio, cotiche e spaghetti”.

Venanzio ce rimase tanto male.

“Io – disse – vorrei esse’ giudicato

su la base de quanto ho cucinato

più che su quello che me so’ magnato”.

“No – fece er santo – questo qui nun vale…

…nun è peccato sta’ vicino ar gasse…

er peccato de gola è strafogasse”.

Venanzio prese allora ‘na padella,

mise l’ojo extra vergine d’oliva,

cipolla, rosmarino e coratella

e…in paradiso se sentì un’evviva!

Salì un profumo talmente sopraffino

che invase tutto quanto er firmamento,

je s’accostò perfino un cherubino

che passava pe’ caso in quer momento

e je chiese co’ la faccia stralunata

si poteva assaggià ‘na forchettata.

“Nun c’è problema” disse e ner girasse

vide ‘na fila de santi lì vicino

e prima che la fila terminasse

ce stava già chi se portava er vino

(pare che fosse un certo San Martino).

San Pietro, ner vedè tanto successo,

je prese er dubbio d’essese sbajato

e chiese un supplemento der processo

che ar Purgatorio l’aveva condannato.

E l’udienza se tenne in Paradiso

ar cospetto de Padre Onnipotente,

che vide tutti i santi cor soriso,

a chiedeje de esse’ più clemente,

“…uno che fa’ così la coratella

cià l’anima più nobbile e più bella…”.

E er Padreterno sentenziò solenne:

“Venanzio sta co’ noi, qui ner Nirvana,

e …visto che rimani, fa du’ penne,

come le sai fa tu…all’amatriciana!”.

E da quer giorno er Paradiso intero

è diventato tutto un ristorante,

e de specialità ce ne so’ tante

che ar Padreterno nun je pare vero:

coda a la vaccinara, bucatini,

abbacchio a scottadito, puntarelle,

pajata, cacciatora, lumachelle

e un trionfo d’arrosti e spezzatini.

Carciofi, trippa ar sugo brodettata,

e quarsiasi tipo d’insalata…

la cicoria de campo ripassata…

e er venerdì, un ber fritto de paranza!

Pure li santi mo cianno la panza.

***************

Preghiera per la pace

Se t’è rimasto Cristo, un occhio solo,

come fai a nun vedè tanto macello?

Io manco cor pregà, me ce consolo,

a vede un omo assassinà er fratello.

Ritorna in Palestina, Gesù Santo,

rinasci un’antra vorta, per favore,

viè a vedè quanto sangue, quanto pianto

ce stà dove nascesti Tu, Signore.

Ma ce stà ancora chi Te stà a sentì?

…Tu predicasti amore e fratellanza

e, guarda caso, nascesti proprio lì,

dove ammazzeno pure la speranza…

…dove l’odio prevale sull’amore

e la vendetta genera dolore.

Se T’è rimasto, Cristo, un’occhio solo,

anticipa er Natale a ‘sta mattina,

ritorna per un giorno in Palestina

e fa scoppia la Pace. E no er tritolo.

Fischi per fiaschi e vedere Dio

17 marzo 2015

Quel tragitto di tavoli, sediole, cristianità culturali / dove Dio sta come un ramo cadente / di un albero oggettivo di foglie gialle, secche / nella terra e nel cielo inerte. / Ecco cosa vede l’esame scientifico del caso. / Ma altro sguardo vede l’amore destriero / che porta dove prima non sapevo e non volevo / quello che invece tanto desideravo.

Una piccola vela nel mare

3 marzo 2015

Io che veleggio su questa dolce barca / che il vento porta leggera ed alla sera / appoggio il peso della giornata alla tua riva / io più non so di porti-chimera senza rifugio / che l’uomo cerca disperato per mari sempre stranieri. / Sì, questa dolce barca che ora porta / anche voi, porta il mare alla terra / e la terra al mare, a questa costa / che così chiara unisce e distingue / ogni cosa dal cielo, rosso portatore stasera / di buona speranza per l’attesa di tante / forse ignare domande in cerca di qualcosa.

Feritoia

17 febbraio 2015

Talora si nasconde il mistero

in così fattuali apparenze

che schiacciano il pensiero

del cuore dentro oggettive

risposte senza senso.Si perde

l’uomo che va fiero del sicuro

che sempre lo tiene prigioniero.

