Archive for the ‘Spiritualità-cultura’ Category

Perché il simbolo segreto dei cristiani era il pesce? Aleteia Brasil | Mar 27, 2017

17 maggio 2017

Oltre al codice per riconoscersi nei periodi di clandestinità, l’anagramma era una proclamazione di fede

Il cristianesimo continua ad essere la religione più perseguitata del pianeta. Considerando che Cristo stesso è stato crocifisso, è facile immaginare che gli inizi della fede cristiana non siano stati affatto facili. E non lo furono davvero: le persecuzioni contro i cristiani erano già frequenti e brutali nei primi tre secoli del cristianesimo, quando la fede in Cristo doveva essere vissuta in modo praticamente clandestino da gran parte dei convertiti.

In un contesto di tale crudeltà, come faceva un cristiano a sapere se un’altra persona era cristiana anche lei?

Oltre a prendere le precauzioni più evidenti, come informarsi sugli altri in precedenza se era possibile, i primi cristiani utilizzavano “codici segreti” per confermare se si trovavano davvero davanti a una persona che condivideva la loro religione.

Uno di questi codici era l’“Ichthys” o “Ichthus”, parola che in greco antico (ἰχθύς) significava “pesce”.

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Cosa significa il monogramma IHS?, di Philip Kosloski | Mag 16, 2017

17 maggio 2017

L’antico simbolo permea l’arte cristiana in tutto il mondo

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È estremamente comune entrare in una chiesa cattolica e vedere le lettere IHS incise su un crocifisso o spiccare su una vetrata. Cosa significano?

Contrariamente alla convinzione popolare, il monogramma non sta per “Iesus Hominum Salvator” o “In Hoc Signo”. IHS è più appropriatamente definito un “cristogramma”, ed è un modo antico di scrivere “Gesù Cristo” risalente al III secolo.

I cristiani abbreviarono il nome di Gesù scrivendo solo le prime tre lettere in greco, ΙΗΣ (dal nome completo ΙΗΣΟΥΣ). La lettera greca Σ (sigma) nell’alfabeto latino è scritta come “S”, e da questo deriva il fatto che il monogramma venga in genere rappresentato come ΙΗS.

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Agostino d’Ippona , Confessioni: Libro Quinto

16 maggio 2017

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Il male concepito come sostanza

  1. 20. Di conseguenza credevo che anche il male fosse una qualche sostanza simile e fosse dotato di una sua massa oscura e informe, qui densa, ed è ciò che chiamavano terra, là tenue e sottile, secondo la natura dell’aria, che immaginano come uno spirito maligno strisciante su quella terra. E poiché la mia religiosità, qualunque fosse, mi costringeva a riconoscere che un dio buono non poteva aver creato nessuna natura cattiva, stabilivo due masse opposte fra loro, entrambe infinite, ma in misura più limitata la cattiva, più ampia la buona. Da questo principio letale derivavano tutte le altre mie eresie. Ogni tentativo del mio spirito di tornare alla fede cattolica era frustrato dal falso concetto che avevo di quella fede. Mi sembrava più grande devozione, Dio mio che confessano gli atti della tua commiserazione su di me, il crederti infinito nelle altre direzioni, eccetto in quella sola ove ti si opponeva la massa del male ed ero costretto a riconoscerti finito, che non il pensarti limitato in ogni direzione entro la forma di un corpo umano. Così mi sembrava più degno credere che tu non avessi creato nessun male, anziché credere derivata da te la natura del male quale me la figuravo io, che nella mia ignoranza non solo gli attribuivo una sostanza, ma una sostanza corporea, essendo incapace di pensare persino lo spirito privo di un corpo, sottile, che però si diffondesse nello spazio. Lo stesso nostro Salvatore, il tuo unigenito, lo immaginavo emanato dalla massa del tuo corpo luminosissimo per la nostra salvezza, null’altro credendo di lui, se non ciò che poteva rappresentarmi la mia vanità. Naturalmente ritenevo che una simile natura non potesse nascere da Maria vergine senza connettersi con la carne. Come poi questa connessione potesse avvenire e non inquinare l’essere che mi figuravo, non riuscivo a scorgere. Esitavo dunque a credere che fosse nato nella carne, per timore di doverlo credere inquinato dalla carne. I tuoi figli spirituali sorrideranno ora con affettuosa indulgenza di me, al leggere le mie confessioni. Tuttavia ero così.

Accuse dei manichei alle Scritture

  1. 21. Esistevano poi le critiche dei manichei alle tue Scritture, che mi sembravano irrefutabili. Eppure a volte avrei desiderato davvero sottoporre alcuni singoli passi a qualche profondo conoscitore dei libri sacri per sondare la sua opinione. C’era ad esempio un certo Elpidio, che soleva discutere pubblicamente proprio con i manichei e che già a Cartagine mi aveva impressionato con i suoi discorsi, poiché citava certi passi scritturali difficilmente contrastabili. Le risposte degli avversari mi sembravano deboli; per di più preferivano darcele in segreto, anziché esporle in pubblico. Sostenevano che gli scritti del Nuovo Testamento erano stati falsati, chissà poi da chi, col proposito d’innestare la legge dei giudei sulla fede cristiana, senza presentare dal canto loro alcun esemplare integro di quel testo. Ma io, incapace di raffigurarmi un essere incorporeo, rimanevo soprattutto schiacciato, per così dire, dalle due masse famose: prigioniero e soffocato sotto il loro peso, anelavo a respirare l’aria limpida e pura della tua verità, ma invano.

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I Novissimi: Il Paradiso, felicità paradisica

14 maggio 2017

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La felicità paradisiaca non può essere espressa a parole, difatti i mistici rispondono a questa domanda con un “non riesco a spiegarlo”. La felicità di cui sono testimoni li inonda di una grandissima gioia e li rapisce perché sperimentano in qualche modo la bellezza divina. Ed è questa comunione con Dio già su questa terra e in modo completo in paradiso rapisce e manda in estasi.

