Archive for the ‘Spiritualità-cultura’ Category

Lectio Divina: Rifugio Sicuro

16 novembre 2017

IO SARÒ IL LORO SICURO RIFUGIO IN VITA E SPECIALMENTE IN MORTE

“Un giorno morirai” È la sentenza di Dio su ogni uomo: sentenza che troviamo nel libro della Genesi al capitolo II e vediamo che questa sentenza ha quotidianamente il suo corso: infatti, vediamo la morte scorazzare in tutti i campi del mondo mietendo ogni giorno vittime innumerevoli. Per comprendere bene tutta la portata della promessa di Gesù “sarò loro sicuro rifugio in vita e specialmente in morte” penso sia bene richiamare, il pensiero della morte, la quale è sempre stata considerata come un potentissimo aiuto per la vita spirituale; per cui è nostro dovere studiare un fatto così opposto al peccato, e di così grande aiuto per la santità… Del resto la morte è una verità di interesse sempre nuovo, della quale non ci si stanca mai, una verità piena di emozioni con la quale non si giunge mai a familiarizzare.

Anche i mondani talvolta avvertono che il pensiero della morte è necessario, non solo per dare un senso, un ordine alla vita, ma anche per infonderla di una luce serena”.

Pascal diceva “La vita senza il pensiero della morte, senza cioè la religione, senza quel che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente, o continuo, o tragico”
Appunto perché la nostra vita non riesca un tragico delirio, ci raccogliamo a meditare la morte. Non faremo il solito esercizio della buona morte, contempleremo questa solenne realtà in alcuni suoi aspetti che ci daranno una conferma quasi sensibile della realtà delle meditazioni di principio e di fondamento.

È chiara la verità della nostra fede “È un castigo”. Castigo universale: nessuno può illudersi di sfuggire alla sua mano rapace. Castigo spaventoso fra quanti se ne possono immaginare sulla faccia della terra. Castigo amaro e terribile:

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

14 novembre 2017

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO


ELEVAZIONE 8
II Cuore mistico di Cristo

Il cuore di Cristo si svela a noi, questa volta, non come cuore di carne, umile e dolce, che batte nel petto umano di Gesù; non come simbolo sensibile del suo amore ardente, in cui si elabora il sangue redentore e che il colpo di lancia aprì sul Calvario; ma come Cuore mistico.
Cristo ha avuto, oltre il corpo di carne di cui si è rivestito per meglio unirsi alla nostra natura, anche un corpo mistico che ha formato con amore e di cui è il Capo; un corpo, come ogni corpo vivente, formato da membra, e da un cuore. La Chiesa è il Corpo mistico di Cristo, i fedeli sono le sue membra, il sacerdozio è il suo cuore.’ Il sacerdozio è il cuore di quel corpo vivente di cui Cristo è il Capo.
Un corpo muore se la testa o il cuore sono feriti a morte, perché è dalla testa e dal cuore che la vita si irradia nel corpo intero; ma può, senza che la sorgente della vita si inaridisca in lui, veder perire molte sue membra. Così la Chiesa può vedere talvolta e con dolore morire qualcuno dei suoi membri senza che la vita venga meno, perché il suo Capo, CristoAmore, è immortale, e il suo cuore, il sacerdozio santo innestato su Cristo Sacerdote eterno, non potrebbe morire.

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AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro Decimo: Dopo la ricerca e l’incontro con Dio

13 novembre 2017

Nuove confessioni e loro scopo
Dio unica speranza
1. 1. Ti comprenderò, o tu che mi comprendi; ti comprenderò come sono anche compreso da te. Virtù dell’anima mia, entra in essa e adeguala a te, per tenerla e possederla senza macchia né ruga. Questa è la mia speranza, per questo parlo, da questa speranza ho gioia ogni qual volta la mia gioia è sana. Gli altri beni di questa vita meritano tanto meno le nostre lacrime, quanto più ne versiamo per essi, e tanto più ne meritano, quanto meno ne versiamo. Ecco, tu amasti la verità, poiché chi l’attua viene alla luce. Voglio dunque attuarla dentro al mio cuore: davanti a te nella mia confessione, e nel mio scritto davanti a molti testimoni.

La confessione a Dio
2. 2. A te, Signore, se ai tuoi occhi è svelato l’abisso della conoscenza umana, potrebbe essere occultato qualcosa in me, quand’anche evitassi di confessartelo? Nasconderei te a me, anziché me a te. Ora però i miei gemiti attestano il disgusto che provo di me stesso, e perciò tu splendi e piaci e sei oggetto d’amore e di desiderio, cosicché arrossisco di me e mi respingo per abbracciarti, e non voglio piacere né a te né a me, se non per quanto ho di te. Dunque, Signore, io ti sono noto con tutte le mie qualità. A quale scopo tuttavia mi confessi a te, già l’ho detto. È una confessione fatta non con parole e grida del corpo, ma con parole dell’anima e grida della mente, che il tuo orecchio conosce. Nella cattiveria è confessione il disgusto che provo di me stesso; nella bontà è confessione il negarmene il merito, poiché tu, Signore, benedici il giusto, ma prima lo giustifichi quando è empio. Quindi la mia confessione davanti ai tuoi occhi, Dio mio, è insieme tacita e non tacita. Tace la voce, grida il cuore, poiché nulla di vero dico agli uomini, se prima tu non l’hai udito da me; e tu da me non odi nulla, se prima non l’hai detto tu stesso.

La confessione agli uomini
3. 3. Ma cos’ho da spartire con gli uomini, per cui dovrebbero ascoltare le mie confessioni? La guarigione di tutte le mie debolezze non verrà certo da questa gente curiosa di conoscere la vita altrui, ma infingarda nel correggere la propria. Perché chiedono di udire da me chi sono io, ed evitano di udire da te chi sono essi? Come poi sapranno, udendo me stesso parlare di me stesso, se dico il vero, quando nessuno fra gli uomini conosce quanto avviene in un uomo, se non lo spirito dell’uomo che è in lui?. Udendoti parlare di se stessi, non potrebbero dire: “Il Signore mente”; poiché udirti parlare di se stessi che altro è, se non conoscere se stessi? e chi conosce e dice: “È falso” senza mentire a se stesso? Ma poiché la carità crede tutto, in coloro almeno che unifica legandoli a se stessa, anch’io, Signore, pure così mi confesso a te per farmi udire dagli uomini. Prove della veridicità della mia confessione non posso fornire loro; ma quelli, cui la carità apre le orecchie alla mia voce, mi credono.