Solo spiraglio vero di vita, di fuga,

il confondersi ansioso che lo piega.

Speranza di popoli marini

20 gennaio 2015

Stasera alla rotonda il cannocchiale non fa vedere
che altro mare, più lontano, nitido, l’orizzonte
che nasconde i sogni dell’uomo e i segreti del tempo.
Solo una nave ora si scorge appena, osare l’impresa
di toccare il domani delle persone.In questa sera
d’inverno, calato un tepido sole, tutto riposa sereno,
anche il dolore ed il male, come nel cannocchiale,
trovano più esatta collocazione.Nel fresco pungente
della notte che viene già entra il sapore dell’estate.

 

Altre poesiole

7 gennaio 2015

La settima terra

Ogni sera che viene
è una sera che piango.
Riguardo il mattino.
Ogni terra che penso
è speranza lontana,
di giorni lontani,
che amo soltanto
in una foto del futuro.
Ritorna la sera.
Ritorna il mio letto, la mia nave,
la mia solita nave di sempre,
in cui piango da solo terre lontane.
Ogni terra che penso
è una sera, è un mattino.
Ogni terra che penso domando:
sei forse tu la mia terra? (more…)

Efrem il Siro. Dialogo tra i Magi e Maria

6 gennaio 2015

I magi: “Una stella ci ha annunciato
che Colui che è nato è il re dei cieli.

Tuo figlio comanda gli astri,
che sorgono solo al suo ordine”.

Maria: “E io vi rivelerò un altro segreto,
perché ne siate persuasi:
da vergine,  ho dato la luce a mio figlio.
Egli è figlio di Dio.

Andate, e annunciatelo alle genti!”

I magi: “Pure la stella ce l’aveva fatto conoscere,
che tuo figlio è figlio di Dio e Signore”.

Maria: “Mari e monti lo testimoniano;
tutti gli angeli e tutte le stelle:
Egli è il figlio di Dio e il Signore.
Datene l’annuncio nelle vostre terre,
che la pace si diffonda nel vostro paese”.

I magi: “Che la pace del tuo figlio
ci riporti nel nostro paese,
senza pericoli come siamo venuti,
e quando Egli dominerà il mondo,
che visiti e benedica la nostra terra”.

Maria: “Esulti la Chiesa e intoni gloria,
per la venuta del figlio dell’Altissimo,
la cui luce ha illuminato cielo e terra,
benedetto Colui la cui nascita

allieta il mondo!”

Efrem Siro (306-373)

Ultimo giorno della vita nascosta: canto a Maria

2 gennaio 2015

Il pane fragrante nella piccola brace,
i panni stesi, la porta schiusa,
ogni cosa di te, intorno a te,
sommessa svelava una pace.
Tra la madia, la falegnameria, il piccolo orto,
imparai una piccola, semplice, via.
E la notte sognavo che un manto di stelle
custodiva la terra dal male con un dolce canto.

Ricordi di un prete

30 dicembre 2014

I poveri palazzi di periferia
non mi hanno mai messo tristezza,
ciò che fa male sono gli agglomerati
indifferenti, pare, al passo del vicino.
Lì dove la città digradava in campagna
le case si facevano basse, vedevo prati
di pecore, di mucche, di cavalli… come
un miracolo proprio sperato tutto
davvero era piu semplice e buono.
La domenica dopo la siesta il prete
anziano s’incamminava forse da un amico
alle case della quercia, sul colle.
E tornava al tramonto col suo basco nero
calcato sulla fronte e la tonaca tonda,
ormai lo sapevo, che odorava di vino.
La gente scendeva al paese a folate
di famiglie, di amici, così modesta, essenziale,
da consolare il cuore nella sua povertà.
Ed io dal terrazzino vedevo nel campo cavalli
pezzati come fosse il Minnesota d’inverno
al tempo dei cheyenne e recitavo,
spiazzato dalla prima missione,
sereno il salmo della sera.

