Archive for the ‘Spiritualità-cultura’ Category

IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

18 settembre 2017

PARTE TERZA

L’AMORE DEL VERBO INCARNATO PER 1 SUOI SACERDOTI

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CAPITOLO III

Amore di Cristo per i suoi sacerdoti nelle ultime ore della sua vita

Nelle ultime ore della sua vita mortale, Gesù fece apparire in maniera ancor più evidente il suo amore per i sacerdoti. Nel discorso della Cena che Giovanni ci ha conservato, la tenerezza di Cristo risplende si può dire ad ogni parola: sono le effusioni più intime del suo amore.

« Ho desiderato molto dice di mangiare questa Pasqua con voi prima di soffrire ». Desiderava rendere partecipi del suo sacerdozio gli apostoli, segnarli con il sigillo che li innalza oltre le gerarchie angeliche. Era ansioso di mettersi nelle loro mani nell’Eucaristia, di offrirsi totalmente a loro, di dipendere da loro. Come un artista impaziente di veder sorgere sotto le sue mani il capolavoro che ha sognato, Gesù affrettava con il suo desiderio il momento in cui doveva costituire l’opera sognata dal suo Cuore: il sacerdozio cattolico.

« Ho desiderato molto… ». E’ un’aspirazione profonda. Ha desìderato molto di mangiare questa Pasqua. Altre volte prima di allora aveva mangiato la Pasqua con i discepoli: ma non era questa Pasqua, nel corso della quale avrebbe istituito il suo sacerdozio. Come un padre in mezzo ai suoi figli, presiede il pasto; poi si alza e, umilmente, si inginocchia di fronte agli apostoli e rende loro il servizio di uno schiavo, lavando loro i piedi e asciugandoli. Per diminuire, in qualche modo, la distanza che li separa da lui; per incoraggiarli e renderli meno indegni, anche ai loro occhi, della sua bontà. Dice loro: « Voi siete puri »? Fa ancora di più. Li innalza fino a sé. Li rende uguali a sé e si spinge fino ad assicurarli che « chiunque riceverà colui che egli avrà mandato, riceverà lui stesso » La bontà di Cristo non avvolge soltanto i suoi discepoli puri, si estende fino all’apostolo infedele. Con avvertimenti pieni d’affetto cerca di toccare il cuore del traditore. Si sforza di far nascere in lui la fede e la confidenza che potrebbero ancora distoglierlo dal suo peccato.

Il momento solenne è giunto. L’Amore Infinito sta per produrre il suo capolavoro; la sapienza e la potenza di Dio stanno per agire insieme. Sarà il dono per eccellenza della carità di Dio: l’Eucaristia. Dio con noi, Dio in noi; Gesù Cristo, Dio e uomo, unito spirito a spirito, cuore a cuore, corpo a corpo con l’uomo riscattato e salvato: « Prendete e mangiate, prendete e bevetene tutti ».

Ma lo sforzo dell’Amore non è terminato. Gesù non sarà sempre presente, nella sua forma umana e palpabile, a operare il miracolo. Bisogna che altri uomini rivestiti della sua potenza gli succedano e rinnovino, lungo i secoli, la misteriosa transustanziazione che ha appena compiuto. In quel momento il sacerdozio scaturisce dal cuore di Cristo. Coloro che circondano Gesù in quest’ora ricevono quel sigillo sacro e incancellabile che li rende sacerdoti per l’eternità e che, di generazione in generazione, i chiamati dall’Amore porteranno per la gloria di Dio e la salvezza del mondo.

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Tentazioni tipiche del diavolo per distruggere i matrimoni Pildorasdefe.net | Set 11, 2017

15 settembre 2017

Tentazioni tipiche del diavolo per distruggere i matrimoni

Agostino d’Ippona , Confessioni: Libro Settimo

15 settembre 2017

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False opinioni di Agostino e Alipio su Cristo
19. 25. Ma io pensavo diversamente. Per me Cristo mio signore non era che un uomo straordinariamente sapiente e senza pari. Soprattutto la sua nascita miracolosa da una vergine, ov’è indicato il disprezzo dei beni temporali come condizione per ottenere l’immortalità, mi sembrava avesse guadagnato al suo magistero, grazie alla sollecitudine di Dio verso di noi, un’autorità grandissima. Ma il mistero racchiuso in quelle parole: Il Verbo fatto carne, non potevo nemmeno sospettarlo. Soltanto sapevo di lui le notizie tramandate dalle Scritture: che mangiò e bevve, dormì, camminò, provò gioia e tristezza, conversò; che quella carne non si unì al tuo Verbo senza un’anima e un’intelligenza umane: cose che sa chiunque sa che il tuo Verbo è immutabile, come ormai io lo sapevo nella misura delle mie forze, ma senza ombra di dubbio. In verità, il muovere ora le membra del corpo in forza della volontà, ora non muoverle, il sentire ora un sentimento, ora non sentirlo, l’esprimere ora a parole concetti saggi, ora tacere, sono atti propri di un’anima e di una mente mutevoli; e se si fosse scritto di lui tutto ciò mentendo, anche il resto rischiava di essere falso, e in quei testi non rimaneva più alcuna salvezza per il genere umano attraverso la fede. Quindi erano scritti veri, e perciò io riconoscevo in Cristo un uomo completo, ossia non soltanto il corpo di un uomo, o un’anima e un corpo senza intelligenza, ma un uomo vero, da anteporre secondo me a tutti gli altri non perché fosse la verità in persona, ma in virtù di un’eccellenza singolare della sua natura umana, e di una partecipazione più perfetta alla sapienza. Quanto ad Alipio, si era fatto l’idea che i cattolici nel credere a un Dio rivestito di carne credessero all’esistenza in Cristo di Dio e della carne soltanto, mentre l’anima e l’intelligenza umane pensava non gli fossero attribuite. Persuaso poi che le opere a lui ascritte dalla tradizione non possono compiersi se non da una creatura vitale e razionale, procedeva appunto verso la fede cristiana piuttosto lentamente. Solo più tardi venne a sapere che questa è la concezione erronea degli eretici apollinaristi, e si uniformò con gioia alla fede cattolica. Io da parte mia confesso di aver capito alquanto più tardi come nei riguardi della frase: Il Verbo si è fatto carne, la verità cattolica si stacchi dalla menzogna di Fotino. Davvero, la condanna degli eretici dà spicco al pensiero della tua Chiesa e alla sostanza del suo sano insegnamento. Dovettero prodursi infatti anche delle eresie, affinché si vedesse chi era saldo nella fede tra i deboli.

