Archive for the ‘Racconti’ Category

Peter e il filo magico, di Robin Sharma da il monaco che vendette la sua Ferrari

17 settembre 2019

C’era una volta Peter, un ragazzino molto vivace a cui tutti volevano bene: la sua famiglia, i suoi maestri e i suoi amici… Ma Peter aveva un piccolo, grande problema. Peter non riusciva a vivere il presente. Non aveva imparato a godere della vita. Quando era a scuola, sognava di essere fuori a giocare. Quando giocava, sognava di essere già in vacanza. Peter sognava sempre ad occhi aperti, non godendosi mai il presente che la vita gli offriva.

Un mattino, Peter stava camminando nel bosco vicino a casa. Siccome si sentiva stanco, decise di fermarsi in una radura e di fare un pisolino. Si addormentò come un sasso, ma dopo qualche minuto, si sentì chiamare per nome: «Peter, Peter!», ripeteva una voce stridula. Quando aprì gli occhi… sorpresa! Si ritrovò dinnanzi una donna vecchia di almeno cent’anni, con i capelli candidi che le ricadevano sulle spalle come matasse di lana arruffata. Nella mano rugosa aveva una pallina magica, con un foro nel centro da cui pendeva un lungo filo dorato. «Peter – disse la vecchia – questo è il filo della vita. Se lo tiri piano piano, in pochi secondi passerà un’ora; se tiri più forte, in pochi minuti passeranno giorni interi. Se tiri con tutta la tua forza, in pochi giorni passeranno dei mesi o addirittura degli anni». Peter era eccitato dalla scoperta. «Oh, mi piacerebbe tanto averlo!» esclamò smanioso. Allora la vecchietta si chinò e gli diede la pallina con il filo magico.

Il giorno dopo, Peter era seduto nel suo banco a scuola, e si sentiva annoiato e irrequieto. Improvvisamente si ricordò del suo nuovo giocattolo. Tirò il filo pian piano e si trovò subito a casa, a giocare nel suo giardino. Rendendosi conto dei poteri del filo magico, Peter presto si stancò di andare a scuola e desiderò essere un ragazzo più grande, alla scoperta della vita. Allora tirò il filo un po’ più forte e si ritrovò adolescente, con una ragazza di nome Elise. Ma Peter non era ancora soddisfatto. Egli non era in grado di cogliere la bellezza di ogni istante e di esplorare le semplici meraviglie offerte dalle diverse fasi della vita. Sognava invece di essere già adulto, e così tirò di nuovo il filo, sicché gli anni passarono in un lampo. Si ritrovò allora trasformato in un uomo maturo. Elise era diventata sua moglie e Peter era circondato da tanti bambini. Ma notò un’altra cosa: i suoi capelli neri avevano iniziato a diventare grigi, e la sua dolce e adorata mamma era diventata vecchia e debole. Eppure, Peter ancora non riusciva a vivere il presente. Perciò, tirò un’altra volta il filo d’oro e attese la nuova trasformazione.

Adesso aveva novant’anni. Ormai i suoi folti capelli scuri erano diventati bianchi come la neve e la moglie, un tempo bellissima, era morta già da qualche anno. I suoi deliziosi bambini erano cresciuti ed erano usciti di casa per vivere la loro vita. Così, a un tratto, Peter si rese conto di non essersi mai fermato a godere di nulla. Non era mai andato a pescare con suo figlio, non aveva mai fatto una passeggiata al chiaro di luna con sua moglie, non aveva mai piantato un albero… e non aveva mai nemmeno trovato il tempo di leggere quei bellissimi libri che tanto piacevano a sua madre. Era sempre andato di corsa, senza fermarsi a guardare le bellezze che adornavano il suo cammino. Questa scoperta rattristò molto Peter. Allora, per riordinare le idee e rasserenarsi un po’, decise di andare a fare un giro nel bosco dove era solito giocare da bambino. Entrò nel bosco, si accorse che gli alberelli della sua infanzia erano diventati querce gigantesche; era stupendo, sembrava di trovarsi in un Paradiso Terrestre. Allora si distese sull’erba di una radura e si addormentò profondamente.

Dopo qualche minuto, qualcuno lo chiamò: «Peter, Peter!» Aprì gli occhi e con suo grande stupore rivide la vecchia che gli aveva regalato la pallina molti anni prima. «Ti è piaciuto il mio regalo?» «All’inizio è stato divertente, ma ora lo odio a morte», disse Peter. «Tutta la vita mi è passata davanti agli occhi senza che potessi goderne un solo istante. Certo, ci saranno anche stati dei momenti molto belli e altri molto tristi, ma non ho avuto la possibilità di coglierli. Ora mi sento vuoto, mi manca il dono della vita». «Sei davvero un ingrato – disse la vecchietta. – Ma ti concederò di esprimere un ultimo desiderio». Peter ci pensò un istante e poi rispose fulmineamente: «Vorrei ridiventare bambino e riprovare a vivere daccapo». Poi si riaddormentò.

A un tratto sentì di nuovo che qualcuno lo chiamava, e si risvegliò. «Chi sarà questa volta?», si chiese. Quando aprì gli occhi, scoprì con gioia che era sua madre che lo stava chiamando, e che era tornata giovane, sana e forte. Allora Peter si rese conto che la vecchietta aveva mantenuto la promessa e che l’aveva riportato all’infanzia. «Su, Peter, dormiglione! Se non ti sbrighi ad alzarti farai tardi a scuola», lo ammoniva sua madre. Naturalmente Peter scattò su dal letto e da quel momento incominciò a vivere come aveva sperato: una vita piena, ricca di gioie, soddisfazioni e successi… Ma tutto ebbe inizio quando smise di sacrificare il presente per il futuro e si rese conto di dovere vivere nell’oggi.

Il tavolino della nonna, di Robin Sharma, da il monaco che vendette la sua ferrari

16 settembre 2019

C’era una volta una vecchierella che restò vedova del suo adorato marito. Allora andò a vivere con il figlio, la nuora e la loro figlioletta. Un giorno dopo l’altro la sua vista si indeboliva, e il suo udito peggiorava. Le sue mani tremavano al punto che a volte le cadevano i piselli dal piatto, o versava la zuppa. Non sopportando più il disordine che lei involontariamente creava, un giorno il figlio e la nuora sistemarono un tavolino vicino all’angolo delle scope, e da allora la fecero mangiare lì, tutta sola. All’ora di pranzo la nonnina li guardava con gli occhi pieni di lacrime, ma loro le rivolgevano la parola solo per redarguirla quando le cadeva il cucchiaio.

Una sera, appena prima di cena, la bambina era seduta sul pavimento a giocare con le costruzioni. «Che cosa stai costruendo?», le domandò sollecito suo padre. «Sto costruendo un tavolino per te e la mamma, così quando sarete vecchi potrete mangiare nell’angolino». Per un momento, che sembrò durare un’eternità, il padre e la madre rimasero muti, poi scoppiarono a piangere. Si erano resi conto della crudeltà del loro comportamento, e del dolore arrecato alla vecchierella. Da quel giorno la nonna mangiò insieme a loro al grande tavolo da pranzo e se le cadeva un boccone o la forchetta, nessuno ci faceva più caso.

I genitori di questa storia non sono cattive persone. Avevano bisogno soltanto della scintilla della consapevolezza per accendere la candela della compassione. La compassione e i gesti quotidiani di gentilezza rendono la nostra vita assai più ricca. Ogni mattina rifletti sul bene che potrai fare agli altri durante il giorno. Un elogio sincero a chi meno se lo aspetta, un gesto di affetto regalato a un amico nel momento del bisogno, qualche piccola attenzione dimostrata ai tuoi cari senza nessuna ragione particolare, sono benedizioni della vita.

Il cuore più bello del mondo

15 settembre 2019

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C’era una volta un giovane in mezzo a una piazza gremita di persone: diceva di avere il cuore più bello del mondo, o quantomeno della vallata. Tutti quanti glielo ammiravano: era davvero perfetto, senza alcun minimo difetto.
Erano tutti concordi nell’ammettere che quello era proprio il cuore più bello che avessero mai visto in vita loro, e più lo dicevano, più il giovane s’insuperbiva e si vantava di quel suo cuore meraviglioso.
All’improvviso spuntò fuori dal nulla un vecchio, che emergendo dalla folla disse: «Beh, a dire il vero… il tuo cuore è molto meno bello del mio.» Quando lo mostrò, aveva puntati addosso gli occhi di tutti: della folla, e del ragazzo.
Certo, quel cuore batteva forte, ma era ricoperto di cicatrici. C’erano zone dove dalle quali erano stati asportati dei pezzi e rimpiazzati con altri, ma non combaciavano bene, così il cuore risultava tutto bitorzoluto. Per giunta, era pieno di grossi buchi dove mancavano interi pezzi. Così tutti quanti osservavano il vecchio, colmi di perplessità, domandandosi come potesse affermare che il suo cuore fosse bello.

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Il re assetato

14 settembre 2019

Un re, che andava a caccia, arrivò assetato ai piedi di una rupe da cui filtrava, a gocce, un po’ d’acqua. Scese da cavallo e staccò dalla sella una coppa d’oro gemmata. Voleva bere. Sul braccio che teneva la coppa stava appollaiato un bel falco: il preferito del re.

Adagio adagio la coppa si riempì; ma quando il re l’avvicinò avidamente alle labbra, il falco scattò, come per lanciarsi in volo, e procurò al braccio che lo sosteneva una tale scossa che l’acqua si rovesciò…

Il re dopo aver accarezzato il falco prediletto, ritornò a raccogliere l’acqua a goccia a goccia; ma quando avvicinò di nuovo la coppa alle labbra, il falco dette uno strido, batté le ali, e il re sobbalzando, rovesciò nuovamente il liquido che aveva raccolto con tanta pazienza. Fece un atto più di dispetto che di rammarico. Pure si contenne, e iniziò la raccolta dell’acqua per la terza volta. Ma quando, per la terza volta, avvicinò la coppa alle labbra, il gioco del falco si ripeté. L’acqua si versò.

Allora il re proruppe in un gesto d’ira furioso. Afferrò il falco e lo scaraventò contro la roccia. Il volatile cadde morto con le ali aperte, come fosse ancora in volo. Intanto la gocciolina, che filtrava lenta dalla rupe, aveva smesso di scorrere. E il re, ora con la rabbia ora con il dispiacere nel cuore, aveva più sete che mai.

Mandò i servi a vedere se sopra la roccia si trovava la polla che dava acqua alla sorgente. La trovarono, ma si fermarono inorriditi: era uno stagno in cui galleggiavano i cadaveri putrefatti di parecchi animali. Certamente quell’acqua, bevuta, avrebbe avvelenato il re. Disse uno dei servi al ritorno: «Sire, se tu avessi bevuto quell’acqua saresti morto».

Il re guardò il falco che gli giaceva ai piedi e chinò la testa. Umilmente chiese perdono al fedele amico che si era sacrificato per lui e inutilmente rimpianse il suo impulsivo gesto d’ira.

Riflessioni

“Questo racconto ci fa riflettere su come accogliamo Gesù e la sua Parola ,poiché anche Gesù come l’aquila, tenta di salvarci dall’acqua avvelenata , ma molto spesso noi ci irritiamo nell’ascoltarlo e pensiamo sia più comodo metterlo a tacere “crocifiggendolo”. Senza sapere che quella croce per noi è il segno della gloria di Dio. E quando scopriamo questo oltre che rendergli grazie , ci rammarichiamo di averlo rinnegato e gli chiediamo perdono. Noi senza Dio non siamo niente e se Lui non ci amasse cosi tanto ,non avremmo i sette sacramenti che ci salvano dalla dannazione eterna e che per essi abbiamo la vita nella gloria di Dio dopo la morte terrena.