Natale

24 dicembre 2014

Come i pastori andiamo alla stalla

se angeli ci hanno chiamato, 

come i magi ci incamminiamo

se una stella ha brillato per noi…

 

Massimiliano Maria Kolbe

23 dicembre 2014

Ogni dolore grava sulle nostre spalle
– treno che corre, vento che soffia
e porta lontano le lacrime –
ogni dolore amaro – per la valle,
montagne nere e tramonti rossi –

ogni dolore – ad ogni fermata

una ferita da ricordare.

Il cantico di frate Francesco

22 dicembre 2014

Voglio somigliare il tuo verso
al canto poverello ma terso
del fringuello, canti com’è bello
il Suo amore a tutto l’universo.
Il crocifisso è impresso dentro te
come al mite pettirosso,
ogni dolore senti, ogni pianto.
E tu somigli il Suo sguardo
al dolce sole di questo vespro
quando l’allodola torna al suo nido
e si ode il lieto eco del suo canto.
Alla colomba, all’aquila, al falco,
ti accosto, ad ogni volatile preposto
ad ogni canto, ad ogni volo,
a ricordarmi il cielo.

Sposalizio

16 dicembre 2014

1

Questa lunga mia notte
risplende nei tuoi occhi
fiduciosi e tranquilli.
Raggi di luna lucente
filtrano nella stanza oscura,
come i tuoi occhi nel mio dolore.
Io mi addormento
fiducioso e tranquillo.

2

Lasciavi il silenzio di tutto,
restava solo la luce.
Imparai a filtrare
il grano dalla pula.
Ti scoprii lampada
ai miei passi
nella notte oscura.
Seppi che un cielo
sconosciuto mi pensava.
E ti amai come si ama la vita.

3

Vieni, entra, la porta è aperta
ed entra il vento e la luce delle stelle.
Vieni, entra, mentre ti attendo
dormendo e sognando.
A lungo ho camminato,
valli e monti ho traversato,
ora ti attendo nel mio riposo.
Vieni entra, siedi alla mia tavola e dimmi,
in questa notte di vento e di pace,
quella parola che diventa pane e vino.

La Parola di Dio dalla Prima Lettura. Il Libro dell’Apocalisse. Cap. 5,1-10. Catechesi di Benedetto XVI° “Giovanni, il veggente di Pathmos”

20 novembre 2014

I Lettura Ap 5,1-10
L’Agnello è stato immolato e ci ha riscattato con il suo sangue, noi uomini di ogni nazione.
Salmo (Sal 149)
Hai fatto di noi, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti.
Vangelo Lc 19,41-44
Se avessi compreso quello che porta alla pace!

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Ap 5

Il libro dei sette sigilli e l’Agnello

1 E vidi, nella mano destra di Colui che sedeva sul trono, un libro scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. 2Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?».3Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra, era in grado di aprire il libro e di guardarlo. 4Io piangevo molto, perché non fu trovato nessuno degno di aprire il libro e di guardarlo.
5Uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli».
6Poi vidi, in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un Agnello, in piedi, come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. 7Giunse e prese il libro dalla destra di Colui che sedeva sul trono. 8E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi, 9e cantavano un canto nuovo:

«Tu sei degno di prendere il libro
e di aprirne i sigilli,
perché sei stato immolato
e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue,
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione,
10e hai fatto di loro, per il nostro Dio,
un regno e sacerdoti,
e regneranno sopra la terra».

Cimabue, Basilica Superiore di Assisi, transetto sinistro

 La protesta contro Dio in nome della giustizia non serve. Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza (cfr Ef 2,12). Solo Dio può creare giustizia. E la fede ci dà la certezza: Egli lo fa. L’immagine del Giudizio finale è in primo luogo non un’immagine terrificante, ma un’immagine di speranza; per noi forse addirittura l’immagine decisiva della speranza. Ma non è forse anche un’immagine di spavento? Io direi: è un’immagine che chiama in causa la responsabilità. (Spe salvi 44)

 