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I Novissimi: il Paradiso; I Mezzi

27 aprile 2017

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Per conseguire il Paradiso:

  • Riconoscere Gesù Cristo come Signore.
  • Accogliere la Misericordia.
  • Riconoscere i nostri peccati.
  • Accogliere i frutti dello Spirito Santo
  • Frequentare l’Eucaristia..
  • Non bramare le cose del mondo.

Innocenza e carità

Solo l’innocenza può spalancare le porte del Paradiso. Innocenti sono le anime che non hanno mai commesso nessun peccato, oppure quelle che pur peccando si sono purificate attraverso la via della penitenza. Hanno lavato le loro colpe con le proprie lacrime e hanno ottenuto il perdono attraverso la riconciliazione per mezzo del sangue versato da Gesù sulla Croce.

L’unico mezzo certo per salire in Paradiso è la carità, ossia l’amore che opera attraverso l’amore in Gesù Cristo. “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come metallo che rimbomba o come cimbali che strepitano. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, a nulla servirebbe … La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà.” (1 Cor. 13:1-8).

“Noi invece, che apparteniamo al giorno, siamo sobri, vestiti con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza. Dio infatti non ci ha destinati alla sua collera, ma ad ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Egli è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui.” (1Tes. 5,8-10)

È l’uomo che può decidere tra la vita e la morte ossia tra il bene e il male. Alla fine gli sarà dato quello che avrà scelto: «Niente ti turbi, niente ti sgomenti, tutto passa: Dio non si muta. A chi ha Dio nulla manca. Dio solo basta!» (Santa Teresa d’Avila). Nei giorni della prova e della tribolazione occorre lottare per non spegnere la fede, per non lasciarsi abbattere dai problemi della vita. È l’abbandono in Dio che si possono ritrovare quelle energie nascoste e quello slancio del cuore che solamente il fuoco ardente di Dio può alimentare.

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Agostino d’Ippona , Confessioni: Libro Quinto

10 aprile 2017

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A Roma; crisi scettica

I motivi della partenza

  1. 14. Fu dunque per la tua azione verso di me che mi lasciai indurre a raggiungere Roma e a insegnare piuttosto là ciò che insegnavo a Cartagine. Non tralascerò di confessarti cosa m’indusse a tanto, perché anche in questa circostanza si deve riconoscere e proclamare l’occulta profondità e l’indefettibile presenza della tua misericordia verso di noi. A raggiungere Roma non fui spinto dalle promesse di più alti guadagni e di un più alto rango, fattemi dagli amici che mi sollecitavano a quel passo, sebbene anche questi miraggi allora attirassero il mio spirito. La ragione prima e quasi l’unica fu un’altra. Sentivo dire che laggiù i giovani studenti erano più quieti e placati dalla coercizione di una disciplina meglio regolata; perciò non si precipitano alla rinfusa e sfrontatamente nelle scuole di un maestro diverso dal proprio, ma non vi sono affatto ammessi senza il suo consenso. Invece a Cartagine l’eccessiva libertà degli scolari è indecorosa e sregolata. Irrompono sfacciatamente nelle scuole, e col volto, quasi, di una furia vi sconvolgono l’ordine instaurato da ogni maestro fra i discepoli per il loro profitto; commettono un buon numero di ribalderie incredibilmente sciocche, che la legge dovrebbe punire, se non avessero il patrocinio della tradizione. Ciò rivela una miseria ancora maggiore, se compiono come lecita un’azione che per la tua legge eterna non lo sarà mai, e pensano di agire impunemente, mentre la stessa cecità del loro agire costituisce un castigo; così quanto subiscono è incomparabilmente peggio di quanto fanno. Io, che da studente non avevo mai voluto contrarre simili abitudini, da maestro ero costretto a tollerarle negli altri. Perciò desideravo trasferirmi in una località ove, a detta degli informati, fatti del genere non avvenivano. Ma in realtà eri tu, mia speranza e mia eredità nella terra dei vivi, che per indurmi a un trasloco mondano salutare alla mia anima, accostavi a Cartagine il pungolo, che me ne staccasse, e presentavi le lusinghe di Roma, che mi attraessero. A tale scopo ti servivi di uomini perduti dietro una vita morta, che qui compivano follie, là promettevano vanità; e per raddrizzare i miei passi mettevi a frutto segretamente la loro e la mia perversità. Infatti chi disturbava la mia quiete era accecato da un furore degradante, chi m’invitava in un’altra località pensava alla terra, e quanto a me, se qui detestavo una vera miseria, là cercavo una falsa felicità.

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I Novissimi: IL Paradiso , Cos’è il Paradiso

7 aprile 2017

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Inconcepibile felicità

Il Paradiso è la gloriosa corte in cui abitano schiere celesti circondati da una ineffabile luce. Lassù i Serafini e le anime che amano, appartenenti allo stesso coro, divampano incessantemente in Dio. Fiamme ardenti avvolgono i Serefini e la loro compagnia rendendoli luminosi. E in tutta la schiera celeste fluisce la dolcezza divina.
Nell’unione contemplativa di Dio le anime troveranno appagamento ed eterna beatitudine, una ricompensa infinita per aver percorso sulla terra la via non facile indicata dal Divino Maestro. Troveranno applicazione le Sue parole: “Venite a me, miei diletti, prendete possesso del regno eterno che vi è stato preparato dall’inizio del mondo”. Qui è la patria dei giusti, qui è la quiete assoluta, qui c’è il giubilo del cuore, qui vi è la lode insondabile che dura per sempre.

Il Paradiso è l’espansione della luce di Dio che attira a Sé coloro che da Lui provengono e che sono rimasti sempre nel suo santo sguardo. È la terra promessa dei Martiri, di tutti quelli che, credendo, hanno vissuto la loro vita per potervi abitare un giorno. È il punto d’arrivo della perfezione dei figli di Dio. È lo sguardo dove Dio concepisce i suoi pensieri creativi. È l’oasi di tutta la creazione degli esseri viventi e ragionevoli. È la fonte da dove provengono la ragione e la natura della vita.

Il Paradiso è il luogo della suprema beatitudine nel quale l’umanità di Cristo Gesù, la Vergine Santissima, gli Angeli e i Santi dimorano insieme godendo della visione grandiosa di Dio e del suo possesso. È la delizia di un cuore immerso in un oceano d’amore, nell’amore stesso della Santissima Trinità! È la vita in perfezione, dove vi è la presenza di tutto ciò che vi è di più puro, di più innocente, di più dolce, di più santo!

“Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo cosi come egli è”. (1 Gv 3,2).

Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più morte, né lutto, né grido, né pena esisterà più, perché il primo mondo è sparito”. E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco Io faccio nuove tutte le cose”… A chi ha sete io darò gratuitamente del fonte dell’acqua della vita. Il vincitore erediterà queste cose: Io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio. (Ap. 21-4)

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DOMENICA DELLE PALME (ANNO A) – 9 APRILE 2017

6 aprile 2017

Monsignor Nunzio Galantino commenta il Rito romano

06/04/2017


TESTIMONI CREDIBILI DELLA RISURREZIONE

Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

Matteo 26,14- 27,66


 
La celebrazione della domenica delle Palme potrebbe in un certo senso anche apparire “contraddittoria”, almeno se ci si ferma ai sentimenti che può suscitare in noi. Da una parte, la festosa processione delle Palme; dall’ altra, il solenne annunzio della Passione! Eppure, a uno sguardo più approfondito, questa contraddizione si riduce fino a scomparire. Soprattutto se ricordiamo che la sofferenza di Gesù non è fine a sé stessa, ma il modo più pieno con cui il Signore vuole comunicarci l’amore suo e del Padre verso di noi. Un amore da accogliere con gioia, da vivere in pienezza e testimoniare in maniera credibile.

Per questo, a partire da oggi e per tutta la Settimana Santa, la Chiesa ci invita a vivere (“fare memoria”) in più tappe il “racconto d’ amore” di Dio Padre, con un solo obiettivo: cambiare il nostro cuore e aprirlo alla salvezza in Gesù Cristo!

TUTTO INIZIA CON UNA FESTA

Il “racconto d’ amore” di Dio, dunque, comincia con una festa: l’ingresso di Gesù a Gerusalemme per dare inizio all’ atto decisivo di questo progetto di salvezza. Egli entra a Gerusalemme per coinvolgere altri in questo itinerario, per tradurre le parole d’amore annunciate in fatti concreti.

I diversi momenti e i numerosi personaggi che affollano il racconto della Passione ci dicono, però, che alla proposta di amore del Signore si può rispondere in tanti modi, la si può anche rifiutare o magari rimanerne ai margini. C’è un solo modo per uscire dall’ anonimato, per abbandonare la marginalità, per partecipare in pieno e con coerenza al pellegrinaggio della vita e al racconto di amore del Padre: alzare lo sguardo verso colui che hanno trafitto! Lasciarci raggiungere dall’eccesso di amore che ha portato Gesù sulla croce. È questa la strada messa a nostra disposizione per dare scacco matto alla presunzione, alla superficialità e al nostro peccato.

E siamo chiamati a fare questo percorso non da spettatori, ma da protagonisti. Ricordando che nella sofferenza di Gesù – per l’abbandono dei suoi, l’ingratitudine del popolo, la condanna dei capi del popolo – c’è la sofferenza di tutti gli uomini, qualunque sia il suo aspetto.

UOMINI E DONNE DELLA PASSIONE.

Cristo ha scelto di non evitare la sofferenza, di non scartare la croce. Perciò, nel seguirlo – e in particolare durante questa Settimana – proviamo a non esaurire tutta la nostra attenzione sulle statue della passione, bensì a volgerla in maniera partecipata e concreta verso gli uomini e le donne della passione: in loro, infatti, si prolunga la presenza del Cristo che patisce e, al tempo stesso, la nostra occasione per rispondere alla sua chiamata d’amore.

Rammentando che, come per il Cristo, anche per questi uomini e donne la sofferenza non può essere fine a sé stessa. Anche per loro deve potersi aprire la via della Risurrezione attraverso “angeli” (messaggeri) e testimoni credibili.


Fonte:

http://m.famigliacristiana.it/blogpost/domenica-delle-palme-anno-a—9-aprile-2017.htm

C’è una preghiera nascosta nella richiesta finale dell’Ave Maria – it.aleteia.org

1 aprile 2017

La Madonna ci accompagnerà se glielo permettiamo

“Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”.

Ho imparato queste parole quando ero piccola. Ho imparato i suoni, le pause. Ho anche imparato a dominare l’arte di mescolare la mia voce ad altre voci per formare un’unica ondata di supplica. Dopo anni di Ave Maria, però, un giorno si è profilata in me l’idea che nelle parole finali ci fosse una richiesta nascosta.

“Nell’ora della nostra morte”. Chiediamo a Maria di pregare per noi nel momento più importante della nostra vita, quando l’anima lascia il corpo e si presenta davanti a Nostro Signore.

Mi sembra però che l’“ora della nostra morte” possa significare anche qualcosa di più. Uno o due anni fa, mentre ero in palestra sul tapis roulant, stavo pregando. A un certo punto, la grazia mi ha inviato un pensiero: ci sono due tipi di morte! Non c’è solo la morte corporale, ma anche il morire a se stessi, il mettere a morte “l’uomo vecchio” a cui si riferisce San Paolo, la parte di me che si è allontanata da Dio ed è attaccata a se stessa e al peccato.

E non abbiamo forse bisogno del sostegno della Madonna anche in quel momento di “morte”?

Ora intendo questa richiesta dell’Ave Maria come qualcosa che implica tutto questo: prega per me ora, prega per me nel momento della mia morte fisica e prega per me nel momento delle piccole morti quotidiane – quelle morti a se stessi, quelle volte in cui sono chiamata a seppellire la “vecchio me” di modo che, morta al peccato, possa risorgere alla pienezza di vita in Cristo.

Nella Lettera agli EfesiniSan Paolo esorta ad abbandonare la vecchia natura appartenente allo stile di vita precedente e ad assumere quella nuova, creata a somiglianza di Dio.

L’abbandono della vecchia natura non è una sorta di morte? Una morte che temiamo e rifuggiamo ogni giorno? A volte sono tentata di pensare che un martirio corporale una volta per tutte sia relativamente semplice paragonato alla prospettiva di sacrificare la mia volontà giorno dopo giorno.