Fede senza umiltà
20. 26. Però allora, dopo la lettura delle opere dei filosofi platonici, da cui imparai a cercare una verità incorporea; dopo aver scorto quanto in te è invisibile, comprendendolo attraverso il creato, e aver compreso a prezzo di sconfitte quale fosse la verità che le tenebre della mia anima mi impedivano di contemplare, fui certo che esisti, che sei infinito senza estenderti tuttavia attraverso spazi finiti o infiniti, e che sei veramente, perché sei sempre il medesimo, anziché divenire un altro o cambiare in qualche parte o per qualche moto; mentre tutte le altre cose sono derivate da te, come dimostra questa sola saldissima prova, che sono. Di tutto ciò ero dunque certo, ma troppo debole ancora per goderti. Cianciavo, sì, come fossi sapiente; ma, se non avessi cercato la tua via in Cristo nostro salvatore, non sapiente ma morente sarei stato ben presto. Mi aveva subito preso la smania di apparire sapiente, mentre ero ricco del mio castigo e non ne avevo gli occhi gonfi di pianto, ma io invece ero tronfio per la mia scienza. Dov’era quella carità che edifica sul fondamento dell’umiltà, ossia Gesù Cristo? Quando mai quei libri avrebbero potuto insegnarmela? Credo che la ragione, per cui volesti che m’imbattessi in quelli prima di meditare le tue Scritture, fosse d’incidere nella mia memoria le impressioni che mi diedero, così che, quando poi i tuoi libri mi avessero ammansito e sotto la cura delle tue dita avessi rimarginato le mie ferite, sapessi discernere e rilevare la differenza che intercorre fra la presunzione e la confessione, fra coloro che vedono la meta da raggiungere, ma non vedono la strada, e la via che invece porta alla patria beatificante, non solo per vederla, ma anche per abitarla. Plasmato all’inizio dalle tue sante Scritture, assaporata la tua dolcezza nel praticarle e imbattutomi dopo in quei volumi, forse mi avrebbero sradicato dal fondamento della pietà; oppure, quand’anche avessi persistito nei sentimenti salutari che avevo assorbito, mi sarei immaginato che si poteva pure derivarli dal solo studio di quei libri.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

10 settembre 2017

PARTE TERZA

L’AMORE DEL VERBO INCARNATO PER 1 SUOI SACERDOTI

CAPITOLO II

Amore di Cristo per i suoi sacerdoti durante la vita nascosta e la vita pubblica

Gesù ha amato i suoi sacerdoti fin dall’aurora della sua vita, da quell’istante in cui i primi lineamenti della sua umanità sono stati formati in Maria. E come un recipiente si impregna e conserva a lungo il profumo del primo liquore di cui è stato riempito, così il cuore di Cristo era stato, fin dall’inizio, colmato di amore per i suoi preti, essendone compenetrato più profondamente che da qualsiasi altro amore. In tutta la sua vita ha lasciato trasparire questa predilezione per il suo sacerdozio. Dei lunghi anni della sua vita nascosta a Nazareth ci è giunto soltanto un frammento. Salito a Gerusalemme per la festa, all’età di dodici anni, Gesù rimane, all’insaputa di Maria e Giuseppe, in città e viene ritrovato dopo tre lunghi giorni di ricerche. è rimasto al Tempio. Viene ritrovato là, non in adorazione davanti all’Arca, non accanto all’altare dei sacrifici, ma con i dottori e i sacerdoti, mentre li ascolta e li interroga? Più tardi, nella vita pubblica, questo rispetto per i sacerdoti rimane. Un giorno, guarisce un lebbroso: « Va’ dice , e fatti vedere dal sacerdote ». Rendigli omaggio, riconosci la sua autorità, fa’ ciò che vuole, sembra aggiungere. Obbligato, per illuminare il popolo, a sferzare i vizi e le degradazioni di questo sacerdozio giudaico, un tempo così grande e ora caduto così in basso, Cristo non dimentica di far notare la dignità sacerdotale, e di indicare i sacerdoti e i dottori dispensatori della verità e maestri degli uomini: « Sono seduti sulla cattedra di Mosè: fate quello che dicono, ma non fate quello che fanno ».

