Archive for the ‘Spiritualità-cultura’ Category

Araldo del Divino Amore, Libro Quarto.Capitolo Venticinquesimo:L’Ufficio della Cena del SIgnore

6 aprile 2019

Il Giovedì santo festa della Cena del Signore, mentre si cantavano a Mattutino le Lamentazioni, Geltrude, ponendosi davanti al Padre, deplorò nell’amarezza del cuore, tutti i peccati dell’universo commessi per fragilità, contro l’Onnipotenza divina. Alla seconda Lamentazione si presentò davanti al Figlio di Dio, manifestando il suo dolore per tutti i peccati d’ignoranza, che avevano oltraggiato la sua imperscrutabile Sapienza. Alla terza Lamentazione ella, davanti allo Spirito Santo, si afflisse per tutti i peccati commessi dall’umana malizia contro la sua bontà. In seguito, mentre al versetto di a Gesù Cristo ecc. le giovinette cantavano Kyrte eleison, Geltrude si avvicinò al dolcissimo Cuore di Gesù, lo baciò con amore in nome di tutta la Chiesa ed ottenne il perdono di tutti i peccati di pensiero, di desiderio, di affetto e di cattiva volontà. Al Christe eleison ella impresse un bacio sulle labbra benedette del Salvatore e Gli domandò la remissione di tutti i peccati di lingua.
Alla ripetizione del Kyrie eleison, baciò le venerabili Mani del Salvatore, e ottenne la remissione di tutti gli atti colpevoli, commessi in generale dai cristiani. In seguito, mentre il popolo cantava cinque volta Kyrie eleison, all’inno Rex Christe, baciò ad ogni strofa, le cinque Piaghe vermiglie del Signore per ottenere la remissione di tutti i peccati commessi dai cinque sensi.
Mentre praticava questa divozione, cinque ruscelli scaturirono dalle sante Piaghe, diffondendo su tutta la Chiesa una grazia così salutare da purificarla da ogni peccato; era l’esaudimento pieno e intero di quanto aveva chiesto nelle Lamentazioni e durante i Kyrie, eleison. In queste tre notti tutti possono praticare tali esercizi, sperando di ottenere gli stessi benefìci, purché lo facciano con vera divozione.
Alle Laudi durante il canto dell’antifona « Oblatus est quia ipse volutt », il Signore le disse: « Se tu credi che mi sono offerto sulla Croce al Padre perchè l’ho voluto, devi pure credere fermamente che desidero offrirmi ogni giorno per i peccatori, con lo stesso amore che ebbi quando m’immolai per il mondo intero. Perciò qualsiasi peccatore, quantunque oppresso dal peso di peccati enormi, deve sperare il perdono dall’offerta della mia Passione e morte. Egli è sicuro di ottenere il perdono, perchè non vi è rimedio più efficace contro il peccato, del ricordo amoroso della mia Passione, accompagnato da penitenza e da sincera fede ».

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto.Capitolo Ventiquattresimo : Le genuflessioni a Dio gradite( FeriaIV della Settimana Santa)

19 marzo 2019

 

Il mercoledì della Settimana santa, mentre durante la S. Messa s’intonava: In nomine Domini etc., Geltrude, con tutto l’affetto del cuore, piegò le ginocchia in onore di quel sacratissimo Nome, per supplire alla negligenza ch’ella aveva avuto riguardo al servizio di Dio. Comprese che quell’omaggio riusciva graditissimo al Signore e piegò il ginocchio una seconda volta alla parola Celestíum, per riparare le negligenze con le quali i Santi che regnano in cielo, celebrarono quaggiù le divine lodi. Tosto i Santi si levarono con grande riconoscenza, lodando il Signore per la grazia accordata a Geltrude e supplicandolo a favore della Santa. In seguito alla parola terrestrium, piegò le ginocchia per supplire alla imperfezione dell’intera Chiesa nelle divine lodi; il Figlio di Dio, per ricompensarla, le accordò il frutto delle preghiere che Gli offre la Chiesa. Alle parole et infernorum Geltrude piegò di nuovo le ginocchia per supplire a tutte le mancanze delle anime che si trovavano in quel momento sepolte per sempre nell’inferno. Allora Gesù si alzò e ponendosi davanti al Padre, Gli disse: « Quest’offerta mi appartiene personalmente, o Padre, perchè Tu hai affidato a me il giudizio, e io ho condannato queste anime ai tormenti eterni, per giusta sentenza della mia equa verità. Sono perciò assai onorato dall’espiazione che quest’anima mi ha or ora offerto; mente umana non può capire la ricompensa dovuta a questo atto; io lo custodisco per poter accordarla a quest’anima quando sarà in grado di poterla ricevere, nella beatitudine eterna ».
Durante la lettura della Passione, quando si giunse a quelle parole: « Pater, ignosce illis – Padre perdona loro », Geltrude chiese al Signore, dall’intimo del cuore, per quell’amore che l’aveva spinta a pregare per i suoi crocifissori, di perdonare a tutti coloro che l’avevano offeso. I Santi si alzarono con grande ammirazione e pregarono il Signore di rimetterle tutte le negligenze che aveva potuto commettere, celebrando le loro feste e trascurando di rendere loro onore.

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto. Capitolo Ventritreesimo:Come si prepara l’ arrivo del Signore e Come gli si dà ospitalità in noi ( Domenica delle Palme)

18 marzo 2019

La domenica delle Palme, mentre Geltrude era immersa nella dolcezza dei divino godimento, disse al Signore: « Insegnami, mio Diletto, come potrei glorificarti, venendoti incontro nelle vie di Gerusalemme, oggi in cui Tu vieni per soffrire la Passione a mia eterna salvezza». Gesù le rispose: «Dammi una cavalcatura, una folla che venga gioiosamente davanti a me, una folla che mi segua cantando le mie lodi, una folla che m’accompagni e mi serva. La contrizione del tuo cuore sarà la mia cavalcatura, se tu confesserai che hai sovente trascurato di seguire la mia voce, e che proprio come un animale non hai saputo capire tutto quello che io ho fatto per la tua salvezza. Tale negligenza ha turbato la mia calma e serenità: mentre non avrei dovuto gustare in te che gioie spirituali, mi vedo costretto, per giustizia, a purificartí con pene corporali ed interne; in tal modo soffro, per così dire, in te, perchè l’amore della divina bontà mi obbliga a compatire i tuoi dolori. Quando mi avrai fornito tale cavalcatura, potrò comodamente riposarmi.
« Mi darai poi una folla gioconda che mi preceda quando mi riceverai con l’amore di tutte le creature, in unione alla tenerezza che provai, andando a Gerusalemme, per la salute di tutti; supplirai in tal modo, alle lodi, ai ringraziamenti, all’amore, agli omaggi che il mondo ha omesso di tributarmi per questo grande beneficio.
« Dammi anche una folla che mi segua cantando le mie lodi; per fare ciò devi confessare che non ti sei sforzata di seguire gli esempi della mia santissima vita. Offrimi una volontà così generosa che, se tu potessi impegnare tutti gli uomini a imitare nel modo più perfetto la mia vita e le mie sofferenze, tu c’impiegheresti volontieri, per la mia gloria, tutte le forze. Domanda nello stesso tempo, la grazia che ti sia data, per quanto è possibile ad umana creatura, d’imitare con zelo ardente, specialmente la vera mia umiltà, pazienza e carità, virtù che ho praticato al sommo durante la Passione.

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto. Capitolo Ventiduesimo: Utilità del ricordo della Passione di Gesù/ Domenica di Passione ( judica)

15 marzo 2019

Nella domenica Judica, quando si comincia a onorare più particolarmente la Passione di Gesù, mentre Geltrude si offriva a Dio per soffrire nell’anima e nel corpo tutto quanto piacesse alla divina volontà, vide il Signore accettare la sua offerta con ineffabile riconoscenza. Bentosto, dietro l’influsso divino, salutò dal più intimo del cuore, ciascuna di quelle santissime membra che tanto avevano sofferto per la nostra salvezza, durante la Passione..
Quando salutava un membro di Gesù, sfuggiva dal medesimo un divino splendore che illuminava la sua anima; e in tale luce ella riceveva la comunicazione dell’innocenza che il Cristo aveva acquistato alla Chiesa con le sofferenze di quel membro. Quando tutte quelle membra l’ebbero penetrata della loro luce, e adornata con la loro innocenza, ella disse: « O mio Signore, insegnami ora a glorificarti, celebrando la tua santa Passione, con l’innocenza di cui la tua gratuita bontà mi ha arricchita ». Gesù le rispose: « Considera spesso in te stessa, con riconoscenza e compassione, l’angoscia che mi gettò in una suprema agonia, quando io, tuo creatore e tuo Maestro prolungai la mia preghiera (Luc. XXII, 43). Ricordati di quel sudore di sangue di cui inzuppai la terra, per, la veemenza dei miei desideri e del mio amore; infine confidami tutte le tue azioni e tutto quanto ti riguarda, in unione con quella sommissione che mi fece dire: « Pater, non mea, sed tua voluntas fiat – Padre, non la mia, ma la tua volontà si faccia » (Luc. XXII, 42). Accetta, o Sposa mia, la prosperità e l’avversità, perchè è il mio divino amore che dispone l’una e l’altra per la tua salvezza eterna. Ricevi con riconoscenza la prosperità, che l’amore mio accondiscendente offre alla tua debolezza, perchè ti ricordi dell’eterna felicità e afflnchè tu sia animata alla speranza. Ricevi anche la prova, unendoti a quell’amore paterno che mi consiglia d’inviartela, affinchè tu possa acquistare meriti per l’eternità ».
Geltrude propose di salutare le membra del Cristo, durante quella settimana, con l’orazione: « Salvete, delicata membra etc. » e intuì che quel suo proposito era piaciuto assai al Signore. Non esitiamo perciò a imitarla se vogliamo gustarne lo stesso gaudio.
Durante la S. Messa, mentre si leggeva quel passo del S. Vangelo: « Doemonium habes – Tu sei posseduto dal demonio », ella fu profondamente commossa per l’ingiuria fatta al suo Sposo, e non potendo sopportare che il Diletto dell’anima sua fosse così oltraggiato, si sforzò di contrapporre all’ingiuria espressioni di squisita tenerezza: « Salve, perla vivificante della nobiltà divina, – disse ella – salve fiore immortale della dignità umana, amabilissimo Gesù, mia suprema ed unica salvezza! ». Il Signore, pieno di bontà, volle secondo il suo solito, ricompensarla e, chinandosi verso di lei, l’accarezzò, mormorando all’orecchio della sua anima queste parole: « Io sono il tuo Creatore, il tuo Redentore, Colui che ti ama: ti ho acquistata nelle angosce della morte, a prezzo di tutta la mia beatitudine ».
In quel momento tutti i Santi manifestarono grande ammirazione per l’ineffabile accondiscendenza del Signore verso quell’anima e ne benedissero Dio con gaudio immenso.

 

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto . Capitolo Ventunesimo : Il Banchetto del Signore , III: Domenica di Quaresima (Laetare)

9 marzo 2019

Geltrude nella domenica Laetare, chiese al Signore ciò che avrebbe potuto offrirgli durante quella settimana. Egli rispose: « Conducimi tutti quelli che, nella precedente settimana, haì rivestito de’ miei meriti, perchè voglio invitarli a mensa ». Chiese la Santa: « Come potrò io a Te condurli?
Oh, se potessi presentarti tutte quelle anime nelle quali prendi le tue delizie, percorrerei volentieri, da questo momento fino al giorno del giudizio, a piedi nudi, il mondo intero e prendendo nelle braccia tutti coloro che non ti conoscono, te li porterei, o dolcezza dell’anima mia, perchè ti rallegrino; obbligati, per così dire, ad amarti essi sodisferebbero in parte si desideri della tua tenerezza infinita. Vorrei ancora, se fosse possibile, suddividere il mio cuore in tante parti quanti uomini esistono, per dare a ciascuno di essi la buona volontà di servirti, secondo il supremo desiderio del tuo divin Cuore ». Rispose Gesù: « La buona volontà che manifesti mi è gradita e supplisce a tutto ». Ella comprese che l’intera Chiesa era condotta verso Dio, nello splendore dei più ricchi ornamenti. Le disse il Signore: « Tu stessa oggi servirai questa moltitudine ».

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto. Capitolo Ventesimo:Come si può comperare meriti dal Cristo/ III. Domenica di Quaresima (Oculi)

8 marzo 2019

Geltrude, nella domenica Oculi, per porre armonia fra la sua divozione e la liturgia, ricorse al Signore, secondo il solito, e lo pregò d’insegnarle quale esercizio avrebbe potuto praticare specialmente in quella settimana. Rispose il Maestro: « Voi ora leggete, nell’Ufficio della Chiesa, che Giuseppe venne venduto per trenta danari. Questo esempio t’impegni a comperare con trentatrè Pater la santissima vita che ho condotto in terra, per la salvezza degli uomini. Partecipa a tutta la Chiesa questo tesoro per la mia gloria e la salute universale ». Dopo aver messo in pratica questo consiglio, Geltrude vide la Santa Chiesa simile a Sposa meravigliosamente adorna, col frutto della perfettissima vita del suo Sposo divino.

Continua….

Araldo del Divino Amore, Libro IV. Capitolo Diciannovesimo: Offerta fatta per laa Chiesa/ II. Domenica di Quaresima

1 marzo 2019

Nella domenica chiamata Reminiscere, Geltrude fu introdotta nella camera nuziale dello Sposo, per godere nel modo più sublime doni elevatissimi. Ella assaporava le delizie della divina tenerezza, senza tuttavia poterle esprimere in linguaggio umano; perciò chiese al Signore d’insegnarle un esercizio utile da praticare nel corso di quella settimana. Il divino Maestro rispose: « Portami due eccellenti capretti, cioè il corpo e l’anima di tutto il genere umano ». Ella allora comprese che Dio, con quelle parole, esigeva da lei una sodisfazione tale, da estendersi a tutta la Chiesa. Sotto l’ispirazione dei divin Paracleto recitò 5 Pater in onore delle cinque Piaghe di Gesù, per espiare tutti i peccati che gli uomini hanno commessi coi sensi; poi tre Pater in riparazione dei peccati commessi con le tre potenze dell’anima, cioè la ragione, l’appetito irascibile e concupiscibile. Offrì tale preghiera in unione alla santissima intenzione con cui Gesù la santificò nel suo dolcissimo Cuore, facendola scaturire dal medesimo per la salvezza degli uomini. Geltrude l’offerse a Dio in riparazione delle colpe e delle negligenze che l’ignoranza, la malizia, o la fragilità umana le avevano fatto commettere verso la Onnipotenza invincibile, l’inscrutabile Sapienza e la Bontà infinita di Dio.
Mentre gli presentava tali offerte, il Signore si mostrava completamente placato e la benedisse con tenerezza, tracciando su di lei un segno di croce che si estendeva dalla testa ai piedi. In seguito, tenendola amorosamente abbracciata, la condusse davanti a Dio Padre che si degnò di guardarla con bontà: Egli la benedisse in modo ineffabile.