La Cosa più divertente degli Esseri Umani

12 settembre 2019

Questa è la storia di un uomo che quando era ragazzo e andava a scuola continuava a dire: «Ah! quando lascerò la scuola e comincerò a lavorare, allora sarò felice».
Lasciò la scuola, cominciò a lavorare e diceva: «Ah! quando mi sposerò, sarà la felicità!».
Si sposò, e in capo a pochi mesi constatò che la sua vita mancava di varietà, e allora disse: «Ah, come sarà bello quando avremo dei bambini!».
Vennero i bambini, ed era un’esperienza affascinante, ma piangevano tanto, anche alle due di notte, e il giovane sospirava: «Crescano in fretta!».
E i figli crebbero, non piangevano più alle due di notte, ma facevano una stupidaggine dopo l’altra e cominciarono i veri problemi. E allora l’uomo sognò il momento in cui sarebbe stato di nuovo solo con sua moglie: «Staremo così tranquilli!».
Adesso è vecchio, e ricorda con nostalgia il passato: «Era così bello!».

La cosa più divertente degli esseri umani? Il fatto che siano sempre contraddittori. Hanno fretta di crescere, e poi sospirano per l’infanzia perduta. Sacrificano la salute per ottenere il denaro, e poi spendono i soldi per avere la salute. Pensano in modo talmente impaziente al futuro che trascurano il presente e così non si godono né il presente né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai, e muoiono come se non avessero vissuto…

A cosa serve leggere la Bibbia?

11 settembre 2019

C’era un ragazzo che viveva con suo nonno in una fattoria. Ogni mattina il nonno, che era cristiano, si alzava presto e dedicava del tempo a leggere le Scritture.

Il nipote cercava di imitarlo in qualche modo, ma un giorno chiese: «Nonno, io cerco di leggere la Bibbia ma anche le poche volte che riesco a capirci qualcosa, la dimentico quasi subito. Allora a cosa serve? Tanto vale che non la legga più!».

Il nonno terminò tranquillamente di mettere nella stufa il carbone che stava in una cesta, poi disse al nipote: «Vai al fiume, e portami una cesta d’acqua». Il ragazzo andò, ma ovviamente quando tornò non era rimasta acqua nella cesta. Il nonno ridacchiò e disse: «Beh, devi essere un po’ più rapido. Dai, muoviti, torna al fiume e prendi l’acqua». Anche questo secondo tentativo, naturalmente, fallì.

Il nipote, senza fiato, disse che era una cosa impossibile, e si mise a cercare un secchio. Ma il nonno insistette: «Non ti ho chiesto un secchio d’acqua, ma una cesta d’acqua. Torna al fiume». A quel punto il giovane sapeva che non ce l’avrebbe fatta, ma andò ugualmente per dimostrare al vecchio che era inutile, per quanto fosse svelto l’acqua filtrava dai buchi della cesta. Così tornò al fiume e portò la cesta vuota al nonno, dicendo: «Vedi? Non serve a niente!».

«Sei sicuro? – disse il nonno – Guarda un po’ la cesta». Il ragazzo guardò: la cesta, che prima era tutta nera di carbone, adesso era perfettamente pulita!

«Figlio, questo è ciò che succede quando leggi la Bibbia. Non capirai tutto, né ricorderai sempre ciò che hai letto, ma quando la leggi ti cambierà dall’interno. Dio lavora così nella nostra vita, ci raffina interiormente e a poco a poco ci trasforma perché possiamo assomigliargli».

Il volo di Gea, Viola Mariani chi ha paura del lupo?

10 settembre 2019

L’uccellino cinguettava “ciu ciiiiuciu ciu” e i clienti del bar del Signor Antonio entravano volentieri a prendere un caffè nella terrazza per ascoltare il suo canto delicato e trillante come tanti campanellini. La sua voce argentina sembrava intonare un canto allegro e spensierato per la gioia dei clienti del bar che lo ascoltavano distratti e non vedevano la tristezza e la solitudine nei suoi piccoli occhi di uccellino.

Lui invece cantava ma non di allegria, il suo canto aveva parole tristi e malinconiche che gli ricordavano la sensazione del vento tra le piume delle ali e lo spettacolo magnifico delle chiome degli alberi viste da lassù, volando. Mentre cantava riusciva a non pensare alle sbarre della gabbietta e alla noia delle giornate che si ripetevano monotone.

Un giorno però successe qualcosa, una bambina entrando nel bar per comprare un gelato ascoltò il suo canto e si sentì improvvisamente triste senza sapere bene il perché. Allora guardò negli occhi il piccolo uccellino, si accorse che la tristezza veniva proprio da quel canto e si avvicinò alla gabbia.

– “Perché sei triste?” sussurrò la bimba.
– “Ciu ciiiu ciu” trillò l’uccellino.

Gea, cosí si chiamava la bambina, aveva un segreto per capire gli altri anche quando le parole non erano d’aiuto: si immaginava di essere al loro posto, si metteva nei panni degli altri per capire le loro emozioni. E così fece, si immaginò di vivere chiusa in una piccola gabbia senza poter correre e giocare con gli amici.

Chiuse gli occhi per concentrarsi e all’improvviso sentì un formicolio alle gambe, come quando stava molto tempo nella stessa posizione: “Forse è proprio quello che sente quest’uccellino: di certo gli formicolano le ali per non poterle aprire e forse è triste perché non è libero di volare come gli altri uccelli”, pensò. Per un momento le sembrò quasi che le fossero spuntate le ali e sentì un forte desiderio di volare in alto nel cielo.

Senza pensarci due volte Gea aprì la piccola gabbia sperando che nessuno la vedesse e l’uccellino la guardò cercando di capire perché quella bambina gli aveva dato la libertà. Avrebbe voluto dimostrarle la sua gratitudine ma non sapeva come fare, allora fece un ultimo cinguettio di addio e seguì il suo istinto che gli diceva di aprire le ali e volare via.

I clienti del bar senza capire cosa fosse successo si fermarono un istante, fu una frazione di secondo in cui sembrava che il tempo si fosse fermato. Nessun cucchiaino suonava contro il bordo della tazza, i ragazzi che scherzavano interruppero le loro risate e persino i cellulari per un attimo smisero di suonare.

In silenzio Gea usci dal bar mangiando il suo gelato e si ritrovò a camminare per strada con lo sguardo rivolto verso il cielo, cercando distrattamente quell’uccellino dallo sguardo triste.

All’improvviso cominciò a sentire il fruscio del vento tra le dita, l’aria fresca le accarezza il viso e il rumore del traffico si sentiva in lontananza, ovattato. Chiuse gli occhi per assaporare quella sensazione di libertà e, con gli occhi chiusi, vide la città dall’alto, il porto con le barche dei pescatori e le colline alle spalle.

Capi che era il regalo d’addio dell’uccellino, il suo modo di dirle grazie: stava volando con lui e osservando il mondo con i suoi occhi.

Quando ci mettiamo nei panni degli altri si aprono nuovi orizzonti.

Il vero sacrificio

9 settembre 2019

Un grande re ascoltava il sermone del Buddha che parlava della rinuncia e del sapersi accontentare, ed ebbe l’improvviso desiderio di guadagnarsi l’approvazione del grande Maestro.
Il Buddha teneva sempre con sé un tamburo a sonagli ed un giorno, un suo discepolo gli chiese:
“Maestro, perché tieni sempre accanto a te questo tamburello?”
Il Buddha rispose: “Perché un giorno suonerò questo tamburo quando si avvicinerà a me la persona che avrà compiuto il più grande sacrificio.”
E tutti si chiesero chi mai sarebbe stato.
Il re che aveva sentito questa dichiarazione, ritornò al suo palazzo e fece caricare una notevole quantità di tesori sulla groppa dei suoi elefanti, poi si mise in viaggio per portare questi beni alla presenza del Buddha, certo di ottenere la sua benedizione.
Lungo la strada, una vecchina gli si avvicinò e lo supplicò: “Ho fame, potete darmi qualcosa da mangiare?”.
Il re prese un frutto di melograno e glielo porse dalla palanchina.
La vecchina se ne andò in cerca della strada per arrivare dal Buddha e faticò non poco per trovarla.
Nel frattempo il re arrivò nella dimora del Buddha, fece portare davanti a lui gli elefanti con il loro carico di immense ricchezze ed attese ansiosamente il suono del tamburo.
Proprio in quel momento giunse la vecchina, stanca ed affaticata, e con grande dolcezza pose ai piedi del Maestro il frutto che le era stato regalato.
Il Buddha prese il melograno con un sorriso e subito dopo suonò il tamburo.
Il re rimase sorpreso ed irritato e con voce roca ansimò: “Swami! Io vi ho portato beni di una ricchezza inestimabile e voi suonate il tamburo per un melograno? Che sacrificio è mai questo?”
Il Buddha con voce amabile rispose: “Il sacrifico non si valuta in termini di quantità, è la qualità che conta. Voi siete un re ed è naturale per voi offrire oro e pietre preziose, ma questa donna non aveva nemmeno di che mangiare e questo frutto rappresentava il suo unico pasto; avrebbe potuto mangiarlo e soddisfare la sua fame, ma non lo ha fatto e lo ha offerto a me. Quale sacrificio è più grande di questo? Non è sacrificio offrire qualcosa di superfluo, ma rinunciare a ciò che ti è caro ed essenziale per te.”

Marco, 12 . 14-44
L’offerta della vedova

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Il Contadino e il poeta

6 settembre 2019

Un contadino stanco della solita routine quotidiana, tra campi e duro lavoro, decise di vendere la sua tenuta. Dovendo scrivere il cartello per la vendita decise di chiedere aiuto al suo vicino che possedeva delle doti poetiche innate.

Il romantico vicino accettò volentieri e scrisse per lui un cartello che diceva:
“Vendo un pezzettino di cielo, adornato da bellissimi fiori e verdi alberi, con un fiume, dall’acqua cosi pura e dal colore più cristallino che abbiate mai visto.”

Fatto ciò, il poeta dovette assentarsi per un po’ di tempo, al suo rientro però, decise di andare a conoscere il suo nuovo vicino.

La sua sorpresa fu immensa nel vedere il solito contadino, impegnato nei suoi lavori agricoli.

Il poeta domandò quindi: “Amico non sei andato via dalla tenuta?”
Il contadino rispose sorridendo: “No, mio caro vicino, dopo aver letto il cartello che avevi scritto, ho capito che possedevo il pezzo più bello della terra e che non ne avrei trovato un altro migliore.”

Non aspettare che arrivi un poeta per farti un cartello che ti dica quanto è meravigliosa la tua vita, la tua casa, la tua famiglia e tutto ciò che possiedi…

Ringrazia sempre Dio per la salute che hai, la vita che vivi, per la caparbietà che hai nel lottare per andare avanti.

Che il Signore benedica questo pezzettino di cielo che è la tua vita.
Il tuo risveglio al mattino è la parte migliore, perché è lì che Dio ti dice:
Alzati, ti regalo un’altra opportunità“.
Nasciamo per essere felici, non perfetti
I giorni buoni ti danno felicità
I giorni cattivi ti danno esperienza
I tentativi ti mantengono forte
Le prove ti mantengono umano
Le cadute ti mantengono umile
ma solo Dio ti mantiene in p
iedi

https://www.qumran2.net/ritagli/

Una Lieta Novella ( Anthony de Mello Il Canto degli uccelli)

5 settembre 2019
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Ecco la lieta novella proclamata da nostro Signore Gesù Cristo:

Gesù iniziò ad ammaestrare i suoi discepoli con delle parabole. Egli disse:

Il regno dei cieli è come due fratelli che vivevano contenti e soddisfatti finché Dio non li chiamò entrambi a divenire suoi discepoli. Il più grande rispose generosamente alla chiamata, sebbene significasse per lui strapparsi dalla sua famiglia e dalla ragazza che amava e che sognava di sposare. Alla fine partì per un paese lontano dove dette tutto se stesso nel servizio ai più poveri dei poveri. In quel paese iniziò una persecuzione ed egli fu arrestato, accusato ingiustamente e condannato a morte.

E il Signore gli disse: «Ben fatto, servo buono e fedele! Tu mi hai reso un servizio che vale mille talenti. Io ti darò una ricompensa che vale miliardi di talenti. Entra nella gioia del tuo Signore».

La risposta del fratello più giovane alla chiamata fu men che generosa. Decise di ignorarla e di continuare come prima e di sposare la ragazza che amava. Ebbe una felice vita matrimoniale, i suoi affari prosperarono e divenne ricco e famoso. Talvolta faceva l’elemosina ad un mendicante o aveva un pensiero gentile per la moglie e i figli. Talvolta, inoltre, mandava una piccola somma di denaro al fratello maggiore in quel paese lontano. «Potrà esserti utile nel tuo lavoro per quei poveri diavoli», gli scriveva.