Confessioni del passato e del presente
3. 4. Tu però, medico della mia intimità, spiegami chiaramente i frutti della mia opera. Le confessioni dei miei errori passati, da te rimessi e velati per farmi godere la tua beatitudine dopo la trasformazione della mia anima mediante la tua fede e il tuo sacramento, spronano il cuore del lettore e dell’ascoltatore a non assopirsi nella disperazione, a non dire: “Non posso”; a vegliare invece nell’amore della tua misericordia, nella dolcezza della tua grazia, forza di tutti i deboli divenuti per essa consapevoli della propria debolezza. I buoni, poi, godono all’udire i mali passati di chi ormai se ne è liberato; godono non già per i mali, ma perché sono passati e non sono più. Con quale frutto dunque, Signore mio, cui si confessa ogni giorno la mia coscienza, fiduciosa più della speranza nella tua misericordia, che della propria innocenza, con quale frutto, di grazia, confesso anche agli uomini innanzi a te, attraverso queste pagine, il mio stato presente, non più il passato? Il frutto di quelle confessioni l’ho capito e ricordato; ma il mio stato presente, del tempo stesso in cui scrivo queste confessioni, sono molti a desiderare di conoscerlo, coloro che mi conoscono come coloro che non mi conoscono, ma mi hanno sentito parlare di me senza avere il loro orecchio sul mio cuore, ove io sono comunque sono. Dunque desiderano udire da me la confessione del mio intimo, ove né il loro occhio, né il loro orecchio, né la loro mente possono penetrare; desiderano udirmi, disposti a credere, ma come sicuri di conoscere? Glielo dice la carità, per cui sono buoni, che non mento nella mia confessione di me stesso. È la carità in loro a credermi.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

9 novembre 2017

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO

ELEVAZIONE 7
Il sacerdote, un altro Gesù Cristo

C’è, nel seno di Dio, una pienezza traboccante d’amore, che è la sua essenza, la sua vita, il suo movimento, la sua fecondità. Questa pienezza ha un continuo bisogno di espandersi, di effondersi. Va verso la creazione, verso l’uomo in particolare, per un’inclinazione naturale. $ un bisogno dell’Amore riempire il vuoto della creatura, e vivificare ogni cosa.
L’Amore Infinito è qualche volta avvertito dal cuore dell’uomo, ma è meno sovente conosciuto dalla sua intelligenza. Questo perché molte ombre rimangono nell’intelligenza umana, soprattutto per ciò che concerne la conoscenza di Dio, dei suoi misteri e delle verità che oltrepassano la natura.
L’amore non deve essere per l’uomo solo un sentimento, che egli prova unicamente attraverso la sensibilità. Deve essere conoscenza acquisita con le proprie facoltà intellettuali. In tanto in quanto un uomo concepirà l’Amore Infinito nel suo spirito e nel suo cuore, concepirà e gusterà anche la conoscenza delle verità eterne e di ogni mistero di Dio. L’Amore Infinito, come fuoco, è calore per il cuore dell’uomo e luce per la sua intelligenza. Se l’uomo si allontana dal focolare dell’amore, il suo cuore diviene freddo, e il suo spirito si oscura.

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Lectio Divina:Seguire Gesù

9 novembre 2017

ENTRARE IN UN MONDO ALLA ROVESCIA

Se accettiamo di seguire Gesù, saremo obbligati a contestare ogni giorno il mondo nel quale viviamo, non perché questo mondo sia cattivo, anzi è il luogo della presenza di Dio, e l’ambiente nel quale si realizza la salvezza; ma è anche il luogo della presenza di Satana, il Principe di questo mondo. Il mondo che dobbiamo contestare è quello nel quale regnano dei padroni dispotici quali il denaro, la potenza e l’impurità, dove i piccoli ed i deboli sono oppressi, dove la corsa al guadagno fa imputridire i cuori. Ma facciamo attenzione! La nostra contestazione al mondo sarà sincera e vera se accettiamo di contestare noi stessi ogni giorno, perché noi siamo profondamente solidali con il peccato del mondo. Come dice crudamente Claudel: “il tuo alito cattivo appesta l’universo”.

In mezzo a questa generazione, dobbiamo apparire come il povero di Dio che vive in pieno lo spirito delle Beatitudini. È la sola via che conduce alla santità. Alla luce di questo spirito, si potrà giudicare l’eccellenza della nostra vita cristiana, ed anche della nostra influenza apostolica. Saremo in grado di evangelizzare nella misura in cui la luce delle Beatitudini illumina il nostro volto. Per vivere dovremo agire in modo contrario alla mentalità dell’ambiente, accettare di essere poveri, umili e puri. Dalla ormai frequente lettura dei libri e delle lettere apostoliche sappiamo e comprendiamo che Dio non ha scelto dei sapienti secondo la carne, né dei potenti, ma tutto quello che vi è di debole secondo il mondo, per confondere i forti. È sempre per mezzo della debolezza che Dio dimostra la sua forza, in breve: “Il vero cristiano vive in un mondo alla rovescia”.

Portare la nostra croce vuoi dire entrare in questa sapienza misteriosa che è incomprensibile ai potenti ed alle persone per bene. È l’atteggiamento realizzato da Gesù, il povero di Jahvè per eccellenza. Atteggiamento che Dio è solo in chi ne possiede lo spirito che lo può vivere. Gesù, che lo ha vissuto per primo in pieno, è anche il solo che può darcelo, o meglio ancora, è il solo che può viverlo e realizzarlo in noi.

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Lectio Divina: Amare Gesù

7 novembre 2017

Dio ha sete di essere assetato! Sono riconoscente a Gesù perché mi chiede di amarlo… Spesso ascolto le parole di Gesù rivolte all’apostolo Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi ami tu…?” come fossero rivolte direttamente a me. E ancora: “È proprio vero che mi ami?” E rispondere come fece l’Apostolo Simon Pietro: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. (Gv 21;15)

Giovanni si definiva come il discepolo cui Gesù insegnava, e stesso se lo desidero posso diventare un discepolo per assomigliare a Giovanni e permettere a Gesù di svelarsi.