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto, Capitolo Diciottesimo:Opere di Misericordia Spirituale. II Feria. (Lunedi della Prima Settimana di Quaresima)

23 febbraio 2019

Il giorno seguente, mentre si leggeva il Vangelo: « Venite benedirti Patris mei, esurivt enim etc. – Venite, benedetti dal mio Padre; avevo fame ecc. », Geltrude disse al Signore: O mio dolce Gesù, non è possibile a noi, che viviamo sotto una Regola monastica e che nulla possediamo, di dare effettivamente da mangiare agli affamati, da bere agli assetati e di compiere opere di misericordia consimili. Insegnami dunque il modo di ottenere noi pure la dolce benedizione promessa nel Vangelo a coloro che compiono tali opere ». Rispose il Salvatore: « Essendo Io realmente la salvezza e la vita delle anime, ho sempre fame e sete del loro bene; così colui che si applicherà ogni giorno a leggere qualche passo edificante della Sacra Scrittura, calmerà la mia fame, con quella soave refezione.

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Araldo del Divino Amore, Libro IV, capitolo Diciasettesimo: Offerta del Signore per l’Anima di Geltrude / Le tre Vittorie di Dio, I. Domenica di Quaresima

12 febbraio 2019

Nella domenica Invocavit, trovandosi Geltrude insufficientemente preparata per ricevere la S. Comunione, pregò divotamente il Signore perchè si degnasse di attribuirle il santissimo suo digiuno ch’Egli aveva sopportato per la nostra salvezza, per supplire al digiuno quaresimale ch’ella non poteva praticare, per le sue infermità. A tale domanda il Figlio di Dio si levò premuroso e raggiante, poi genuflesso riverentemente davanti al Padre, disse: «O Padre, giacchè sono il tuo Figlio unico, coeterno e consustanziale, conosco nella mia inesauribile Sapienza, tutta l’estensione dell’umana debolezza; la conosco meglio ancora di questa stessa anima e di ogni altra, così so compatire in mille modi a tale fragilità. Nel vivissimo desiderio di supplire alla medesima ti offro, o Padre santissimo, l’astinenza della mia sacra bocca per riparare le parole inutili che la mia diletta Sposa ha pronunciato: ti offro, o Padre giustissimo, la mortificazione imposta alle mie sacratissime orecchie, per, riparare le colpe nelle quali il senso dell’udito l’ha fatta cadere. Ti offro ancora la modestia dei miei occhi per cancellare le colpe ch’élla può avere contratto con gli sguardi illeciti; ti offro la mortificazione delle mie mani e dei miei piedi per tutte le imperfezioni delle sue opere e de’ suoi passi; infine, o Padre amatissimo, offro alla tua Maestà il mio Cuore deificato per tutte le colpe che ha commesse con.pensieri, desideri e volontà ».

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto, Capitolo Sedicesimo:Tutte le nostre buone opere sono contate e noi possiamo nobilitarlecon l’unione alla Passione del Salvatore

10 febbraio 2019

La notte seguente, il Signore Gesù apparve a Geltrude assiso sul trono della sua gloria. S. Giovanni, seduto ai suoi piedi, scriveva. La Santa chiese all’apostolo cosa mai annotasse, ma Gesù, prendendo la parola, rispose: «Egli segna accuratamente gli omaggi che ieri la comunità mi ha offerto e quelli che riceverò nei giorni seguenti. Il Padre mi ha rimesso il giudizio; così voglio ricompensare, dopo la morte, tutto quanto un’anima avrà fatto per me, esercitandosi nelle buone opere. In virtù dei meriti della mia Passione aggiungerò alle azioni di queste anime una misura colma e pigiata, che le impreziosirà meravigliosamente. Le condurrò poi davanti al Padre mio con il patrimonio completo dei loro atti buoni, affinchè nella sua potenza e paterna bontà, vi aggiunga ancora una misura trabocchevole, per gli omaggi di riparazione che mi hanno prodigato in questi giorni nei quali sono tanto offeso dai mondani. Io sono l’Amico più fedele e non posso lasciare senza ricompensa coloro che mi fanno dei bene. Potrei forse essere da meno del Re Davide? Egli aveva sempre premiato i servizi a lui resi, tuttavia, all’avvicinarsi della morte, fece venire il figlio Salomone, nelle mani del quale aveva già deposto il regno e gli disse: « Tu sarai riconoscente verso i figli di Berzellai di Gallad e li terrai alla stessa tua mensa, perchè mi hanno consolato e accolto quando fuggivo davanti al tuo fratello – Assalonne Filits Berzellai Galaaditis reddes gratiam, eruntque comedentes in mensa tua: occurrerunt enim mihi cum fugerem a facie fratrts tuii Absulon » (III, RE. 11, 7).
Un servigio offerto nel tempo dell’avversità è più gradito e ha maggior merito, di quella reso nel tempo prospero; così io sono più commosso dalle prove di fedeltà che mi sono date in questo tempo nel quale il mondo mi perseguita ».

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Araldo del Divino Amore, Libro IV, Capitolo Quindicesimo: Conforto delle pene, Domenica Quinquagesima

6 febbraio 2019

Alla vigilia della domenica Esto mihi, Geltrude, essendosi allontanata dalle cose esteriori per raccogliersi profondamente nell’intimo dell’anima sua, venne trasportata nel seno della divina bontà, dove gustò tali delizie da sembrarle di governare, con il suo Dio, tutti i regni del cielo e della terra.
Ma dopo d’aver passata tutta la giornata nel gaudio spirituale, venne assalita verso sera, da un turbamento che la gettò in grande angoscia. Ella si sforzò di superarsi, riflettendo che quella pena era una minuzia trascurabile, ma non potè vincersi e dovette rassegnarsi a restare priva della calma serena che le era abituale.
Dopo d’aver passato l’intera notte insonne, supplicò il Signore di sciogliere quell’ostacolo e di accordarle, per la sua gloria, la gioia delle passate delizie. Il Signore le rispose: « Se tu vuoi alleggerire il mio fardello devi portare il tuo e metterti alla mia sinistra, affinchè io possa riposare sui tuo seno. Infatti quando mi adagio sul lato sinistro, riposo sul cuore, ciò che mi è di grande ristoro nella fatica. Di più in tale positura, posso guardare direttamente nel cuor tuo, e raccogliere le vibrazioni melodiose dei tuoi desideri che mi rapiscono. L’amabile varietà dei suoi sentimenti mi affascina, vi respiro, assoluta confidenza che ti fa tendere verso di me con tanto slancio, e sono dolcemente commosso dall’ardente carità che ti fa bramare la salvezza eterna di tutti gli uomini. Il ricco tesoro dei tuo cuore rimane aperto davanti a me, così che posso distribuirne le ricchezze al mondo intero, in modo che tutti i bisognosi abbiano da risentirne beneficio. Se tu invece ti ponessi alla mia destra, cioè se l’anima tua non conoscesse che la consolazione, rimarrei privo di tutte queste dolcezze, perchè la mia testa riposerebbe sul tua cuore e tu ben sai che gli oggetti che stanno sotto il capo non possono essere nè visti dagli occhi, nè percepiti con l’odorato, nè toccati con le mani senza difficoltà ».

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Araldo del Divino Amore, Libro IV, Capitolo Quattordicesimo: Costruzione dell’Arca, Domenica Sessagesima

5 febbraio 2019

Geltrude si trovava a letto sofferente, quando la domenica Exurge, sentì cantare a Mattutino il responsorio « Benedicens ergo»: memore delle delizie gustate tante volte al suddetto canto, disse al Signore: «Si, mio adorabile Maestro, ho cantato questo e altri simili responsori con tale fervore da sentirmi sollevare fino al trono della tua gloria là, servendomi del tuo sacratissimo Cuore come di uno strumento armonioso, arpeggiavo ciascuna parola e ciascuna nota. Ora, ahimè! spossata dalla malattia, trascuro queste meravigliose industrie d’amore ». Il Signore rispose: « Sì, mia diletta, tu hai cantato spesso, servendoti del mio Cuore: ora voglio ricompensarti modulando Io stesso una dolce melodia ». E aggiunse: « Come ho giurato al mio servo Noè di non mandare più il diluvio sulla terra, così giuro, sulla mia Divinità, che neppure uno di coloro che avranno ascoltato e praticato le tue parole con umiltà, potrà errare, ma avanzandosi in linea dritta e sicura, giungerà fino a Me, che sono via, verità e vita! Ego sum via, veritas et vita (Giov. XIV, 6). Confermo questo giuramento col sigillo della mia santissima Umanità che, a quel tempo, non possedevo, non essendomi ancora fatto uomo ». La Santa riprese: « O Sapienza eterna, che prevedevi tutte le cose future come se fossero passate, o presenti e che conoscevi le colpe che il mondo avrebbe commesse, perchè hai aggiunto il giuramento alle promesse di non più seppellire il mondo nelle acque del diluvio? » Rispose il Maestro: « Volli dare agli uomini un esempio nobilissimo, che loro insegnasse ad approfittare del tempo di pace per regolare saggiamente la loro condotta e compire il bene: così nell’ora dell’avversità saranno obbligati, almeno per questione d’onore, a mantenere la volontà sulla retta via ». Geltrude continuò: « Mio diletto Gesù, ho un grande desiderio d’imparare da Te, durante questa settimana, a servire degnamente la tua Maestà, costruendo un’arca ». Il Signore rispose: « Godrò assai l’arca che vorrei edificare nello stesso tuo cuore. Ricorda che l’arca di Noè aveva tre piani: gli uccelli occupavano quello superiore, gli uomini il mediano, gli animali l’inferiore. Dividi così le tue giornate: dai mattino fino a Nona, mi offrirai, dall’intimo del cuore, lodi e ringraziamenti; in nome di tutta la Chiesa, per i benefici di cui ho colmato gli uomini dal principio del mondo fino al presente e specialmente per l’immensa misericordia con cui, dal mattino a Nona, m’immolo sull’altare per la salute del mondo. Eppure gli uomini ingrati, noncuranti di tanti tesori, s’abbandonano alle prave soddisfazioni dei sensi. Riunirai gli uccelli nella parte superiore dell’arca, supplendo alla ingratitudine degli uomini coi sentimenti di devota riconoscenza, offerti in loro nome.
« Da Nona a sera esercitati in ogni sorta di opere buone, in unione con gli atti santissimi della mia Umanità; agisci con l’intenzione di supplire alla negligenza del mondo intero, dimentico de’ miei benefici. In questo modo, riunirai per me tutti gli uomini nella parte mediana dell’arca.
« Alla sera poi ricorda, nell’amarezza del cuore, l’empietà del genere umano il quale, non soltanto mi rifiuta l’omaggio della riconoscenza, ma provoca la mia collera con ogni sorta di peccati. In espiazione di questi delitti offrimi le tue pene con le amarezze della mia Passione e morte; così chiuderai gli animali nella parte inferiore dell’arca».

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto/ Capitolo Tredicesimo:intenzioni che bisogna avere per la Chiesa. Domenica Settuagesima

26 gennaio 2019

Geltrude la domenica di Settuagesima, quantunque si sentisse estremamente debole, desiderava di ricevere la Santa Comunione e andava preparandosi il meglio possibile. La Superiora però le fece amorosamente notare, che non poteva comunicarsi senza mancare di discrezione; docilissima al parere altrui ella si astenne dalla Sacra mensa, e offrì al Signore quella privazione per sua eterna lode.
Allora Gesù si chinò con bontà verso di Lei e la ricevette nel seno della sua paterna tenerezza. Dopo d’averla accarezzata come una mamma accarezza il suo bambino, le disse: « Siccome ti sei astenuta dalla SS. Comunione unitamente per piacermi, voglio riscaldarti sul mio Cuore, afflnchè tu non ti affatichi a ricercarmi con un lavoro esterno».
Geltrude, gustando ineffabili delizie in quel domicilio d’amore, disse a Gesù, « O dolcissimo Amico, in questo tempo durante il quale il mondo è sotto l’impero di satana, totus in maligno positus est (I Giov. V, 19) e molti ti oltraggiano con l’ubriachezza e la crapula, desidero con tutto il cuore espiare questi delitti e promuovere la tua gloria nella nostra Comunità; perciò se voi quantunque io ne sia indegna ricevermi ai tuoi ordini e fare di me il tuo araldo, parteciperò ad altre anime quanto mi avrai comunicato e tutte insieme potremo placare la tua collera ». Rispose Gesù: « A colui che sarà il mio araldo, cederò in ricompensa, tutti i beni che avrà acquistati per me». Ella comprese allora che se una persona scrive o insegna con l’intenzione di procurare la gloria di Dio e la salvezza del prossimo, avrà, per la retta intenzione posta all’inizio, un aumento di gloria e di merito attraverso i secoli, cioè ogni volta che i suoi lavori faranno del bene alle anime nel corso del tempo.
Nostro Signore si compiacque poi di dirle: « Chi per soddisfare alle esigenze della natura, mangia, beve, dorme, abbia cura di santificare tali azioni materiali, dicendomi o con le labbra o col cuore: “Signore, prendo questo cibo, o questo ristoro, in unione dell’amore col quale da tutta l’eternità l’hai preparato per mio bene e con quello stesso amore con cui l’hai santificato quando la tua santa Umanità si degnò di sottomettersi e di sentire questa stessa necessità per la gloria di Dio e la salvezza del genere umano. Possa questo mio atto unito al tuo divino amore servire ad accrescere la gloria degli eletti ed a procurare il bene dei membri della Chiesa militante e purgante”. Ogni volta che una persona gusterà qualsiasi ristoro con questa retta intenzione, ne avrò piacere come se stendesse davanti a me un forte scudo per proteggermi contro gli attentati dei mondani ».