Di seguito, la catechesi di Benedetto XVI del 23 agosto 2006

Cari fratelli e sorelle,
nell’ultima catechesi eravamo arrivati alla meditazione sulla figura dell’apostolo Giovanni. Avevamo dapprima cercato di vedere quanto si può sapere della sua vita. Poi, in una seconda catechesi, avevamo meditato il contenuto centrale del suo Vangelo, delle sue Lettere: la carità, l’amore. E oggi siamo ancora impegnati con la figura di Giovanni, questa volta per considerare il Veggente dell’Apocalisse. E facciamo subito un’osservazione: mentre né il Quarto Vangelo né le Lettere attribuite all’Apostolo recano mai il suo nome, l’Apocalisse fa riferimento al nome di Giovanni ben quattro volte (cfr. 1,1.4.9; 22,8). È evidente che l’Autore, da una parte, non aveva alcun motivo per tacere il proprio nome e, dall’altra, sapeva che i suoi primi lettori potevano identificarlo con precisione. Sappiamo peraltro che, già nel III secolo, gli studiosi discutevano sulla vera identità anagrafica del Giovanni dell’Apocalisse. Ad ogni buon fine, lo potremmo anche chiamare “il Veggente di Patmos”, perché la sua figura è legata al nome di questa isola del Mar Egeo, dove, secondo la sua stessa testimonianza autobiografica, egli si trovava come deportato “a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù” (Ap1,9). Proprio a Patmos, “rapito in estasi nel giorno del Signore” (Ap1,10), Giovanni ebbe delle visioni grandiose e udì messaggi straordinari, che influiranno non poco sulla storia della Chiesa e sull’intera cultura cristiana. Per esempio, dal titolo del suo libro – Apocalisse, Rivelazione – furono introdotte nel nostro linguaggio le parole “apocalisse, apocalittico”, che evocano, anche se in modo improprio, l’idea di una catastrofe incombente.
Il libro va compreso sullo sfondo della drammatica esperienza delle sette Chiese d’Asia (Efeso, Smirne, Pergamo, Tiàtira, Sardi, Filadelfia, Laodicéa), che sul finire del I secolo dovettero affrontare difficoltà non lievi – persecuzioni e tensioni anche interne – nella loro testimonianza a Cristo. Ad esse Giovanni si rivolge mostrando viva sensibilità pastorale nei confronti dei cristiani perseguitati, che egli esorta a rimanere saldi nella fede e a non identificarsi con il mondo pagano, così forte. Il suo oggetto è costituito in definitiva dal disvelamento, a partire dalla morte e risurrezione di Cristo, del senso della storia umana.

La prima e fondamentale visione di Giovanni, infatti, riguarda la figura dell’Agnello, che è sgozzato eppure sta ritto in piedi (cfr. Ap5,6), collocato in mezzo al trono dove già è assiso Dio stesso. Con ciò, Giovanni vuol dirci innanzitutto due cose: la prima è che Gesù, benché ucciso con un atto di violenza, invece di stramazzare a terra sta paradossalmente ben fermo sui suoi piedi, perché con la risurrezione ha definitivamente vinto la morte; l’altra è che lo stesso Gesù, proprio in quanto morto e risorto, è ormai pienamente partecipe del potere regale e salvifico del Padre. Questa è la visione fondamentale. Gesù, il Figlio di Dio, in questa terra è un Agnello indifeso, ferito, morto. E tuttavia sta dritto, sta in piedi, sta davanti al trono di Dio ed è partecipe del potere divino. Egli ha nelle sue mani la storia del mondo. E così il Veggente vuol dirci: abbiate fiducia in Gesù, non abbiate paura dei poteri contrastanti, della persecuzione! L’Agnello ferito e morto vince! Seguite l’Agnello Gesù, affidatevi a Gesù, prendete la sua strada! Anche se in questo mondo è solo un Agnello che appare debole, è Lui il vincitore!