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Agostino d’Ippona , Confessioni: Libro Settimo

10 settembre 2017

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La perversione della volontà

  1. 22. E capii per esperienza che non è cosa sorprendente, se al palato malsano riesce una pena il pane, che al sano è soave; se agli occhi offesi è odiosa la luce, che ai vividi è amabile. La tua giustizia è sgradita ai malvagi, e a maggior ragione le vipere e i vermiciattoli che hai creato buoni e in accordo con le parti inferiori del tuo creato. A queste i malvagi stessi si accordano nella misura in cui non ti assomigliano, mentre si accordano alle parti superiori nella misura in cui ti assomigliano. Ricercando poi l’essenza della malvagità, trovai che non è una sostanza, ma la perversione della volontà, la quale si distoglie dalla sostanza suprema, cioè da te, Dio, per volgersi alle cose più basse, e, ributtando le sue interiora, si gonfia esternamente.

Ascesa all’Essere

  1. 23. Ero sorpreso di amarti, ora, e più non amare un fantasma in tua vece. Ma non ero stabile nel godimento del mio Dio. Attratto a te dalla tua bellezza, ne ero distratto subito dopo dal mio peso, che mi precipitava gemebondo sulla terra. Era, questo peso, la mia consuetudine con la carne; ma portavo con me il tuo ricordo. Non dubitavo minimamente dell’esistenza di un essere cui dovevo aderire, sebbene ancora non ne fossi capace, perché il corpo corruttibile grava sull’anima, e la dimora terrena deprime lo spirito con una folla di pensieri; ed ero assolutamente certo che quanto in te è invisibile, dalla costituzione del mondo si scorge comprendendolo attraverso il creato, così come la tua virtù eterna e la tua divinità. Nel ricercare infatti la ragione per cui apprezzavo la bellezza dei corpi sia celesti sia terrestri, e i mezzi di cui dovevo disporre per formulare giudizi equi su cose mutevoli, allorché dicevo: “Questa cosa dev’essere così, quella no”; nel ricercare dunque la spiegazione dei giudizi che formulavo giudicando così, scoprii al di sopra della mia mente mutabile l’eternità immutabile e vera della verità. E così salii per gradi dai corpi all’anima, che sente attraverso il corpo, dall’anima alla sua potenza interna, cui i sensi del corpo comunicano la realtà esterna, e che è la massima facoltà delle bestie. Di qui poi salii ulteriormente all’attività razionale, al cui giudizio sono sottoposte le percezioni dei sensi corporei; ma poiché anche quest’ultima mia attività si riconobbe mutevole, ascese alla comprensione di se medesima. Distolse dunque il pensiero dalle sue abitudini, sottraendosi alle contradizioni della fantasia turbinosa, per rintracciare sia il lume da cui era pervasa quando proclamava senza alcuna esitazione che è preferibile ciò che non muta a ciò che muta, sia la fonte da cui derivava il concetto stesso d’immutabilità, concetto che in qualche modo doveva possedere, altrimenti non avrebbe potuto anteporre con certezza ciò che non muta a ciò che muta. Così giunse, in un impeto della visione trepida, all’Essere stesso. Allora finalmente scorsi quanto in te è invisibile, comprendendolo attraverso il creato; ma non fui capace di fissarvi lo sguardo. Quando, rintuzzata la mia debolezza, tornai fra gli oggetti consueti, non riportavo con me che un ricordo amoroso e il rimpianto, per così dire, dei profumi di una vivanda che non potevo ancora gustare.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

6 settembre 2017

PARTE TERZA

L’AMORE DEL VERBO INCARNATO PER 1 SUOI SACERDOTI

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CAPITOLO I

Amore di Cristo per i suoi sacerdoti prima della sua nascita

Il Verbo, Dio da Dio, luce da luce, generato e non creato, generato dall’Amore Infinito, Amore egli stesso, tanto autenticamente Amore quanto autenticamente Dio, è rimasto lo stesso anche nell’incarnazione. E poiché Gesù Cristo, Verbo incarnato, è Dio, è anche l’Amore.L’umanità di Cristo, unita a questo Amore, penetrata da lui, animata da lui, deve amare, e ama: ama di un amore appassionato e ardente. Ama, per tutta la sua vita, in pienezza. Il cuore di Cristo ha dei battiti che i nostri cuori non ci hanno mai fatto ascoltare. Ora che il Salvatore è nella gloria, continua ad amare. Amerà nello spazio immenso dei tempi e, come Gesù risorto non muore più, così anche il suo cuore non può più smettere di amare. Per tutta l’eternità amerà di un amore senza cedimenti e senza fine.Questo amore di Cristo che non avrà mai fine, ha però avuto un inizio. Il Verbo ama da sempre; ma il cuore d’uomo di Cristo, creato nel tempo, ha iniziato a battere un giorno preciso: un giorno ha iniziato ad amare. Quando vediamo un grande fiume scorrere maestosamente, pensiamo con naturalezza che quelle onde che si spingono e si succedono andranno infine a perdersi nel mare, in quell’oceano immenso nel quale si confonderanno. Ma qualche volta ci fermiamo a pensare alla sorgente da cui questo fiume dalle larghe onde è uscito, e risaliamo il suo corso per cercare il luogo, in genere solitario e nascosto, da cui stillano le prime gocce delle sue acque. Così, meditando sull’amore infinito di Cristo, possiamo non soltanto considerarlo nella sua durata eterna; possiamo cercare l’inizio di questo amore, risalire fino al primo battito del suo cuore.