Quando giunse la sua ora, il Signore gli disse: «Ben fatto, servo buono e fedele! Tu mi hai reso un servizio da dieci talenti. Io ti darò una ricompensa che vale miliardi di talenti. Entra nella gioia del tuo Signore!».

Il fratello maggiore si sorprese quando udì che il fratello avrebbe ricevuto la sua stessa ricompensa. E ne fu contento. Disse: «Signore, ora che lo so, se dovessi rinascere e rivivere la mia vita, rifarei esattamente ciò che ho fatto per te».

Questa è davvero una lieta novella: un Signore generoso, un discepolo che lo serve per la pura gioia che l’amore conferisce al servizio.

Il Segreto del maestro di Don Tonino Bello

4 settembre 2019

Carissimi catechisti,
ogni volta che tornavo nel mio paese, andavo a trovarlo. Ultimamente si era incurvato e gli tremavano le mani. Ma per me è rimasto sempre il maestro di un tempo. Tornavo da lui per un dovere di gratitudine. Ma soprattutto condotto dalla speranza. Chi sa, mi dicevo, che non abbia, come nelle fiabe che ci raccontava in quarta elementare, una noce misteriosa da farmi schiacciare nei momenti difficili!
Di tutti gli insegnanti che ho avuto, lui era l’unico a provare soggezione di me. Me ne accorgevo dall’imbarazzo con cui, nel discorso con me, passava dal “lei” al “tu”. Mi hanno detto anche che era fiero di avermi avuto come discepolo. Forse però non ha mai saputo che se ancora tornavo da lui era perché avevo il presentimento che mi avrebbe aiutato a risolvere, come un tempo, qualche altro complicato problema, per il quale non mi bastavano più le quattro operazioni dell’aritmetica che lui mi aveva insegnato. Ogni volta che lo lasciavo, sentivo di avergli rubato spezzoni di mistero. Quegli spezzoni che a scuola ci sottraeva volutamente, senza che noi ce ne accorgessimo. Sì, perché lui aveva l’incredibile qualità di non spiegarci mai tutto e per ogni cosa ci lasciava un ampio margine d’arcano, non so se per stimolare la nostra ricerca o per alimentare il nostro stupore.
Perché l’arcobaleno dura così poco in cielo? E cosa fa Dio tutto il giorno? Perché le farfalle lasciano l’argento sulle dita? Perché Gesù ha fatto nascere così il povero Nico, che veniva a scuola sulla carrozzella spinta dalla nonna? Perché si muore anche a dieci anni, come la sua bambina, e noi scolari quel giorno andammo tutti in chiesa a pregare per lei?

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La Tazza del maestro ( Racconti per bambini)

3 settembre 2019
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Mattia è un ragazzo di dieci anni che vive in un piccolo villaggio nella Galilea di duemila anni fa. A quel tempo i bambini della sua età andavano già a lavorare. Molti nei campi, altri dagli artigiani.

Mattia è fortunato perchè ha trovato lavoro nella bottega di un maestro vasaio molto bravo. Il vasaio Yonas, che i suoi lavoranti chiamano semplicemente “maestro”, è piuttosto rinomato: vende le sue terrecotte anche nelle grandi città, da Cafarnao a Cesarea di Filippo.

Da lui il lavoro non manca mai; sono numerosi gli operai e i garzoni che operano nella sua bottega. C’è chi impasta la creta, chi la modella al tornio, chi la decora e chi la cuoce in una fornace che fa un fumo visibile anche dai villaggi vicini.

Yonas si è accorto subito che Mattia ha la mano ferma e impara velocemente.

Per questa sua abilità innata, il ragazzo è addetto alla decorazione dei vasi.

Prima con linee molto semplici, poi, man mano che impara il mestiere, con disegni complessi e colori vivaci.

La vita nella bottega del vasaio è molto dura. Si comincia a lavorare appena dopo l’alba.

Maestro Yonas impartisce gli ordini agli operai e ai ragazzi.

“Voi due sellate le mule e andate nella cava a prendere della creta.

Tu vai ad impastare la terra di ieri. La voglio liscia e senza sassolini. Non come la settimana scorsa: mi è toccato rifare tutto il lavoro di una giornata perché qualcuno non si voleva sporcare le mani. Voi tre piccoli prendete la paglia e aiutatemi ad imballare  le tazze che abbiamo cotto ieri l’altro. Il Governatore le vuole a Cesarea tra due giorni. Non c’è tempo da perdere.

E tu, Mattia, devi decorare questi vasetti. Il cartone col modello e i colori  sono su quel tavolo. Voglio un lavoro preciso perché il compratore è un mercante che ha clienti ricchi. Se li accontentiamo avremo altro lavoro e altro ancora”.

Yonas non sta mai fermo. Controlla tutto. Spesso si ferma lui stesso a lavorare  al tornio, oppure alla fornace o alla decorazione dei manufatti da cuocere.

Il lavoro prosegue fino a sera con la sola pausa di un pasto frugale in cui  operai e garzoni siedono allo stesso tavolo. Solo il maestro Yonas ha un suo posto fisso nella grande tavolata e spesso mangia del cibo un po’ più vario. Se i suoi compratori non sono stati avari, distribuisce a tutti anche un po’ di vino, ma quello buono non lo divide con nessuno.

Mattia esegue con cura e precisione il lavoro assegnato, ma è molto curioso ed è attratto dai modelli creati dal suo maestro per decorare il vasellame dei clienti più ricchi. Sono disegni difficili: animali, figure di uomini che lottano, disegni geometrici dalle linee intrecciate molto complesse.

Quando un cliente chiede una partita di vasellame tutto uguale, per prudenza Yonas ne mette in produzione qualche pezzo in più, per compensare quello che, a volte, si spezza durante la cottura. Succede un giorno che il vasaio riceve l’ordinazione di venti tazze da decorare con piccole margherite a sei petali. Il tornitore ne produce una in più del solito; quando Mattia se ne accorge, decora una tazza con un disegno di sua invenzione: un gallo con le penne variopinte.

Un paio di giorni dopo, a cottura ultimata, il vasaio Yonas si rigira tra le mani la tazza col gallo dipinto: bellissima. Chiama il capo dei decoratori per sapere chi sia l’autore del piccolo capolavoro. Non ci vuole molto a scoprire la verità: è stato Mattia che voleva fare un regalo ai genitori usando una tazza inutile. Yonas regala la tazza al garzone a patto che questi ne produca un’altra, simile alla prima, ma più ricca di decorazioni.

Mattia esegue l’incarico impegnandosi al massimo. A cottura ultimata, il ragazzo presenta al maestro il suo lavoro. Yonas  è talmente soddisfatto che a pranzo vuole Mattia al suo fianco. Divide con lui il suo cibo e, addirittura, lo fa bere alla sua tazza. Il garzone capisce subito che qualcosa è cambiato.

Da quel momento non è più un operaio qualsiasi, ma un vero allievo.

Il maestro, infatti, gli dedica più attenzione e gli insegna pian piano tutti i segreti del mestiere.

Sono passati gli anni e Mattia ora è un maestro vasaio, in una bottega tutta sua. Non dimentica mai di raccontare ai figli quella prima volta in cui ha mangiato il pane alla tavola del maestro e bevuto il vino dalla sua tazza.

E soprattutto non dimentica mai di raccontarlo ai suoi fratelli di fede quando si riuniscono per spezzare il pane e fare memoria di quel Maestro che ha dato la vita per amore di tutti gli uomini.

Mangiare il pane e bere alla tazza del Maestro è segno di essere diventati allievi, discepoli, cioè coloro che imparano tutto ciò che sa il Maestro per poterlo vivere e raccontare a tutti.

Gulli Morini

gullymorini@virgilio.it

Una piccola notizia storica.

Gesù, nell’ultima cena, ha ripetuto i riti tipici di una cena rituale ebraica, con una unica variazione, ma densa di significato.

Nel pasto ebraico ci sono momenti in cui si beve il vino dopo aver pronunciato una benedizione a Dio, ma ogni commensale beve dal proprio calice.

Gesù, dopo la benedizione rituale, offre a tutti il calice perché bevano proprio il suo vino, e alla stessa maniera spezza il pane in modo che tutti mangino da quell’unico pane.Il significato di unità e di condivisione è evidente

Piccole storie per la gioia del anima

6 marzo 2018

06 di Marzo

Strategia dell’anatra


Tre giovani avevano compiuto diligentemente i loro studi alla scuola di grandi maestri.
Prima di lasciarsi fecero una promessa: avrebbero percorso il mondo e si sarebbero ritrovati dopo un anno, portando la cosa più preziosa che fossero riusciti a trovare.
Il primo non ebbe dubbi: partì alla ricerca di una gemma splendida ed inestimabile. Attraversò mari e monti e deserti, salì montagne e visitò città sinché non l’ebbe trovata : era la più splendida gemma che avesse mai rifulso sotto il sole. Tornò allora in patria in attesa degli amici.
Il secondo tornò dopo poco tenendo per mano una ragazza dal volto dolce e attraente.
“Ti assicuro che non c’è nulla di più prezioso di due persone che si amano” disse.
Si misero ad aspettare il terzo amico.
Molti anni passarono prima che questi arrivasse. Era infatti partito alla ricerca di Dio. Aveva consultato i più celebrati maestri di tutte le contrade, ma non aveva trovato Dio: Aveva studiato e letto, ma senza trovare Dio. Aveva rinunciato a tutto, ma Dio non lo aveva trovato.
Un giorno, spossato per tanto girovagare, si abbandonò nell’erba sulla riva di un lago. Incuriosito seguì le affannate manovre di un’anatra che in mezzo ai canneti cercava i piccoli che si erano allontanati da lei. I piccoli erano numerosi e vivaci, e sino al calar del sole l’anatra cercò, nuotando senza posa tra i canneti, finché non ebbe ricondotto sotto la sua ala l’ultimo dei suoi nati.
Allora l’uomo sorrise e fece ritorno al paese.
Quando gli amici lo videro, uno gli mostrò la gemma e l’altro la ragazza che era diventata sua moglie, poi pieni di attesa gli chiesero:
“ E tu, cos’hai trovato di prezioso? Qualcosa di magnifico, se hai impiegato tanti anni: Lo vediamo dal tuo sorriso…”.
“Ho cercato Dio”- rispose il terzo giovane.
“E lo hai trovato?” chiesero i due, sbalorditi.
“Ho scoperto che era Lui che cercava me…

 

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Cercare Dio

Orsù, dunque, o Signore Dio mio,
insegna al mio cuore
dove e come possa cercarti
e dove e come possa trovarti.
O Signore, se non sei qui, dove te assente, cercherò?
E se invece sei ovunque, perché non ti vedo presente?
Ma certo tu abiti «una luce inaccessibile» E dov’è la luce inaccessibile?
E come mi avvicinerò a questa luce inaccessibile?
E chi mi condurrà e mi introdurrà in essa,
affinché in essa io ti veda?
Per mezzo di quali segni, di quale immagine ti cercherò?
Non ti ho mai visto, o Signore Dio mio, non conosco il tuo volto.
Che cosa farà, o altissimo Signore,
che cosa farà codesto tuo esule lontano?
Che cosa farà il tuo servo ansioso del tuo amore
e gettato lontano «dal tuo volto» 
Anela di vederti ed è troppo lontano dai tuo volto.
Desidera di avvicinarsi a te e il luogo dove tu abiti è inaccessibile.
Brama di trovarti e non conosce dove tu stai.
Fa di tutto per cercarti e ignora il tuo volto.
O Signore, tu sei il mio Dio e sei il mio Signore e non ti ho mai visto.
Tu mi hai fatto e rifatto
e mi hai dato tutti i miei beni
e io ancora non ti conosco.
In breve: sono stato fatto per vederti
e non ho ancora fatto ciò per cui sono stato fatto. 