Ed è qui che entra in gioco la Madonna. Posso correre da lei con le mie paure, le mie terribili immagini di quello che mi riserva il futuro e la mia estrema debolezza. Prega per me ORA – per tutti i miei problemi, le mie paure e le mie lotte. E nell’ora della morte – in quelle ore di morte a se stessi e nell’ora ultima in cui sarò portata di fronte al trono del giudizio.

Come è rimasta con Cristo fino all’ultimo, Maria accompagnerà anche noi, se glielo permettiamo. Desidera sostenerci nelle nostre morti quotidiane per poterci vedere giungere vittoriosi davanti a Cristo nel nostro momento finale.

Le nostre battaglie sono reali! Le nostre piccole battaglie contano! Ma non le possiamo vincere da soli. E allora preghiamo ardentemente, con sincerità e fiducia, la nostra Madre fedele.

Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.


http://it.aleteia.org/2017/03/30/preghiera-nascosta-nel-finale-ave-maria/

I Novissimi: Paradiso, Il Paradiso esiste?

27 febbraio 2017

Vado a prepararvi un posto

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Credere al Paradiso come accennato precedentemente, è un atto di fede. Nel Vangelo Gesù parla spesso del regno dei cieli in cui i giusti perverranno e nel quale vedranno Dio. Nel discorso della montagna dice: «Rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,12).
Dirà nel giudizio finale: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo» (Mt 25, 34).
Ed ancora: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).
Lui è la via che conduce al Padre: «Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via». (Gv 14,2:4).

Nell’Apocalisse si parla della nuova Gerusalemme, la Città Santa nella quale Dio abita in mezzo a tutte le sue creature, illuminandole a tal punto da vedere sempre il suo Santo Volto: «Non ci sarà più maledizione. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello: i suoi servi lo adoreranno; vedranno il suo volto e porteranno il suo nome sulla fronte. Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà. E regneranno nei secoli dei secoli». (Ap. 22,3:5).

Nel momento cruciale del martirio a Santo Stefano si spalancò il cielo e il suo sguardo morente poté fissarsi sulla Santissima Trinità.
San Paolo meditò e contemplò il Paradiso quando scrisse: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, ne mai entrarono in cuore di uomo Dio le ha preparato per coloro che lo amano» (1 Cor 2,9).

San Agostino fu tormentato dal desiderio di penetrare il mistero del Paradiso, domandava alla fede: «Oh, fede, amabile fede, vieni in mio soccorso! Dimmi quali sono quelle immense contrade dove i figli di Dio passeggiano! Quali sono le delizie di quei beati lidi! Ci sono là dei fiori? Fragranza di odori eletti? Il nettare e l’ambrosia, che l’empietà fece cibo dei falsi suoi numi, non sarebbero favola per quegli abitatori? Ci sono là graziosi venticelli che riempiono di diletto quei cittadini felici? Qui ci sono collinette, erbose valli, campi ameni e la vista del mare e l’aspetto del cielo: tutto ci ricolma di piacere. Quali sono là gli oggetti di cui l’occhio si pasce? Sono essi almeno in parte simili a questi, oppure saranno per noi affatto nuovi? Oh! Santa fede rischiara i miei dubbi!». E la fede così gli risponde, poggiando sulle Sante Scritture: «II Paradiso è il godimento eterno di Dio, nostra felicità, ed in Lui d’ogni altro bene senza alcun male».

San Girolamo, dopo il suo trapasso, apparve in sogno a San Agostino, il quale non sapeva come presentare il Paradiso all’uomo. Apparendo gli disse: «Agostino, puoi tu comprendere come si possa chiudere in un pugno tutta la terra?». E il santo: «No». «Allora, dimmi ancora: puoi tu almeno comprendere come si possa radunare in un vasetto tutta l’acqua dei mari e dei fiumi?». «No», rispose il santo nuovamente. «E allora non potrai mai descrivere come si possa radunare nel cuore dell’uomo la stessa infinita gioia di Dio».

Gesù disse a Santa Teresa d’Avila, dopo averglielo mostrato in visione: «Vedi, figlia mia, che cosa perdono coloro che mi offendono?». Pensiamo, dunque, cosa perdiamo se, oltre cheoffendere il nostro Dio, non ci procuriamo di conoscere il Paradiso. Non volerlo fare è offendere Dio stesso. E la Santa, innamorata del Paradiso, gli rispose: «Signore, com’è lungo questo esilio! Come il desiderio di vedervi lo rende assai più penoso! Signore, che può fare un’anima chiusa in questo carcere? Com’è lunga la vita dell’uomo, benché si dica che sia breve. Breve, mio Dio, è per arrivare con essa a guadagnarsi la vita che non ha fine, ma lunghissima è per l’anima che desidera di vedersi presto in voi.!».

San Agostino ci dice: «Lo splendore dell’eterna luce è così grande, che se vi si rimanesse anche non più di una giornata, si disprezzerebbero per tal prezzo innumerevoli anni pieni di diletto e di abbondanza di beni terreni». S. Ignazio di Loyola passava le notti a contemplare il Paradiso: «Oh, come mi sembra vile la terra guardando il cielo!».

L’anima che uscirà vittoriosa dalle lotte terrene e avrà fatto brillare le proprie virtù sarà condotta in Paradiso e là godrà di una gioia straordinaria in un’unione contemplativa con Dio. In questa unione troverà l’eterna beatitudine. In quel luogo le anime saranno sommerse, annegate e talmente unite da volere altro che la volontà di Dio, e questo significa essere ciò che Dio stesso è, ossia la beatitudine per grazia Divina.