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Agostino d’Ippona , Confessioni: Libro Settimo

6 settembre 2017

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Bontà ed esistenza delle cose
12. 18. Mi si rivelò anche nettamente la bontà delle cose corruttibili, che non potrebbero corrompersi né se fossero beni sommi, né se non fossero beni. Essendo beni sommi, sarebbero incorruttibili; essendo nessun bene, non avrebbero nulla in se stesse di corruttibile. La corruzione è infatti un danno, ma non vi è danno senza una diminuzione di bene. Dunque o la corruzione non è danno, il che non può essere, o, com’è invece certissimo, tutte le cose che si corrompono subiscono una privazione di bene. Private però di tutto il bene non esisteranno del tutto. Infatti, se sussisteranno senza potersi più corrompere, saranno migliori di prima, permanendo senza corruzione; ma può esservi asserzione più mostruosa di questa, che una cosa è divenuta migliore dopo la perdita di tutto il bene? Dunque, private di tutto il bene, non esisteranno del tutto; dunque, finché sono, sono bene. Dunque tutto ciò che esiste è bene, e il male, di cui cercavo l’origine, non è una sostanza, perché, se fosse tale, sarebbe bene: infatti o sarebbe una sostanza incorruttibile, e allora sarebbe inevitabilmente un grande bene; o una sostanza corruttibile, ma questa non potrebbe corrompersi senza essere buona. Così vidi, così mi si rivelò chiaramente che tu hai fatto tutte le cose buone e non esiste nessuna sostanza che non sia stata fatta da te; e poiché non hai fatto tutte le cose uguali, tutte esistono in quanto buone ciascuna per sé e assai buone tutte insieme, avendo il nostro Dio fatto tutte le cose buone assai.

L’armonia dell’universo
13. 19. In te il male non esiste affatto, e non solo in te, ma neppure in tutto il tuo creato, fuori del quale non esiste nulla che possa irrompere e corrompere l’ordine che vi hai imposto. Tra le parti poi del creato, alcune ve ne sono, che, per non essere in accordo con alcune altre, sono giudicate cattive, mentre con altre si accordano, e perciò sono buone, e buone sono in se stesse. Tutte queste parti, che non si accordano fra loro, si accordano poi con la porzione inferiore dell’universo, che chiamiamo terra, la quale è provvista di un suo cielo percorso da nubi e venti, ad essa conveniente. Lontano d’ora in poi da me l’augurio: “Oh, se tali cose non esistessero!”. Quand’anche vedessi soltanto tali cose, potrei certo desiderarne di migliori, ma non più mancare di lodarti anche soltanto per queste. Che ti si debba lodare, lo mostrano infatti sulla terra i draghi e tutti gli abissi, il fuoco, la grandine, la neve, il ghiaccio, il soffio della tempesta, esecutori della tua parola, i monti e tutti i colli, gli alberi da frutto e tutti i cedri, le bestie e tutti gli armenti, i rettili e i volatili pennuti; i re della terra e tutti i popoli, i principi e tutti i giudici della terra, i giovani e le fanciulle, gli anziani con gli adolescenti lodino il tuo nome. Ma, poiché anche dai cieli salgono verso di te le lodi, ti lodino, Dio nostro, nell’alto tutti gli angeli tuoi; tutte le potenze tue, il sole e la luna, tutte le stelle e la luce, i cieli dei cieli e le acque che stanno sopra i cieli, lodino il tuo nome. Ormai non desideravo di meglio: tutte le cose abbracciavo col mio pensiero, e se le creature superiori sono meglio di quelle inferiori, tutte insieme sono però meglio delle prime sole. Con più sano giudizio davo questa valutazione.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

29 agosto 2017

PARTE SECONDA

LE VIRTU’ SACERDOTALI DEL CUORE DI CRISTO

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CAPITOLO IX

L’amore

La Bibbia ci dice che il Paradiso terrestre era stato ornato dal Creatore di ogni sorta di delizie. Dio si incontrava con l’uomo e si intratteneva con lui, e le bellezze della natura, in quest’aurora del mondo, erano lo scenario meraviglioso di questi incontri. Là, il cielo era sempre mite, la terra sempre feconda. L’albero della vita, crescendo al centro del giardino, dava i suoi frutti immortali; e quattro fiumi, nascendo da lui e scorrendo fuori del giardino portavano lontano la vita e la fertilità.

Il cuore di Cristo è simile a questo paradiso, dato come dimora ai primi rappresentanti della nostra umanità. è un giardino di delizie, spalancato da Dio di fronte a uomini con un desiderio insaziabile di luce, di verità e di amore.

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Agostino d’Ippona , Confessioni: Libro Settimo