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto/ Capitolo Dodicesimo: L’Annunciazione

17 gennaio 2019

Nella vigilia dell’Annunciazione, mentre si sonava la campana del Capitolo, Geltrude, inalzando l’anima a Dio, vide in spirito Gesù e Maria nella sala capitolare. Il Salvatore occupava il seggio abbaziale, aspettando tranquillamente l’arrivo delle Monache che accoglieva con un sorriso d’ineffabile bontà.
Quando, secondo la prescrizione del calendario, venne proclamata la festa dell’Annunciazione, il Signore Gesù si volse verso la Madre sua e la salutò con un affettuoso cenno del capo, che rinnovò nella Vergine le ineffabili gioie provate quando l’incomprensibile Divinità, incarnandosi nel suo seno, si degnò di unirsi all’umana natura.
La Comunità si mise in preghiera e recitò il salmo: « Miserere mei, Deus etc. ». Il Signore raccolse a una a una quelle parole, deponendole poi, quasi perle smaglianti, nelle mani della Vergine Maria: Ella pareva stringere al cuore flaconcini esalanti profumo soavissimo, che adornava con quelle perle, cioè con le preghiere recitate dalla Comunità, e offerte a Lei dal suo divin Figlio. Geltrude comprese poi che quei flaconi di profumo, simboleggiavano una prova che aveva colpito il giorno prima il Monastero, in modo inaspettato, senza che nessuno vi desse causa; Quella pena era stata confidata alla Madre di misericordia. Siccome Geltrude si stupiva di quel simbolo, Gesù la illuminò dicendole: « Le signore eleganti portano flaconi profumati più volentieri di altri ornamenti, perché quelle fragranze sono assai gradevoli. Così io trovo le mie delizie nei cuori di coloro che confidano con umiltà, pazienza e gratitudine le miserie della loro vita alla mia bontà paterna, la quale trasforma in bene, per coloro che mi amano, tanto le prosperità come le avversità del mondo ».

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto ( Capitolo Undicesimo: San Benedetto , Padre della Comunità, letizia di coloro che osservano la vita regolare)

3 gennaio 2019

Nella gloriosa festa di S. Benedetto, mentre Geltrude si applicava alla recita di Mattutino per onorare il grande Santo, vide in ispirito il Beato Fondatore in attitudine piena di maestà, in piedi, davanti alla raggiante, sempre tranquilla Triade sacrosanta. Ad ogni movimento delle sue membra si vedeva fiorire, come per incanto, vaghissime rose di deliziosa fragranza; si può dire cha ciascun membro produceva un magnifico rosaio, perchè dal centro di ogni rosa, fioriva un’altra rosa e da questa un’altra ancora; così da una sola rosa ne fiorivano parecchie, e l’ultima era sempre più bella delle precedenti, sia per leggiadria, freschezza vigore, sia per la soavità del profumo. Così fiorito e pieno di grazia, il beatissimo Padre, veramente Benedetto per la virtù del suo nome, era soggetto di delizie incomparabili alla SS. Trinità ed a tutta la Corte celeste, che lo felicitava per la gloria immensa di cui godeva.

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Araldo delDivino Amore, Libro Quarto/ Capitolo Decimo: San Gregorio Papa

22 dicembre 2018

Nella solenne festività di S. Gregorio Papa, Geltrude si applicò, durante la S. Messa, a rendergli gli omaggi della sua venerazione. Il degno Pontefice le apparve raggiante di gioria incomparabile: pareva riunire in sè tutti i meriti degli altri Santi e sorpassarli vittoriosamente. Era simile ai Patriarchi per le cure diligenti e per la paterna previdenza di cui circondava la Chiesa. Era paragonabile ai profeti, perchè, con scritti salutari, aveva insegnato alle anime il modo di resistere alle seduzioni del demonio. Uguagliava gli apostoli per la fedeltà generosa al Signore, sia nella prova dolorosa, come nella gioia, e aveva una gloria speciale per il seme della divina parola gettata a larga mano nei cuori. Assomigliava ai martiri e ai confessori per lo spirito di penitenza, di pietà e per la perfezione delle sue virtù. La sua illibata castità lo rendeva simile ai vergini, avendo sempre nei pensieri, parole ed opere custodito l’integrità del corpo e deil’anima, ed insegnato a molti questa preziosa disciplina interiore.

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Araldo del Divino Amore, Libro IV / Capitolo Nono ( Purificazione della Beata Vergine Maria)

13 dicembre 2018

Nella dolce festa della purificazione della Beata Vergine Maria, Geltrude, al primo tocco della campana del mattino, sentendo l’anima inondata di gioia, disse al Signore: «Ecco, amatissimo Gesù, che il mio cuore e l’anima mia ti salutano al primo suono di campana che annuncia la festa della Purificazione della tua castissima Madre». Il Signore si degnò di rispondere: « E a mia, volta tutto quanto vi è di tenerezza in me, batte in tuo nome, alla porta della mia divina misericordia, per ottenerti la piena remissione di ogni tua colpa ». All’ultimo segno di Mattutino, il Signore volle restituirle al centuplo il saluto, fattogli al primo suono del mattino e le disse: « La mia Divinità infinita ti saluta, o gioia dell’anima mia! Essa ti dona tutti i meriti della mia Santissima Umanità, per prepararti a questa festa, nel modo che mi è più gradito ».
Più tardi Geltrude desiderava sapere quale salmodia in quel momento cantava in coro, ma, essendo coricata, non riusciva ad afferrare il senso delle parole; disse allora tristemente al Signore: « O mio Gesù, se non fossi così lontana dalla Chiesa, avrei potuto seguire qualche versetto del canto sacro e mi sarei dilettata In Te! ». Rispose Egli: « Se tu, diletta figlia, ignori quello che ora si va salmodiando in coro, volgiti verso di me e considera con attenzione quello che passa nel mio Cuore, giacchè Esso contiene tutto ciò che potrà farti gustare vera gioia ».
Geltrude allora comprese che come una persona respira frequentemente l’aria, così ciascun membro del Signore, aspira tutte le opere che si compiono nella Chiesa, le purifica, le nobilita e le offre in lode eterna alla SS. Trinità. Le azioni che l’uomo compie con l’intenzione attuale di procurare la divina gloria, sono aspirate dallo stesso suo Cuore, in modo ineffabile e meraviglioso, riuscendo esse come trasfigurate in bellezza e perfezione. Senza dubbio le buone opere, attratte dalle santissime membra del Salvatore, servono alla salvezza delle anime in modo ammirabile, che sorpassa ogni creata intelligenza, ma quelle che il divin Cuore assorbe sono molto più nobili e quindi più salutari. L’uomo, o l’animale vivente, non sono forse più pregevoli di un cadavere?

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto/Capitolo Ottavo (Nella Festa di Sant’Agnese Vergine e Martire)

9 dicembre 2018

Nell’Ufficio della notte, quando la Chiesa festeggia S. Agnese, la vergine diletta da Gesù, Geltrude, provava speciali delizie, vedendo come il Signore era glorificato da tutta la Corte celeste per le parole della Santa romana, ripetute allora dalla Chiesa. Ma poi la sua infermità che la rendeva impotente a ogni sforzo, la contristò assai, ed ella disse al suo divino Amico: « Ahimè ! mio diletto, con quale entusiasmo mi unirei alla salmodia, se non ne fossi impedita dai miei malanni! ». Rispose il Signore: « Non turbarti, figlia mia; ho raccolto per Te queste grazie nel mio Cuore: tu potrai attingervi e gustarle con maggiore soavità, essendo esse prive della scipitezza della tua propria volontà». Comprese allora Geltrude che l’impotenza non può menomare il premio, non essendo essa volontaria.
Mentre si leggeva nella VI lezione questo passo: Un accusatore depose che Agnese, fln dall’infanzia, era cristiana ed era così imbevuta dalle arti magiche, da chiamare Gesù Cristo il suo fidanzato, Geltrude esclamò, gemendo «Ahimè, Signore quale ingiuria sopporti Tu dagli uomini ciechi ed ingrati! ». Rispose il Salvatore: « Le delizie sovrabbondanti della mia unione con Agnese mi compensano di quell’ingiuria ». « Ah, Dio di bontà – riprese vivamente la Santa – fa che i tuoi eletti ti amino con tale fedeltà, tanto che tu non abbia più a sentire le ingiurie dei tuoi nemici! ».
Nella festa di S. Agostino, Geltrude ebbe rivelazione dei meriti di parecchi Santi. Allora le venne desiderio di sapere qualche cosa delle virtù di quella piccola Vergine romana, da essa amata fin dall’infanzia. Il Signore l’esaudì: le mostrò Agnese in aspetto dolce ed amabile: Egli la teneva stretta sul suo Cuore per manifestarne l’incomparabile purezza, giacchè i sacri libri affermano: « Incorruptto proximum facit esse Deo – La perfetta purezza avvicina (uomo a Dio » (Sap. VI, 20).

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto / Capitolo Settimo( Venerazione al Santo Volto dopo la II Domenica dell’Epifania : Omnis Terra)

3 dicembre 2018

Geltrude, nella domenica Omnis terra, seconda dopo l’Epifania, nel quale i fedeli di Roma usano venerare il S. Volto, si preparo a quell’atto pio e solenne, con una confessione generale. I suoi falli le apparivano così ributtanti che, confusa della propria deformità corse a prostrarsi ai piedi di Gesù, implorando misericordia e perdono. Il benignissimo Salvatore, alzando la Mano, la benedisse con queste parole: « Per le viscere della mia bontà affatto gratuita, ti accordo il perdono e la remissione di tutti i tuoi peccati. Ora accetta la penitenza che t’impongo. Ogni giorno, per un anno intero, farai un’opera di carità come se la facessi a me stesso, in unione dell’amore con cui mi sono fatto uomo per salvarti e dell’infinita tenerezza con cui ti ho perdonato le tue colpe ».

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto: Capitolo Quinto( Saluto al Nome di Gesù nella Circoncisione)

27 novembre 2018

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Nel Santo giorno della Circoncisione, Geltrude offerse al Signore alcune preghierine intese a salutare il dolcissimo Nome di Gesù, invitando a farlo anche altre persone. Quelle giaculatorie apparvero sotto forma di bianche rose sospese davanti a Gesù, sulla volta del cielo. Da ciascuna rosa pendeva un campanello d’oro che, col suono armonioso, eccitava sentimenti ineffabili nel Cuore divino, ricordandoGli la sua bontà, dolcezza e le sue altre perfezioni già espresse nelle giaculatorie rivolte al suo Santo Nome. Per esempio: « Ti saluto, Gesù amatissimo, desiderabilissimo, clementissimo! » ed altre ancora. Volle poi cercare per il Santo Nome di Gesù, qualificazioni ancora più eccellenti il Cuore divino ne fu penetrato da immensa dolcezza.

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto / Capitolo Quarto ( La Festa di San Giovanni Evangelista)

26 novembre 2018

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Un giorno, durante l’Avvento, mentre Geltrude pregava l’Apostolo ed evangelista S. Giovanni, lo vide avvolto in un paludamento giallo, cosparso di aquile d’oro. Quegli abiti volevano significare che S. Giovanni, durante la sua vita mortale, benchè elevato in altissime sfere per l’estasi della contemplazione, pure aveva saputo abbassarsi nella valle profonda di una convinta umiltà. Osservando più attentamente quegli abiti, Geltrude si accorse che le aquile d’oro erano adorne di un bordo rosso. Quel colore significava che S. Giovanni, per elevarsi nella contemplazione, prendeva sempre, come punto di partenza, il ricordo della Passione di Gesù di cui era stato testimonio oculare, soffrendo nell’intimo del cuore, compassione fervidissima. Così, salendo di grado in grado, trasvolava fino alle più sublimi altezze della mistica e là fissava, col suo sguardo d’aquila, il centro del vero Sole, cioè la Maestà divina. Egli portava anche due gigli d’oro: uno sulla spalla destra, l’altro sulla sinistra; su quello di destra erano mirabilmente incise queste parole: « Discipulus quem diligebat Jesus – Il discepolo che Gesù amava»; su quello di sinistra queste altre: « Iste custos Virginis – « Costui è il custode della Vergine ». Prove evidenti che Giovanni fu prediletto da Gesù e custode del giglio purissimo del cielo, cioè della Vergine Madre.

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto, Capitolo Terzo ( La nascita dolcissima di nostro Signore)

23 novembre 2018

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A Mattutino, mentre Geltrude si sforzava di praticare gli insegnamenti della notte precedente, il Signore Gesù volle ricompensare la sua fedeltà e l’attrasse nel suo Cuore con tale potenza che lo scorrere dolcissimo di Dio nell’anima, ed il riflusso di gratitudine dell’anima in Dio, le fece godere, durante la Salmodia, ineffabile soavità. Mentre gustava tali delizie, vide il Re dei re assiso sul trono della sua Maestà e le Religiose disposte ripettosamente intorno a Lui, celebrare divotamente le divine lodi con la recita del Mattutino.
Ella si ricordò allora di parecchie persone che si erano raccomandate alle sue preghiere e, con umile cuore, disse a Gesù: « Ti pare conveniente, dolcissimo Maestro, che io, così indegna, preghi per queste Religiose che celebrano le tue lodi con tanto zelo e divozione, mentre, per le mie infermità sono impotente ad imitarle?». Rispose il Signore: « Tu puoi bene pregare per loro, perchè ti ho eletta fra tutte e ti ho posta nel seno della mia bontà paterna, affinchè mi domandi ed ottenga tutto ciò che vuoi». E Geltrude: « Signore, se brami che preghi per esse, degnati di fissarmi un momento ove possa farlo fedelmente, procurando la tua gloria e il loro vantaggio, senza che io stessa mi privi del celeste banchetto di cui in questo momento, mi fai partecipe ».
Rispose Gesù: « Raccomanda ciascuna di queste anime a quella scienza divina ed a quell’amore che mi hanno fatto uscire dal seno del Padre e discendere sulla terra per salvare gli uomini». Ella obbedì, e pregò per esse, pronunciando semplicemente il loro nome. Il Signore, cedendo al dolce moto della sua tenerezza, soccorse quelle anime a una ad una, secondo i loro bisogni particolari.