Anselmo d’AOSTA

 

Piccole storie per la gioia del anima

2 marzo 2018

02 di Marzo

Via col vento

Nel prato di un giardino pubblico, con il tiepido sole della primavera, in mezzo all’erba tenera, erano spuntate le foglie dentellate e robuste dei Denti di Leone.
Uno di questi esibì un magnifico fiore giallo, innocente, dorato e sereno come un tramonto di maggio.
Dopo un po’ di tempo il fiore divenne un «soffione»: una sfera leggera, ricamata dalle coroncine di piumette attaccate ai semini che se ne stavano stretti stretti al centro del soffione.
E quante congetture facevano i piccoli semi.
Quanti sogni cullava la brezza alla sera, quando i primi timidi grilli intonavano la loro serenata.
«Dove andremo a germogliare?».
«Chissà?».
«Solo il vento lo sa».
Un mattino il soffione fu afferrato dalle dita invisibili e forti del vento.
I semi partirono attaccati al loro piccolo paracadute e volarono via, ghermiti dalla corrente d’aria.
«Addio… addio», si salutavano i piccoli semi.
Mentre la maggioranza atterrava nella buona terra degli orti e dei prati, uno, il più piccolo di tutti, fece un volo molto breve e finì in una screpolatura del cemento di un marciapiede.
C’era un pizzico di polvere depositato dal vento e dalla pioggia, così meschino in confronto alla buona terra grassa del prato.
«Ma è tutta mia!», si disse il semino. Senza pensarci due volte, si rannicchiò ben bene e cominciò subito a lavorare di radici.
Davanti alla screpolatura nel cemento c’era una panchina sbilenca e scarabocchiata.
Proprio su quella panchina si sedeva spesso un giovane.
Era un giovane dall’aria tormentata e lo sguardo inquieto.
Nubi nere gli pesavano sul cuore e le sue mani erano sempre strette a pugno.
Quando vide due foglioline dentate verde tenero che si aprivano la strada nel cemento rise amaramente: «Non ce la farai! Sei come me!», e con un piede le calpestò.
Ma il giorno dopo vide che le foglie si erano rialzate ed erano diventate quattro.
Da quel momento non riuscì più a distogliere gli occhi dalla testarda coraggiosa pianticella.
Dopo qualche giorno spuntò il fiore, giallo brillante, come un grido di felicità.
Per la prima volta dopo tanto tempo il giovane avvilito sentì che il risentimento e l’amarezza che gli pesavano sul cuore cominciavano a sciogliersi.
Rialzò la testa e respirò a pieni polmoni. Diede ungran pugno sullo schienale della panchina e gridò: «Ma certo! Ce la possiamo fare!».
Aveva voglia di piangere e di ridere. Sfiorò con le dita la testolina gialla del fiore.
Le piante sentono l’amore e la bontà degli esseri umani.
Per il piccolo e coraggioso Dente di Leone la carezza del giovane fu la cosa più bella della vita.

 

Non chiedere al Vento perché ti ha portato dove sei.
Anche se sei soffocato dal cemento, lavora di radici e vivi.
Tu sei un messaggio.

Anche queste piccole storie sono semi portati dal Vento.
Dove atterreranno e che cosa faranno solo il Vento lo sa.

 

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Piccole storie per la gioia del anima

1 marzo 2018

28 di Febbraio

I  tre figli

 

Tre donne andarono alla fontana per attingere acqua. Presso la fontana, su una panca di pietra, sedeva un uomo anziano che le osservava in silenzio ed ascoltava i loro discorsi.
Le donne lodavano i rispettivi figli.

«Mio figlio», diceva la prima, «è così svelto ed agile che nessuno gli sta alla pari».
«Mio figlio», sosteneva la seconda, «canta come un usignolo. Non c’è nessuno al mondo che possa vantare una voce bella come la sua».

«E tu, che cosa dici di tuo figlio?», chiesero alla terza, che rimaneva in silenzio.
«Non so che cosa dire di mio figlio», rispose la donna. «È un bravo ragazzo, come ce ne sono tanti. Non sa fare niente di speciale…».

 

Quando le anfore furono piene, le tre donne ripresero la via di casa.
Il vecchio le seguì per un pezzo di strada.
Le anfore erano pesanti, le braccia delle donne stentavano a reggerle.

Ad un certo punto si fermarono per far riposare le povere schiene doloranti.
Vennero loro incontro tre giovani.

Il primo improvvisò uno spettacolo: appoggiava le mani a terra e faceva la ruota con i piedi per aria, poi inanellava un salto mortale dopo l’altro.
Le donne lo guardavano estasiate: «Che giovane abile!».
Il secondo giovane intonò una canzone. Aveva una voce splendida che ricamava armonie nell’aria come un usignolo.
Le donne lo ascoltavano con le lacrime agli occhi: «È un angelo!».
Il terzo giovane si diresse verso sua madre, prese la pesante anfora e si mise a portarla, camminando accanto a lei.

 

Le donne si rivolsero al vecchio: «Allora che cosa dici dei nostri figli?».
«Figli?», esclamò meravigliato il vecchio. «Io ho visto un figlio solo!».

 

 

«Li riconoscerete dai loro frutti» (Matteo 7,16).

 

 

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Piccole storie per la gioia del anima

28 febbraio 2018

27 di Febbraio

Lo scorpione

 

Un monaco si era seduto a meditare sulla riva di un ruscello.
Quando aprì gli occhi, vide uno scorpione che era caduto nell’acqua e lottava disperatamente per stare a galla e sopravvivere.
Pieno di compassione, il monaco immerse la mano nell’acqua, afferrò lo scorpione e lo posò in salvo sulla riva.
L’insetto per ricompensa si rivoltò di scatto e lo punse provocandogli un forte dolore.
Il monaco tornò a meditare, ma quando riaprì gli occhi, vide che lo scorpione era di nuovo caduto in acqua e si dibatteva con tutte le sue forze.
Per la seconda volta lo salvò e anche questa volta lo scorpione punse il suo salvatore fino a farlo urlare per il dolore.
La stessa cosa accadde una terza volta. E il monaco aveva le lacrime agli occhi per il tormento provocato dalle crudeli punture alla mano.

 

Un contadino che aveva assistito alla scena esclamò:
«Perché ti ostini ad aiutare quella miserabile creatura che invece di ringraziarti ti fa solo male?».

«Perché seguiamo entrambi la nostra natura» rispose il monaco.
«Lo scorpione è fatto per pungere e io sono fatto per essere misericordioso».

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Piccole storie per la gioia del anima

26 febbraio 2018

26 di Febbraio

Il perdono

 

Un fedele buono, ma piuttosto debole, si confessava di solito dal parroco.
Le sue confessioni sembravano però un disco rotto: sempre le stesse mancanze, e soprattutto sempre lo stesso grosso peccato.
«Basta!» gli disse, un giorno, in tono severo il parroco. «Non devi prendere in giro il Signore. È l’ultima volta che ti assolvo per questo peccato. Ricordatelo!».
Ma quindici giorni dopo, il fedele era di nuovo là a confessare il suo solito peccato.
Il confessore perse davvero la pazienza: «Ti avevo avvertito: non ti do l’assoluzione. Così impari…».
Avvilito e colmo di vergogna, il pover’uomo si alzò.
Proprio sopra il confessionale, appeso al muro, troneggiava un grande crocifisso di gesso.
L’uomo lo guardò.
In quell’istante, il Gesù di gesso del crocifisso si animò, sollevò un braccio dalla sua secolare posizione e tracciò il segno dell’assoluzione: «Io ti assolvo dai tuoi peccati…».

 

Ognuno di noi è legato a Dio con un filo.

Quando commettiamo un peccato, il filo si rompe.

Ma quando ci pentiamo della nostra colpa, Dio fa un nodo nel filo, che diviene più corto di prima.

Di perdono in perdono ci avviciniamo a Dio.

 

 

«Vi assicuro che in cielo si fa più festa per un peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione » (Luca 15,7).

 

 

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Piccole storie per la gioia del anima

23 febbraio 2018

23 di Febbraio

Il Paradiso


Una storia ebraica narra di un uomo che è stufo della sua vita con la moglie e i figli.
La moglie lo domina e lo vessa, i figli lo disprezzano e gli ridono dietro.
Si sente una vittima e pensa che sia venuto per lui il momento di cercare la Gerusalemme celeste, il Paradiso.
Dopo molte ricerche, trova un vecchio saggio che gli spiega la strada in dettaglio: “Il Paradiso c’è, eccome, ed è nel tal posto. Bisogna fare parecchia strada, ma con un bel po’ di fatica ci si arriva”.
L’uomo si mette in cammino. Di giorno marcia, e la notte, stanchissimo, si ferma in una locanda per dormire.
Siccome è un uomo molto preciso decide, la sera, prima di coricarsi, di disporre le sue scarpe già orientate verso il Paradiso, per essere ben sicuro di non perdere la direzione giusta. Durante la notte, però, mentre lui dorme, un diavoletto dispettoso entra in azione e gli gira le scarpe nella direzione opposta.
La mattina dopo l’uomo si sveglia, guarda le sue scarpe, che gli paiono orientate in maniera diversa rispetto alla sera prima, ma non ci fa troppo caso e riprende il cammino, che ora è nella direzione contraria a quella del giorno precedente: verso il punto di partenza.
A mano a mano che procede, il paesaggio diventa sempre più familiare. A un certo punto arriva nel paese dove è sempre vissuto, che però crede sia il Paradiso: «Come assomiglia al mio paese il Paradiso». Siccome è il Paradiso, tuttavia, ci si trova bene e gli piace moltissimo.
Poi vede la sua vecchia casa, che però pensa sia il Paradiso: «Come assomiglia alla mia vecchia casa!». Ma siccome è il Paradiso, gli piace moltissimo.
Lo accolgono sua moglie e i suoi figli: «Come assomigliano a mia moglie e ai miei figli! Qui in Paradiso tutto assomiglia a quello che c’era prima».
Però, siccome è il Paradiso, tutto è bellissimo. La moglie è una persona deliziosa, i figli sono straordinari, tutti sono pieni di qualità e aspetti che nel vivere quotidiano egli non avrebbe mai sospettato possedessero.

«È strano come qui in Paradiso tutto assomigli a ciò che c’era nella mia vita di prima in modo così preciso, ma come allo stesso tempo tutto sia completamente diverso!».

Ad ogni secondo, entriamo in Paradiso oppure ne usciamo.

 

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Piccole storie per la gioia del anima

22 febbraio 2018

22 di Febbraio

Chi é il più forte?

 

Un giorno, la pietra disse: «Sono la più forte!». Udendo ciò, il ferro disse: «Sono più forte di te! Lo vuoi vedere?». Subito, i due lottarono fino a quando la pietra fu ridotta in polvere. Il ferro disse a sua volta: «lo sono il più forte! Udendolo, il fuoco disse: «lo sono più forte te! Lo vuoi vedere?». Allora i due lottarono finché il ferro fu fuso. Il fuoco disse a sua volta: «lo sì che sono forte!». Udendo ciò, l’acqua disse: «lo sono più forte di te! Se vuoi te lo dimostro». Allora, lottarono fin quando il fuoco fu spento. L’acqua disse a sua volta: «Sono io la più forte!». Udendola il sole disse: «lo sono più forte ancora! Guarda!». I due lottarono finché il sole fece evaporare l’acqua. Il sole disse a sua volta: «Sono io il più forte!». Udendolo, la nube disse: «lo sono più forte ancora! Guarda!». I due lottarono finché la nube nascose il sole.
La nube disse a sua volta: «Sono io la più forte!». Ma il vento disse: «lo sono più forte di te! Te lo dimostro». Allora i due lottarono fin quando il vento soffiò via la nube ed essa sparì. ll vento disse a sua volta: «lo sì, che sono forte!». I monti dissero: «Noi siamo più forti di te! Guarda!». Subito i due lottarono fino a che il vento restò preso tra le catene dei monti. I monti, a loro volta, dissero: «Siamo i più forti!». Ma sentendoli, l’uomo disse: «lo sono più forte di voi! E, se lo volete vedere…». L’uomo, dotato di grande intelligenza, perforò i monti, impedendo che bloccassero il vento. Dominando il potere dei monti, l’uomo proclamò: «lo sono la creatura più forte che esista!». Ma poi venne la morte, e l’uomo che si credeva intelligente e tanto forte, con un ultimo respiro, morì.
La morte a sua volta disse: Sono io la più forte! Perché prima o poi tutto muore e finisce nel nulla”
La morte già festeggiava quando, inatteso, venne un uomo e, dopo soli tre giorni dalla morte, risuscitò, vincendo la morte.