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Agostino d’Ippona , Confessioni: Libro Quinto

24 febbraio 2017

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Gradevole modestia di Fausto

  1. 12. Dopoché mi apparve abbastanza chiaramente l’incompetenza di quell’uomo nelle discipline in cui l’avevo immaginato eccellente, cominciai a perdere la speranza di avere da lui spiegate e risolte le questioni che mi turbavano. Naturalmente avrebbe potuto ignorare le mie questioni, e possedere la verità religiosa; ma a patto di non essere un manicheo. I libri manichei rigurgitano d’interminabili favole sul cielo, le stelle, il sole, la luna, e io desideravo appunto questo: che dimostrasse intelligentemente, dopo averle raffrontate con le spiegazioni matematiche da me lette altrove, come la spiegazione offerta dai testi di Mani fosse preferibile o di certo almeno pari; ma non speravo più tanto. Gli sottoposi tuttavia le questioni, affinché le considerasse e discutesse. Egli con innegabile modestia e cautela si rifiutò di addossarsi il pesante fardello; non ignaro della propria ignoranza in materia, non si vergognò di riconoscerla. Era dunque ben diverso dai molti chiacchieroni che avevo dovuto sopportare e che avevano cercato di erudirmi senza dire nulla. Costui aveva un’intelligenza, se non diretta verso di te, però non troppo incauta verso se stessa. Non del tutto inesperto della propria inesperienza, evitò di rinchiudersi con una disputa temeraria in una posizione senza uscite e di non facile ritirata per lui. Anche questo atteggiamento me lo rese ancora più accetto. La modestia di un animo che si apre è più bella della scienza che io cercavo; e quell’uomo lo trovai sempre così in tutte le questioni un po’ difficili e sottili.

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I Novissimi: Paradiso/ Introduzione

24 febbraio 2017

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Verità trascendentale

Il cammino che stiamo per intraprendere è entusiasmante perché ti porterà a scoprire gradatamente quelle verità che scioglieranno i dubbi che forse celavi segretamente nel tuo cuore. Cercheremo di rispondere alle domande: Il Paradiso esiste? Come è possibile andarci? Esiste un tribunale di Dio ed un suo Giudizio ultimo? Alcuni Santi e Mistici ebbero la visione del Paradiso?
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Agostino d’Ippona , Confessioni: Libro Quinto

10 febbraio 2017

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Presunzione sfrontata di Mani

  1. 8. Infine, chi chiedeva a un certo Mani di scrivere anche su cose che non occorre conoscere per imparare la pietà? Tu dicesti all’uomo: “Ecco, pietà è sapienza”. Quindi egli poteva ignorare la pietà, pur conoscendo alla perfezione le altre nozioni. Senonché, avendo l’audacia sfrontatissima d’insegnare queste ultime senza conoscerle, tanto meno poteva conoscere la prima. È pure vanità esibire la scienza mondana anche quando la si possiede, e invece pietà riconoscerla come tua. Perciò il suo molto parlare, a sproposito, su tali argomenti aveva questo fine: che, confutato da persone davvero istruite in materia, si rivelasse qual era la sua perspicacia in argomenti più astrusi. Lungi dal cercare di essere negletto dagli uomini, tentò di far credere che lo Spirito Santo, consolazione e ricchezza dei tuoi fedeli, risiedeva in lui di persona con la pienezza della sua autorità. Perciò, quando si coglievano flagranti errori nella sua teoria sul cielo, le stelle e i movimenti del sole e della luna, argomenti certo estranei all’insegnamento religioso, ne risultava tuttavia con sufficiente chiarezza l’empietà dei suoi tentativi. Egli esponeva nozioni che non solo ignorava, ma erano anche false, con un orgoglio a tal punto insensato, che si sforzava di attribuirle alla propria persona come divina.

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I Novissimi: Purgatorio, Santa Margherita Maria Alacoque

9 febbraio 2017
Santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690)
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Nasce il 22 luglio 1647 a Lautecour, a ventiquattro anni entra nell’Ordine della Visitazione, fondato da San Francesco di Sales. Margherita, diventata suor Maria, restò vent’anni tra le Visitandine, e fin dall’inizio si offrì “vittima al Cuore di Gesù”. In cambio ricevette grazie straordinarie, come fuor dell’ordinario furono le sue continue penitenze e mortificazioni sopportate con dolorosa gioia. Fu il Beato Claudio La Colombière, che divenne preziosa e autorevole guida della mistica suora della Visitazione, ordinandole di narrare, nella Autobiografia, le sue esperienze ascetiche, rendendo pubbliche le rivelazioni da lei avute. Per ispirazione della Santa, nacque così la festa del Sacro Cuore, ed ebbe origine la pratica pia dei primi Nove Venerdì del mese.

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I Novissimi: Purgatorio, Sant’ Alfonso Maria De Liguori/ Glorie

18 gennaio 2017
Note biografiche: 1696 – 1787
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Alfonso Maria De’ Liguori, scrittore, poeta, musicista, vescovo, dottore della Chiesa e patrono dei moralisti, nacque a Marianella, presso Napoli, il 27 settembre 1696. Era il primogenito di otto figli nati dal nobile Giuseppe De’ Liguori e Anna Maria Caterina Cavalieri.

Avviato fin da piccolo allo studio, acquistò la padronanza del toscano, del latino, del greco, del francese, lingua usuale della società civile, e dello spagnolo, lingua di Stato. Apprese la filosofia (che allora comprendeva anche le scienze matematiche), l’equitazione, la scherma, la musica, il disegno, la pittura e persino l’architettura. Con una precocità che ha dell’incredibile, a 12 anni Alfonso aveva brillantemente finito i suoi studi secondari e si era iscritto alla facoltà di giurisprudenza di Napoli.

Nel 1715 entrò nella Confraternita dei Dottori e si dedicò all’assistenza degli ammalati più poveri ricoverati nell’ospedale di Napoli, Santa Maria del Popolo, sinistramente detto degli Incurabili.

Alfonso esercitò l’avvocatura con travolgenti e continui successi. Ma al decimo anno della sua esperienza in tribunale, per una durissima prova maturò la scelta per la vita sacerdotale.

Il 27 agosto 1723 dinanzi all’immagine della Madonna promise di consacrarsi al servizio esclusivo di Dio e dei bisognosi, e di farsi prete. A trent’anni compiuti, il 21 dicembre 1726, ricevette l’ordinazione sacerdotale.

Si inserì immediatamente e a tempo pieno nell’attività pastorale nella diocesi di Napoli in favore della gente dei monti e della campagna, condividendovi i disagi.