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto Capitolo Secondo ( Della Dolce Vigilia del Santo Natale) Seconda Parte

21 novembre 2018

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La Comunità secondo il costume, s’inchinò per recitare il salmo Miserere met Deus; allora gli angeli custodi delle Suore presentarono a Dio il cuore della persona affidata alla loro cura. Da ciascuna di quelle anime che dicevano divotamente il Miserere, il Salvatore sembrava ricevere un nodo avvolto Nexum quemdam eonvolutum, ch’Egli posava sul suo Cuore. Le anime delle Religiose più ardenti nell’amore erano presentate dal Serafini, che sollevando le braccia del Signore offrivano quelle ferventi Spose; le anime più illuminate nella divina scienza, erano offerte dai Cherubini; le Virtù offrivano le anime più virtuose, e così i cori angelici prestavano il loro ministero per offrire le anime che avevano con essi qualche lineamento di somiglianza. Le Suore che, pur conoscendo la sopra citata rivelazione, si mostravano poco ferventi, non erano presentate al Signore per mezzo degli Angeli, ma restavano semplicemente prostrate a terra.
Geltrude s’avvicinò poi a Gesù in ispirito d’umiltà e Gli offerse il primo Miserere che, di solito, si recitava per sè, dicendogli: « Ah mio dolcissimo Sposo, io ben volentieri rinuncio alla mia parte e ti offro questo salmo solo per l’eterna tua lode e gloria! Degnati di usarne anche per il bene de’ miei amici, secondo il beneplacito della tua misecordia ». Gradì assai il Signore tale offerta, che prese la forma d’una perla preziosa di splendido bagliore. Egli la incastonò in una magnifica collana sospesa ai collo, già adorna di gemme scintillanti e di fiori d’oro, artisticamente lavorati. Poi disse: « Questa perla d’amore che tu mi hai data, l’ho messa al posto d’onore nella mia collana; tutti coloro che si raccomandano alle tue orazioni, o anche pensano solo di rivolgersi a te, riceveranno la salvezza, cosìi come gli Ebrei morsicati da serpenti velenosi, guarivano guardando il serpente di bronzo che avevo ordinato a Mosè d’inalzare nel deserto ».
Terminati i salmi le Religiose si levarono dalla prostrazione e due principi della Croce celeste apparvero, recatido una tavola d’oro che deposero davanti al Signore, il Quale staccò i nodi allacciati riuniti nel suo Cuore. Tosto si scorsero sulla tavola d’oro tutte le parole dei salmi e delle preghiere recitate dal Convento, sotto forma di gemme preziose dai colori vivi e variati; esse irradiavano fulgori meravigliosi, producendo anche una soave armonia; tutti quei raggi si riflettevano sul Volto del Salvatore, mentre la melodia l’invitava ad offrire a ciascuna di quelle anime, una doppia ricompensa per il frutto che ridondava a tutta la Chiesa dalle sacre parole pronunciate.
Geltrude comprese che il Signore le favoriva per avere tenuto in quel giorno con tanta divoziope il Capitolo, presieduto da Gesù medesimo. In seguito vennero letti i nomi delle Suore che dovevano leggere, o cantare Mattutino. Il Signore si compiaceva di guardare con amabilità e di salutare con un cenno del capo le persone che ascoltavano attentamente tali prescrizioni. Umana lingua non può esprimere queste cose. Il benignissimo Gesù si degnava perfino di consolare con accenti ineffabili le Monache che si lamentavano sotto voce, perché questo, o quel Responsorio non fosse a loro toccato.
Geltrude, che in spirito vedeva queste cose, disse: « Oh dolcissimo Signore, se la Comunità potesse scorgere lo guardo benevolo di cui onori le Suore nominate, quelle che non si sentono chiamate a nessun ufficio, sarebbero ben tristi ». Rispose Gesù: « Ma se alcuna desidera leggere o cantare, affliggendosi perchè tale compito è al di sopra delle sue forze, io la consolerò con le medesime carezze e ricompenserò il suo buon desiderio come l’opera stessa », Ed aggiunse: « Se la sorella che si sente nominata inchina non solo il capo, ma la volontà con l’intenzione di compiere il suo ufficio a mia lode e di rimettersi a me perchè l’aiuti a farlo degnamente, può star sicura che ogni volta attrarrà la mia tenerezza in modo così efficace d’accordarle il mio bacio divino ».
Infine le Monache, seguendo la prescrizione della Regola, dissero le loro colpe, la Vicaria prima di tutte davanti alla Madre Abbadessa, poi le altre, secondo l’ordine di decananza. Quando s’inchinarono per ricevere l’assoluzione, il Signore affermò con dolce serenità: « E Io vi assolvo con la mia divina autorità di tutte le negligenze che avete accusate alla mia presenza e vi prometto che, se la fragilità umana vi farà cadere nelle stesse colpe, mi troverete sempre pronto alla misericordia ed ai perdono». Durante la recita dei sette salmi penitenziali, in riparazione delle colpe accusate, apparvero tutte le parole dei medesimi sotto forma di perle fini, ma senza splendore; esse furono deposte sulla tavola d’oro, di cui già abbiamo parlato, vicino a gemme fulgide e scintillanti. Geltrude capì che le parole dei sette salmi erano perle opache ed oscure, perchè recitate per abitudine, senza speciale divozione.
Questo fatto c’insegna che le suppliche offerte per abitudine sono bensì presentate al Signore per accrescimento dei nostri meriti, ma che le preghiere fatte con attenzione attuale, sono infinitamente più nobili e più gradite a Dio. Durante l’inno del Vespro al Gloria tibi Domine, Geltrude vide una moltitudine di angeli che aleggiavano intorno alle Religiose, facendo gioiosamente risuonare lo stesso versetto. Ella desiderava sapere dal Signore quale profitto possono ritrarre le anime, dal fatto che gli Angeli ad esse si uniscono nella divina salmodia. Gesù però non rispose, ed ella continuò in tale ricerca fìnchè, per ispirazione di Dio, comprese che gli Angeli, presenti alle nostre terrene solennità, chiedono al Signore, per le anime che li imitano nella divozione, una specie di eguaglianza con essi, per mezzo di una vera purezza di corpo e di anima.

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Araldo del Divino Amore, Libro Quarto Capitolo Secondo ( Della Dolce Vigilia del Santo Natale) Prima Parte

19 novembre 2018

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Il giorno dopo, essendo Geltrude ancora sveglia per un certo tempo prima di Mattutino, si ricordò davanti a Dio, nell’amarezza del cuore, di una colpa d’impazienza che le era sfuggita per trascuratezza di chi la serviva. Sentendo però ben tosto il primo tocco di Mattutino, si levò con anima gioiosa, lodando Dio, perchè quella campana annunciava la prossima festa della soave Natività di Gesù.
Il Padre celeste allora le rivolse dolcemente la parola « Io mando all’anima tua quello stesso amore che ho inviato davanti al Volto dell’unico mio Figlio, per purificare il mondo dal peccato; Io te lo mando perchè, purificata da ogni colpa, liberata da qualsiasi traccia di negligenza, tu giunga alla festa della Natività degnamente adorna di virtù ».
Anche dopo aver ricevuto un dono così splendido, Geltrude meditava in cuore il triste ricordo della colpa commessa, dichiarandosi indegna delle grazie divine, per aver reagito con impazienza di fronte ad una leggera dimenticanza.
Allora la divina misericordia la illuminò con questo insegnamento: « Tutti i pensieri che l’uomo coltiva riguardo alle sue colpe, dopo la penitenza fatta, di cui la Scrittura ha detto: « In quacumque hora conversus fuerit peccator et ingemuerit, omnium peccatorum suorum non recordabor amplius – In qualsiasi ora il peccatore si convertirà e si pentirà, non mi ricorderò più dei suoi peccati », tutti quei pensieri, dico, non hanno altro fine che di renderlo più adatto a ricevere la divina grazia ».

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Araldo del Divino Amore, libro Quarto / Capitolo Primo

18 novembre 2018

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PREFAZIONE DI LANSPERGIO
Questo quarto libro contiene parecchie salutari rivelazioni, che possono istruire il lettore e formarlo alla perfezione cristiana. Vi si impara soprattutto, come e con quali esercizi dobbiamo onorare Gesù Cristo e i Santi, specialmente nelle feste che la S. Chiesa ha stabilito in loro onore; vediamo inoltre come sia facile ottenere grazie per noi e per altri, dal dolcissimo Mediatore, Gesù benedetto, il Quale supplisce abbondantemente a quello che ci manca, arricchendo la nostra indigenza con i tesori della sua vita e della sua Passione.
L’anima devota potrà poi servirsi di questi esercizi a bene suo ed altrui, non solo nelle feste loro assegnate, ma sempre. In questo libro si vede pure come Dio gradisca l’omaggio del nostro culto e le cerimonie della S. Chiesa. Nelle pagine seguenti abbondano paragoni ed immagini, perchè Geltrude, nonostante la pienezza di luce che le colmava l’anima, non ha saputo tradurre in altro modo e facilitare la comprensione alla nostra intelligenza delle utilissime nozioni spirituali che ella medesima aveva colto attraverso tali simboli; (gli stessi autori ispirati dalla S. Scrittura non hanno agito diversamente). Ciò che Geltrude ha. compreso nelle sue estasi, senza forma e senza immagini, l’ha tradotto a stento, nel povero alfabeto umano.
Infine da questo libro, come dai precedenti, esala il profumo di quella divina dolcezza con cui il Salvatore ama teneramente i suoi eletti, li guida con sapienza, li richiama se si allontanano, li stringe al Cuore quando ritornano, mostrando che i tesori della divina Provvidenza sono sempre aperti e che il Cuore del migliore degli Amici supplisce con i suoi meriti all’umana indigenza.

PROLOGO
Siccome nei giorni delle più grandi solennità bisogna applicarsi maggiormente alla divozione, se i lettori in tali circostanze, desidereranno rianimare il fervore, troveranno in questo libro, in ordine cronologico, quanto potrà loro essere utile, sempre guidati da Geltrude, la quale era favorita dal Signore, in tali occasioni, da consolazioni spirituali altissime, quasi per supplire alla debolezza della sua salute che le impediva di seguire le austere costumanze del suo Ordine.

CAPITOLO I
PREPARAZIONE ALLA FESTA DEL SANTO NATALE

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La Celebrazione Liturgica dell’Eucaristia/ Il banchetto pasquale

17 novembre 2018

 

La Messa è ad un tempo e inseparabilmente il memoriale del sacrificio nel quale si perpetua il sacrificio della croce, e il sacro banchetto della Comunione al Corpo e al Sangue del Signore. Ma la celebrazione del sacrificio eucaristico è totalmente orientata all’unione intima dei fedeli con Cristo attraverso la Comunione. Comunicarsi, è ricevere Cristo stesso che si è offerto per noi.
L’ altare, attorno al quale la Chiesa è riunita nella celebrazione dell’Eucaristia, rappresenta i due aspetti di uno stesso mistero: l’altare del sacrificio e la mensa del Signore, e questo tanto più in quanto l’altare cristiano è il simbolo di Cristo stesso, presente in mezzo all’assemblea dei suoi fedeli sia come la vittima offerta per la nostra riconciliazione, sia come alimento celeste che si dona a noi. “Che cosa è l’altare di Cristo se non l’immagine del Corpo di Cristo?” – dice sant’Ambrogio, [Sant’Ambrogio, De sacramentis, 5, 7: PL 16, 447C] e altrove: “L’altare è l’immagine del Corpo [di Cristo], e il Corpo di Cristo sta sull’altare” [Sant’Ambrogio, De sacramentis, 5, 7: PL 16, 447C]. La Liturgia esprime in molte preghiere questa unità del sacrificio e della Comunione. La Chiesa di Roma, ad esempio, prega così nella sua anafora:

Ti supplichiamo, Dio onnipotente: fa’ che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull’altare del cielo davanti alla tua maestà divina, perché su tutti noi che partecipiamo di questo altare, comunicando al santo mistero del Corpo e del Sangue del tuo Figlio, scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo [Messale romano, Canone Romano: “Supplices te rogamus”].

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La Celebrazione Eucaristica/Il sacrificio sacramentale: azione di grazie, memoriale, presenza

16 novembre 2018

L’azione di grazie e la lode al Padre

L’Eucaristia, sacramento della nostra salvezza realizzata da Cristo sulla croce, è anche un sacrificio di lode in rendimento di grazie per l’opera della creazione. Nel sacrificio eucaristico, tutta la creazione amata da Dio è presentata al Padre attraverso la morte e la Risurrezione di Cristo. Per mezzo di Cristo, la Chiesa può offrire il sacrificio di lode in rendimento di grazie per tutto ciò che Dio ha fatto di buono, di bello e di giusto nella creazione e nell’umanità.
L’Eucaristia è un sacrificio di ringraziamento al Padre, una benedizione con la quale la Chiesa esprime la propria riconoscenza a Dio per tutti i suoi benefici, per tutto ciò che ha operato mediante la creazione, la redenzione e la santificazione. Eucaristia significa prima di tutto: azione di grazie.
L’Eucaristia è anche il sacrificio della lode, con il quale la Chiesa canta la gloria di Dio in nome di tutta la creazione. Tale sacrificio di lode è possibile unicamente attraverso Cristo: egli unisce i fedeli alla sua persona, alla sua lode e alla sua intercessione, in modo che il sacrificio di lode al Padre è offerto da Cristo e con lui per essere accettato in lui.