Come sarebbe incantevole ripetere la preghiera di San Bonaventura: “Trapassa, o mio dolcissimo Signore Gesù, con una dolce ferita il mio cuore, perché languisca e palpiti solo per Te, e null’altro io desideri che dissolvermi ed essere con Te”. E sentire nel cuore quell’ardore che esalta l’anima, con un amore che è in rapporto diretto con la conoscenza e con la bontà della vita.

Bisogna tener presente che Gesù è un abisso nel quale bisogna scendere per scrutare e vedere nei molteplici aspetti le prodigiose meraviglie. Un colpo d’occhio rapido e distratto su nostro Signore riuscirà ad una riproduzione superficiale.

Gesù è amore, perché Dio è amore. E l’amore è un grande bene, anzi, il più importante dei beni perché rende leggero ogni peso e rende dolce e gradita ogni amarezza. L’amore è un moto che ascende e non essere trattenuto dalle meschinità della vita e librarsi nel cielo di Dio.
L’amore per Gesù sprona ad operare grandi cose e spinge a desiderare le virtù. Nulla, del resto, è più dolce dell’amore, più forte, più sublime, più espansivo e più ricco. Chi ama, vola, corre, esulta ed in ogni cosa trova ritrova il Tutto.

Spesso l’amore non conosce misura, ma s’infiamma oltre ogni misura; spesso non sente peso, non cura fatiche, vorrebbe fare di più di quello che può, poiché crede che tutto gli sia facile e consentito.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

6 novembre 2017

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO
Risultato immagine per Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio
ELEVAZIONE 6
L’Eucaristia e il Sacro Cuore

La devozione all’Eucaristia e la devozione al Sacro Cuore sono devozioni sorelle. Sono così intimamente unite, si completano così perfettamente, che l’una richiama quasi necessariamente l’altra. Non solo la prima non può essere di pregiudizio alla seconda; poiché esse si completano e si perfezionano a vicenda, così anche si accrescono reciprocamente.
Se abbiamo la devozione al Sacro Cuore, vorremmo incontrarlo per adorarlo, amarlo, offrirgli le nostre riparazioni e le nostre lodi; e dove lo cercheremo, se non nell’Eucaristia in cui si trova eternamente vivo? Se amiamo questo cuore degno d’adorazione, vorremmo unirci a lui, poiché l’amore ricerca l’unione: vorremmo riscaldare il nostro cuore all’ardore di questa fiamma divina.
Ma, per raggiungere questo cuore santo, per afferrarlo, per metterlo in contatto con il nostro, non potremo scalare il cielo per rapire il cuore di Gesù trionfante nella gloria: andremo all’Eucaristia, al Tabernacolo, prenderemo l’ostia bianca e, quando l’avremo racchiusa in noi, sentiremo il cuore di Cristo battere davvero accanto al nostro.
La devozione al Sacro Cuore conduce infallibilmente all’Eucaristia, e la fede, la devozione all’Eucaristia fa necessariamente scoprire i misteri dell’Amore Infinito di cui il cuore di Cristo è l’organo e il simbolo.
Se crediamo all’Eucaristia, crediamo all’amore: è il mistero dell’amore. Ma l’amore è in se stesso immateriale e inafferrabile. Per confermare il nostro spirito e i nostri sensi noi cerchiamo una forma dell’amore, una sua manifestazione sensibile: questa forma, questa manifestazione sensibile, è il Sacro Cuore.
Il Sacro Cuore, l’Eucaristia, l’Amore, una stessa cosa. Nel Tabernacolo, troviamo l’ostia; nell’ostia, Gesù; in Gesù, il suo cuore e nel suo cuore l’Amore, l’Amore Infinito, la Carità divina, Dio, principio di vita, vivo e vivìficante.
Ma ancor più: il miracolo dell’Eucaristia non si può spiegare che con l’amore. Con l’amore di Dio, certo, ma con l’amore di Gesù, Dio e Uomo. Ora, l’amore di Gesù è l’amore del suo cuore: è il suo cuore, per riassumere tutto in una parola. Dunque, l’Eucaristia non è spiegata che dal Sacro Cuore.
L’Eucaristia è il complemento sublime dell’amore di Gesù per l’uomo. è la più alta, l’ultima espressione, il parossismo, se così si può dire, di questo incomprensibile amore.

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AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro nono DA MILANO A OSTIA

6 novembre 2017

A Ostia, durante il ritorno in Africa ( Seconda parte)

La contemplazione di Ostia
10. 23. All’avvicinarsi del giorno in cui doveva uscire di questa vita, giorno a te noto, ignoto a noi, accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava, là, presso Ostia Tiberina, lontani dai rumori della folla, intenti a ristorarci dalla fatica di un lungo viaggio in vista della traversata del mare. Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d’uomo. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà così alta.
10. 24. Condotto il discorso a questa conclusione: che di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nella più grande luce corporea, non ne sostiene il paragone, anzi neppure la menzione; elevandoci con più ardente impeto d’amore verso l’Essere stesso, percorremmo su su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, onde il sole e la luna e le stelle brillano sulla terra. E ancora ascendendo in noi stessi con la considerazione, l’esaltazione, l’ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime e anch’esse superammo per attingere la plaga dell’abbondanza inesauribile, ove pasci Israele in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, per cui si fanno tutte le cose presenti e che furono e che saranno, mentre essa non si fa, ma tale è oggi quale fu e quale sempre sarà; o meglio, l’essere passato e l’essere futuro non sono in lei, ma solo l’essere, in quanto eterna, poiché l’essere passato e l’essere futuro non è l’eterno. E mentre ne parlavamo e anelavamo verso di lei, la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente, e sospirando vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito, per ridiscendere al suono vuoto delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine. E cos’è simile alla tua Parola, il nostro Signore, stabile in se stesso senza vecchiaia e rinnovatore di ogni cosa?
10. 25. Si diceva dunque: “Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell’acqua e dell’aria, tacessero i cieli, e l’anima stessa si tacesse e superasse non pensandosi, e tacessero i sogni e le rivelazioni della fantasia, ogni lingua e ogni segno e tutto ciò che nasce per sparire se per un uomo tacesse completamente, sì, perché, chi le ascolta, tutte le cose dicono: “Non ci siamo fatte da noi, ma ci fece Chi permane eternamente”; se, ciò detto, ormai ammutolissero, per aver levato l’orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse, non più con la bocca delle cose, ma con la sua bocca, e noi non udissimo più la sua parola attraverso lingua di carne o voce d’angelo o fragore di nube o enigma di parabola, ma lui direttamente, da noi amato in queste cose, lui direttamente udissimo senza queste cose, come or ora protesi con un pensiero fulmineo cogliemmo l’eterna Sapienza stabile sopra ogni cosa, e tale condizione si prolungasse, e le altre visioni, di qualità grandemente inferiore, scomparissero, e quest’unica nel contemplarla ci rapisse e assorbisse e immergesse in gioie interiori, e dunque la vita eterna somigliasse a quel momento d’intuizione che ci fece sospirare: non sarebbe questo l’”entra nel gaudio del tuo Signore”? E quando si realizzerà? Non forse il giorno in cui tutti risorgiamo, ma non tutti saremo mutati?”.
10. 26. Così dicevo, sebbene in modo e parole diverse. Fu comunque, Signore, tu sai, il giorno in cui avvenne questa conversazione, e questo mondo con tutte le sue attrattive si svilì ai nostri occhi nel parlare, che mia madre disse: “Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c’era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui?”.