28 agosto 2017

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Incontro col neoplatonismo

Luci e ombre nei trattati neoplatonici

  1. 13. Anzitutto volesti mostrarmi come tu resista ai superbi, mentre agli umili accordi favore; e con quanta misericordia tu abbia indicato agli uomini la via dell’umiltà, dal momento che il tuo Verbo si è fatto carne e abitò in mezzo agli uomini. Per il tramite dunque di un uomo gonfio d’orgoglio smisurato mi provvedesti alcuni libri dei filosofi platonici tradotti dal greco in latino. Vi trovai scritto, se non con le stesse parole, con senso assolutamente uguale e col sostegno di molte e svariate ragioni, che al principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio; egli era al principio presso Dio, tutto fu fatto per mezzo suo e senza di lui nulla fu fatto; ciò che fu fatto è vita in lui, e la vita era la luce degli uomini, e la luce nelle tenebre, e le tenebre non la compresero; poi, che l’anima dell’uomo, sebbene renda testimonianza del lume, non è tuttavia essa il lume, ma il Verbo, Dio, è il lume vero, il quale illumina ogni uomo che viene in questo mondo; e che era in questo mondo, e il mondo fu fatto per mezzo suo, e il mondo non lo conobbe. Che però egli venne a casa sua senza che i suoi lo accogliessero, ma a quanti lo accolsero diede il potere di divenire figli di Dio, poiché credettero nel suo nome, non trovai scritto in quei libri.
  2. 14. Così trovai scritto in quei libri che il Verbo Dio non da carne, non da sangue, non da volontà d’uomo né da volontà di carne, ma da Dio è nato; che però il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi, non lo trovai scritto in quei libri. Vi scoprii, certo, sotto espressioni diverse e molteplici, che il Figlio per la conformità col Padre non giudicò un’usurpazione la sua uguaglianza con Dio, propria a lui di natura; ma il fatto che si annientò da sé, assumendo la condizione servile, rendendosi simile agli uomini e mostrandosi uomo all’aspetto; si umiliò prestando ubbidienza fino a morire, e a morire in croce, onde Dio lo innalzò dai morti e gli donò un nome che sovrasta ogni nome, affinché al nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, in terra, agli inferi, e ogni lingua confessi che il Signore Gesù sta nella gloria di Dio Padre, non è contenuto in quei libri. Vi si trova che il tuo Figlio unigenito esiste immutabile fin da prima di ogni tempo e oltre ogni tempo, eterno con te; che le anime attingono la felicità dalla sua pienezza e acquistano la sapienza rinnovandosi grazie alla partecipazione della sapienza in se stessa stabile; ma il fatto che morì nel tempo per i peccatori, e invece di risparmiare il tuo unico Figlio, lo hai consegnato per noi tutti, non si trova in quei libri. Infatti celasti queste verità ai sapienti e le rivelasti ai piccoli, per attrarre quanti soffrono e sono oppressi a lui, che li ristori, poiché è mite e umile di cuore e guiderà i miti nella giustizia, insegna ai mansueti le sue vie, osservando la nostra umiltà e la nostra sofferenza, rimettendoci tutti i nostri peccati. Ma quanti, innalzandosi sul coturno di una scienza a loro dire più sublime, non ne odono le parole: Imparate da me, poiché sono mite e umile di cuore, e troverete il riposo per le vostre anime, sebbene conoscano Dio, non lo glorificano ringraziano come Dio, bensì si disperdono nei loro vani pensieri, e il loro cuore insipiente si ottenebra. Proclamandosi saggi, si resero stolti.
  3. 15. Perciò trovavo in quei libri anche la gloria della tua incorruttibilità, trasformata in idoli e simulacri di ogni genere foggiati a immagine dell’uomo corruttibile e degli uccelli e dei quadrupedi e dei serpenti. Vi si può vedere il piatto egiziano, per cui Esaù perdette i privilegi della primogenitura: il popolo primogenito onorò in tua vece la testa di un quadrupede, col cuore rivolto in Egitto e la tua immagine, la sua anima, curva innanzi all’immagine di un vitello che si ciba di fieno. Trovai queste cose in quei libri, e non me ne cibai. Ti piacque, Signore, di togliere a Giacobbe l’onta della sua inferiorità, affinché il maggiore servisse al minore; chiamasti le genti alla tua eredità. Quindi io, venuto a te dalle genti, fissai il mio sguardo sull’oro che per tuo volere il popolo prediletto asportò dall’Egitto, poiché, dovunque era, era cosa tua. Dicesti agli ateniesi per bocca del tuo Apostolo che noi in te viviamo e ci muoviamo e stiamo, come dissero anche certuni fra i loro autori, e senza dubbio quei libri provenivano di là. Così non prestai attenzione agli idoli degli egiziani, cui sacrificavano col tuo oro coloro che trasformarono la verità di Dio in menzogna, adorarono e servirono la creatura anziché il creatore.

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Agostino d’Ippona , Confessioni: Libro Settimo

24 agosto 2017

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Una ricerca penosa

  1. 11. Così, mio soccorritore, mi avevi liberato da questi ceppi. Ora ricercavo l’origine del male, senza esito. Non permettevi però che le burrasche del pensiero mi strappassero mai alla fede. Credevo alla tua esistenza, all’immutabilità della tua sostanza, al tuo governo sugli uomini, alla tua giustizia; che in Cristo, tuo figlio, signore nostro, nonché nelle Sacre Scritture garantite dall’autorità della tua Chiesa cattolica fu da te riposta per l’umanità la via della salvezza verso quella vita, che ha inizio dopo questa morte. Assicurati e consolidati saldamente nel mio animo questi princìpi, ricercavo febbrilmente quale fosse l’origine del male. Che doglie per questo parto del mio cuore, che gemiti, Dio mio! E lì a mia insaputa eri tu ad ascoltarli. Quando, tacito, mi tendevo nello sforzo della ricerca, erano alte le grida che salivano verso la tua misericordia, i silenziosi spasimi del mio spirito. Tu conoscevi la mia sofferenza, degli uomini nessuno. Una ben piccola parte del tormento la mia lingua riversava nelle orecchie dei miei amici più stretti. Ma sentivano mai tutto intero il tumulto del mio spirito, se non mi bastava né il tempo né le parole per esprimerlo? Giungeva però intero al tuo udito il ruggito del mio cuore gemebondo; davanti a te stava il mio desiderio, il lume dei miei occhi non era con me. Era dentro di me, ma io fuori; non era in un luogo, mentre io guardavo soltanto le cose contenute in un luogo, senza trovarvi un luogo ove posare. Tali cose non mi accoglievano in modo che potessi dire: “Mi basta”, e: “Qui sto bene”; e neppure mi lasciavano libero in modo che potessi tornare dove sarei stato bastantemente bene. Ero sì al di sopra delle cose, ma al di sotto di te, mia vera gioia se mi assoggettavo a te, come avevi assoggettato a me le creature che hai fatto sotto di me. Questo sarebbe stato l’equilibrio perfetto e il centro della mia salvezza: sarei rimasto secondo la tua immagine e insieme, servendo te, avrei comandato il mio corpo. Ma per la mia superbia mi sollevavo contro di te, mi lanciavo contro il mio Signore dietro lo scudo della mia dura cervice. Quindi anche le creature infime mi montarono sopra, opprimendomi senza lasciare da nessuna parte sollievo e respiro. Da sé mi venivano incontro a caterve, in masse compatte da ogni dove, se guardavo attorno; se mi concentravo, immagini di corpi mi sbarravano da sé la via del ritorno, quasi dicendo: “Dove vai, essere indegno e sordido?”. Erano tutte germinazioni della mia ferita. Hai umiliato il superbo come un ferito; il mio tumore mi separava da te, le mie gote troppo gonfiate mi ostruivano gli occhi.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