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La Celebrazione Eucaristica / Lo svolgimento della celebrazione

15 novembre 2018

Tutti si riuniscono. I cristiani accorrono in uno stesso luogo per l’assemblea eucaristica. Li precede Cristo stesso, che è il protagonista principale dell’Eucaristia. E’ il grande sacerdote della Nuova Alleanza. E’ lui stesso che presiede in modo invisibile ogni celebrazione eucaristica. Proprio in quanto lo rappresenta, il vescovo o il presbitero (agendo “in persona Christi capitis” – nella persona di Cristo Capo) presiede l’assemblea, prende la parola dopo le letture, riceve le offerte e proclama la preghiera eucaristica. Tutti hanno la loro parte attiva nella celebrazione, ciascuno a suo modo: i lettori, coloro che presentano le offerte, coloro che distribuiscono la Comunione, e il popolo intero che manifesta la propria partecipazione attraverso l’Amen.
La Liturgia della Parola comprende “gli scritti dei profeti”, cioè l’Antico Testamento, e “le memorie degli apostoli”, ossia le loro lettere e i Vangeli; all’omelia, che esorta ad accogliere questa Parola “come è veramente, quale Parola di Dio” ( ⇒ 1Ts 2,13 ) e a metterla in pratica, seguono le intercessioni per tutti gli uomini, secondo la parola dell’Apostolo: “Raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere” ( ⇒ 1Tm 2,1-2 ).

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La celebrazione liturgica dell’Eucaristia /La Messa lungo i secoli

14 novembre 2018

Fin dal secondo secolo, abbiamo la testimonianza di san Giustino martire riguardo alle linee fondamentali dello svolgimento della celebrazione eucaristica. Esse sono rimaste invariate fino ai nostri giorni in tutte le grandi famiglie liturgiche. Ecco ciò che egli scrive, verso il 155, per spiegare all’imperatore pagano Antonino Pio (138-161) ciò che fanno i cristiani:

[Nel giorno chiamato “del Sole” ci si raduna tutti insieme, abitanti delle città o delle campagne.
Si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei Profeti, finché il tempo consente.
Poi, quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorso ci ammonisce ed esorta ad imitare questi buoni esempi.
Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere] sia per noi stessi. . . sia per tutti gli altri, dovunque si trovino, affinché, appresa la verità, meritiamo di essere nei fatti buoni cittadini e fedeli custodi dei precetti, e di conseguire la salvezza eterna.

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«COME PREGARE SEMPRE» di P. Rodolphe Plus S.J./PARTE II – LA PRATICA:Capitolo terzo Seminare in tutto un po’ di preghiera

13 novembre 2018

Fare accuratamente l’orazione quotidiana; fare di tutta la propria vita un’orazione. Sono le condizioni richieste per giungere a una vera e profonda unione con Dio.
C’è ancora qualcosa da aggiungere: la preoccupazione di seminare durante la giornata il maggior numero possibile di aspirazioni verso Dio, cioè l’abitudine delle orazioni giaculatorie.
Spieghiamo meglio di cosa si tratta e i relativi vantaggi.
Pratica delle orazioni giaculatorie
È evidente che la maggior parte delle anime desiderose di giungere a una vera pietà, non domanda di meglio che pensare spesso a Dio. Come fare per arrivarci?
Abituiamoci innanzi tutto a pensare a Dio di tanto in tanto. Cominciamo con ciò che è più facile: un atto di offerta a Dio, per esempio, ogni volta che mutiamo occupazione. Santa Teresa d’Avila consiglia, qualora non si riesca a praticare costantemente l’esercizio della presenza di Dio, di ricordare il Signore almeno qualche volta: «Se può, lo ricordi spesso ogni giorno, o almeno di tanto in tanto; e, fattane l’abitudine, presto o tardi ne caverà profitto. Dopo aver ottenuto questa grazia, non vorrà cambiarla con alcun tesoro» (1).

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«COME PREGARE SEMPRE» di P. Rodolphe Plus S.J./PARTE II – LA PRATICA:Capitolo secondo Trasformare tutto in preghiera

12 novembre 2018

Abbiamo visto come non sia necessario trovarsi sempre nell’atto di preghiera per vivere continuamente nello stato di preghiera.
Ogni azione fatta per Dio sale a Lui come un omaggio: costituisce una «elevazione» del nostro essere verso la suprema maestà divina, il riconoscimento -non sempre esplicito, ma tuttavia reale- della sua sovranità, il gesto filiale della creatura che offre tutto al suo Creatore e Padre.
In pratica, cosa dovrà richiedere da se stesso chi vuole veramente «pregare sempre»? Dovrà dare a ogni sua intenzione il massimo per l’uomo di perfezione soprannaturale. In questo sarà molto avvantaggiato se si sforzerà di fornire a ogni sua azione il massimo per l’uomo di perfezione tecnica.

In altre parole, dovrà purificare l’intenzione dei suoi atti e fare in ogni circostanza «del proprio meglio».
La purezza dell’intenzione
Non si pensa abbastanza ad ammirare la bontà di Dio nei confronti del meccanismo delle intenzioni umane.
Dovremmo veramente preoccuparci, se ci soffermiamo a riflettere sulla povertà cosi ordinaria dei nostri atti abituali e sulla miseria dei nostri risultati effettivi. Durante la giornata la trama delle nostre ventiquattro ore è intessuta solamente di tanti gesti di una banalità sostanziale: otto ore e più nel dormire, una o due per mangiare… e le altre? Anche le opere di coloro che esercitano un’attività «nobile» -come artisti, poeti e scrittori- che valore hanno rispetto a quanto è dovuto a Dio? Tenendo poi presente che il loro tempo è in gran parte impiegato in necessita pratiche -correzioni di bozze, rapporti con editori e impegni simili- assai lontane dalle creazioni artistiche o dalle geniali composizioni. Come costruire cose eterne con opere cosi umili? Le pulizie della casa per una madre di famiglia; la cura della cucina per una domestica; la spiegazione, ripetuta dieci o venti volte, di un brano di Cesare o di Virgilio per un insegnante!
«Io ho i miei desideri!», ha osservato qualcuno. E noi ripetiamo ben volentieri: «Fortunatamente abbiamo le nostre intenzioni». Possiamo infondere un’«anima» nella materia più o meno raffinata o grezza delle nostre azioni quotidiane: e subito, come per l’aggiunta di lievito alla pasta, tutta la materia palpita e cresce, agitata da una fermentazione nascosta. Erano inezie e diventano lodi eloquenti, erano versi inanimati e diventano poesia vivente: più nulla resta vile e insignificante; ogni cosa, rime di poeti o salse di cucina, speculazioni di alta filosofia o travi accatastate nel deposito del carpentiere, tutto può essere penetrato di eterno. Chi ha fatto il miracolo? L’intenzione.
Saremmo veramente sfortunati se Dio giudicasse secondo i nostri atti considerati in se stessi; sarebbero privilegiati solo coloro a cui è concesso compiere grandi imprese.
Il tribunale divino giudicherà secondo i motivi del nostro agire: quale consolazione pensare che una vita semplice e nascosta, ma animata da sublimi intenzioni, sopravanzerà senza paragone una vita degna ed elevata agli occhi del mondo, che pero è accompagnata da intenzioni piccole e vili! Tutto l’uomo è in ciò che vuole: nei suoi pensieri e nel suo cuore, non nel pennello, nella scopa o nella penna che utilizza.
Felice paese l’aldilà, dove i veri valori saranno finalmente ristabiliti, dove balzerà agli occhi di tutti che certi personaggi dai gesti appariscenti non sono invece che palloni gonfiati, mentre l’umile donna indicata un giorno da san Francesco d’Assisi a frate Ginepro sorpasserà in dignità soprannaturale anche tanti mediocri religiosi.
Non basta ammirare la bellezza e l’importanza dell’intenzione; occorre segnalare la difficoltà di riuscire a mantenerla sempre rettamente orientata.
La gran parte dei motivi del nostro agire sono «mescolati». Senza neppur prendere in considerazione le persone in mala fede, esaminiamo il caso ordinario del buon cristiano, dell’anima fervorosa. Senza dubbio cerca Dio, ma non Dio solo: vi aggiunge anche un po’ del suo piccolo capriccio, una minuscola soddisfazione dell’amor proprio, il desiderio di benessere o di vanità.

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«COME PREGARE SEMPRE» di P. Rodolphe Plus S.J./PARTE II – LA PRATICA Capitolo primo Fare bene la propria preghiera

11 novembre 2018

È da sfatare il mito che sia difficile fare orazione.

Non vi è nulla di più semplice, ma bisogna sapere come fare.
Non si vogliono negare le difficoltà dell’orazione: difficoltà per le anime di vita spirituale ordinaria e per le anime che hanno raggiunto gradi di orazione più elevati.
A queste ultime non è indirizzato il nostro modesto lavoro; preferiamo rimandarle alla lettura delle drammatiche pagine di san Giovanni della Croce, dove i laboriosi distacchi delle successive purificazioni sono descritti con l’autorità di un santo, e di un santo che ha vissuto ciascuna di quelle tappe dove il Calvario è accanto al Tabor.

Restano le difficoltà per le anime di vita spirituale ordinaria. Nella maggior parte dei casi provengono: dal non seguire un metodo per prendere contatto con le realtà del mondo invisibile; dalla mancanza di coraggio per agire con energia nella preghiera; dalla mancanza di perseveranza per restare al cospetto di Dio nelle aridità e nelle desolazioni.
Tutta l’arte della preghiera consiste nella debita applicazione di tre formule:
– sapere preparare la propria orazione;
– sapere essere attivi nell’orazione;
– sapere perseverare nell’orazione.
Preparare la propria orazione
Nelle pagine precedenti abbiamo accuratamente distinto due casi: il raccoglimento che risulta da una particolare elargizione divina, e il raccoglimento che risulta dallo sforzo dell’uomo con l’aiuto ordinario di Dio.
È chiaro che, nel primo caso, siccome per definizione è Dio che fa tutto, la parte di intervento umano sarà ridotta al minimo.
Il buon senso richiederà semplicemente di tenere pronto un soggetto d’orazione qualora Dio cessasse di «intrattenersi» direttamente con l’anima. Volere interrompere con proprie riflessioni o disquisizioni le comunicazioni dello Spirito Santo, non può che intralciare e, in ogni caso, non sarebbe molto utile. Quando esiste gia il contatto con Dio, perché sforzarsi di provocarlo? Quando splende il sole, perché accendere la luce elettrica?
La regola è: restate tranquilli e ascoltate: e ciò non significa rimanere inattivi.
Ben diverso si presenta il secondo caso, quando il raccoglimento è frutto del nostro impegno. Dio è vicino, ma nascosto, come d’abitudine. Per manifestarsi attende che siamo noi stessi a squarciare i veli che lo nascondono.
Inginocchiarsi e aspettare, e basta, sarà spesso un’inutile attesa. Aiutati che il cielo ti aiuta! Ma in che modo?
Così.
Se la mente, per ipotesi, è vuota o distratta, dovremo introdurre nel suo «campo visivo» un tema evocatore di realtà invisibili. E ciò sarà:
o un’idea
o un fatto
o un testo.
Un’idea: la morte, per esempio. Ho una memoria, un intelletto, una volontà: esercito le tre facoltà intorno a questa idea. Memoria (e immaginazione): cerco di ricordarmi tutto quello che so sulla morte, le sue circostanze, la rapidità, l’arrivo imprevisto. Mi rappresento la scena nel suo insieme e in ogni particolare. Intelletto: si muore… dunque anch’io certamente morrò… Sono mortale, oppure no? Sì, lo sono; dovrò morire… Io, che mi sento ora così pieno di vita… ecc. Volontà: poiché devo morire, mi conviene vivere come chi sa di dovere morire, di doversi distaccare da tutto. Attualmente, ne sono distaccato? … ecc.
Abbiamo fatto questo esempio, ma ve ne sono mille altri; per tutti si procederà in eguale maniera. Però -sia ben chiaro- non in virtù di un certo procedimento fittizio, artificiale. Il procedimento, se c’è, è quello impiegato da ogni uomo ragionevole quando riflette: cerca di ricordarsi, collega fra loro, per induzione o deduzione, i dati forniti dalla memoria e decide, in conseguenza di ciò che la ragione comanda (1).
Gridare alla meccanizzazione è dimenticare che parlare è semplice, ma spiegare come pronunciare vocali e consonanti non lo è altrettanto.
La teoria dell’uso delle armi sembrerebbe complicata, la pratica invece, è molto semplice (2).
Questo sistema di fare orazione è detto meditazione; meditazione nel senso stretto del termine, perché la stessa espressione può essere impiegata in senso più lato per indicare tutti i modi di intrattenersi con Dio, come sinonimo di orazione. Fare meditazione non significherà, in questi casi, applicarsi esclusivamente all’«esercizio delle tre potenze», ma dedicarsi all’orazione mentale sotto qualsiasi forma.
Una di queste forme si chiamerà contemplazione, anche qui intesa nel senso stretto del termine, perché molti chiamano «contemplazione» l’orazione delle anime mistiche.
La contemplazione, secondo sant’Ignazio, consiste nell’applicazione della mente alla preghiera non più servendosi di un’idea, ma di un fatto.
Consideriamo, per esempio, l’Annunciazione o un qualsiasi altro episodio della vita di nostro Signore o della Madonna. Sarà bene, per procedere con ordine e non sovraccaricare la mente, suddividere il mistero: principio, parte centrale, fine; oppure: prima, durante, dopo. E in ciascun punto considerare, come in un quadro, persone, parole, azioni.
Annunciazione: principio (cioè, prima dell’apparizione dell’Angelo).
«Persone»: una sola, Maria Santissima. Osservo… Prima di tutto il suo aspetto esteriore, poi l’insieme… che raccoglimento! Poi comincio a considerare i particolari: il suo volto, gli occhi, le mani… Non è difficile! Meglio ancora se penetriamo nell’intimo dell’animo, dei pensieri, del cuore di Maria. Chi non è capace, con questo facile metodo, di penetrare nel profondo del mistero?
«Parole»: nessuna… ascolto il silenzio e mi ci immergo. Non in commotione Dominus. Dio non si comunica nel rumore. Non l’ho costatato tante volte io stesso?!
«Azioni»: nessuna…
Così continuo, secondo il bisogno della mia anima.
Secondo punto: la venuta dell’arcangelo Gabriele. Qui ci saranno le «parole». Le prendo e le soppeso, una per una… è difficile? Provate e vedrete; ma provate lealmente, senza fermarvi alla prima difficoltà. Vi garantisco che se vi preparerete così e avrete il coraggio di perseverare, l’orazione non vi sembrerà più difficile. Le difficoltà, che non mancano, non vengono da questa parte: contemplare non vuole dire altro che osservare. Sapete osservare? Aprite bene gli occhi: il mondo oscuro della fede è più luminoso di quanto pensate. Basta volere vedere.
Per giungere a Dio nell’orazione ci si può aiutare o con un fatto o con un’idea o con un testo; per esempio un salmo, una preghiera ordinaria di cui si voglia ravvivare il senso originario, un versetto dell’Imitazione di Cristo o, per chi volesse addentrarsi nel mistero di «Dio in noi», una formula estratta da Vivere con Dio (3).
È un metodo eccellente per i principianti e per chi è stanco; è un metodo valido per tutti, ma a patto di interrompere la lettura appena salgono dal cuore spunti di riflessione e affetti personali.
Molte persone che meditano, iniziano a pregare senza essersi preparate. Abbiamo gia spiegato che è un errore psicologico.
Ora aggiungiamo che è anche una indelicatezza (4). Sto per avere un colloquio con Dio. Con Dio, conviene sottolinearlo; con il Signore dell’universo. Supponete l’arrivo di un illustre personaggio in una città. Credete forse che l’incaricato a riceverlo dica: «è inutile fare preparativi, riuscirò ugualmente a cavarmela!»? Applicatelo, e a maggiore ragione al nostro caso.