Nell’estate del 1730 a Scala, un paesotto del salernitano, nei colloqui avuti con suor Maria Celeste Crostarosa, Sant’Alfonso maturò la convinzione di essere chiamato da Dio a fondare una congregazione di sacerdoti e laici per l’evangelizzazione e la salvezza dei più poveri.

La nascita ufficiale e solenne della Congregazione del Santissimo Redentore avvenne a Scala il 9 novembre 1732. Fu approvata, insieme alla regola, da Benedetto XIV il 25 febbraio 1749. Proprio lui, che, verso il 1750, compose una grammatica italiana!

Come scrittore Sant’Alfonso era popolarissimo. Pubblicò centoundici opere, tra grandi e piccole, Alcune di esse hanno raggiunto decine di edizioni, come le Visite al SS. Sacramento, le Massime eterne, la Pratica di amare Gesù Cristo, L’opera più bella è Le Glorie di Maria, che farà registrare la più alta tiratura tra le opere mariane di tutti i tempi: un migliaio di edizioni a partire dal 1750.

Oltre a scrittore e pittore fu anche valente musicista. La sua canzone più celebre, ricca di autentici valori spirituali e poetici è: Tu scendi dalle stelle. Un canto natalizio composto e musicato nel 1755 durante la predicazione in una missione.

Fu nominato vescovo da Papa Clemente XIII il 9 marzo 1762. L’ordinazione avvenne il 20 giugno nella chiesa di S. Maria sopra Minerva. Come vescovo rivolse le sue cure altrettanto premurose e paterne oltre ai poveri, anche ai seminaristi, nei quali vedeva prolungarsi l’azione salvifica del Cristo.

Nel 1772 eletto Papa Clemente XIV. Sant’Alfonso chiese di essere esonerato dalla dignità episcopale a motivo del!’ età avanzata e dell’artrosi cervicale che lo aveva quasi storpiato. Nel 1775 Pio VI non poté fare a meno di accettare la rinuncia perché ormai il Santo si trovava in uno stato da far compassione, mezzo cieco e sordo, così oppresso da tanti mali da non sembrare più un uomo. Morì serenamente il 1 agosto 1787.

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Agostino d’Ippona , Confessioni: Libro Quinto

18 gennaio 2017

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Facoltà e difetti della scienza

  1. 4. Investigando questi misteri con l’intelligenza e l’ingegno da te ricevuti, essi fecero molte scoperte, predissero con anticipo di molti anni gli eclissi della luce del sole e della luna, con il giorno, l’ora e la misura in cui sarebbero avvenuti, senza errare nei calcoli. I fenomeni si verificarono puntualmente secondo le loro predizioni, ed essi misero per iscritto le leggi scoperte, tuttora consultate e usate per predire l’anno, il mese dell’anno, il giorno del mese, l’ora del giorno e la misura in cui la luce del sole e della luna scomparirà; e il fenomeno avverrà puntualmente secondo le predizioni. Il popolo ne è ammirato, gli ignari stupiti, gli esperti imbaldanziti ed esaltati. Ma se, lontani ed eclissati dalla tua luce per la loro empia superbia, prevedono con tanto anticipo l’offuscamento futuro del sole, non vedono però il loro, presente, poiché non ricercano con spirito religioso l’origine del proprio ingegno, con cui eseguono queste ricerche; o, se si scoprono tue creature, non si donano a te con slancio affinché tu conservi le tue creature. Quasi fossero essi i propri creatori, non si annientano per te, non abbattono come uccelli in volo le proprie vanità, come pesci del mare le proprie curiosità, che li spingono a percorrere i segreti sentieri dell’abisso, come bestie del campo le proprie lascivie, affinché tu, Dio, fuoco divoratore, distrugga i loro morti desideri e ricrei le loro persone a una vita immortale.
  2. 5. Ignorano invece la via, il tuo Verbo, con cui creasti ciò che essi calcolano, loro stessi che calcolano, il senso con cui percepiscono ciò che calcolano, l’intelligenza per cui calcolano; mentre la tua sapienza è incalcolabile. L’Unigenito si è fatto lui stesso sapienza e giustizia e santificazione per noi, fu calcolato fra noi e pagò il tributo a Cesare. Ignorano questa via su cui discenderebbero da se stessi a lui, e per lui ascenderebbero a lui; ignorano questa via e si credono eccelsi e luminosi come gli astri, mentre eccoli precipitati in terra, col cuore ottenebrato e insipiente. Molte verità dicono sul creato, ma non cercano devotamente la verità, autrice della creazione. Quindi non la trovano o, se la trovano, pur conoscendo Dio, non come Dio l’onorano o lo ringraziano, ma si disperdono nei loro vani pensieri, si proclamano sapienti attribuendo a se stessi ciò che è proprio a te, e quindi studiandosi anche, nella loro perversissima cecità, di attribuire a te ciò che è proprio a loro. Ossia trasferiscono le loro menzogne su di te, che sei la verità, trasformando la gloria di Dio incorruttibile nell’immagine dell’uomo corruttibile e degli uccelli e dei quadrupedi e dei serpenti; convertono la tua verità in menzogna e adorano e servono la creatura anziché il creatore.

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Agostino d’Ippona , Conessioni: Libro Quinto

13 gennaio 2017

DA CARTAGINE A ROMA E MILANO

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Introduzione

Lodi al Signore

  1. 1. Accetta l’olocausto delle mie confessioni dalla mano della mia lingua, formata e sollecitata da te alla confessione del tuo nome. Risana tutte le mie ossa, e ti dicano: “Signore, chi simile a te?”. Chi a te si confessa non ti rende nota la sua intima storia, poiché un cuore chiuso non esclude da sé il tuo occhio, né la durezza degli uomini respinge la tua mano, bensì tu la stempri a tuo piacere, con la pietà o la punizione; e nessuno si sottrae al tuo calore. La mia anima ti lodi per amarti, ti confessi gli atti della tua commiserazione per lodarti. L’intero tuo creato non interrompe mai il canto delle tue lodi: né gli spiriti tutti attraverso la bocca rivolta verso di te, né gli esseri animati e gli esseri materiali, attraverso la bocca di chi li contempla. Così la nostra anima, sollevandosi dalla sua debolezza e appoggiandosi alle tue creature, trapassa fino a te, loro mirabile creatore. E lì ha ristoro e vigore vero.