Una delle principali visioni dell’Apocalisse ha per oggetto questo Agnello nell’atto di aprire un libro, prima chiuso con sette sigilli che nessuno era in grado di sciogliere. Giovanni è addirittura presentato nell’atto di piangere, perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo (cfr. Ap5,4). La storia rimane indecifrabile, incomprensibile. Nessuno può leggerla. Forse questo pianto di Giovanni davanti al mistero della storia così oscuro esprime lo sconcerto delle Chiese asiatiche per il silenzio di Dio di fronte alle persecuzioni a cui erano esposte in quel momento. È uno sconcerto nel quale può ben riflettersi il nostro sbigottimento di fronte alle gravi difficoltà, incomprensioni e ostilità che pure oggi la Chiesa soffre in varie parti del mondo. Sono sofferenze che la Chiesa certo non si merita, così come Gesù stesso non meritò il suo supplizio. Esse però rivelano sia la malvagità dell’uomo, quando si abbandona alle suggestioni del male, sia la superiore conduzione degli avvenimenti da parte di Dio. Ebbene, solo l’Agnello immolato è in grado di aprire il libro sigillato e di rivelarne il contenuto, di dare senso a questa storia apparentemente così spesso assurda. Egli solo può trarne indicazioni e ammaestramenti per la vita dei cristiani, ai quali la sua vittoria sulla morte reca l’annuncio e la garanzia della vittoria che anch’essi senza dubbio otterranno. A offrire questo conforto mira tutto il linguaggio fortemente immaginoso di cui Giovanni si serve.

Al centro delle visioni che l’Apocalisse espone ci sono anche quelle molto significative della Donna che partorisce un Figlio maschio, e quella complementare del Drago ormai precipitato dai cieli, ma ancora molto potente. Questa Donna rappresenta Maria, la Madre del Redentore, ma rappresenta allo stesso tempo tutta la Chiesa, il Popolo di Dio di tutti i tempi, la Chiesa che in tutti i tempi, con grande dolore, partorisce Cristo sempre di nuovo. Ed è sempre minacciata dal potere del Drago. Appare indifesa, debole. Ma mentre è minacciata, perseguitata dal Drago è anche protetta dalla consolazione di Dio. E questa Donna alla fine vince. Non vince il Drago. Ecco la grande profezia di questo libro, che ci dà fiducia!La Donna che soffre nella storia, la Chiesa che è perseguitata, alla fine appare come Sposa splendida, figura della nuova Gerusalemme dove non ci sono più lacrime né pianto, immagine del mondo trasformato, del nuovo mondo la cui luce è Dio stesso, la cui lampada è l’Agnello.

Per questo motivo l’Apocalisse di Giovanni, benché pervasa da continui riferimenti a sofferenze, tribolazioni e pianto – la faccia oscura della storia -, è altrettanto permeata da frequenti canti di lode, che rappresentano quasi la faccia luminosa della storia. Così, per esempio, vi si legge di una folla immensa, che canta quasi gridando: “Alleluia! Ha preso possesso del suo Regno il Signore, il nostro Dio, l’Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché son giunte le nozze dell’Agnello, e la sua sposa è pronta” (Ap19,6-7). Siamo qui di fronte al tipico paradosso cristiano, secondo cui la sofferenza non è mai percepita come l’ultima parola, ma è vista come punto di passaggio verso la felicità e, anzi, essa stessa è già misteriosamente intrisa della gioia che scaturisce dalla speranza. Proprio per questo Giovanni, il Veggente di Patmos, può chiudere il suo libro con un’ultima aspirazione, palpitante di trepida attesa. Egli invoca la venuta definitiva del Signore: “Vieni, Signore Gesù!” (Ap22,20). È una delle preghiere centrali della cristianità nascente, tradotta anche da san Paolo nella forma aramaica:”Marana tha”. E questa preghiera “Signore nostro, vieni!” (1Cor16,22) ha diverse dimensioni. Naturalmente è anzitutto attesa della vittoria definitiva del Signore, della nuova Gerusalemme, del Signore che viene e trasforma il mondo. Ma, nello stesso tempo, è anche preghiera eucaristica: “Vieni Gesù, adesso!”. E Gesù viene, anticipa questo suo arrivo definitivo. Così con gioia diciamo nello stesso tempo:”Vieni adesso e vieni in modo definitivo!”. Questa preghiera ha anche un terzo significato:”Sei già venuto, Signore! Siamo sicuri della tua presenza tra di noi. È una nostra esperienza gioiosa. Ma vieni in modo definitivo!”. E così, con san Paolo, con il Veggente di Patmos, con la cristianità nascente, preghiamo anche noi:”Vieni, Gesù! Vieni e trasforma il mondo! Vieni già oggi e vinca la pace!”. Amen

 