 

Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori è diventata testata d’angolo…

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Piccole storie per la gioia del anima

5 febbraio 2018

4 di Febbraio

Il significato della vita

 

Un professore concluse la sua lezione con le parole di rito: “Ci sono domande?”.
Uno studente gli chiese: “Professore, qual è il significato della vita?”.
Qualcuno, tra i presenti che si apprestavano a uscire, rise.
Il professore guardò a lungo lo studente, chiedendo con lo sguardo se era una domanda seria.
Comprese che lo era. “Le risponderò” gli disse.
Estrasse il portafoglio dalla tasca dei pantaloni, ne tirò fuori uno specchietto rotondo, non più grande di una moneta.

Poi disse: “Ero bambino durante la guerra.
Un giorno, sulla strada, vidi uno specchio andato in frantumi.
Ne conservai il frammento più grande. Eccolo.
Cominciai a giocarci e mi lasciai incantare dalla possibilità di dirigere la luce riflessa negli angoli bui dove il sole non brillava mai: buche profonde, crepacci, ripostigli.
Conservai il piccolo specchio.
Diventando uomo finii per capire che non era soltanto il gioco di un bambino, ma la metafora di quello che avrei potuto fare nella vita.
Anch’io sono il frammento di uno specchio che non conosco nella sua interezza.
Con quello che ho, però, posso mandare la luce, la verità, la comprensione, la conoscenza, la bontà, la tenerezza nei bui recessi del cuore degli uomini e cambiare qualcosa in qualcuno.
Forse altre persone vedranno e faranno altrettanto. In questo per me sta il significato della vita”.

 

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1 febbraio 2018

31 di Gennaio

Due Passerotti

Due passerotti se ne stavano beatamente a prendere il fresco sulla stessa pianta, che era un salice. Uno si era appollaiato sulla cima del salice, l’altro in basso su una biforcazione dei rami.
Dopo un po’, il passerotto che stava in alto, tanto per rompere il ghiaccio, dopo la siesta disse: “Oh, come sono belle queste foglie verdi!”.
Il passerotto che stava in basso la prese come una provocazione. Gli rispose in modo seccato: “Ma sei cieco? Non vedi che sono bianche!”.
E quello di sopra, indispettito: “Tu sei cieco! Sono verdi!”.
E l’altro dal basso con il becco in su: “Ci scommetto le piume della coda che sono bianche. Tu non capisci nulla! Sei matto!”.
Il passerotto della cima si sentì bollire il sangue e senza pensarci due volte si precipitò sul suo avversario per dargli una lezione. L’altro non si mosse. Quando furono vicini, uno di fronte all’altro, con le piume del collo arruffate per l’ira, prima di cominciare il duello ebbero la lealtà di guardare nella stessa direzione, verso l’alto.
Il passerotto che veniva dall’alto emise un “oh” di meraviglia: “Guarda un po’ che sono bianche!”. Disse però al suo amico: “Prova un po’ a venire lassù dove stavo prima”.
Volarono sul più alto ramo del salice e questa volta dissero in coro: “Guarda un po’ che sono verdi”.

 

 

Non giudicare nessuno se prima non hai camminato un’ora nelle sue scarpe.

 

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Piccole storie per la gioia del anima

30 gennaio 2018

30 di Gennaio

Due blocchi di ghiaccio


C’erano una volta due blocchi di ghiaccio. Si erano formati durante il lungo inverno, all’interno di una grotta di tronchi, rocce e sterpaglie in mezzo ad un bosco sulle pendici di un monte. Si fronteggiavano con ostentata reciproca indifferenza. I loro rapporti erano di una certa freddezza. Qualche “buongiorno”, qualche “buonasera”. Niente di più. Non riuscivano cioè a “rompere il ghiaccio”.
Ognuno pensava dell’altro: “Potrebbe anche venirmi incontro”. Ma i blocchi di ghiaccio, da soli, non possono né andare né venire.
Ma non succedeva niente e ogni blocco di ghiaccio si chiudeva ancora di più in se stesso. Nella grotta viveva un tasso. Un giorno sbottò:”Peccato che ve ne dobbiate stare qui. E’ una magnifica giornata di sole!”. I due blocchi di ghiaccio scricchiolarono penosamente. Fin da piccoli avevano appreso che il sole era il grande pericolo. Sorprendentemente quella volta, uno dei due blocchi di ghiaccio chiese: “Com’è il sole?”. “E’ meraviglioso, è la vita!” rispose il tasso. “Puoi aprirci un buco nel tetto della tana… Vorrei vedere il sole…” disse l’altro. Il tasso non se lo fece ripetere. Aprì uno squarcio nell’intrico delle radici e la luce calda e dolce del sole entrò come un fiotto dorato. Dopo qualche mese, un mezzodì, mentre il sole intiepidiva l’aria, uno dei blocchi si accorse che poteva fondere un po’ e liquefarsi diventando un limpido rivolo d’acqua. Si sentiva diverso, non era più lo stesso blocco di ghiaccio di prima. Anche l’altro fece la stessa meravigliosa scoperta. Giorno dopo giorno, dai blocchi di ghiaccio sgorgavano due ruscelli d’acqua che scorrevano all’imboccatura della grotta e, dopo poco, si fondevano insieme formando un laghetto cristallino, che rifletteva il colore del cielo. I due blocchi di ghiaccio sentivano ancora la loro freddezza, ma anche la loro fragilità e la loro solitudine, la preoccupazione e l’insicurezza comuni. Scoprirono di essere fatti allo stesso modo e di aver bisogno in realtà l’uno dell’altro. Arrivarono due cardellini e un’allodola e si dissetarono. Gli insetti vennero a ronzare intorno al laghetto, uno scoiattolo dalla lunga coda morbida ci fece il bagno. E in tutta questa felicità si rispecchiavano i due blocchi di ghiaccio che ora avevano trovato un cuore.

A volte basta solo un raggio di sole. Una parola gentile. Un saluto. Una carezza. Un sorriso. Ci vuole così poco a fare felici quelli che ci stanno accanto. Allora, perché non lo facciamo?

 

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Piccole storie per la gioia del anima

22 gennaio 2018

22 di Gennaio

Il forestiero

C’era una volta un uomo seduto ai bordi di un’oasi all’entrata di una città del Medio Oriente.
Un giovane si avvicinò e gli domandò:
«Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città?».
Il vecchio gli rispose con una domanda: «Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?».
«Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di partire di là».
«Così sono gli abitanti di questa città» gli rispose il vecchio.
Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all’uomo e gli pose la stessa domanda:
«Sono appena arrivato in questo paese. Come sono gli abitanti di questa città?».
L’uomo rispose di nuovo con la stessa domanda: «Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?».
«Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a lasciarli».
«Anche gli abitanti di questa città sono così» rispose il vecchio.
Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all’abbeveraggio aveva udito le conversazioni
e quando il secondo giovane si allontanò si rivolse al vecchio in tono di rimprovero:
«Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta da due persone?».
«Figlio mio», rispose il vecchio, «ciascuno porta il suo universo nel cuore.
Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui.
Al contrario, colui che aveva degli amici nell’altra città troverà anche qui degli amici leali e fedeli.
Perché, vedi, le persone sono ciò che noi troviamo in loro».

 

Si trova sempre ciò che si cerca.

Una storiella sulla paura… di non avere abbastanza coraggio (e predisposizione) di gettare sul prossimo una luce di ottimismo e di benevolenza.

 

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Piccole storie per la gioia del anima

20 gennaio 2018

20 di Gennaio

Il bambù

In un magnifico giardino cresceva un bambù dal nobile aspetto. Il Signore del giardino lo amava più di tutti gli altri alberi. Anno dopo anno, il bambù cresceva e si faceva robusto e bello. Perché il bambù sapeva bene che il Signore lo amava e ne era felice.
Un giorno, il Signore si avvicinò al suo amato albero e gli disse: “Caro bambù, ho bisogno di te”.
Il magnifico albero sentì che era venuto il momento per cui era stato creato e disse, con grande gioia: “Signore, sono pronto. Fa’ di me l’uso
che vuoi”. La voce del Signore era grave: “Per usarti devo abbatterti! ” Il bambù si spaventò: “Abbattermi, Signore? Io, il più bello degli alberi del tuo giardino? No, per favore, no! Usami per la tua gioia, Signore, ma per favore, non abbattermi”.
“Mio caro, bambù”, continuò il Signore, “se non posso abbatterti, non posso usarti”.
Il giardino piombò in un profondo silenzio. Anche il vento smise di soffiare. Lentamente il bambù chinò la sua magnifica chioma e sussurrò: “Signore, se non puoi usarmi senza abbattermi, abbattimi”.
“Mio caro bambù”, disse ancora il Signore, “non solo devo abbatterti, ma anche tagliarti i rami e le foglie”. “Mio Signore, abbi pietà. Distruggi la mia bellezza, ma lasciami i rami e le foglie! “.
Il sole nascose il suo volto, una farfalla inorridita volò via. Tremando, il bambù disse fiocamente: “Signore, tagliali”.
“Mio caro bambù, devo farti ancora di più. Devo spaccarti in due e strapparti il cuore. Se non posso fare questo, non posso usarti”.
Il bambù si chinò fino a terra e mormorò: “Signore, spacca e strappa”.
Così il Signore del giardino abbatté il bambù, tagliò i rami e le foglie, lo spaccò in due e gli estirpò il cuore. Poi lo portò dove sgorgava una fonte di acqua fresca, vicino ai suoi campi che soffrivano per la siccità.
Delicatamente collegò alla sorgente una estremità dell’amato bambù e diresse l’altra verso i campi inariditi.
La chiara, fresca, dolce acqua prese a scorrere nel corpo del bambù e raggiunse i campi. Fu piantato il riso e il raccolto fu ottimo.
Così il bambù divenne una grande benedizione, anche se era stato abbattuto e distrutto.
Quando era un albero stupendo, viveva solo per se stesso e si specchiava nella propria bellezza. Stroncato, ferito e sfigurato era diventato un canale, che il Signore usava per rendere fecondo il suo regno.

 

Noi la chiamiamo “sofferenza”. Dio la chiama “ho bisogno di te”.

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Piccole storie per la gioia del anima

19 gennaio 2018

18 di Gennaio

L’asino e il bue

Mentre Giuseppe e Maria erano in viaggio verso Betlemme, un angelo radunò tutti gli animali per scegliere i più adatti ad aiutare la Santa Famiglia nella stalla.
Per primo, naturalmente, si presentò il leone. “Solo un re è degno di servire il Re del mondo – ruggì – io mi piazzerò all’entrata e sbranerò tutti quelli che tenteranno di avvicinarsi al Bambino!”. “Sei troppo violento” disse l’angelo.
Subito dopo si avvicinò la volpe. Con aria furba e innocente, insinuò: “Io sono l’animale più adatto. Per il figlio di Dio ruberò tutte le mattine il miele migliore e il latte più profumato. Porterò a Maria e Giuseppe tutti i giorni un bel pollo!”. “Sei troppo disonesta”, disse l’angelo.
Tronfio e splendente arrivò il pavone. Sciorinò la sua magnifica ruota color dell’iride: “Io trasformerò quella povera stalla in una reggia più bella del palazzo di Salomone!”. “Sei troppo vanitoso”, disse l’angelo.
Passarono, uno dopo l’altro, tanti animali ciascuno magnificando il suo dono. Invano. L’angelo non riusciva a trovarne uno che andasse bene. Vide però che l’asino e il bue continuavano a lavorare, con la testa bassa, nel campo di un contadino, nei pressi della grotta.
L’angelo li chiamò: “E voi non avete niente da offrire?”. “Niente – rispose l’asino e afflosciò mestamente le lunghe orecchie – noi non abbiamo imparato niente oltre all’umiltà e alla pazienza. Tutto il resto significa solo un supplemento di bastonate!”.
Ma il bue, timidamente, senza alzare gli occhi, disse: “Però potremmo di tanto in tanto cacciare le mosche con le nostre code”.