Presenza di Dio consolatore

  1. 2. Vadano, fuggano pure lontano da te gli inquieti e gli iniqui. Tu li vedi, ne distingui le ombre fra le cose. Così l’insieme risulta bello anche con la loro presenza, con la loro deformità. Che male poterono farti? dove poterono deturpare il tuo regno, se è giusto e intatto dall’alto dei cieli fino ai lembi estremi della terra? Dove fuggirono fuggendo dal tuo volto? in quale luogo non li puoi trovare? Fuggirono per non vedere la tua vista posata su di loro e urtare, accecati, contro di te, che non abbandoni nulla di ciò che hai creato; per non urtare contro di te, e ricevere l’equo castigo della loro iniquità. Si sottrassero alla tua mitezza per urtare nella tua giustizia e cadere nella tua severità. Evidentemente ignorano che tu sei dovunque e nessun luogo ti racchiude, che tu solo sei vicino anche a chi si pone lontano da te. Dunque si volgano indietro a cercarti: tu non abbandoni le tue creature come esse abbandonano il loro creatore. Se si volgono indietro da sé a cercarti, eccoti già lì, nel loro cuore, nel cuore di chiunque ti riconosce e si getta ai tuoi piedi, piangendo sulle tue ginocchia dopo il suo aspro cammino. Tu prontamente ne tergi le lacrime, e più singhiozzano allora e si confortano al pianto perché sei tu, Signore, e non un uomo qualunque, carne e sangue, ma tu, Signore, il loro creatore, che le rincuori e le consoli. Anch’io dov’ero quando ti cercavo? Tu eri davanti a me, ma io mi ero allontanato da me e non mi ritrovavo. Tanto meno ritrovavo te.

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I Novissimi: Purgatorio, Maria Faustina Kowalska/Diario di Maria Faustina Kowalska, quaderno I

13 gennaio 2017

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Suor Maria Faustina, l’apostola della Divina Misericordia, appartiene oggi al gruppo dei santi della Chiesa più conosciuti. Attraverso di lei il Signore manda al mondo il grande messaggio della Misericordia Divina e mostra un esempio di perfezione cristiana basata sulla fiducia in Dio e sull’atteggiamento misericordioso verso il prossimo.

Suor Maria Faustina nacque il 25 agosto 1905, nel villaggio di Glogowiec, poco lontano dalla città di Turek, come terza figlia dei 10 bambini di Marianna e Stanislao Kowalski. Al battesimo ricevette il nome di Elena. Frequentò la scuola soltanto per tre anni. Era allieva attenta ed intelligente, ma la povertà e la necessità di aiutare sua madre nei lavori le impedirono di studiare.

Compiuti i 15 anni, Suor Maria Faustina andò a lavorare come domestica da conoscenti dei suoi genitori ad Aleksandròw Lùdzki; poi lavorò a Lùdz e Ostrùwek vicino a Varsavia, fino alla sua entrata in convento. Già da bambina, sentiva il desiderio di avvicinarsi a Dio; così maturava in lei la decisione di diventare suora. Ne parla nel suo Diario con molta discrezione: A sette anni intesi per la prima volta la voce di Dio nella mia anima, cioè la chiamata ad una vita più perfetta, ma non sempre ubbidii alla voce della grazia. Non incontrai nessuno che mi chiarisse queste cose.

Dopo tale rifiuto mi diedi alle vanità della vita, non rivolgendo alcuna attenzione alla voce della grazia, sebbene l’anima mia non trovasse soddisfazione in nulla. Il richiamo continuo della grazia era per me un gran tormento, però cercavo di soffocarlo con i passatempi. Evitavo d’incontrarmi con Dio intimamente e con tutta l’anima mi rivolgevo verso le creature. Ma fu la grazia del Signore ad avere il sopravvento nella mia anima.

Una volta ero andata ad un ballo con una delle mie sorelle. Quando tutti si divertivano moltissimo, l’anima mia cominciò a provare intimi tormenti. Al momento in cui cominciai a ballare, scorsi improvvisamente Gesù accanto a me, Gesù flagellato, spogliato delle vesti, tutto coperto di ferite, che mi disse queste parole: «Quanto tempo ancora ti dovrò sopportare? Fino a quando mi ingannerai?». All’istante si spense l’allegro suono della musica; scomparve dalla mia vista la compagnia con cui mi trovavo.

Rimanemmo soli Gesù e io. Mi sedetti accanto alla mia cara sorella, facendo passare per un mal di testa quanto era accaduto dentro di me. Poco dopo abbandonai la compagnia e la sorella e, senza farmi scorgere, andai nella cattedrale di S. Stanislao Kostka. Era quasi buio. Nella cattedrale c’erano poche persone. Senza badare affatto a quanto accadeva intorno, mi prostrai, le braccia stese, davanti al SS. Sacramento e chiesi al Signore che si degnasse di farmi conoscere ciò che dovevo fare. Udii allora queste parole: «Parti immediatamente per Varsavia; là entrerai in convento». Mi alzai dalla preghiera, andai a casa e sbrigai le cose indispensabili. Come potei, misi al corrente mia sorella di quello che era avvenuto nella mia anima, le chiesi di salutare i genitori e così, con un solo vestito, senza nient’altro, arrivai a Varsavia.

Era il luglio del 1924. Nello stesso mese Elena si presentò alla Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, chiedendo di esservi ammessa. Non fu respinta, ma le chiesero di aspettare un anno. Finalmente, fu accolta nel convento il 1 agosto 1925. Durante la vestizione (il 30/4/1926) ricevette il nome di Maria Faustina. Suor Faustina è stata in varie case della sua congregazione: a Varsavia, a Plock, a Wilno, a Cracovia fino alla sua morte ed anche per brevi periodi a Kiekrz vicino a Poznan, a Walendòw e Derdy e – per motivi di salute a Skolimòw vicino a Varsavia e a Rabka.