“Ora alla Cena del tenero Agnello,
della salvezza in candide vesti,
oltrepassato il mar della morte,
a Cristo principe in coro cantiamo.
Fu la sua morte a darci fiducia:
ora risorto sconfigge ogni morte,
col corpo suo in cibo e bevanda
ci riconcilia alla vista del Padre.
Questo è il convito del Dio che libera:
è già ricordo il passaggio dell’angelo,
del faraone non più che memoria,
lo schiavo ha rotto le aspre catene.
La nostra Pasqua è Cristo ucciso
che vive ora la nuova alleanza:
nel nuovo patto firmato col sangue
la nostra causa avrà un futuro.
Pur noi sorgiamo con Lui dalla tomba,
più i tiranni non faranno paura:
per il suo amore che vince ogni cosa,
saremo noi il suo corpo che lotta.
A te ogni gloria, Gesù salvatore,
eguale gloria al padre, allo Spirito
che in te spezza l’impero di morte,
e a noi il dono di credere e amare”.

(D. Turoldo, Neanche Dio può stare solo).

Due poesiole

12 novembre 2014

Spari alla luce

Cosa è di questa notte di luna lucente,
di questo cielo di stelle, di questo
mare che docile incontra la curva
della baia, senza il respiro della brezza
d’estate? Di che vive la verde campagna?
Dammi l’acqua che feconda la terra,
il sole che la riscalda, il canto che
la incanta, fa che nessuno si perda
sul sentiero che inganna della terra deserta.
Cosa sentono il bimbo e il poeta quando
sordo è lo sparo che fredda la luce?
Dammi il dolore della vita che muore,
del prodigio che schiude la divina indifferenza.

Ogni autentica luce

Ora che tutto è bianco, anche il cielo,
che si perde lontano e si confonde
con i campi e gli abeti innevati e i cavalli
pezzati, come al tempo dei cheyenne,
il Minnesota.Ora che tutto è bianco
o forse celeste così chiaro da rendere
evidente il Grande Spirito presente,
innegabile, inambiguo e inambiguo
l’amore e non svenduto, non usato
per sé medesimo soltanto… Ora che
tutto è chiaro o forse come incandescente
tanto che tutto si fa niente se non è vero,
autentico, sincero… Ora che tutto è cielo
e terra e mare ed ogni luogo ed ogni tempo
ed ogni cosa ed ogni sentimento bello,
umano, e mi consola di tanto greve spazio
e peso e strazio io finalmente rido e piango
e son contento che ogni onda sia la vera
nello spettro e la luce sia una, sia sincera,
come l’eco della sera questa sera e ogni sera.

Inedito di Alda Merini. “Santi e poeti”. 2 dicembre 1948

4 novembre 2014

Bisogna essere santi
per essere anche poeti:
dal grembo caldo d’ogni nostro gesto,
d’ogni nostra parola che sia sobria,
procederà la lirica perfetta
in modo necessario ed istintivo.
Noi ci perdiamo, a volte, ed affanniamo
per i vicoli ciechi del cervello,
sbriciolati in miriadi di esseri
senza vita durevole e completa;
noi ci perdiamo, a volte, nel peccato
della disconoscenza di noi stessi.
Ma con un gesto calmo della mano,
con un guardar ‘volutamente’ buono,
noi ci possiamo sempre ricondurre
sulla strada maestra che lasciammo,
e nulla è più fecondo e più stupendo
di questo tempo di conciliazione.

ALDA MERINI

Questo inedito di Alda Merini, pubblicato su Repubblica del 1 novembre nel quinto anniversario della morte (avvenuta a Milano il 1° novembre 2009), precede la
prima pubblicazione dell’autrice che fu la poesia Il gobbo del 22 dicembre 1948. È quindi la prima poesia conosciuta di Alda Merini, allora 17enne, essendo nata a Milano il 21 marzo 1931.