 

Malattia e morte di Monica
11. 27. Cosa le risposi, non ricordo bene. Ma intanto, entro cinque giorni o non molto più, si mise a letto febbricitante e nel corso della malattia un giorno cadde in deliquio e perdette la conoscenza per qualche tempo. Noi accorremmo, ma in breve riprese i sensi, ci guardò, mio fratello e me, che le stavamo accanto in piedi, e ci domandò, quasi cercando qualcosa: “Dov’ero?”; poi, vedendo il nostro afflitto stupore: “Seppellirete qui, soggiunse, vostra madre”. Io rimasi muto, frenando le lacrime; mio fratello invece pronunziò qualche parola, esprimendo l’augurio che la morte non la cogliesse in terra straniera, ma in patria, che sarebbe stata migliore fortuna. All’udirlo, col volto divenuto ansioso gli lanciò un’occhiata severa per quei suoi pensieri, poi, fissando lo sguardo su di me, esclamò: “Vedi cosa dice”, e subito dopo, rivolgendosi a entrambi: “Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all’altare del Signore”. Espressa così come poteva a parole la sua volontà, tacque. Il male aggravandosi la faceva soffrire.
11. 28. Io, al pensiero dei doni che spargi, Dio invisibile, nei cuori dei tuoi fedeli, e che vi fanno nascere stupende messi, gioivo e a te rendevo grazie, ricordando ciò che sapevo, ossia quanto si era sempre preoccupata e affannata per la sua sepoltura, che aveva provvista e preparata accanto al corpo del marito. La grande concordia in cui erano vissuti le faceva desiderare, tanto l’animo umano stenta a comprendere le realtà divine, anche quest’altra felicità, e che la gente ricordasse come dopo un soggiorno di là dal mare avesse ottenuto che una polvere congiunta coprisse la polvere di entrambi i congiunti. Quando però la piena della tua bontà avesse eliminato dal suo cuore questi pensieri futili, io non sapevo; ma ero pervaso di gioia e ammirazione che mia madre mi fosse apparsa così. Invero anche durante la nostra conversazione presso la finestra, quando disse: “Ormai cosa faccio qui?”, era apparso che non aveva il desiderio di morire in patria. Più tardi venni anche a sapere che già parlando un giorno in mia assenza, durante la nostra dimora in Ostia, ad alcuni amici miei con fiducia materna sullo spregio della vita terrena e il vantaggio della morte, di fronte al loro stupore per la virtù di una femmina, che l’aveva ricevuta da te, e alla loro domanda, se non l’impauriva l’idea di lasciare il corpo tanto lontano dalla sua città, esclamò: “Nulla è lontano da Dio, e non c’è da temere che alla fine del mondo egli non riconosca il luogo da cui risuscitarmi”. Al nono giorno della sua malattia, nel cinquantaseiesimo anno della sua vita, trentatreesimo della mia, quell’anima credente e pia fu liberata dal corpo.

Un trapasso non funesto
12. 29. Le chiudevo gli occhi, e una tristezza immensa si addensava nel mio cuore e si trasformava in un fiotto di lacrime. Ma contemporaneamente i miei occhi sotto il violento imperio dello spirito ne riassorbivano il fonte sino a disseccarlo. Fu una lotta penosissima. Il giovane Adeodato al momento dell’estremo respiro di lei era scoppiato in singhiozzi, poi, trattenuto da noi tutti, rimase zitto: allo stesso modo anche quanto vi era di puerile in me, che si scioglieva in pianto, veniva represso e zittito dalla voce adulta della mente. Non ci sembrava davvero conveniente celebrare un funerale come quello fra lamenti, lacrime e gemiti. Così si suole piangere in chi muore una sorta di sciagura e quasi di annientamento totale; ma la morte di mia madre non era una sciagura e non era totale. Ce lo garantivano la prova della sua vita e una fede non finta e ragioni sicure.

Sforzi di Agostino per reprimere le lacrime
12. 30. Ma cos’era dunque, che mi doleva dentro gravemente, se non la recente ferita, derivata dalla lacerazione improvvisa della nostra così dolce e cara consuetudine di vita comune? Mi confortavo della testimonianza che mi aveva dato proprio durante la sua ultima malattia, quando, inframezzando con una carezza i miei servigi, mi chiamava buono e mi ripeteva con grande effusione d’affetto di non aver mai udito una parola dura o offensiva al suo indirizzo scoccata dalla mia bocca; eppure, Dio mio, creatore nostro, come assomigliare, come paragonare il rispetto che avevo portato io per lei, alla servitù che aveva sopportato lei per me? Privata della grandissima consolazione che trovava in lei, la mia anima rimaneva ferita e la mia vita, stata tutt’una con la sua, rimaneva come lacerata.
12. 31. Soffocato dunque il pianto del fanciullo, Evodio prese il salterio e intonò un salmo. Gli rispondeva tutta la casa: “La tua misericordia e la tua giustizia ti canterò, Signore”. Alla nuova, poi, dell’accaduto, si diedero convegno molti fratelli e pie donne; e mentre gli incaricati si occupavano dei funerali secondo le usanze, io mi appartavo in un luogo conveniente con gli amici, che ritenevano di non dovermi abbandonare, e mi trattenevo con loro su temi adatti alla circostanza. Il balsamo della verità leniva un tormento che tu conoscevi, essi ignoravano. Mi ascoltavano attentamente e pensavano che non provassi dolore. Invece al tuo orecchio, ove nessuno di loro udiva, mi rimproveravo la debolezza del sentimento e trattenevo il fiotto dell’afflizione, che per qualche tempo si ritraeva davanti ai miei sforzi, ma per essere sospinto di nuovo dalla sua violenza. Non erompeva in lacrime né alterava i tratti del viso, ma sapevo ben io cosa tenevo compresso nel cuore. Il vivo disappunto, poi, che provavo di fronte al grande potere su me di questi avvenimenti umani, inevitabili nell’ordine naturale delle cose e nella condizione che abbiamo sortito, era un nuovo dolore, che mi addolorava per il mio dolore, cosicché mi consumavo d’una duplice tristezza.