Suor Maria Faustina ha lavorato fisicamente come cuoca, giardiniera, guardiana, come aiuto nella panetteria e nel guardaroba del convento. Per la sua salute cagionevole, alcune di queste occupazioni erano troppo faticose, a volte insopportabili. In diverse occasioni si è sentita accusare di simulare la malattia per non lavorare. Ciò la faceva soffrire moltissimo, ma non se ne lamentava.

Suor Maria Faustina fu una figlia fedele della Chiesa, che essa amava come Madre e come Corpo Mistico di Cristo. Consapevole del suo ruolo nella Chiesa, collaborava con la Misericordia Divina nell’opera della salvezza delle anime perdute. Rispondendo al desiderio e all’esempio di Gesù offriva la sua vita in sacrificio.

La missione di Suor Maria Faustina è stata descritta nel «Diario» che lei redigeva seguendo il desiderio di Gesù e i suggerimenti dei padri confessori, annotando fedelmente tutte le parole di Gesù e rivelando il contatto della sua anima con lui. (more…)

I Novissimi: Purgatorio, Maria Simma: note biografiche/Da: Fateci uscire da qui di Maria Simma.

11 gennaio 2017

 

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Alcuni brevi cenni rimessi al suo vescovo, monsignor Franz Tschann, ausiliare di Feidkirch (+1935) dal p. Alfonso Matt curato della Veggente

Maria Agata Simma, è nata il 5 febbraio 1915 a Sonntag (Vorarlberg). Sonntag è situato all’estremo lembo del Grosswalsertal, a circa 30 Km. ad est di Feldkírch, in Austria. Il padre di Maria Simma, Giuseppe Antonio, era figlio del proprietario della locanda del Leone (Lówe), chiamato anche lui Giuseppe Antonio, e sua moglie Anna Pfisterer di Sonntag.

Per anni si guadagnò la vita come custode, poi come contadino di suo fratello Johann Simma, agricoltore a Bregenz, dove fece la conoscenza di Aloisa Rinderer, figlia d’un impiegato delle ferrovie che Johann aveva preso con sé ed allevata. Giuseppe se la sposò malgrado una differenza d’età di 18 anni. Andarono ad abitare nelle vicinanze di Sonntag. Durante la prima guerra mondiale fu portalettere, poi stradino e bracciante, poi pensionato. Con sua moglie ed i suoi otto figli andò ad abitare in una vecchia casa che gli era stata data in testamento da un buon vecchio, Franz Bickel, mastro carpentiere.

A causa della grande povertà in famiglia, i figli andarono giovanissimi a servizio e dovettero guadagnarsi il pane: i ragazzi come operai e le ragazze come bambinaie. Maria Simma fu, fin dalla giovinezza, molto pia e frequentò assiduamente i corsi d’istruzione religiosa dati dal suo curato, dott. Kari Fritz. Dopo la scuola elementare partì per la Svevia, più tardi per Hard, Nenzing e Lauterach. Voleva farsi suora; ma, a tre riprese, si vide rimandare a casa, a causa della sua debole costituzione.

Il suo corredo per il convento l’aveva già in parte mendicato e in parte guadagnato da sola. Per tre anni fu a servizio a Feldkirch, alla casa di San Giuseppe. Dopo essere uscita da Gaissau tenne a casa suo padre ed ebbe cura della chiesa. Dalla morte di suo padre, nel 1947, vive sola nella casa patema. Per sopperire ai bisogni della vita si occupa di giardinaggio. Vive così di povertà e viene aiutata da gente caritatevole.

I suoi tre soggiorni in convento l’hanno formata e l’hanno fatta progredire spiritualmente, preparandola così al suo apostolato in favore delle anime del purgatorio. La sua vita spirituale è caratterizzata dall’amore filiale verso la Santissima Vergine e dal desiderio di soccorrere le anime dei purgatorio, ma anche d’aiutare con tutti i mezzi le Missioni.

Ella ha votato la sua verginità alla Madonna e ha fatto la consacrazione a Maria del Santo Grignon de Montfort, in favore, soprattutto, dei defunti, si è pure offerta a Dio, facendogli il voto come “vittima”, d’amore e d’espiazione.

Maria Simma ha trovato ora, sembra, la vocazione che Dio le ha assegnata: aiutare le anime del purgatorio con la preghiera, la sofferenza espiatoria e l’apostolato. Fin dall’epoca del nazismo ha aiutato a preparare i bambini alla confessione ed al catechismo della prima comunione, dando loro un’istruzione religiosa complementare e dimostrando, in questo compito, un vero talento ed un grande “saper fare”.

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Agostino d’ Ippona, Confessioni , Libro Quarto

3 gennaio 2017

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Argomenti del trattato

  1. 24. Non vedevo però ancora nella tua arte, onnipotente e unico autore di meraviglie, il cardine di una realtà così grande. Il mio spirito percorreva le forme corporee e io definivo bello ciò che è armonioso in sé, conveniente ciò che è armonioso in rapporto con altri oggetti, suffragando questa distinzione con esempi concreti. Poi mi volsi a considerare la natura dell’anima. Ma l’idea falsa che avevo delle sostanze spirituali m’impediva di scorgere il vero. Per quanto la verità mi balzasse agli occhi con tutta la sua forza, io non distoglievo la mente ansiosa dalla realtà incorporea verso le linee, i colori e le masse turgide; e giacché non potevo ritrovarne nell’anima, pensavo che non avrei potuto ritrovare l’anima stessa; e poiché nella virtù mi attraeva la pace, nel vizio mi ripugnava la discordia, scorgevo nella prima una specie di unità, nel secondo una specie di divisione. In quell’unità poi mi pareva risiedere l’anima razionale, l’essenza della verità e del bene supremo; nella divisione invece misero scorgevo una sostanza indefinibile di vita irrazionale e l’essenza del male supremo, che per me era non solo sostanza, ma vera vita, sebbene non provenisse da te, Dio mio, da cui provengono tutte le cose. Delle due, alla prima davo il nome di monade in quanto intelligenza asessuale, alla seconda di diade, ed è la collera nei delitti, la libidine nei vizi. Non sapevo cosa dicessi. Infatti ignoravo e non avevo imparato che il male non è una sostanza, e neppure la nostra intelligenza è il bene supremo e immutabile.

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