L’angelo finalmente sorrise: “Voi siete quelli giusti!”.

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Grossi o piccoli, i superbi sono sempre stupidi.

 

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Piccole storie per la gioia del anima

17 gennaio 2018

17 di Gennaio

Il segreto

 

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Celebravano i 50 anni di matrimonio. Erano felici, circondati da figli e nipoti.
Al marito fu chiesto quale fosse il segreto di un matrimonio così duraturo.
Il vecchio signore chiuse un attimo gli occhi e poi, come ripescando nella memoria un ricordo lontano, raccontò.
«Lucia, mia moglie, era l’unica ragazza con cui fossi mai uscito.
Ero cresciuto in un orfanotrofio e avevo sempre lavorato duro per ottenere quel poco che avevo. Non avevo mai avuto tempo di uscire con le ragazze, finché Lucia non mi conquistò. Prima ancora di rendermi conto di quello che stava accadendo, l’avevo chiesta in moglie.
Eravamo così giovani, tutti e due. Il giorno delle nozze, dopo la cerimonia in chiesa, il padre di Lucia mi prese in disparte e mi diede in mano un pacchettino. Disse: “Con questo regalo, non ti servirà altro per un matrimonio felice”.
Ero agitato e litigai un po’ con la carta e con il nastro prima di riuscire a scartare il pacchetto.
Nella scatola c’era un grosso orologio d’oro. Lo sollevai con cautela.
Mentre lo osservavo da vicino, notai un’incisione sul quadrante: era un’esortazione molto saggia e l’avrei vista tutte le volte che avessi controllato l’ora».
L’anziano signore sorrise e mostrò il suo vecchio orologio. C’erano delle parole un po’ svanite, ma ancora leggibili incise sul quadrante.
Quelle parole recavano in sé il segreto di un matrimonio felice.
Erano le seguenti: «Di’ qualcosa di carino a Lucia».

 

Di’ qualcosa di carino alla persona che ami.
Adesso.

Piccole storie per la gioia del anima

16 gennaio 2018

16 di Gennaio

LA VISITA

 

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Ogni giorno a mezzogiorno, un giovane si affacciava sulla porta della chiesa e ripartiva qualche minuto più tardi.
Portava un camiciotto a quadri e i jeans sdruciti come tutti i giovani della sua età. Aveva in mano un sacchetto di carta con i panini per il pranzo.
Insospettito, il parroco gli domandò che cosa ci venisse a fare. Perché, con i tempi che corrono, c è gente che ruba anche in chiesa.
“Vengo a pregare” rispose il giovane.
“Pregare… Come fai a pregare così velocemente?”.
“Beh.., tutti i giorni mi affaccio in questa chiesa a mezzogiorno e dico soltanto: Gesù, è Jim; poi me ne vado. E’ un piccola preghiera, ma sono sicuro che Lui mi ascolta”.Qualche giorno dopo, per un incidente sul lavoro, il giovane fu trasportato all’ospedale con alcune fratture molto dolorose.
Fu sistemato in una camera con altri ricoverati.
Il suo arrivo cambiò il reparto. Dopo un paio di giorni la sua camera era diventata un punto d’incontro per tutti i pazienti del corridoio.
Giovani e anziani si davano appuntamento intorno al suo letto e lui aveva un sorriso e una battuta d’incoraggiamento per tutti.
Venne a visitarlo anche il parroco e, accompagnato da un’infermiera, si recò accanto al letto del giovane.
“Mi hanno detto che sei molto malconcio, ma che nonostante questo conforti tutti gli altri. Come fai?”.
“È grazie a uno che mi viene a trovare tutti i giorni a mezzogiorno”.
L’infermiera lo interruppe. “Ma non c’è nessuno che viene a mezzogiorno””.
“Oh sì! Viene tutti i giorni, si affaccia alla porta della camera e dice: Jim, è Gesù; e se ne va”.



Un brav’uomo passava ogni giorno davanti ad una immagine di Maria dipinta sul muro di una strada. Ogni volta le rivolgeva un saluto: “Buongiorno, Madre!”.
Una sera, dopo qualche anno, senti distintamente una voce provenire dall’immagine. “Buonasera, figliolo!”.
Se non sentiamo la risposta alle nostre preghiere è perché in fondo non ce l’aspettiamo.

 

Piccole storie per la gioia del anima

15 gennaio 2018

15 di Gennaio

LA CATENA E IL PETTINE

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C’erano una volta, in un paese di questo mondo, due sposi il cui amore non aveva smesso di crescere dal giorno del loro matrimonio. Erano molto poveri, ma ciascuno sapeva che l’altro portava nel cuore un desiderio inappagato: lui possedeva un orologio da tasca d’oro, ereditato dal padre, e sognava di comprare una catena dello stesso metallo prezioso, lei aveva dei lunghi e morbidi capelli biondi, e sognava un pettine di madreperla da poter infilare tra i capelli come un diadema.
Col passare degli anni, lui pensava sempre di più al pettine, mentre lei aveva quasi dimenticato il pettine, cercando il modo di comprare la catena d’oro.
Da molto tempo non ne parlavano più, ma dentro di loro nutrivano segretamente il sogno impossibile.
Il mattino del decimo anniversario del loro matrimonio, il marito vide la moglie venirgli incontro sorridente, ma con la testa quasi rasata, senza i suoi lunghi bellissimi capelli.

“Che cosa hai fatto, cara?”, chiese, pieno di stupore.
La donna aprì le sue mani nelle quali brillava una catena d’oro.
“Li ho venduti per comprare la catena d’oro per il tuo orologio”.
“Ah, tesoro, che hai fatto?”, disse l’uomo, aprendo le mani in cui splendeva un prezioso pettine di madreperla. “Io ho venduto l’orologio per comprarti il pettine!”.
E si abbracciarono, senza più niente, ricchi soltanto uno dell’altro.

 

“Mettimi come un sigillo sul tuo cuore,
come un sigillo sul tuo braccio.
Perché l’amore è forte come la morte.
Non basterebbe l’acqua degli oceani
a spegnere l’amore.
Neppure i fiumi lo potrebbero sommergere.
Se qualcuno provasse a comprare l’amore
con le sue ricchezze
otterrebbe solo il disprezzo”
(Cantico dei Cantici 8,6-7).

Esiste nella vita una sola felicità: amare ed essere amati.

 

Piccole storie per la gioia del anima

13 gennaio 2018

13 di Gennaio

L’ AQUILONE

 

Risultati immagini per L'AQUILONE

 


Una tersa e ventilata mattina di marzo, un bambino, aiutato dal nonno, fece innalzare nel cielo un magnifico aquilone.
Portato dal vento, l’aquilone saliva e saliva sempre più in alto. finché divenne solo più un puntolino.
Il filo si srotolava e seguiva l’aquilone verso l’alto, ma il nonno aveva legato saldamente una estremità del filo al polso del bambino.
Lassù, nell’azzurro, l’aquilone dondolava tranquillo e sicuro, seguendo le correnti.
Due grassi piccioni chiacchieroni, che volavano pigramente, si affiancarono all’aquilone e cominciarono a fare commenti sui suoi colori.

“Sei vestito proprio in ghingheri, amico”, disse uno.
“Dai, vieni con noi. Facciamo una gara di resistenza” disse l’altro.
“Non posso”, disse l’aquilone.
“Perché?”.
“Sono legato al mio padroncino, laggiù sulla terra”.
I due piccioni guardarono in giù.
“Io non vedo nessuno”, disse uno.
“Neppure io lo vedo”,

rispose l’aquilone, ma sono sicuro che c’è perché ogni tanto sento uno strattone al filo”.

 

……….

Sii felice se ogni tanto Dio dà uno strattone al tuo filo.
Non lo vedi, ma è legato a te.

E non ti lascerà perdere.
Mai.

 

Piccole storie per la gioia del anima

12 gennaio 2018

12 di Gennaio

LA FEDE

bibbia ombrello

 

I campi erano arsi e screpolati dalla mancanza di pioggia. Le foglie pallide e ingiallite pendevano penosamente dai rami. L’erba era sparita dai prati. La gente era tesa e nervosa, mentre scrutava il cielo di cristallo blu cobalto.
Le settimane si succedevano sempre più infuocate.
Da mesi non cadeva una vera pioggia.
Il parroco del paese organizzò un’ora speciale di preghiera nella piazza davanti alla chiesa per implorare la grazia della pioggia.
All’ora stabilita la piazza era gremita di gente ansiosa, ma piena di speranza.
Molti avevano portato oggetti che testimoniavano la loro fede. Il parroco guardava ammirato le Bibbie, le croci, i rosari.
Ma non riusciva a distogliere gli occhi da una bambina seduta compostamente in prima fila.
Sulle ginocchia aveva un ombrello rosso.

Pregare è chiedere la pioggia, credere è portare l’ombrello.


Racconti di Bruno Ferrero
Tratti di http://www.santamariadelpozzoardore.org/racconti-di-bruno-ferrero.html

Riflessione:
la bambina del racconto è colei che, fra tutti, ha una fede vera , pura e semplice, perchè va nella piazza portando il suo ombrello rosso!
Ella è certa che la pioggia verrà, e si siede fiduciosa in prima fila per non perdere il momento nel quale inizieranno a cadere le prime gocce!!!

 

San Bonifacio e l’albero di Natale

23 novembre 2017

Il Santo nacque in Inghilterra intorno al 680 e evangelizzò le popolazioni germaniche.
Si narra che Bonifacio, la notte di Natale del 724, affrontò i pagani riuniti presso la “Sacra Quercia del Tuono di Geismar” per adorare il dio Thor. Il Santo, con un gruppo di discepoli, arrivò nella radura dov’era la “Sacra Quercia” e, mentre si stava per sacrificare un bambino, gridò: «questa è la vostra Quercia del Tuono e questa è la croce di Cristo che spezzerà il martello del falso dio Thor».
Presa una scure cominciò a colpire l’albero sacro. Un forte vento si levò all’improvviso, l’albero cadde e si spezzò in quattro parti.

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Storia di una principessa

19 settembre 2017

C’era una principessa che viveva in un grande palazzo con le sue dame e servi. Aveva una grande tenuta con bellissimo giardino, laghi con acqua cristallina, dove ogni giorno faceva il bagno. C’erano inoltre dei bei passeri di ogni specie, che cantavano molto bene, pavonicon grandi e bellissime code, che volavano, colombe messaggere che andavano da ogni parte a portare i suoi messaggi e pappagalli viaggiatori che venivano a raccontare alla principessa tutto quello che avveniva nel mondo.

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La Rosa ,(Tratto dal libro: La Piccola Voce)

12 aprile 2015
    Osserva il tuo giardino! – disse il Sole alla Bambina – Lì potrai scorgere insegnamenti antichi, la sua saggezza è frutto di millenni di crescita umana. La Bambina si chiese come potesse il suo giardino essere il frutto della crescita umana, e il Sole che sapeva ascoltare anche senza udire, rispose: Osserva e capirai! Il giardino di quella bambina era un campo di fiori coloratissimi e vari, la luce tiepida del

sole lo inondava, e ogni fiore cresceva alto e forte. La piccola trascorreva le sue giornate osservando e intuendo la vera natura delle cose, senza riuscire però a cogliere il senso delle parole del Sole. Mentre ammirava la bellezza di quel giardino s’incantò a osservare la meravigliosa visione di un fiore che aveva petali di velluto, tese la mano per carezzarlo e il fiore la punse. La Bambina ritirò la mano dolorante, e con un po’ d’irritazione si rivolse a quel fiore ingrato, dicendo: Io volevo solo carezzarti e tu mi hai punta, la tua bellezza nasconde una feroce trappola, dimmi il tuo nome. Il fiore sembrò risvegliarsi da un lungo letargo, alla Bambina parve quasi di scorgere uno sbadiglio, e ancora assonnato disse: Io sono una rosa, mi spiace che ti sia punta, ma la mia natura è questa e non sono in grado di modificarla, solo il tempo sa modellare e migliorare ogni cosa. La Bambina si sentì un po’ in colpa per aver reagito con tanta indelicatezza, e stavolta con voce più delicata rivolse alla rosa una domanda: Sai tu parlarmi dell’origine del tutto? La rosa sorprendendo la piccola disse: Noi siamo il risultato dell’origine, il nostro essere racconta il suo passato e il suo domani è già in parte scritto dai nostri pregressi passi. La Bambina sorrise nell’ascoltare parole tanto complesse da una semplice rosa, e mossa da sincera meraviglia le chiese: Quale potrebbe essere il tuo passato, e che futuro può avere una rosa se non rinascere tale, non sei semplicemente un fiore? In ogni elemento della vita è racchiusa la memoria dei ricordi, non esistono elementi più o meno importanti di altri, noi tutti siamo una barca in mezzo al mare che tenta di giungere alla riva. Insieme affronteremole tempeste, e insieme godremo del sole che illumina i nostri giorni. Non conta che tu sia una bambina ed io una rosa, camminiamo insieme, piccola mia, insieme. E affinché questo lungo peregrinare per i mari non ti appaia un’inutile perdita di tempo, sappi che ciò che oggi siamo lo dobbiamo al viaggio che i nostri progenitori intrapresero molto tempo addietro.