23 agosto 2017

PARTE SECONDA

LE VIRTU’ SACERDOTALI DEL CUORE DI CRISTO

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CAPITOLO VIII

La misericordia

Il cuore di Cristo racchiude in sé tutte le virtù di Dio. Da lì si irraggiano tutte le bellezze morali, ogni dono naturale e soprannaturale che possiamo sognare.Tra tutto questo, c’è una virtù particolare che sembra essere più specificamente propria del Sacro Cuore, la sua virtù, la sua disposizione: la misericordia. La misericordia è autenticamente l’attributo del cuore di Cristo.La Scrittura, e soprattutto i Salmi, fanno risuonare le lodi della misericordia di Dio, la esaltano e la cantano in mille modi. Tuttavia è stato soltanto con l’Incarnazione che la misericordia di Dio ci è apparsa sotto una forma sensibile, palpabile per così dire dall’intelligenza e dall’amore dell’uomo. Sotto la legge del timore, la misericordia si intravedeva; sotto quella della grazia, si vede e si tocca.

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Santa Chiara e san Francesco, amici inseparabili

18 agosto 2017

Angélique Provost | Ago 11, 2017

In occasione della festa di santa Chiara, che si celebra oggi, torniamo sulla bella amicizia che legava la fondatrice delle clarisse a san Francesco d’Assisi

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Agostino d’Ippona , Confessioni: Libro Settimo

18 agosto 2017

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Confutazione dell’astrologia

  1. 8. Ormai avevo anche ripudiato le predizioni fallaci e i deliri empi degli astrologhi: un altro motivo per cui ti confessino dalle intime fibre del mio cuore gli atti della tua commiserazione, Dio mio. Tu infatti, e tu solo, perché chi altro ci sottrae alla morte di ogni errore, se non la vita immortale, la sapienza che illumina le menti bisognose senza aver bisogno di lumi, e che amministra il mondo fino alle labili foglie degli alberi? tu provvedesti alla mia ostinazione, con cui mi opposi a Vindiciano, sagace vecchio, e a Nebridio, giovane d’anima mirabile: al primo, che affermava vibratamente, al secondo, che ripeteva, sia pure con qualche incertezza, però frequentemente, che non esiste arte di prevedere il futuro, bensì è il caso, che viene spesso in soccorso alle congetture dell’uomo: tra le molte cose che si dicono, se ne dicono parecchie che poi si avverano, senza che chi le dice ne abbia coscienza, bensì le indovina soltanto perché non tace; tu dunque mi provvedesti un amico solerte nel consultare gli astrologhi, poco esperto nella letteratura relativa, ma, come dissi, ricercatore avido di responsi. Eppure era al corrente di un fatto narratogli, diceva, da suo padre, del cui valore per sovvertire ogni fiducia nell’astrologia non si rendeva conto. Il nome del mio amico era Firmino. Educato da uomo libero, forbito nel parlare, mi consultò, come l’amico più caro, intorno a certi suoi interessi, su cui fondava vistose speranze mondane, chiedendo il mio parere secondo le sue, come si dice, “costellazioni”. Io, che in materia avevo già cominciato a pencolare verso l’opinione di Nebridio, pur non rifiutandomi di fare qualche congettura e di manifestare i pronostici che si affacciavano alla mia mente dubbiosa, soggiunsi che ormai ero pressoché convinto della ridicola vanità di quelle pratiche. Allora egli mi narrò di suo padre, divoratore di trattati d’astrologia, che aveva un amico, non meno di lui e insieme a lui cultore di quegli studi. In preda alla medesima curiosità, i due si rinfocolavano a vicenda l’ardente passione che in cuore nutrivano per tali sciocchezze, al punto d’osservare persino il momento in cui nelle proprie dimore nascevano gli animali bruti, e d’annotare la posizione allora occupata dagli astri allo scopo di raccogliere dati sperimentali di quella che chiamavano scienza. Ebbene, da suo padre mi diceva di aver udito raccontare che nel periodo in cui sua madre portava lui, Firmino, in seno, anche una domestica dell’amico di suo padre era ugualmente gravida. Il fatto non poteva sfuggire al padrone, se badava a rilevare con estrema cura ed esattezza anche i parti delle sue cagne. Così i due amici calcolarono mediante le più scrupolose osservazioni i giorni, le ore e più minute frazioni di ore, l’uno per la consorte, l’altro per la fantesca. Avvenne poi che ambedue le donne si sgravassero nel medesimo istante, e così furono costretti a comporre un oroscopo uguale fin nei più minuti particolari per entrambi i neonati, per il figlio l’uno, per il piccolo schiavo l’altro. Infatti, allorché le due donne cominciarono ad avvertire le prime doglie, essi si annunciarono quanto avveniva in casa propria e predisposero alcuni messaggeri da inviarsi a vicenda non appena fosse stata annunziata a ciascuno la nascita del piccolo. Era stato facile per loro ottenere un annunzio immediato come re nel proprio regno; e asseriva Firmino che i messaggeri partiti dalle due case s’incontrarono a metà strada, tanto che né l’uno né l’altro riuscì a notare alcuna differenza nella posizione degli astri e nelle particelle del tempo. Ciò nonostante Firmino, per essere nato in una famiglia di nobiltà locale, percorreva rapidamente le strade più nette del mondo, si arricchiva ogni giorno più e ascendeva a onori sublimi, mentre lo schiavo, che non si era scrollato minimamente di dosso il giogo della sua condizione, continuava a servire i padroni, come testimoniava Firmino stesso, che lo conosceva.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