Le esequie
12. 32. Alla sepoltura del suo corpo andai e tornai senza piangere. Nemmeno durante le preghiere che spandemmo innanzi a te mentre veniva offerto in suo suffragio il sacrificio del nostro riscatto, col cadavere già deposto vicino alla tomba, prima della sepoltura, come vuole l’usanza del luogo, ebbene, nemmeno durante quelle preghiere piansi. Ma per tutta la giornata sentii una profonda mestizia nel segreto del cuore e ti pregai come potevo, con la mente sconvolta, di guarire il mio dolore. Non mi esaudisti, per imprimere, credo, nella mia memoria almeno con quest’unica prova come sia forte il legame di qualsiasi abitudine anche per un’anima che già si nutre della parola non fallace. Pensai di andare a prendere anche un bagno, avendo sentito dire che i bagni furono così chiamati perché i greci dicono balanion, in quanto espelle l’affanno dall’animo. Ma ecco, confesso anche questo alla tua misericordia, Padre degli orfani: che dopo il bagno stavo come prima del bagno, poiché non avevo trasudato dal cuore l’amarezza dell’afflizione. In seguito dormii. Al risveglio notai che il dolore si era non poco mitigato. Solo, nel mio letto, mi vennero alla mente i versi così veri del tuo Ambrogio: tu sei proprio
Dio creatore di tutto,
reggitore del cielo,
che adorni il dì di luce,
e di sopor gradito
la notte, sì che il sonno
sciolga e ristori gli arti,
ricrei le menti stanche,
disperda ansie e dolori.

Lacrime per la madre
12. 33. Poi tornai insensibilmente ai miei pensieri antichi sulla tua ancella, al suo atteggiamento pio nei tuoi riguardi, santamente sollecito e discreto nei nostri. Privato di lei così, all’improvviso, mi prese il desiderio di piangere davanti ai tuoi occhi su di lei e per lei, su di me e per me; lasciai libere le lacrime che trattenevo di scorrere a loro piacimento, stendendole sotto il mio cuore come un giaciglio, su cui trovò riposo. Perché ad ascoltarle c’eri tu, non un qualsiasi uomo, che avrebbe interpretato sdegnosamente il mio compianto. Ora, Signore, ti confesso tutto ciò su queste pagine. Chi vorrà le leggerà, e le interpreti come vorrà. Se troverà che ho peccato a piangere mia madre per piccola parte di un’ora, la mia madre frattanto morta ai miei occhi, che per tanti anni mi aveva pianto affinché vivessi ai tuoi, non mi derida. Piuttosto, se ha grande carità, pianga anch’egli per i miei peccati davanti a te, Padre di tutti i fratelli del tuo Cristo.

Speranza e fiducia nella misericordia di Dio
13. 34. Io per mio conto, ora che il cuore è guarito da quella ferita, ove si poteva condannare la presenza di un affetto carnale, spargo davanti a te, Dio nostro, per quella tua serva un ben altro genere di lacrime: sgorgano da uno spirito sconvolto dalla considerazione dei pericoli cui soggiace ogni anima morente in Adamo. Certo, vivificata in Cristo prima ancora di essere sciolta dalla carne, mia madre visse procurando con la sua fede e i suoi costumi lodi al tuo nome; tuttavia non ardisco affermare che da quando la rigenerasti col battesimo, nemmeno una parola uscì dalla sua bocca contro il tuo precetto. Dalla Verità, da tuo Figlio, fu proclamato: “Se qualcuno avrà detto a suo fratello: “Sciocco”, sarà soggetto al fuoco della geenna”; sventurata dunque la più lodevole delle vite umane, se la frughi accantonando la misericordia. Ma no, tu non frughi le nostre malefatte con rigore; perciò noi speriamo con fiducia di ottenere un posto accanto a te. Eppure chi aduna innanzi a te i suoi autentici meriti, che altro ti aduna, se non i tuoi doni? Oh, se gli uomini si conoscessero quali uomini, e chi si gloria, si gloriasse nel Signore!

Supplica a Dio per la madre pia
13. 35. Perciò, mio vanto e mia vita, Dio del mio cuore, trascurando per un istante le sue buone opere, di cui a te rendo grazie con gioia, ora ti scongiuro per i peccati di mia madre. Esaudiscimi, in nome di Colui che è medico delle nostre ferite, che fu sospeso al legno della croce, e seduto alla tua destra intercede per noi presso di te. So che fu misericordiosa in ogni suo atto, che rimise di cuore i debiti ai propri debitori: dunque rimetti anche tu a lei i propri debiti, se mai ne contrasse in tanti anni passati dopo ricevuta l’acqua risanatrice; rimettili, Signore, rimettili, t’imploro, non entrare in giudizio contro di lei. La misericordia trionfi sulla giustizia. Le tue parole sono veritiere, e tu hai promesso misericordia ai misericordiosi. Furono tali in grazia tua, e tu avrai misericordia di colui, del quale avesti misericordia, userai misericordia a colui, verso il quale fosti misericordioso.
13. 36. Credo che tu abbia già fatto quanto ti chiedo. Pure, gradisci, Signore, la volontaria offerta della mia bocca. All’approssimarsi del giorno della sua liberazione, mia madre non si preoccupò che il suo corpo venisse composto in vesti suntuose o imbalsamato con aromi, non cercò un monumento eletto, non si curò di avere sepoltura in patria. Non furono queste le disposizioni che ci lasciò. Ci chiese soltanto di far menzione di lei davanti al tuo altare, cui aveva servito infallibilmente ogni giorno, conscia che di là si dispensa la vittima santa, grazie alla quale fu distrutto il documento che era contro di noi, e si trionfò sul nemico che, per quanto conteggi i nostri delitti e cerchi accuse da opporci, nulla trova in Colui, nel quale siamo vittoriosi. A lui chi rifonderà il sangue innocente? chi gli ripagherà il prezzo con cui ci acquistò, per toglierci a lui? Al mistero di questo prezzo del nostro riscatto la tua ancella legò la propria anima col vincolo della fede. Nessuno la strappi alla tua protezione, non si frapponga tra voi né con la forza né con l’astuzia il leone e dragone. Ella non risponderà: “Nulla devo”, per timore di essere confutata e assegnata a un inquisitore scaltro. Risponderà però che i suoi debiti le furono rimessi da Colui, cui nessuno potrà restituire quanto restituì per noi senza nulla dovere.