Francesco, Canto di una creatura. Lauda a Dio. Alda Merini

4 ottobre 2014
Gli alberi tutti, gioia della terra,
hanno ferme radici
nella tristezza d’ogni poverello;
io li ho colpiti ai margini con grazia,
togliendo forza ad ogni fantasia.
Spazio non ho più dentro le pupille
ma sicurezza d’ogni cosa pura,
ma minuzia d’oggetti
che apprezzo, sollevandoli nel fuoco
della mia carità senza confini.
L’uomo non soffre attorno a sé una fine,
ma io ho un chiaro disegno
di povertà come una veste ardita
che mi chiude entro sfere di parole,
di parole d’amore,
che indirizzo agli uccelli, all’acqua, al sole
e che mi rendo tutte assai precise,
premeditata morte di dolcezza.
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Signore, per cui l’acqua e la pietra si toccano
e si baciano in un unico verbo.

Signore della povertà e del potere,
Dio che per salire in alto
hai scelto una croce
e l’umiltà del silenzio.

Sii tu lodato
per la tua infanzia povera.
Perché sei nato bambino.

Sii tu lodato
per tutto ciò che scricchiola sotto i miei piedi
e per tutto ciò che mi innalza.

Per questa acqua che bevo
per la mia lingua che parla
per i tuoi mutamenti segreti
per le tue estasi, i tuoi abbandoni,
per le tue tentazioni voraci
per la tua grande passione.

Io sono un pazzo di Dio,
io talmente folle d’amore ho un solo farnetico:
il mio pianto che è gioia sublime.

Io porterò la tua croce
ma non lo farò vedere a Maria,
così giovane, così pura, così madre stellare.

Ma io, Francesco di Dio,
sono tutto una piaga d’amore.

Io sono il primo poeta che canta in mezzo al dolore.

ALDA MERINI

Angelo. Alda Merini

29 settembre 2014

Uomo-promosso-a-uomo

Uomo promosso a uomo (essere nella vita)Opera di Giuliano Nardi

 

 

Eterna natura paziente angelica,
pane vivo ad oltranza,
che hai dita sacre come la luce.

 

Pane di Dio in terra
che trasmuti le lacrime in vino dolce.
Comunione dei forti,
comunione dei deboli,
fonte di ispirazione per i poeti.

 

Sguardo che non ha parole
e induce alla parola amorosa.
Foglia di Dio e canzone di Maria.

 

Angelo, che hai annunziato la veste pura della misericordia
e la carne dell’uomo unigenito,
tu che hai vestito di carne il soffio unigenito dell’amore,
tu che hai visto spandere sulla croce
in forma di uomo suppliziato e debole
la grande misura del Dio vero,
del Dio infinito,
come spiegare il mistero di un Dio crocifisso
con poche parole
di fronte alle montagne vive del benessere e della beatitudine?

 

ALDA MERINI

(da Poema della Croce)

Il seminatore. Victor Hugo

20 settembre 2014

 

 

E’ l’ora del crepuscolo.

Seduto sotto un portico, ammiro

quel resto di giorno che rischiara

l’ultima ora del lavoro.

 

Nelle terre, di notte bagnate,

contemplo, commosso, i cenci

d’un vecchio che lancia a pugnelli

il futuro raccolto nei solchi.

 

La sua alta figura nera

si stagli sui campi arati.

Si sente a che punto egli crede

all’utile fuga dei giorni.

 

Cammina nell’immensa pianura

va e viene,  lancia il grano lontano,

riapre la mano e ripete,

e io medito, oscuro testimone.

 

Spiegando allora le ali,

l’ombra, in cui si confonde un rumore,

sembra ampliare fino alle stelle

l’augusto gesto del seminatore.

 

VICTOR HUGO, Saison de semailles, Le Soir

 

 

Fiume di gennaio

14 settembre 2014

Il seme nasce e va nella terra
e attende e germoglia sotto la neve.
Poi spunta al canto del merlo
dal becco giallo sul ramo nudo,
bagnato di rugiada nel bianco.
Un fuocherello crepita fumante, contento.
Quanto prima fa il semplice seme
a farsi grano… Lascia che io sia
un piccolo seme, fa di me quel
che conviene, che il gelo che sento
non temo, che arde al pensiero di te
anche il ruscello dietro la mola,
anche la neve lungo il sentiero…

Imbrunire. G.Pascoli

10 agosto 2014

 