17 agosto 2017

PARTE SECONDA

LE VIRTU’ SACERDOTALI DEL CUORE DI CRISTO

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CAPITOLO VII

La purezza

Nessuno ha mai dubitato della purezza di Gesù. Poteva sfidare i suoi contemporanei: « Chi tra voi mi convincerà di peccato? », senza paura di essere smentito. I suoi nemici, furenti, lo insultavano, lo chiamavano indemoniato e blasfemo; non hanno mai osato sospettare della sua virtù. La folla, entusiasta delle grandi opere di Gesù e rispettosa della sua vita santa e pura, lo riconosceva, se non come Messia, almeno come un profeta, un inviato di Dio, nella verità, nella giustizia, nella santità. Noi che sappiamo che è Dio, lo adoriamo nella sua purezza che nessuna macchia, nessuna ombra ha mai oscurato.

è il puro, il santo per eccellenza. Verbo di Dio, splendore dell’eterno, rivela, nella sua natura di Dio, degli splendori, delle trasparenze, dei candori di cui nulla può offrirci un’idea anche imperfetta. Era un uomo perfettamente puro. La sua anima era splendida di innocenza. Il suo cuore, tabernacolo dell’Amore Infinito, batteva soltanto per la gloria del Padre e la salvezza dell’uomo, essendo insieme altare e vittima del sacrificio più puro. Il suo corpo, formato dallo Spirito Santo dal sangue puro di una Vergine, di una Vergine immacolata che la nascita del suo frutto benedetto ha reso più vergine ancora; la sua carne che doveva essere immolata per il peccato e diventare l’antidoto per il veleno dell’impurità iniettato nel sangue dell’uomo dal peccato originale; questa carne di Gesù è la più pura, la più idealmente candida che possiamo immaginare.

Nulla può darci un’idea di questa purezza. Il raggio del sole, nell’istante in cui prorompe, prima ancora di aver trapassato le nubi del cielo e le pesanti nebbie della terra, è meno puro di Cristo. Il fiocco di neve che scende dalle regioni ghiacciate dell’aria, che non ha toccato nulla, sballottato dal vento nello spazio, è meno puro di Cristo. Il giglio appena sbocciato, in fondo a una valle solitaria, che nulla di impuro ha contaminato, che nessuno sguardo ha sfiorato, nel cui calice neppure un’ape si è ancora posata, è meno puro di Cristo.

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L’assunzione al cielo di Maria: “dirla Beata è dire noi beati”

16 agosto 2017

Una riflessione di padre Maurizio Botta

L’assunzione della santa Vergine è una singolare partecipazione alla risurrezione del suo Figlio e un’anticipazione della risurrezione degli altri cristiani. 966 CCC – Catechismo della Chiesa Cattolica


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Stelle cadenti. Notte di San Lorenzo. Ecco il canto delle meteore

10 agosto 2017

Quest’anno coincide con i 150 anni dall’assassinio del padre di Giovanni Pascoli, celebre perché fissato per sempre nella poesia “X agosto” nel cui incipit si fa riferimento alle stelle cadenti

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Conversione folgorante: Bruno Cornacchiola, l’uomo che voleva assassinare il Papa

8 agosto 2017

Odiava la Chiesa e il Papa, fino al giorno in cui la Vergine Maria gli apparve nella grotta delle Tre Fontane a Roma, nell’aprile 1947.

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O parlava con Dio, o parlava di DioDalla «Storia dell`Ordine dei Predicatori» (Libellus de Principiis O.P:; Acta canoniz. sancti Dominici; Monumenta O.P. Mist. 16, Romae 1935, pp. 30 ss., 146-147) 

7 agosto 2017

 Domenico era dotato di grande santità ed era sostenuto sempre da un intenso impeto di fervore divino. Bastava vederlo per rendersi conto di essere di fronte a un privilegiato della grazia.

V’era in lui un’ammirabile inalterabilità di carattere, che si turbava solo per solidarietà col dolore altrui. E poiché il cuore gioioso rende sereno il volto, tradiva la placida compostezza dell’uomo interiore con la bontà esterna e la giovialità dell’aspetto.

Si dimostrava dappertutto uomo secondo il Vangelo, nelle parole e nelle opere. Durante il giorno nessuno era più socievole, nessuno più affabile con i fratelli e con gli altri. Di notte nessuno era più assiduo e più impegnato nel vegliare e pregare.