Richiesta di suffragi per i genitori
13. 37. Sia dunque in pace col suo uomo, prima del quale e dopo il quale non fu sposa d’altri; che servì offrendoti il frutto della sua pazienza per guadagnare anche lui a te. Ispira, Signore mio e Dio mio, ispira i servi tuoi, i fratelli miei, i figli tuoi, i padroni miei, che servo col cuore e la voce e gli scritti, affinché quanti leggono queste parole si ricordino davanti al tuo altare di Monica, tua serva, e di Patrizio, già suo marito, mediante la cui carne mi introducesti in questa vita, non so come. Si ricordino con sentimento pietoso di coloro che in questa luce passeggera furono miei genitori, e miei fratelli sotto di te, nostro Padre, dentro la Chiesa cattolica, nostra madre, e miei concittadini nella Gerusalemme eterna, cui sospira il tuo popolo durante il suo pellegrinaggio dalla partenza al ritorno. Così l’estrema invocazione che mi rivolse mia madre sarà soddisfatta, con le orazioni di molti, più abbondantemente dalle mie confessioni che dalle mie orazioni.
Agostino _ Confessioni Pag. 77 di 133

IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

3 novembre 2017

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO


ELEVAZIONE 5
L’Amore Infinito umanizzato

San Giovanni, volendo farci conoscere Dio, volendo riassumere in una sola parola tutte le grandezze, tutte le bellezze, tutti gli attributi di Dio, ha detto: Dio è Carità! Dio è Amore! E se noi vogliamo descrivere Gesù Cristo, Dio e Uomo, con una sola parola; se vogliamo racchiudere in un solo termine tutto ciò che egli è, tutto ciò che fa e perfino la ragione del suo essere, possiamo dire: Gesù Cristo è il suo cuore, il Sacro Cuore.
La Carità di Dio, l’Amore Infinito, è Dio intero; Dio, ciò che è in se stesso, e anche ciò che fa fuori di sé; Dio con la sua potenza, con la sua bontà, con la sua giustizia e la sua sapienza; Dio che è, Dio che crea, Dio che riscatta, Dio che illumina e che ricompensa. è Dio senza divisioni, senza esclusioni, senza riserve, splendidamente riassunto con una parola: « Dio è Carità ».

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Lectio Divina: Serva

3 novembre 2017

“Eccomi, sono la serva ” (Lc 1, 38)

Il Concilio Vaticano II si riferisce a Maria di Nazareth come alla “Donna nuova” animata da «ardente carità» (Lumen gentìum, n. 61).
Adombrata dallo Spirito Santo (cf. Lc 1, 35), ricolma della sua Presenza d’amore, Maria è la donna dell’amore, del dono di sé, della generosità, della totale disponibilità a Dio e agli uomini. Il mistero di Maria si racchiude tutto nel suo “fiat” al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, nel suo sentirsi “serva”, completamente a disposizione nell’amore del disegno salvifico della Trinità nei riguardi dell’uomo: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38).

Per mezzo dello Spirito Santo l’amore di Dio si è riversato pienamente in Maria (cf. Rm 5, 5), cosi da farne l’opera più bella della creazione, il capolavoro della sua grazia. Per Maria Dio vuole trasmettere il suo amore a tutta l’umanità.
«Dio Padre adunò una massa di tutte le acque, che chiamò mare (in latino maria). Similmente riunì una massa di tutte le grazie che chiamò Maria.
Questo grande Iddio possiede un tesoro o un emporio ricchissimo, dove ha racchiuso tutto quanto vi è di bello, di splendido, di raro e di prezioso, perfino il suo proprio Figlio; e questo tesoro immenso è Maria, che i santi chiamano “Tesoro del Signore”, dalla cui pienezza gli uomini sono arricchiti» (s. L. M. di Montfort, Trattato della vera devozione a Maria, n. 23).

Maria è «il luogo della fecondità sovrabbondante» dell’amore di Dio (H. U. von Balthasar, La percezione della forma, in Gloria, vol. I, p. 311). Chi per impulso dello Spirito Santo vive in questo tempio di carità, sperimenta l’Amore che da la vita, la sua potenza rigeneratrice.
Maria realizza in noi suoi figli il primo e più grande comandamento: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso» (Lc 10, 27). Ci ricorda che solo la carità «non avrà mai fine» (1 Cor 13, 8); che tutto cesserà: virtù, carismi, fede, speranza…, solo l’amore non passerà mai; che l’uomo tanto vale quanto ama Dio e il prossimo, e nulla più.
Dare e ricevere amore è la legge fondamentale dell’esistenza: venuti alla luce per un atto di amore, siamo segnati costituzionalmente dall’amore, non possiamo fare a meno di amare per non contraddire noi stessi e la nostra entità più profonda. L’amore è la struttura portante del nostro essere personale, in quanto fatti su misura divina, creati ad immagine e somiglianza di un Dio che è amore (cf. Gv 4,16).