Cielo e Terra dicono qualcosa
l’uno all’altro nella dolce sera.
Una stella nell’aria di rosa,
un lumino nell’oscurità.
I Terreni parlano ai Celesti,
quando, o Terra, ridiventi nera;
quando sembra che l’ora s’arresti,
nell’attesa di ciò che sarà.
Tre pianeti su l’azzurro gorgo,
tre finestre lungo il fiume oscuro;
sette case nel tacito borgo,
sette Pleiadi un poco più su.
Case nere: bianche gallinelle!
Case sparse: Sirio, Algol, Arturo!
Una stella od un gruppo di stelle
per ogni uomo o per ogni tribù.
Quelle case sono ognuna un mondo
con la fiamma dentro, che traspare;
e c’è dentro un tumulto giocondo
che non s’ode a due passi di là.
E tra i mondi, come un grigio velo,
erra il fumo d’ogni focolare.
La Via Lattea s’esala nel cielo,
per la tremola serenità.

 

G.PASCOLI

La Parola di Dio dalla Prima Lettura. Il libro del Profeta Osea, cap.2, ” la condurrò nel deserto….ti farò mia sposa per sempre”

9 agosto 2014

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I Lettura Os 2,16.17.21-22 Ti farò mia sposa per sempre.

Salmo (Sal 44) Ecco lo sposo: andate incontro a Cristo Signore.

Vangelo Mt 25,1-13 Ecco lo sposo! Andategli incontro!

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Os 2

16Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. 17Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. 21Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, 22ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.

 

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Osea, in questi versi, racconta l’amore di Dio verso il suo popolo: il profeta vive una difficile esperienza, non corrisposto nel suo amore fedele e intenso verso sua moglie, Gomer, che preferisce  quello di diversi amanti. E’ una dolorosa e ingiusta realtà che permette ad Osea di interpretare e descrivere, con accenti appassionati, l’infedeltà del popolo eletto verso Dio che, come in un vincolo nuziale, era stato scelto, liberato dalla schiavitù dell’Egitto e amato teneramente.  A Dio, fonte della sua vita, il popolo preferisce Baal e il suo culto idolatrico.

Solo il ritorno a Dio, al suo amore può ristabilire i legami sociali, il benessere della natura. Dio redime il legame d’amore spezzato. “Ti farò mia sposa per sempre,ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza,…. nella fedeltà e tu conoscerai il Signore”.

 La sua misericordia offre amore, benevolenza, il perdono e la pienezza di vita.

Ma, dice Dio attraverso Osea, è nel deserto che  “parlerò al suo cuore”, quel cuore semplice che teme il nome del Signore (Sal 85, 10-11), di cui si parla al post poco sotto.

E’ il deserto, il luogo spirituale, profondo della disponibilità, del dialogo e della Parola, dove si sperimentano bisogno, solitudine e tentazione, ma nel quale l’ascolto si fa necessità luminosa e libera. E il Signore parla attraverso la sua Parola, nella preghiera. Deserto può essere incognita, salto, luogo dell’esistenza dove diventa concreta e vera la fede, nella risposta di ascolto, di fiducia, di speranza…..

“ci deve essere un canto”,

mi dissi…

e nulla potè fermarmi,

passai il muro invalicabile,

d’aria e di pietra,

ed entrai…

(G. Centofanti)

 

Il deserto può  aprirsi come situazione estrema, come momento della vita di solitudine e sofferenza, anche come piccola realtà di ascolto quotidiano dove l’Amato parla e si rivela, dove la Parola può giungere limpida e vivida, luogo dove riparare….

Dall’Angelus del 26 febbraio 2012 di papa Francesco ” Il deserto  ha diversi significati. Può indicare lo stato di abbandono e di solitudine, il “luogo” della debolezza dell’uomo dove non vi sono appoggi e sicurezze, dove la tentazione si fa più forte. Ma esso può indicare anche un luogo di rifugio e di riparo, come lo fu per il popolo di Israele scampato alla schiavitù egiziana, dove si può sperimentare in modo particolare la presenza di Dio…… vivendo con la pazienza e l’umiltà di seguire ogni giorno il Signore, impariamo a costruire la nostra vita non al di fuori di Lui e come se non esistesse, ma in Lui e con Lui, perché è la fonte della vera vita. La tentazione di rimuovere Dio, di mettere ordine da soli in se stessi e nel mondo contando solo sulle proprie capacità, è sempre presente nella storia dell’uomo”.