Ogni cosa nell’evolversi si perfeziona, smussa i suoi lati più impervi, lasciando sbocciare il fiore che è in ognuno di noi, e questo vale sia per gli uomini che per le piante. Ma gli uomini non sbocciano come i fiori, o forse volevi intendere

proprio. Si nasce piccoli per divenire grandi ed è cosa ben diversa, non credi? Rosa, ma che dici, gli uomini sono già grandi, mi sa che la teoria

    dell’evoluzione ti ha alquanto confusa. Sì piccola, hai ragione.
    Gli uomini sono Grandi e tanto ancora più Grandi diverranno. La Bambina avrebbe voluto carezzare la rosa ma ne ebbe timore a causa delle sue lunghe spine, e le disse: – Ritieniti carezzata.

– Piccola mia, non c’è rosa senza spine. La vera saggezza nasce dal confronto degli opposti, il bello e il brutto, il dolce e l’amaro, l’amore e l’odio; solo conoscendo i due antitetici aspetti di una stessa medaglia sarai in grado di coniare il più prezioso dei monili, che avrà su entrambe le facciate il segno della tua comprensione. E oggi che hai carpito a una semplice e modesta rosa uno dei segreti fondamentali della vita, immagina un prato intero cosa avrà da dirti, continua a girare e troverai il senso della vita, che va ben oltre ciò che si può cogliere con un semplice sguardo. Ascolta il vento, egli sussurra le parole che non hai mai sentito, ascolta il mare che riecheggia del suo stesso ansimare, ascolta le stelle, sapranno condurti alla luce, ascolta il tuo animo, parla con la stessa voce.

La Bambina mentre correva per il suo giardino disse: – Lo so!

E nel dirlo prese a volare nel cielo.

La rosa osservandola con sorpresa capì ,che quella che sembrava una bambina era invece un angelo del Signore, e l’immenso giardino a cui essa stessa apparteneva, altro non era che il suo animo.

(Tratto dal libro: La Piccola Voce)

 

Il cherubino del presepe. Una fiaba audio per Natale

28 dicembre 2014

Il Bambino Gesù, nato a Betlemme, è il segno dato da Dio a chi attendeva la salvezza, e rimane per sempre il segno della tenerezza di Dio e della sua presenza nel mondo. L’angelo dice ai pastori: «Questo per voi il segno: troverete un bambino…»”. (Papa Francesco – Betlemme, 25.05.2014)

 

La fiaba è stata scritta da p. Costanzo Donegana, missionario del PIME, ambientata a Betlemme: Il cherubino del presepe.

Con le voci di: Franca Salerno, Carolina Zaccarini, Gianni Bersanetti, Mino Caprio, Gaetano Lizzio, Stefano Mondini, Aldo Russo e del giovane Gabriele Caprio nel ruolo del protagonista, il cherubino Rinia

 

http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00458742.mp3

LETTERA DI NATALE

27 dicembre 2014

Carissimo amico,
mi presento sono Gesù, il Figlio di Maria e di Giuseppe il falegname. Da sempre ho desiderato incotrare tutti gli uomini, per dire loro che io e mio Padre li amiamo tutti, uno per uno.
Per portare agli uomini questo messaggio sono nato più di 2000 anni fa e ogni anno io vengo di nuovo per dire a tutti, anche a te, ti voglio bene e voglio regalarti la mia amicizia.
La accetti ? Sei mio amico ?
Lo so, spesso, sono esigente, a volte chiedo troppo: andare controcorrente, fare delle scelte difficili, dedicarmi del tempo, ma sai, voglio che tu sia libero davvero e voglio per te il bene.
Tu sei importante per me, sei unico, originale, io ho fiducia in te,anche se qualche volta poi non mantieni le promesse: non importa io ti voglio bene e ti accolgo per quello che sei, perchè desidero che tu sia felice.
E’ proprio brutto non essere accettati o accolti, a me è capitato 2000 anni fa e capita spesso spesso anche oggi.
E tu sai accogliere ?
Ora mi rivolgo a te, so che stai aspettando per festeggiare il mio compleanno, hai sicuramente tanto da fare: i regali da comprare, tante cose da organizzare, hai le giornate sempre impegnate, ma non dimenticarmi, prepara anche per me un regalo.
Ciò che desidero è un po’ della tua amicizia, che almeno la sera tu ti ricordi di me, non solo in questo periodo.
Desidero essere importante per te, ti vorrei più presente la domenica.
Vorrei condividere le gioie e le preoccupazioni: non escludermi dalla tua vita.
Vorrei aiutarti a crescere, voglio che tu si felice, che trovi la vera gioia e io sono certo di poterti aiutare a cercarla (scusa la presunzione, ma è la verità).
Gli amici servono anche a questo,altrimenti che ci stanno a fare ?
o no ?
Pensaci! Io ci conto. Faccio sul serio.
Fidati e sii felice.
Ciao il tuo amico Gesù
.

 

Ebook gratuito: “Anime Sante” di Paolo Curtaz. Un racconto per il Natale.

20 dicembre 2014

Francesco Mazzola, detto Parmigianino, Natività, Palazzo Doria Pamphjli, Roma

http://www.paolocurtaz.it/ebook/anime-sante/

Favole di Esopo: IL LEONE, L’ORSO E LA VOLPE

18 novembre 2014

Quella mattina un grande orso bruno, era proprio affamato. Vagava con la lingua di fuori per la foresta in cerca di un po’ di cibo quando all’improvviso vide, nascosto tra i cespugli, un bel cesto ricolmo di provviste abbandonato sicuramente da qualche cacciatore. Fuori di sé dalla gioia si tuffò su quell’insperato tesoro culinario ma, proprio nello stesso momento ebbe la medesima idea anche un grosso leone che non mangiava da alcuni giorni. I due si trovarono faccia a faccia e si studiarono con espressione rabbiosa.

‘Questo cesto appartiene a me!” Urlò l’orso.

“Bugiardo!” Ruggì il leone infuriato.

In men che non si dica esplose una lotta terribile tra i contendenti i quali si azzuffarono insultandosi senza riserva. Intanto, poco distante, una giovane volpe passeggiava tranquilla per il bosco occupandosi delle proprie faccende. All’improvviso venne attirata da insolite urla e si avvicinò al luogo di provenienza per scoprire di cosa si trattasse.

Appena vide i due animali impegnatissimi a lottare come matti ed il cesto di cibo abbandonato vicino a loro, le balenò un’idea. Quatta, quatta si avvicinò al paniere, lo afferrò e fuggi via andando a mangiare in pace in un luogo sicuro. Quando, sia il leone che l’orso, sfiniti per l’estenuante baruffa sostenuta, decisero di spartirsi le provviste dovettero fare i conti con un’amara sorpresa. Il cesto era sparito e al suo posto trovarono unicamente le impronte di una volpe, sicuramente molto furba!

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Favole di Esopo: Il leone e il topo

16 novembre 2014

Mentre un leone dormiva in un bosco, topi di campagna facevano baldoria. Uno di loro, senza accorgersene, nel correre si buttò su quel corpo sdraiato. Povero disgraziato! Il leone con un rapido balzo lo afferrò, deciso a sbranarlo. Il topo supplicò clemenza: in cambio della libertà, gli sarebbe stato riconoscente per tutta la vita. Il re della foresta scoppiò a ridere e lo lasciò andare.

Passarono pochi giorni ed egli ebbe salva la vita proprio per la riconoscenza del piccolo topo. Cadde, infatti, nella trappola dei cacciatori e fu legato al tronco di un albero. Il topo udì i suoi ruggiti di lamento, accorse in suo aiuto e, da esperto, si mise a rodere la corda. Dopo averlo restituito alla libertà, gli disse:

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Favole di Esopo: IL LEONE E L’ASINO

14 novembre 2014

Un asinello un po’ troppo vanesio, si vantava sempre con gli altri animali, del proprio coraggio e della propria forza. Un giorno ricevette una inaspettata proposta dal più importante felino della foresta: il leone.

Costui disse all’asino: “Ho pensato che, in fondo, potremmo esserci di reciproco aiuto. Vorrei che tu mi aiutassi nelle battute di caccia e per questo avrei deciso di costituire una società con te” Onoratissimo, l’asinello rispose: “Sono lusingato della tua richiesta e accetto volentieri!”
Così ebbe inizio la loro collaborazione reciproca.

Una mattina, di buon ora, si incamminarono verso una caverna dove avevano visto rifugiarsi un numeroso gruppo di capre selvatiche. Il Re degli animali si fermò sulla soglia con l’intenzione di catturare le prede una per volta appena sarebbero uscite dal rifugio. L’asino, invece, si era intrufolato nella grotta ed aveva cominciato a lanciare ragli acutissimi per spaventare le povere bestiole causando un incredibile putiferio. Le capre terrorizzate ruzzolarono una sull’altra e si precipitarono verso l’uscita dove però, trovarono ad attenderle l’astuto leone che riuscì ad imprigionarle tutte.
Quindi, finalmente l’asino uscì dalla grotta e, con aria trionfate esclamò:

“Hai visto come sono stato bravo? Sono un grande cacciatore! Sarai contento del tuo socio!”

“Certo!” Rispose con una risata il leone “Anzi, a dirti la verità, avrei avuto anch’io paura di te se non ti conoscessi bene e non sapessi che sei solo un asinello!”

Tutto soddisfatto l’asino andò buono, buono a brucare un po’ d’erba mentre il leone si apprestava a fare un succulento banchetto!

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Favole di Esopo : Il leone e il cinghiale

13 novembre 2014

D’estate, quando il calore provoca la sete, un leone e un cinghiale andarono a bere a una piccola fonte, e cominciarono a litigare su chi dei due dovesse dissetarsi per primo. La lite si inasprì fino a trasformarsi in duello mortale. Ma ecco che, mentre si volgevano un momento per riprendere fiato, scorsero degli avvoltoi che stavano lì ad aspettare il primo che sarebbe caduto, per mangiarselo. A tal vista, ponendo fine al duello, dichiararono:

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Favole di Esopo:La volpe e l’uva

12 novembre 2014

Una volpe che aveva fame, come vide su una vite dei grappoli sospesi, volle impadronirsene ma non poteva.
Allontanandosi disse fra sé: “Sono acerbi”. Così anche alcuni uomini, non potendo raggiungere i propri scopi per inettitudine, accusano le circostanze.

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Favole di Esopo:LA PULCE E IL BUE.

11 novembre 2014

Quel giorno una piccola pulce sembrava meno vivace del solito. Le sue minuscole alette non avevano voglia di scuotersi e le zampettine che normalmente la portavano a saltellare avanti e indietro, erano pressoché immobili. Era una pulce graziosa e nervosetta, anche se quel mattino la noia pare va essersi impossessata di lei. Per vivacizzare le sue ore decise di andare a trovare il bue della fattoria. Il grande animale pascolava quieto nelle verdeggianti distese erbose che circondavano le stalle, scuotendo di tanto in tanto la sua lunga coda sotto i caldi raggi del sole.