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«COME PREGARE SEMPRE» di P. Rodolphe Plus S.J./Capitolo terzo Pensare spesso a Dio è utilissimo

9 novembre 2018

Non ci può essere stato di preghiera senza rinuncia abituale di sè

Finora siamo giunti a queste conclusioni: non si può pensare sempre a Dio, il che non è peraltro necessario. Si può essere costantemente uniti a Dio anche senza pensare costantemente a Lui: la sola unione veramente richiesta è quella della nostra volontà con la volontà di Dio.
Qual è allora l’utilità, così lodata da tutti i maestri di spiritualità, dell’esercizio della presenza di Dio?
È ciò che cercheremo di spiegare
Dicevamo che in tutte le nostre azioni dobbiamo avere una totale purezza d’intenzione e dare al nostro dovere di stato, generosamente osservato, il massimo orientamento soprannaturale. In tal modo la nostra vita, anche al di fuori dei momenti dedicati alla preghiera, sarà una vita d’orazione.
Si comprende che, per agire così in maniera costante e con un’assoluta purezza d’intenzione, per renderci sufficientemente liberi dal capriccio e dall’affanno nell’operare, per rimanere padroni di noi stessi -o piuttosto perché Dio sia l’unico padrone e le nostre azioni siano in tutto sotto l’influenza dello Spirito Santo- deve essere di grande aiuto l’abitudine di rivolgere uno sguardo a Dio prima di cominciare un’azione o di prendere una decisione.
Nel Vangelo vediamo sempre che nostro Signore, quando si accinge a compiere atti importanti, si arresta un attimo, alza gli occhi al Padre, e solo dopo qualche istante di raccoglimento intraprende l’opera voluta. Et elevatis oculis in caelum: è un’espressione che si ritrova con eloquente frequenza. E anche quando non manifesta il gesto all’esterno, nel suo animo è certamente presente.

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COME PREGARE SEMPRE» di P. Rodolphe Plus S.J., Capitolo secondo Pensare sempre a Dio non è necessario

8 novembre 2018

Stato di preghiera e dovere di stato

In un eccellente opuscolo intitolato Regole per rassicurare nei loro dubbi le anime devote, il barnabita Quadrupani osserva: «Agire per Dio è meglio che pensare a Dio».
Bene intesa, questa proposizione è straordinariamente opportuna. Non si tratta ora di decidere se sia più perfetta la vita contemplativa o la vita attiva; la questione è da tempo risolta, e del resto esula completamente dal nostro studio.
Ecco, invece, il punto: in una vita qualsiasi – poco importa se contemplativa o no, se nel chiostro o nel mondo – oltre al tempo che dobbiamo consacrare agli esercizi di pietà, che cosa chiede Dio? Di pensare a Lui o piuttosto – e innanzi tutto – di agire per Lui? Dio esige la nostra mente o il nostro cuore? La nostra memoria o la nostra volontà?
Senza alcun dubbio la nostra volontà. Per prima cosa – a parte il tempo della preghiera in cui il nostro «agire per Dio» consiste nel «pensare a Lui» – Dio ci chiede in ogni occasione di agire per Lui, evitando anche, se necessario, di pensare a Lui qualora ciò recasse detrimento all’«agire per Lui». E il caso non è affatto ipotetico.
Un esempio per chiarire il concetto.

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COME PREGARE SEMPRE» di P. Rodolphe Plus S.J.Capitolo primo Pensare sempre a Dio è impossibile

7 novembre 2018

Pensare sempre a Dio è impossibile
Motivo di questa impossibilità
Si impone fino dall’inizio una distinzione da cui scaturirà una grande luce: non bisogna confondere gli atti di preghiera con lo stato di preghiera. Preciseremo più avanti in che cosa consista lo stato di preghiera.
Quanto agli atti di preghiera, nessuno si può confondere. Secondo che l’orazione sarà vocale o mentale, i nostri atti di preghiera saranno parole recitate con le labbra oppure intime aspirazioni – formulate o no – che partono dal cuore, oppure slanci o silenzi unitivi. In entrambi i casi il nostro pensiero è occupato o cerca di occuparsi di Dio.
I nostri atti di preghiera sono momenti di unione affettiva della nostra mente con Dio.
Questi momenti – ecco il problema – possono essere così frequenti da costituire una trama pressoché continua? O meglio. il mio pensiero può occuparsi incessantemente di Dio? Posso pensare solo a Dio?
No; e vi è una duplice impossibilità.
Anzitutto impossibilità pratica. Il nostro dovere di stato ci impone un grande numero di atti diversi dagli atti formali di preghiera: una lezione da preparare o da svolgere, un lavoro di casa o un’opera di carità, una occupazione intellettuale assorbente. E se a rigore è vero che, in mezzo alle occupazioni materiali, si può pensare ad altro senza compromettere l’azione in corso, è pur vero che un’occupazione anche solo esteriore, nella maggior parte dei casi e per la maggioranza delle persone, assorbe tutta l’attività intellettuale.
Così esige la nostra naturale debolezza. Più avanti tenteremo di dire come, con metodo e saggezza, si possa prendere qualche misura; ma il fatto rimane. Immersi nel sensibile, con l’invisibile abbiamo solo rapporti difficili e sempre frammentari. Composti, come siamo, di anima e di corpo, non ci si può chiedere – e nessuno lo può esigere – una vita da puro spirito.
A questa difficoltà pratica si aggiunge una difficoltà di ordine psicologico.
Anche se le occupazioni esteriori fossero ridotte al minimo, e se l’anima – come accade nelle vocazioni contemplative – fruisse di una buona parte del suo tempo per dedicarsi all’orazione, anche allora esercizi continui di preghiera sarebbero impossibili, pena il portare entro breve lasso di tempo al male di capo e all’impotenza radicale.
Non siamo serafini. Anche gli orari dei contemplativi sono interrotti da occupazioni diverse dalla contemplazione. Nessuno può aggiungere continuamente a esercizi di preghiera altri atti di preghiera.
È dunque, un’illusione il non voler perdere in nessun momento il pensiero e il ricordo di Dio. La nostra capacità mentale non è adatta a ciò.
Dio può indubbiamente dare a un’anima speciali favori e concederle di vivere continuamente, o quasi continuamente, con il ricordo o il senso della sua presenza.
Ma allora non ci troviamo più di fronte a una presenza di
Dio, risultato normale dei nostri sforzi. È Dio ad abbandonarsi al piacere di colmare la nostra imperfezione circondando l’anima con una «cappa» di raccoglimento (1) più o meno impenetrabile ai rumori dell’esterno. Questo stato può andare dal semplice «tocco mistico», temporaneo e spesso molto breve, all’unione continua. In quest’ultimo caso la «cappa» è permanente; l’anima non possiede la cara presenza a sprazzi, ma ne gioisce stabilmente. Questo può provocare in essa, all’inizio, momenti di assorbimento che la rendono più o meno inadatta a combinarsi con il suo ambiente ordinario: ciò che vede dentro è profondamente diverso dalle scene di cartapesta in cui scorre il mondo che la circonda !
All’ultimo stadio dell’unione (2) l’anima concilia benissimo la sua vita nella regione del sensibile con la sua vita nell’invisibile, e anche nelle occupazioni esteriori, vissute apparentemente come tutti, conserva nell’intimo il perpetuo contatto con il divino Maestro. Essa è legata ed è libera; ed è tanto più libera, quanto più è legata alla somma libertà da cui dipende nel modo più assoluto.
I maestri spirituali sono unanimi nel riconoscere che le anime favorite da quest’ultimo grado di unione con Dio sono rare. L’accordo è meno grande sul numero delle anime d’orazione dotate più o meno di periodi di raccoglimento «infuso». Tutti pensano che in ogni caso questo raccoglimento «infuso» superi il semplice potere umano, e che nessuno lo possa pretendere di diritto, neanche a prezzo dei più grandi sforzi. Ma gli uni pensano che se un’anima, psicologicamente capace e in condizioni che non la ostacoleranno in nulla, si dà alla vita perfetta, si mortifica in tutto e prega, giungerà di fatto – benché Dio non sia tenuto a concederglielo – al raccoglimento «infuso», almeno allo stato incipiente. Dio, dicono, desidera tanto donarsi che dove trova un’anima ben disposta e totalmente distaccata, le si comunicherà certamente. Certamente, sì, rispondono gli altri; ma siamo certi proprio in questo modo?
Siamo indubbiamente creati per la visione di Dio, ma al termine della nostra vita. Nel mondo della fede siamo «viatori». Dire che ogni anima mortificata è chiamata a lasciare questo mondo della fede per entrare già nel mondo del possesso diretto di Dio, non significa fare di queste anime dei «semi – viatori»? Inoltre, si obbietta ancora, non abbiamo forse esempi di persone assolutamente distaccate, che hanno vissuto a lungo, in apparenza atte a tale dono e che tuttavia non hanno mai avuto l’ombra di una grazia mistica?
Non è qui la sede per prendere posizione in questa discussione.
In ogni caso, il raccoglimento «infuso» – sia o non sia, di fatto, l’esito normale del raccoglimento «acquisito» – è sempre per sé stesso, e di diritto, indipendente dai nostri sforzi. Per questo non è possibile indicare una tecnica, e tanto meno una tecnica infallibile per disporsi a esso.