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Lectio Divina: Grazia

31 ottobre 2017

Risultato immagine per maria, piena di grazia

Ti saluto, o piena di grazia (Lc 1,28)

11 febbraio 1858: presso Massabielle, un anfratto roccioso alla periferia di Lourdes, lungo il fiume Gave, Bemardetta Soubirous, umile ragazza di 14 anni, scorge una “bella Signora”: «Vidi attorno ad una grotta che i rami di un cespuglio si agitavano fortemente come per un forte vento, quando tutto all’intorno regnava la quiete. Contemporaneamente all’interno della cavità rocciosa uscì una nube d’oro luminosa e una bianca Signora, giovane e bella di cui non vidi l’eguale, venne a collocarsi sull’apertura, sopra il cespuglio. Mi guardò. Mi salutò con leggero inchino… Mi sorrideva con molta grazia e m’invitava più vicino. Io continuavo nella mia paura sebbene tanto diversa da quelle solite, tanto che sarei rimasta sempre lì ad ammirarla. Mentre pregavo l’osservavo più che potevo. Aveva l’aspetto di una giovanetta di sedici, diciassette anni. L’abito bianco fino ai piedi e stretto al collo. Il nastro azzurro dei fianchi le scendeva davanti, pure fino ai piedi. Un velo bianco le copriva il capo lasciando apparire pochi capelli e ricadeva dietro le spalle, lungo le braccia quasi fino all’estremità della veste…La Signora, viva e circondata di luce, finito il Rosario mi salutò sorridendo».

La incontrerà per ben 18 volte in quell’anno. Vivrà fino alla morte, che la coglierà a 35 anni, con la nostalgia di rivederne l’indimenticabile volto.
Il 25 marzo la Signora, «più bella che mai», svelerà in dialetto locale il suo nome alla veggente quasi analfabeta: « Io sono l’Immacolata Concezione».
Maria è la «donna vestita di sole» (Ap 12, 1) fulgente di bellezza, l’eccelsa figlia di Sion, l’arca dell’alleanza penetrata da Dio stesso, la «piena di grazia» (Lc 1, 28), lettera stupenda scritta del dito del Dio vivente e consegnata agli uomini (cf. 2 Cor 3,2-3).
«La lettera vivente di Dio che è Maria, comincia con una parola cosi vasta da racchiudere in sé, come un seme, tutta quanta la vita di lei. E la parola grazia. Entrando da lei, l’angelo disse: “Rallegrati piena di grazia”, e di nuovo: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia” (Lc 1,28.30).

L’angelo, nel salutarla, non chiama Maria per nome, ma la chiama semplicemente “piena di grazia” o “ricolmata di grazia” (kecharitomene); non dice: “Rallegrati, Maria”, ma dice: “Rallegrati, piena di grazia”.
Nella grazia è l’identità più profonda di Maria. Maria è colei che è “cara” a Dio (“caro”, come “carità” derivano dalla stessa radice di charis, che significa grazia!)… Maria è cosi la proclamazione vivente, concreta, che all’inizio di tutto, nei rapporti tra Dio e le creature, c’è la grazia. La grazia è il terreno ed il luogo in cui la creatura può incontrare il suo Creatore».(R. Cantalamessa,) La Chiesa chiama la Madonna “tota pulchra” con le parole del Cantico: «Come sei bella, amica mia, come sei bella.
Tutta bella tu sei, amica mia,
iin tè nessuna macchia» (Ct 4,1.7).

Maria è piena del favore divino, della presenza di Dio, il Signore è con lei più che in ogni altra creatura (cf. Lc 1, 28). Dio non le ha dato solo il suo favore, ma tutto se stesso nel proprio Figlio.
Ella risplende di quella bellezza che chiamiamo santità. Per la grazia divina, incontaminata che la ricolma, la santa Vergine si pone al di sopra di tutte le creature angeliche e terrestri. Dalla Chiesa latina è invocata col titolo di ” Immacolata”, da quella ortodossa col titolo di “Tutta santa” (Panaghia), per esprimere in lei l’assenza di ogni peccato anche di quello originale e in positivo per sottolineare nella sua persona la presenza di tutte le virtù in uno splendore straordinario.
Preservata da ogni macchia di peccato, rimane in eterno specchio terso della bellezza di Dio. Maria è«più giovane del peccato, più giovane della razza da cui è uscita» (G. Bemanos, Diario di un curato di campagna). Per questo la sua è una bellezza perenne, straordinaria, sconosciuta al mondo, assolutamente nuova.

Con la sua presenza di grazia si pone come immagine di novità, punto di riferimento e insieme segno di contraddizione per questi tempi confusi, pazzescamente assetati di bellezza e cosi stranamente contrassegnati dai risvolti negativi del peccato. La nostra epoca vuole bellezza, la persegue forsennatamente in tutte le maniere e… a ragione. L’uomo è fatto da Dio per la bellezza: si tratta di un’esigenza radicata nella sua natura. Ma per quale bellezza? Bellezza superficiale, apparente; o bellezza interiore, profonda? «Ai nostri giorni la cura del corpo non è più in vista di una fruizione estetica, come nell’antica Grecia, o di un piacere riservato a pochi, come nell’antica Roma. E diventato un fenomeno di massa.

Che cosa non si fa oggi per il benessere del corpo! Si può parlare addirittura di una sorta di ossessione per il corpo. Cammino per le strade e mi sento guardare da grandi manifesti e pubblicità mirate che mi promettono lo “star bene”; nelle farmacie, prodotti di ogni tipo per migliorare il tono, il rendimento, per ridare giovinezza; nelle edicole, riviste specializzate per la salute, la buona forma, la linea, lafitness. In continuo aumento il numero di palestre, di beauty center, sale e “oasi” per il relax e la meditazione profonda; nei negozi sportivi, accessori per jogging, tute ultimissime modello, costosi completi per i più diversi esercizi ginnici. Perché tutto ciò fa bene» (C. M. Martini).

Eppure, per paradosso, mai come nella nostra epoca che esalta fino al parossismo la corporeità, si è giunti ad una degradazione così umiliante del corpo stesso!
«Per quanto moltitudini di contemporanei si preoccupino ossessivamente della propria salute, finiscono per disprezzare di fatto la dignità ed il valore del corpo: tacitano le sue esigenze con meschini piaceri a pagamento ed eliminano le sue sofferenze attraverso calmanti e droghe disponibili su scala industriale. L’alternativa pare una sola: o ci si asservisce al corpo, sprofondando nell’ingordigia più grossolana, o lo si considera nemico al momento del dolore. La relazione dell’uomo con il suo corpo è andata via via disumanizzandosi, e la smania pianificatrice della nostra epoca sembra dare ragione alla boutade di Paul Valery: “Si direbbe che l’intelligenza sia la facoltà dell’anima meno capace di comprendere il corpo” » (G. Torello, Dalle mura di Gerico).