Con agili piroette l’animaletto andò a posarsi davanti a lui. “Salve ” Strillò con un vocino acuto. “Oh, buongiorno”. Rispose gentilmente il bue avvicinando il suo grosso muso al minuscolo corpicino dell’insetto. “Sai”, disse la piccolina “avevo voglia di chiacchierare con qualcuno”
“Bene, e di cosa vogliamo parlare?” Chiese il bue. “Non so…, raccontami un po’ del tuo lavoro “

“Io lavoro per l’uomo e svolgo duri compiti. Il mio padrone é un contadino e per lui tiro l’aratro, obbedendo a ogni suo ordine”. Spiegò il bue. “Che buffo!” Squittì la piccola pulce “Io invece non prendo ordini da nessuno e mi riposo quando ne ho voglia. L’unica cosa a cui devo fare attenzione è di non essere schiacciata dalle manacce di qualcuno. Ma tu cosa ne ricavi da tanta fatica?” Il bue, con un moto di commozione nella voce, mormorò: “Ecco vedi, quelle mani di cui tu hai paura, si trasformano per me in tenere carezze”. Mentre parlava alcune lacrime di gioia gli scivolarono lungo il muso. “L’uomo apprezza il lavoro che svolgo per lui e mi ripaga con tanto affetto.” La pulce, stupita dal pianto del suo amico, si allontanò piano ripensando a quanto udito. Chissà, forse quell’affetto di cui il bue parlava con tanta commozione era veramente un bel premio.

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Favole di Esopo:La cornacchia e la brocca

10 novembre 2014

Una cornacchia, mezza morta di sete, trovò una brocca che una volta era stata piena d’acqua. Ma quando infilò il becco nella brocca si accorse che vi era rimasto soltanto un po’ d’acqua sul fondo.

Provò e riprovò, ma inutilmente, e alla fine fu presa da disperazione.

Le venne un’idea e, preso un sasso, lo gettò nella brocca.
Poi prese un altro sasso e lo gettò nella brocca.
Ne prese un altro e gettò anche questo nella brocca.
Ne prese un altro e gettò anche questo nella brocca.
Ne prese un altro e gettò anche questo nella brocca.
Ne prese un altro e gettò anche questo nella brocca.

Piano piano vide l’acqua salire verso di sé, e dopo aver gettati altri sassi riuscì a bere e a salvare la sua vita.

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Favole di Esopo: L’aquila dalle ali mozze e la volpe

9 novembre 2014

Una volta un’aquila fu catturata da un uomo. Questi le mozzò le ali e poi la lasciò andare, perché vivesse in mezzo al pollame di casa.

L’aquila stava a capo chino e non mangiava più per il dolore: sembrava un re in catene.
Poi la comperò un altro, il quale le strappò le penne mozze e, con un unguento di mirra, gliele fece ricrescere.
Allora l’aquila prese il volo, afferrò con gli artigli una lepre e gliela portò in dono.
Ma la volpe che la vide, ammonì:
“I regali non devi farli a questo, ma piuttosto al padrone di prima: questo è già buono per natura; l’altro invece è meglio che tu lo rabbonisca, perché non ti privi delle ali se ti acchiappa di nuovo”.

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Favole di Esopo: L’ INVERNO E LA PRIMAVERA

8 novembre 2014

La Primavera e l’Inverno sono due stagioni completamente opposte che non sono mai riuscite a trovare la corretta armonia per andare d’accordo. Fortunatamente esse non devono convivere, infatti, quando compare una deve umilmente ritirarsi l’altro.

Un giorno il signor Inverno si trovò faccia a faccia con la giovane signorina Primavera. L’anziana stagione, con quella sua aria sapiente prese a dire: “Mia cara amica, tu non sai essere decisa e determinata. Quando giunge il tuo periodo annuale, le persone e gli animali ne approfittano per precipitarsi fuori dalle loro case o dalle loro tane e si riversano in quei prati che tu, con tanta premura, hai provveduto a far fiorire. Essi strappano i giovani arbusti, calpestano senza pietà l’erba e assorbono ogni sorso di quel sole splendente che, col tuo arrivo diventa più caldo. I tuoi frutti vengono ignobilmente raccolti e divorati e infine, con il baccano e la cagnara che tutti fanno, non ti permettono neppure di riposare in pace. Invece io incuto timore e rispetto con le mie nebbie, il freddo e il gelo. La gente si rintana in casa e non esce quasi mai per paura del brutto tempo e così mi lascia riposare tranquillo”.

La bella e dolce Primavera, colpita da quelle parole, rispose: “Il mio arrivo è desiderato da tutti e le persone mi amano. Tu non puoi nemmeno immaginare cosa significhi essere tanto apprezzati. E’ una sensazione bellissima che non potrai mai provare perché con il freddo che porti al tuo arrivo anche i cuori più caldi si raggelano”. L’inverno non disse più niente e si fermò a riflettere. Forse, essere ammirati ed amati dagli altri, poteva anche essere una bella sensazione.

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Favole di Esopo: IL NIBBIO CHE VOLEVA NITRIRE.

7 novembre 2014

Il nibbio, durante il primo periodo della sua esistenza, aveva posseduto una voce, certo non bella, ma comunque acuta e decisa. Egli, però, era sempre stato nutrito da una incontenibile invidia di tutto e di tutti. Sapeva di essere imparentato con l’aquila, ma questo, invece di costituire un vanto, non faceva altro che alimentare la sua gelosia: capiva di essere inferiore e si rodeva dalla rabbia per questo. Invidiava gli uccelli variopinti come il pappagallo e il pavone, lodati e vezzeggiati da tutti. Inoltre, si mostrava sprezzante nei riguardi dell’usignolo, dicendo tra sé:

“Sì, ha una bella vocetta ma é troppo delicata e romantica! Roba da donnicciole! Se devo cercare di migliorare la mia voce certamente non prenderò come esempio questo stupido uccello. Io voglio una voce forte, che si imponga sulle altre!”
Era un bel giorno di primavera. Il nibbio se ne stava tranquillamente appollaiato sopra un ramo di faggio, riparato dalle fresche fronde della pianta. Inaspettato, giunse un cavallo accaldato che, cercando un po’ di refrigerio, andò a riposarsi all’ombra dell’albero.

Sdraiandosi con l’intenzione di fare un sonnellino, l’equino, inavvertitamente si punse con un cardo spinoso e, dal dolore, lanciò un lungo e acutissimo nitrito.
“Oh, che meraviglia!” Esclamò il nibbio con entusiasmo. Questa é la voce che andrebbe bene per me: acuta, imponente e inconfondibile!”

Il nibbio cominciò da quel mattino, ad esercitarsi nell’imitazione di quel verso meraviglioso. Provò e riprovò scorticandosi la gola, ma inutilmente. Quando, dopo molti tentativi senza successo, si rassegnò a tornare alla sua voce originale, ebbe una brutta sorpresa: gli era sparita a furia di sforzarla! Cosi dovette accontentarsi di emettere un suono insignificante e rauco per tutta la vita!

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Favole di Esopo: Il corvo e la volpe

6 novembre 2014

Un corvo aveva rubato un pezzo di carne ed era andato a posarsi su di un albero. Lo vide la volpe e le venne voglia di quella carne. Si fermò à suoi piedi e cominciò ad adularla, facendo grandi lodi del suo corpo perfetto e della sua bellezza, della lucentezza delle sue penne, dicendo che nessuno era più adatto dì lui ad essere il re degli uccelli, e che lo sarebbe diventato senz’altro, se avesse avuto la voce.

Il corvo, allora, volendo mostrare che neanche la voce gli mancava, si mise a gracchiare con tutte le sue forze, e lasciò cadere la carne

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Favole di Esopo. IL CERVO ALLA FONTE E IL LEONE

5 novembre 2014

In una dolce giornata estiva, sotto un cielo limpido e azzurrissimo, un bellissimo cervo dalle lunghe e possenti corna, si stava abbeverando ad una fonte tanto cristallina da riuscire a riflettergli la sua immagine come fosse uno specchio. Ammirando il proprio bell’aspetto fiero e slanciato l’animale era orgoglioso di se stesso. Le sue lunghe e ramificate corna erano stupende e si ergevano decise verso l’alto come fossero maestose corone. Il suo muso allungato era delicato e deciso come quello di un principe e l’intero suo corpo era forte e robusto. Le uniche cose che a suo avviso non erano degne di lui erano quelle sue zampette troppo fragili e delicate. E si, se fossero state almeno un poco più grosse non avrebbero stonato con il suo fisico possente.

Ma proprio mentre egli era tutto intento a rimirarsi, un brusco movimento alle sue spalle risvegliò la sua attenzione: qualcuno lo stava spiando! Si tratta va di un grosso leone pronto a balzargli addosso alla prima occasione. Fortunatamente il cervo si accorse in tempo di lui e riuscì ad allontanarsi cautamente dalla fonte per andare a nascondersi dietro ad un grande cespuglio. L’enorme felino però riuscì senza difficoltà a rintracciare la sua preda a causa delle lunghe corna di quest’ultima che ne tradivano la presenza. Appena scovato, il cervo si lanciò in una velocissima fuga verso la salvezza. Le sue agili zampe correvano come non mai superando ogni ostacolo e portandolo al sicuro.

Quando finalmente l’animale fu lontano da ogni pericolo poté fermarsi per riprendere fiato. “Che buffo,” pensò il cervo “io ammiravo tanto le mie belle corna ed invece esse mi hanno tradito mentre invece, queste zampette apparentemente fragili che disprezzavo mi hanno salvato la vita!”

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Favole di Esopo

4 novembre 2014

IL GRANCHIO E LA VOLPE

Quel giorno un paffuto granchio arancione, era proprio di ottimo umore. Se ne andava passeggiando allegramente per la spiaggia riscaldata dal sole, canticchiando la sua canzoncina preferita, una vecchia serenata imparata chissà dove. Egli si vantava spesso con gli altri abitanti del mare, della sua capacità di poter vivere tranquillamente sia dentro che fuori dall’acqua. E quelli, senza nascondere un pizzico d’invidia, lo osservavano camminare tranquillamente sulla terraferma. Ogni volta però, il buon granchio riportava ai suoi amici pesci un grazioso ricordino delle sue escursioni. Ma quel mattino egli non ne voleva proprio sapere di rientrare in acqua. Il cielo era tanto limpido e sereno da attirare l’ammirazione anche dei più indifferenti. Per questo il granchietto continuò la sua lunga passeggiata.

Nello stesso giorno, una giovane volpe insoddisfatta per la scarsità del suo pranzo quotidiano, si aggirava affamata per la spiaggia in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Camminava molto arrabbiata con se stessa per l’incapacità dimostrata a procurarsi del cibo quando vide, quasi per caso, l’ignaro granchio fermo sulla sabbia a contemplare il paesaggio.

La volpe gli si avvicinò curiosa e con un balzo gli piombò proprio davanti. Il povero granchio si prese uno di quegli spaventi memorabili che rimangono bene impressi nei nostri ricordi per tutta la vita e, cercando di indietreggiare si riparò con le zampine.

La volpe era decisa e pronta a mangiarselo in un sol boccone pur non sapendo bene di che animale si trattasse. Fortunatamente il granchio, riavutosi dalla paura, riuscì a respingere il suo nemico sfoderandogli le sue terribili tenaglie e pungendogli il muso. Dopo la fuga della volpe sconfitta, il granchio si tuffò in acqua e andò a raccontare la sua brutta avventura agli amici spiegando quanto fosse più sicuro vivere nel mare!

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Favole di Esopo : La fortuna del cavallo

3 novembre 2014

Un giorno un cavallo, ricco d’ornamenti, venne incontro a un asino che, stanco e carico com’era, tardò a dargli la via. ” Avrei una gran voglia – disse – di fracassarti a calci “. L’asino non rispose: e con un gemito chiamò testimoni gli dei. Passò qualche tempo.

Il cavallo durante una corsa, azzoppò e fu mandato a servire in campagna. Appena l’asino lo vide tutto carico di letame: ” Ricordi – domandò – che boria e che pompa? Ah? E che n’hai avuto? Eccoti ridotto alla miseria che prima spregiavi “.

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