Difficoltà di pensare ininterrottamente a Dio, anche solo per un certo tempo
Non così per il raccoglimento detto «acquisito». Questo dipende completamente da noi, con la grazia di Dio, s’intende, ma una grazia che resta nel campo delle grazie ordinarie.
Tuttavia, è importante precisare l’estensione e i limiti di questa azione dell’uomo sulla sua immaginazione, sulla sua sensibilità, sul suo pensiero.
Sul suo pensiero l’uomo ha un dominio diretto: possiamo pensare a ciò che vogliamo. Non è lo stesso quanto all’immaginazione e alla sensibilità, sulle quali abbiamo solamente un potere indiretto: immagini e reazioni sensibili si introducono e operano in noi senza di noi, anzi, troppo spesso, contro di noi! Il nostro potere consiste unicamente nel porci in condizioni di calma, nel renderci l’ambiente favorevole. Non posso impedire a un’immagine di attraversarmi la mente, ma posso impedire a me stesso di facilitare l’entrata a certe immagini. Nonostante tutto esse forse vi entreranno, ma almeno non le avrò aiutate.
L’immaginazione e la sensibilità sono le due pazze di casa; posso limitarne le scorrerie e circoscrivere il campo delle loro evoluzioni, ma tenerle completamente a freno è impossibile. Anzi, nei momenti in cui più si desidera un po’ di pace, per esempio nella preghiera o un lavoro impegnativo, eccole insinuarsi e cominciare la loro sarabanda, a volte persino la loro ossessione.
Da queste constatazioni psicologiche elementari risulta evidente che le nostre possibilità di raccoglimento sono a un tempo grandissime e piccolissime.
Piccolissime, perché memoria e immaginazione cercano incessantemente e nostro malgrado di distrarci, e Dio solo sa come! San Gerolamo, nella solitudine del deserto, era perseguitato dal pensiero delle feste romane; sant’Antonio abate da fantasmagorie, che artisti e pittori hanno rappresentato in modo tanto suggestivo.
Grandissime, perché siamo sempre padroni, in ogni momento, di riportare virilmente la nostra mente al suo soggetto; padroni, soprattutto, di allontanare da noi in una misura molto vasta le cause preventive di distrazione.
Tutti i maestri insistono su questo punto quando parlano della preparazione remota all’orazione.
Chi si getta a corpo morto nel mondo, nelle frivolezze, nei piaceri anche innocenti, non ha ragione di lamentarsi se poi rimane a lungo senza riuscire ad occuparsi di Dio, o se si trova arido e senza pensieri al momento della preghiera. Il contrario sarebbe sorprendente.
Ho un bel provare a pregare, si dice talora, non giungo a nulla. Basta che mi metta in ginocchio perché subito, come uno stormo di passeri su delle briciole, le distrazioni si abbattano ne a mia mente e la becchino senza lasciarmi un attimo di riposo.
Non avete seminato voi stessi le briciole accogliendo tutte le distrazioni possibili, le conversazioni inutili, le letture frivole, le curiosità vane e il resto? Appena vi fermate, l’immaginazione si dà alla pazza gioia. Non vi sembra naturale?
C’è tutta un’arte di conservare limpido il pensiero, di purificare la mente, di decantare le immagini e di setacciare le impressioni. Se ogni fantasia può entrare in noi come in un mulino e gettare sotto la macina ciò che le piace, presto, invece della farina di grano puro, quanta paglia inutile si troverà! Di chi sarà la colpa?
Poiché si distrugge realmente soltanto ciò che si sostituisce, il problema non sarà tanto nell’allontanare dall’immaginazione e dalla sensibilità immagini e impressioni inutili, quanto nel suggerire alle due facoltà materia proficua; ci si dovrà dunque sforzare di vivere abitualmente con una riserva di immagini e impressioni sante e feconde.
Da ciò una sorta di circolo vizioso interessante.
Per custodire il raccoglimento abituale, il mezzo migliore sarà la fedeltà all’orazione.
Per pregare bene, la condizione migliore sarà il raccoglimento abituale.
Non senza ragione sant’Ignazio raccomanda, a chi vuole pregare con profitto, di preparare l’argomento della meditazione fin dalla sera precedente, per «occupare» la memoria. Poi addormentarsi pensando all’argomento scelto e, appena alzati, intrattenervisi tranquillamente per tutto il tempo della levata. È un consiglio da maestro di ascetica, ma anche da maestro di psicologia. Inoltre, al momento della preghiera, se si è soli, raccomanda di non mettersi subito in ginocchio, ma di restare in piedi a qualche passo dal luogo della meditazione e riflettere alcuni istanti sulla presenza di Dio, poi, baciare la terra per umiliare il corpo e associarlo all’atteggiamento religioso dell’anima.
È la preparazione prossima, che così completa l’opera della preparazione remota. Si è tentati di ritenere tutto questo minuzia, ma chi ha seriamente cercato di pregare, non ignora che bisogna invece chiamarlo saggezza e accorto buon senso (3) .
Passare alla preghiera, come fanno alcuni, appena usciti da un’occupazione impegnativa senza alcuna transizione e poi sperare che, appena in ginocchio, si produca il silenzio interiore e abbondino i pensieri divini, è un errore. L’uomo è tutto di un pezzo. Non vi sono in lui compartimenti stagni, ma entra con tutto se stesso in ogni fase della sua attività. Necessitano prodigi di abilità per lasciare alla porta quanto non si vuole inginocchiare. Talora si ha un bel da fare: con tutta la buona volontà non si riesce a restare padroni di sé durante la preghiera. A maggior ragione non si riuscirà se una volontà previdente non ne ha preservato la soglia.
In senso inverso, la pratica dell’orazione servirà da miglior preparazione alla vita di raccoglimento.
Si tratta di introdurre in noi un deposito di immagini e di impressioni utili per la preghiera. Niente ci aiuterà meglio dell’abitudine quotidiana di una volontaria presa di contatto con Dio. Giustamente la fondatrice delle Oblate del Sacro Cuore, Louise Thérèse de Montaignac, diceva: «Abituarsi ad amare ad ore determinate attira la felice abitudine di rientrare in Dio ad ogni momento».
Sperare di vivere raccolti senza darsi alla preghiera è un calcolo errato e una pesante illusione (4). Pregare quando si deve e si può, e nel migliore dei modi, è il mezzo più idoneo per imparare a pregare sempre. Ritorneremo sull’argomento.
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1
Gli autori definiscono questo genere di raccoglimento, raccoglimento infuso; lo distinguono cosi da quello che è frutto dei nostri sforzi, che denominano raccoglimento acquisito (ma che meglio si direbbe conquistato).
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2
«Unione trasformante o matrimonio spirituale».
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3
La Chiesa, con le pratiche dell’acqua benedetta, della genuflessione e del segno della croce non vuole dare altro che il senso della vicinanza divina all’anima che entra nel luogo santo.

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4
«Si rimane alzati sedici ore. Non si troverà 1/16 della propria giornata? Macché! Vi sono proprio sedici cose più importanti tutti i giorni?» (P. BOUILLON S.I., Dernières pensées, Librairie du S.C., Lione, p. 72). Ciò per la meditazione di un’ora; se è solo di mezz’ora o di un quarto d’ora il tempo si riduce a 1/32 o 1/64.

Continua….

«COME PREGARE SEMPRE» di P. Rodolphe Plus S.J. Introduzione

6 novembre 2018

Dio vive in noi. Ogni anima in grazia è portatrice dell’Altissimo, portatrice di presenza reale.
È un fatto. una realtà, una certezza.
Di fronte a questo fatto, o scoperto da poco oppure da tempo meditato, alcuni potrebbero essere tentati – e lo sono certamente – di dire: «Poiché Dio si degna di abitare continuamente in me, io non voglio avere che un desiderio: abitare continuamente con Lui nell’intimo del mio cuore. Il mio ideale sarà, ormai, non smettere un solo istante di pensare a Dio. Nostro Signore non ha forse detto che bisogna pregare sempre? Voglio dunque trasformare la mia vita in una continua preghiera. Cominciando oggi stesso».

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L’IMMACOLATA: MESSAGGIO DI DIO Cardinale Giuseppe Siri, MARIA: PIENA DI GRAZIA

28 ottobre 2018

Non si può negare che la figura dell’Immacolata eser¬citi una singolare attrattiva su tutti; forse è simile a quella che tutti subiamo contemplando i bambini molto piccoli, quando hanno ancora gli occhi perfettamente limpidi. Non è solo che accada questo per fatto naturale, credo sia qualcosa di piú. Ad ogni modo ecco quello di cui vorrei discorrere. l’Immacolata Concezione non è un fatto mera¬mente negativo, come può sembrare; è un fatto essenzial¬mente positivo, cioè non si tratta soltanto ch’Essa non è stata né toccata, né sfiorata, né invasa dal peccato di origine, ma si tratta che è stata riempita della grazia di Dio. Ed è su questo aspetto positivo dell’immacolato con-cepimento della Vergine che si deve meditare.
Cominciamo dal basso, cioè dalla natura. Tolto il peccato d’origine, non sono state tolte tutte le conseguen¬ze, perché Essa non avrebbe potuto essere trattata – direi – meglio del Suo unigenito Figlio che ha portato la croce, ma molte sí. Quella debolezza che è propria dell’intelletto umano non l’ebbe, quella facilità a dare il predominio alle impressioni, alle attrattive esterne, seducenti, alle insufflature degli altri, non ne aveva. L’intelligenza senza peccato d’origine ha confini ben piú larghi; la volontà senza pecca-to d’origine non ha cedimenti. Questo fu in Lei in modo splendido, come competeva a chi doveva essere la madre di Gesú Cristo. Ma bisogna salire, l’aspetto positivo è so-prattutto questo: Ella fin dal principio ebbe la grazia, ossia partecipò, per quanto è possibile a creatura, alla stessa vita divina. E qui noi ci arrestiamo, perché stiamo sulla spiaggia di un mare che va all’infinito. Il mare va all’infinito, ma io non ci vado all’infinito, e neppure voi; ma guardiamo e sentiamo di dover chinare il capo dinanzi a questa partecipazione che Essa portò nelle Sue umili spoglie e conservò per tutta la vita.

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L’IMMACOLATA: MESSAGGIO DI DIO ,Cardinale Giuseppe Siri/DIO NON VUOLE IL PECCATO

27 ottobre 2018

L’Immacolato Concepimento della Vergine Madre di Dio è rivelatore di una linea costante della Provvidenza di Dio, cioè della norma che il Signore adotta nel governare il creato e la storia che in esso si svolge.
E’ rivelatore per questo: quando si è trattato di sce¬gliere una donna che fosse madre, secondo la carne benin¬teso, dell’Unigenito Figlio di Dio, questa la volle senza peccato.
Il peccato Dio non tollerò mai che s’avvicinasse alla storia di Cristo. Per questo Maria fu Immacolata nel Suo concepimento, cioè non contrasse il peccato originale che abbiamo contratto noi; per questo Essa non conobbe il fomite della concupiscenza, per questo tutto restò illiba¬tissimo e puro fino alla fine.
Non si creda che la Vergine non sia stata esentata dalla comune prova della vita, no; Dio la volle purissima, ma lasciò a Lei l’infinito dolore.
La scelta, forse per noi incomprensibile, dei mezzi di Sua virtú lasciò a Lei un dramma nella vita; gli Evangelisti ad un certo momento notano che Maria e Giuseppe non capivano quello che succedeva intorno a Gesú, e questo significa che il dramma delle tenebre fu dato anche a Lei. Pertanto l’essere Essa rimasta illibata e purissima non si-gnifica né che non abbia liberamente scelto, né che non abbia liberamente accettato l’immane dolore e l’immane tenebra.
Voi comprendete, Essa sapeva, conosceva la sostanza del mistero del Figlio, ma tante altre cose – e ce ne è testimone l’evangelista Luca – Essa non le potè capire subito: cioè conobbe il dramma del dolore e del martirio, perché Essa patí nell’anima e nella sensibilità umana tutto quello che il Figlio in croce patì nella Sua carne e nel Suo spirito.
Pertanto è chiara l’indicazione della Provvidenza di Dio: quando Dio volle dare un’ Arca vivente al Figlio Suo la scelse senza peccato e il peccato non si avvicinò mai.

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L’IMMACOLATA: MESSAGGIO DI DIO Cardinale Giuseppe Siri STORIA DELL’IMMACOLATO CONCEPIMENTO DELLA VERGINE

26 ottobre 2018

 

La immacolata concezione avvolge la Vergine, Madre del Signore, di una luce amabilissima, invitante, tranquil¬lizzante.
Sarà bene che noi impariamo che l’amore, a qualun¬que livello, deve essere circondato di luce e deve essere pulito. La Vergine ci si presenta così. Tuttavia dobbiamo indagare un po’ a fondo, perché l’immacolato concepi¬mento della Vergine ha una storia; e questa storia serve a capire la vicenda del mondo e serve a capire anche la realtà, il mistero che portiamo tutti dentro di noi, tra la vita e la morte, nella linea del dolore e della prova.
Ecco la storia dell’immacolato concepimento della Vergine: la S. Scrittura e il Vecchio Testamento si apre con l’annuncio implicito, ma sostanziale e certo, di que¬sto immacolato concepimento. Il terzo capitolo del libro, della Genesi ne fa fede e pone questo fatto all’inizio della storia umana, come segno indicativo della stessa.
Il Nuovo Testamento, come ce ne fa fede Luca nel Vangelo dell’infanzia, si apre nuovamente con la proposizione della stessa verità, perché il saluto dell’angelo alla Vergine include, implicitamente, ma sostanzialmente, la verità dell’immacolato concepimento della Vergine. Per¬tanto questa verità, questa luce e questa indicazione la troviamo al principio dell’uno e dell’altro Testamento.
L’immacolato concepimento della Vergine è stato l’inizio di tutto il resto, ma per la nostra meditazione bisogna andare piú a fondo.

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Notte Oscura , cap.24/25 di San Giovanni della Croce

26 ottobre 2018

CAPITOLO 24
1. Ciò equivale a dire: quando la parte superiore della mia anima, come quella inferiore, si trovò acquietata nelle sue operazioni e facoltà, uscii verso la divina unione d’amore con Dio.
2. Ricordo che, come per mezzo della guerra della notte oscura l’anima è vagliata e purificata a due livelli – cioè nella parte sensitiva e in quella spirituale, con i loro sensi, potenze e passioni –, allo stesso modo l’anima ora riesce a ottenere pace e sollievo in due modi, cioè nella sua parte sensitiva e in quella spirituale, con tutte le potenze e gli appetiti. Per questo ripete due volte lo stesso verso, nella prima e nella seconda strofa, proprio perché due sono le parti dell’anima, quella spirituale e quella sensitiva; per poter camminare verso l’unione divina d’amore, devono prima essere riformate, ordinate e acquietate entrambe dal punto di vista sensitivo e spirituale, conformemente allo stato originale d’innocenza posseduto da Adamo. Questo verso, quindi, che nella prima strofa si riferisce al riposo della parte inferiore e sensitiva, in questa seconda strofa si riferisce in modo particolare alla parte superiore e spirituale. Per questo motivo è ripetuto due volte.
3. Per quanto è possibile in questa vita, l’anima consegue la quiete e la pace della sua casa spirituale, in maniera abituale e perfetta, mediante l’azione dei tocchi sostanziali dell’unione or ora descritti. Sono tocchi che riceve da Dio al sicuro e ben nascosta dai turbamenti del demonio, dei sensi e delle passioni. In questi tocchi l’anima è stata gradualmente purificata, acquietata, fortificata e resa capace di ricevere stabilmente l’unione di cui sto parlando, cioè lo sposalizio spirituale tra l’anima e il Figlio di Dio. Appena queste due case dell’anima riescono a calmarsi e fortificarsi, insieme con i loro familiari che sono le potenze e gli appetiti, immergendosi nel sonno silenzioso circa ogni bene celeste e terreno, immediatamente la Sapienza divina si unisca all’anima con un nuovo vincolo di possesso d’amore. Si verifica, allora, ciò che dice il libro della Sapienza: Dum quietum silentium tenerent omnia, et nox in suo cursu medium iter haberet, omnipotens sermo tuus, Domine, a regalibus sedibus…: Mentre un quieto silenzio avvolgeva tutte le cose e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente dai troni regali… (Sap 18,14-15). La stessa cosa fa capire la sposa del Cantico, quando dice che, dopo aver incontrato le guardie notturne che la percossero, la ferirono e le tolsero il mantello (Ct 5,7), trovò l’Amato del suo cuore (Ct 3,4).
4. Non si può pervenire a quest’unione senza una grande purezza, ma questa purezza non si raggiunge senza un totale spogliamento di ogni cosa creata e senza un’intensa mortificazione. Questo è significato dal mantello che viene tolto alla sposa e dalle ferite che riceve nella notte in cui si mette alla ricerca dello Sposo; non poteva infatti indossare il nuovo vestito nuziale che desiderava, senza prima togliersi il vecchio. Chi, dunque, rifiutasse di uscire nella notte suddetta in cerca dell’Amato ed essere spogliato e mortificato nella sua volontà, e volesse cercarlo nella tranquillità del suo letto, come faceva la sposa, non lo troverebbe; quest’anima, invece, dice che l’ha trovato, uscendo in una notte oscura, / con ansie, dal mio amor tutta infiammata.

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Notte Oscura,Cap. 22 / 23 di San Giovanni della Croce

25 ottobre 2018

CAPITOLO 22

Ove si spiega il terzo verso della seconda strofa.