Era assai parco di parole e, se apriva la bocca, era o per parlare con Dio nella preghiera o per parlare di Dio. Questa era la norma che seguiva e questa pure raccomandava ai fratelli.

La grazia che più insistentemente chiedeva a Dio era quella di una carità ardente, che lo spingesse a operare efficacemente alla salvezza degli uomini. Riteneva infatti di poter arrivare a essere membro perfetto del corpo di Cristo solo qualora si fosse dedicato totalmente e con tutte le forze a conquistare anime. Voleva imitare in ciò il Salvatore, offertosi tutto per la nostra salvezza.

A questo fine, ispirato da Dio, fondò l’Ordine dei Frati Predicatori, attuando un progetto provvidenziale da lungo accarezzato.

Esortava spesso i fratelli, a voce e per lettera, a studiare sempre l’Antico e il Nuovo Testamento. Portava continuamente con sé il vangelo di Matteo e le lettere di san Paolo, e meditava così lungamente queste ultime da arrivare a saperle quasi a memoria.

Due o tre volte fu eletto vescovo; ma egli sempre rifiutò, volendo piuttosto vivere con i suoi fratelli in povertà. Conservò illibato sino alla fine lo splendore della sua verginità.

Desiderava di essere flagellato, fatto a pezzi e morire per la fede di Cristo. Gregorio IX ebbe a dire di lui: «Conosco un uomo, che seguì in tutto e per tutto il modo di vivere degli apostoli; non v’è dubbio che egli in cielo sia associato alla loro gloria».

 

Sant’Ignazio di Loyola – Dall’Ufficio delle letture

31 luglio 2017

SECONDA LETTURA

Dagli «Atti» raccolti da Ludovico Consalvo dalla bocca di sant’Ignazio

(Cap. 1, 5-9; Acta SS. Iulii, 7, 1868, 647)

Provate gli spiriti se sono da Dio

Essendo stato appassionato divoratore di romanzi e d’altri libri fantasiosi sulle imprese mirabolanti di celebri personaggi, quando cominciò a sentirsi in via di guarigione, Ignazio domandò che gliene fossero dati alcuni tanto per ingannare il tempo. Ma nella casa, dove era ricoverato, non si trovò alcun libro di quel genere, per cui gliene furono dati due intitolati «Vita di Cristo» e «Florilegio di santi», ambedue nella lingua materna.

Si mise a leggerli e rileggerli, e man mano che assimilava il loro contenuto, sentiva nascere in sé un certo interesse ai temi ivi trattati. Ma spesso la sua mente ritornava a tutto quel mondo immaginoso descritto dalle letture precedenti. In questo complesso gioco di sollecitazioni si inserì l’azione di Dio misericordioso.

Infatti, mentre leggeva la vita di Cristo nostro Signore e dei santi, pensava dentro di sé e così si interrogava: «E se facessi anch’io quello che ha fatto san Francesco; e se imitassi l’esempio di san Domenico?». Queste considerazioni duravano anche abbastanza a lungo avvicendandosi con quelle di carattere mondano. Un tale susseguirsi di stati d’animo lo occupò per molto tempo. Ma tra le prime e le seconde vi era una differenza. Quando pensava alle cose del mondo era preso da grande piacere; poi subito dopo quando, stanco, le abbandonava, si ritrovava triste e inaridito. Invece quando immaginava di dover condividere le austerità che aveva visto mettere in pratica dai santi, allora non solo provava piacere mentre vi pensava, ma la gioia continuava anche dopo.

Tuttavia egli non avvertiva né dava peso a questa differenza fino a che, aperti un giorno gli occhi della mente, incominciò a riflettere attentamente sulle esperienze interiori che gli causavano tristezza e sulle altre che gli portavano gioia.

Fu la prima meditazione intorno alle cose spirituali. In seguito, addentratosi ormai negli esercizi spirituali, costatò che proprio da qui aveva cominciato a comprendere quello che insegnò ai suoi sulla diversità degli spiriti.

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Incontro con l’astronomo del Vaticano /Sylvain Dorient | Lug 27, 2017

27 luglio 2017

Guy Consolmagno, gesuita, vive con la testa fra le nuvole. Ci assicura: «L’universo ha un bel voler essere immenso, ma noi non siamo piccoli agli occhi di Dio».

In piena notte stellata, sotto la cupola di un osservatorio, ai piedi di un telescopio, un brillante studioso si gratta la barba, quando ancora non era sale e pepe… sta in ansia. La domanda che lo assilla non è l’espansione dell’universo, né le stelle giganti, e neppure il mistero dei buchi neri, ma “A che servo io sulla Terra?”.

«Perché darsi pena per le lune di Giove quando ci sono persone che muoiono di fame sulla Terra?», si chiede. La domanda è sufficientemente seria perché il giovane astronomo, nel 1983, decida di riportare in soffitta il telescopio. Eppure era avviato a una carriera brillante, insegnava all’Osservatorio dell’Università di Harvard e al MIT. Nondimeno si è presentato, con la sua preoccupazione, a Peace Corps, un’organizzazione umanitaria americana, per diventare volontario. Dice ai responsabili per la selezione delle risorse umane:

Andrò dove mi direte di andare. Farò tutto quello che mi direte. Voglio solo aiutare la gente.

E fu così che si ritrovò in Kenia… a insegnare astronomia agli studenti universitari di Nairobi… A questo punto rispolvera il telescopio senza crucciarsi. Nel 1991 pronunciò i suoi voti di frate gesuita e divenne astronomo all’Osservatorio del Vaticano.

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