1. È fuori dubbio che per l’anima è stata una sorte fortunata riuscire in un’impresa così importante, cioè liberarsi dal demonio, dal mondo e dalla sua stessa sensualità. Per questo motivo ha raggiunto la libertà di spirito preziosa e da tutti desiderata; è salita dalle zone basse verso l’alto, da terrena è diventata celeste e da umana divina, raggiungendo la sua patria che è il cielo (Fil 3,20), come avviene nello stato di perfezione dell’anima, che descriverò più avanti, anche se brevemente.
2. La cosa più importante, infatti, e che mi ero proposto, era quella di spiegare questa notte a molte anime che vi si trovano immerse senza saperlo, come è detto nel Prologo. Tutto questo ormai è abbastanza chiaro e comprensibile, anche se non in tutta la sua realtà. Ho già indicato quali ricchezze l’anima acquista in questo stato e quanto sia fortunata la sorte verso la quale cammina, di modo che, se si spaventa di fronte a sofferenze così terribili, trova il coraggio nella ferma speranza di numerosi e preziosi beni che Dio le concederà di ottenere. Ma oltre a questo l’anima ebbe sorte fortunata ancora per un altro motivo, di cui parla il verso seguente: al buio e ben celata.

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Notte Oscura, Cap.21 di San Giovanni della Croce

23 ottobre 2018

CAPITOLO 21

Ove si spiega la parola «travestita» e vengono indicati i colori del travestimento dell’anima in questa notte.
1. Dopo aver spiegato il motivo per cui l’anima chiama questa contemplazione scala segreta, non resta che spiegare la terza parola del verso, cioè travestita, e dire anche il motivo per cui l’anima è uscita per la segreta scala, travestita.
2. Per una maggiore comprensione di quanto sto dicendo, occorre ricordare che travestirsi significa dissimularsi, nascondersi sotto un vestito diverso da quello che abitualmente s’indossa, o per mostrare esternamente, con quel vestito, il desiderio di conquistare le grazie e l’affetto della persona amata, o per sottrarsi agli sguardi dei propri rivali e realizzare meglio le proprie imprese. Per questo si scelgono i vestiti e le livree che meglio rivelano i sentimenti del proprio cuore, o quelli con i quali ci si nasconde meglio agli avversari.
3. L’anima, dunque, ferita dall’amore per Cristo suo sposo, desidera entrare nelle sue grazie e conquistarne la volontà. Così essa esce travestita con quel costume che rappresenta al meglio gli affetti del suo cuore e la protegge con maggior sicurezza dai suoi avversari e nemici, cioè il demonio, il mondo e la carne. La livrea che indossa ha tre colori principali; il bianco, il verde e il rosso. Essi simboleggiano le tre virtù teologali: la fede, la speranza e la carità. Forte di esse, l’anima non solo conquisterà la grazia e la volontà del suo Amato, ma sarà anche al sicuro dai suoi tre nemici. La fede, infatti, è una tunica interiore di tale candore da abbagliare la vista di qualsiasi intelletto. Se, allora, l’anima va in giro rivestita di fede, non può essere vista né tanto meno raggiunta dal demonio, perché con questa virtù, più che con tutte le altre, è maggiormente al sicuro dal diavolo, il nemico più temibile e astuto che ci sia.
4. San Pietro non trovò aiuto migliore della fede per liberarsi dal maligno, quando disse: Cui resistite fortes in fide: Resistetegli saldi nella fede (1Pt 5,9). Per ottenere la grazia e l’unione con l’Amato, l’anima non può avere miglior abito interiore di quello del vestito bianco della fede, principio e fondamento degli altri vestiti delle virtù. Infatti senza di essa, come dice la Scrittura, è impossibile piacere a Dio (Eb 11,6), e con essa è impossibile non piacergli. Il Signore stesso conferma questa verità per mezzo del profeta Osea: Desponsabo te mihi in fide (Os 2,22), come a dire: O anima, se vuoi unirti a me e sposarmi, occorre che venga vestita interiormente di fede.

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Notte Oscura, Cap.20 di San Giovanni della Croce

17 ottobre 2018

CAPITOLO 20

Ove vengono esposti gli altri cinque gradini.

1. Il sesto gradino fa sì che l’anima corra leggera verso Dio e abbia frequenti contatti con lui. Animata dalla speranza e fortificata dall’amore, senza stancarsi mai, l’anima vola con leggerezza verso Dio. Di questo grado dice Isaia: I santi che sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, procedono senza stancarsi (Is 40,31), come accadeva nel quinto grado. A questo sesto grado si riferisce anche il Salmo 41,2: Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. Il cervo assetato, infatti, corre leggero verso l’acqua. Il motivo di questa leggerezza d’amore posseduta dall’anima in questo sesto grado è dovuta al fatto che l’amore in lei è molto cresciuto, e anche perché è quasi del tutto purificata, come dicono il Salmo 58,5 (Volg.): Sine iniquitate cucurri: Io corsi e regolai i miei passi senza iniquità, e l’altro Salmo 118,32: Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore. Da questo sesto gradino si passa, quindi, immediatamente al settimo, che è il seguente.

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Notte Oscura, Cap.19 di San GIovanni della Croce

15 ottobre 2018

 

CAPITOLO 19

Ove vengono esposti i primi cinque gradini della scala d’amore.

1. Dico subito che i gradini della scala d’amore, attraverso i quali l’anima sale progressivamente verso Dio, sono dieci. Il primo fa sì che l’anima si ammali, ma a suo vantaggio. Di questo grado d’amore parla la sposa quando dice: Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, se trovate il mio Diletto che cosa gli racconterete? Che sono malata d’amore! (Ct 5,8). Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio (Gv 11,4), in quanto l’anima, per amore di Dio, muore al peccato e a tutto ciò che non è Dio, come afferma Davide: L’anima mia viene meno nell’attesa della tua salvezza (Sal 118,81). Come il malato perde l’appetito, non prova più gusto per i cibi e perde il suo colorito naturale, così l’anima in questo grado d’amore perde il gusto e il desiderio di tutte le cose; innamorata di Dio, non si lascia più prendere dalle allettanti abitudini della vita passata. L’anima cade in questa infermità soltanto se dall’alto le viene comunicato un fuoco d’amore, come ci fa capire Davide quando dice: Pluviam voluntariam segregabis, Deus, haereditati tuae, et infirmata est, ecc.: Una pioggia generosa mettesti a parte, o Dio, per la tua eredità; questa era indebolita, ma tu l’hai ristorata (Sal 67,10 Volg.). questa infermità e questo venir meno davanti a tutte le cose create è il punto di partenza, il primo gradino per andare a Dio. L’ho già spiegato sopra quando ho parlato dell’annientamento in cui si trova l’anima allorché comincia a salire questa scala di purificazione quale si ha nella contemplazione; proprio allora l’anima non riesce a trovare gusto, sostegno, conforto o appoggio in nessuna cosa. Così essa abbandona subito il primo gradino per passare al secondo.

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Notte Oscura, Cap 18 di San Giovanni della Croce

14 ottobre 2018

CAPITOLO 18

Ove si spiega come questa sapienza segreta sia anche scala.

1. Ci resta ora da vedere il secondo termine, cioè come questa sapienza segreta sia anche scala. Al riguardo dobbiamo sapere che per molte ragioni possiamo chiamare scala questa contemplazione segreta. Anzitutto perché, come mediante la scala si sale fino a raggiungere la sommità d’una fortezza, per impossessarsi dei beni, dei tesori e di tutte le ricchezze in essa nascoste, così attraverso questa contemplazione segreta, senza sapere come, l’anima prende a salire fino alla conoscenza e al possesso dei beni e dei tesori del cielo. Questo è quanto ci fa comprendere molto bene il profeta reale quando dice: Beato l’uomo che trova in te la sua forza: ha disposto nel suo cuore le ascensioni, dalla valle delle lacrime, nel luogo eletto. Siccome darà la benedizione il Legislatore, andranno di virtù in virtù, e in Sion si rivelerà il Dio degli dei (Sal 83,6-8 Volg.); il Signore è il tesoro della fortezza di Sion, egli è la beatitudine eterna.

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Notte Oscura, Libro II Cap. 17 , di San Giovanni della Croce

12 ottobre 2018

CAPITOLO 17

Ove si spiega come questa contemplazione oscura sia segreta.

Per la segreta scala, travestita.
1. È opportuno spiegare tre vocaboli del nostro verso. Due, cioè segreta e scala, riguardano la notte oscura di contemplazione di cui sto parlando; il terzo, cioè travestita, si riferisce all’anima e riguarda il suo modo di comportarsi in questa notte. Quanto ai primi due termini, occorre ricordare che l’anima chiama segreta scala questa contemplazione oscura, attraverso cui perviene all’unione d’amore, a motivo di due caratteristiche che essa presenta, cioè quella di essere segreta e di essere scala. Parlerò di ciascuna di esse separatamente.

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Notte Oscura, Libro II Cap. 16 , di San Giovanni della Croce

11 ottobre 2018

CAPITOLO 16

Ove si spiega come l’anima, benché nelle tenebre, avanzi sicura.

1. Ho già detto che l’oscurità, di cui parla qui l’anima, si riferisce agli appetiti e alle potenze sensitive, interiori e spirituali; tutte, infatti, in questa notte rimangono all’oscuro relativamente alla loro luce naturale, così che, purificate da questa, possano essere illuminate dalla luce soprannaturale. Gli appetiti sensitivi e spirituali sono addormentati e mortificati, non possono gustare cose divine né umane; le affezioni dell’anima, oppresse e soffocate, non possono muoversi verso di esse né trovare appiglio in nulla; l’immaginazione è imbrigliata e incapace di formulare un ragionamento appropriato; la memoria è esaurita; l’intelletto, ottenebrato, non comprende nulla; anche la volontà è arida, oppressa; tutte le potenze sono nel vuoto assoluto e rese inutili; ma più di tutto grava sull’anima una spessa e pesante nube che la tiene nell’angoscia e lontana da Dio. Per questo l’anima dice di camminare al buio e più sicura.

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Notte Oscura, Libro II Cap. 15 , di San Giovannidella Croce

10 ottobre 2018

CAPITOLO 15
Seconda strofa
Al buio e più sicura,
per la segreta scala, travestita,
oh, sorte fortunata!,
al buio e ben celata,
stando la mia casa al sonno abbandonata.
Spiegazione
1. In questa strofa l’anima sta ancora cantando alcune proprietà dell’oscurità della notte, ripetendo i preziosi vantaggi che questa le ha procurato. Descrive poi tali proprietà, rispondendo a un’obiezione implicita, affermando che non si deve pensare che, avendo da attraversare questa notte e oscurità fra tanti tormenti, dubbi, timori e orrori, come ho detto, abbia corso maggior pericolo di perdersi; al contrario, in questa notte oscura ha guadagnato se stessa: si è liberata ed è sfuggita abilmente ai suoi nemici quando le sbarravano il cammino. Col favore delle tenebre di questa notte ha cambiato l’abito e si è travestita con livree di tre colori diversi, come si dirà in seguito.

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Notte Oscura, Libro II Cap.14 , di San Giovanni della Croce

9 ottobre 2018

CAPITOLO 14

1. Questa sorte fortunata è stata tale a motivo di quello che l’anima dice immediatamente dopo, nei versi successivi: uscii, né fui notata, / stando la mia casa al sonno abbandonata. Qui viene adoperata una metafora. Per meglio realizzare il suo progetto, l’anima esce nottetempo di casa, al buio, mentre tutti sono addormentati così che nessuno possa frapporle alcun ostacolo. Per compiere un atto così eroico e straordinario, come quello di unirsi con il suo Amato divino, l’anima deve, dunque, uscire fuori, perché l’Amato si trova solo fuori, nella solitudine. Per questo, anche la sposa del Cantico, che desiderava incontrarlo da solo, diceva: Oh, se tu fossi mio fratello… trovandoti fuori ti potrei baciare e nessuno potrebbe disprezzarmi! (Ct 8,1). L’anima innamorata, per raggiungere il suo scopo ambito, deve fare altrettanto, cioè uscire di notte, mentre tutti quelli di casa sua sono addormentati e tranquilli, cioè mentre tutte le operazioni imperfette, le passioni e gli appetiti dell’anima sono addormentati e pacificati da questa notte; essi infatti sono quella gente di casa che, se sveglia, disturba sempre l’anima nel raggiungimento di questi beni, opponendosi alla libertà che si prende di fare a meno di tali beni. Questi sono i familiari, di cui parla nostro Signore nel vangelo, dicendoli nemici dell’uomo (Mt 10,36). È opportuno, dunque, che le loro operazioni, come anche i loro movimenti, siano addormentati in questa notte, perché non impediscano all’anima il conseguimento dei beni soprannaturali dell’unione d’amore con Dio, cosa che non può accadere finché sono attivi e operanti. Tutta la loro attività naturale, infatti, è di ostacolo e non di aiuto per ricevere i beni spirituali dell’unione d’amore. Perciò nessuna capacità naturale è in grado di procurare i beni soprannaturali che solo Dio può infondere nell’anima passivamente, segretamente e in silenzio. Occorre, dunque, che tutte le potenze dell’anima restino passive per poter ricevere quest’infusione, senza interporre la loro attività imperfetta e le loro basse inclinazioni.

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Notte Oscura , Libro II Cap. 13 di San Giovanni della Croce

8 ottobre 2018

CAPITOLO 13
Ove si parla di altri meravigliosi effetti prodotti nell’anima da questa notte oscura della contemplazione.

1. Quest’incendio d’amore ci permette di comprendere alcuni effetti gradevoli prodotti nell’anima dalla notte oscura della contemplazione. A volte, infatti, come ho appena detto, in mezzo a queste tenebre l’anima viene illuminata e la luce risplende nelle tenebre (Gv 1,5). Questa intelligenza mistica si comunica all’intelletto, mentre la volontà rimane nell’aridità, cioè incapace di emettere effettivamente atti d’amore unitivo. In compenso è avvolta da una pace e una semplicità tanto dolci e piacevoli ai sensi da non poterle descrivere; a volte ama Dio in un modo, altre volte in un altro.

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