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

30 ottobre 2017

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO


ELEVAZIONE 4
La Carità di Dio

“Radicati e fondati nella carità siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità…”

“Radicati e fondati nella carità siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità…”

La Carità di Dio, immensa, infinita, non poteva essere misurata dall’occhio umano, dallo sguardo dell’anima. Allora l’EssereAmore ha in qualche modo condensato questa Carità e, nel Cuore del Verbo Incarnato, l’ha resa visibile.

Gli esseri creati hanno potuto vedere in questo Cuore creato, ma degno d’adorazione e divino, l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’Amore Infinito.

Ampiezza: è Dio che abbraccia la moltitudine degli esseri. Non c’è una sola creatura che l’Amore Infinito non stringa fra le sue braccia; nessuna che egli non abbia voluta, guardata, amata; nessuna che non abbia dotata e provvista di tutto ciò che costituisce la sua forma e la sua esistenza.

Anzitutto l’angelo, creatura pura, spirito immateriale, fiamma di fuoco vivo. L’uomo, che unisce in sé l’anima immortale, intelligente, ragionevole, libera alla forma materiale di un corpo di carne; creatura ammirevole, che avvolge, con un velo passibile e mortale, un’anima spirituale, luce creata, vivificata dalla vita di Dio.

Poi l’animale, che cresce e si moltiplica sotto la benedizione di Dio ed è guidato con sicurezza dall’istinto verso il suo fine. L’albero delle foreste che avverte ad ogni primavera una linfa di vita salire nel suo tronco secolare, ed effondersi in verdi gemme; l’erba dei campi, che ondeggia sotto il vento, e fiorisce per la gloria del suo Creatore. Più in basso, i corpi inerti, che ricevono dal Principio divino la loro forma e il loro splendore.

Lunghezza: è la durata senza limite di questo Amore. Un giorno, le creature hanno iniziato a ricevere l’amore di Dio, e fu il giorno della creazione; ma, in Dio, l’amore per le creature non ha avuto inizio. Portava la loro idea in se stesso dall’eternità. Le amava, quindi, ben prima d’averle create. Le ha amate da quando le ha concepite nel suo pensiero. Ma le ha concepite un giorno? O non ha portato il loro ideale in se stesso fin da quando è stato Dio? E quando ha cominciato ad essere Dio?… Dall’eternità, senza inizio, l’Amore Infinito ha dunque avvolto le sue creature… Smetterà un giorno di amarle? Mai! L’amore in Dio è immutabile e senza vicissitudini. Ciò che ha amato una volta, lo ama sempre, e se qualche volta colpisce e sembra distruggere, è sempre l’amore che lo guida. Ha amato dall’eternità. Amerà fino all’eternità.

Lunghezza. Chi misurerà la lunghezza di questo Amore Infinito? Chi gli darà un inizio e un limite?… Lunghezza!… Ha sempre amato, amerà sempre, in eterno!

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AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro nono DA MILANO A OSTIA

30 ottobre 2017

A Ostia, durante il ritorno in Africa (Prima Parte)
Educazione di Monica

8. 17. Tu, che fai abitare in una casa i cuori unanimi, associasti alla nostra comitiva anche Evodio, un giovane nativo del nostro stesso municipio. Agente nell’amministrazione imperiale, si era rivolto a te prima di noi, aveva ricevuto il battesimo e quindi abbandonato il servizio del secolo per porsi al tuo. Stavamo sempre insieme e avevamo fatto il santo proposito di abitare insieme anche per l’avvenire. In cerca anzi di un luogo ove meglio operare servendoti, prendemmo congiuntamente la via del ritorno verso l’Africa. Senonché presso Ostia Tiberina mia madre morì. Tralascio molti avvenimenti per la molta fretta che mi pervade. Accogli la mia confessione e i miei ringraziamenti, Dio mio, per innumerevoli fatti, che pure taccio. Ma non tralascerò i pensieri che partorisce la mia anima al ricordo di quella tua serva, che mi partorì con la carne a questa vita temporale e col cuore alla vita eterna. Non discorrerò per questo di doni suoi, ma di doni tuoi a lei, che non si era fatta da sé sola, né da sé sola educata. Tu la creasti senza che neppure il padre e la madre sapessero quale figlia avrebbero avuto; e l’ammaestrò nel tuo timore la verga del tuo Cristo, ossia la disciplina del tuo Unigenito, in una casa di credenti, membro sano della tua Chiesa. Più che le premure della madre per la sua educazione, ella soleva esaltare quelle di una fantesca decrepita, che aveva portato suo padre in fasce sul dorso, ove le fanciulle appena grandicelle usano portare i piccini. Questo precedente, insieme all’età avanzata e alla condotta irreprensibile, le avevano guadagnato non poco rispetto da parte dei padroni in quella casa cristiana. Quindi le fu affidata l’educazione delle figliuole dei padroni, cui attendeva diligentemente, energica nel punire all’occorrenza con ben ispirata severità e piena di buon senso nell’ammaestrare. Ad esempio, fuori delle ore in cui pasteggiavano a tavola, molto parcamente, con i genitori, non le lasciava bere nemmeno l’acqua, anche se fossero riarse dalla sete. Mirava così a prevenire una brutta abitudine e aggiungeva con saggia parola: “Ora bevete acqua, perché non disponete di vino; ma una volta sposate e divenute padrone di dispense e cantine, l’acqua vi parrà insipida, ma il vezzo di bere s’imporrà”. Con questo genere di precetti e con autorità di comando teneva a freno l’ingordigia di un’età ancora tenera e uniformava la stessa sete delle fanciulle alla regola della modestia, fino a rendere per loro nemmeno gradevole ciò che non era onorevole.

Monica corretta dal vizio di bere
8. 18. Tuttavia si era insinuato in mia madre, secondo che a me, suo figlio, la tua serva raccontava, si era insinuato il gusto del vino. Quando i genitori, che la credevano una fanciulla sobria, la mandavano ad attingere il vino secondo l’usanza, essa, affondato il boccale dall’apertura superiore della tina, prima di versare il liquido puro nel fiaschetto, ne sorbiva un poco a fior di labbra. Di più non riusciva senza provarne disgusto, poiché non vi era spinta minimamente dalla golosità del vino, bensì da una smania indefinibile, propria dell’età esuberante, che esplode in qualche gherminella e che solo la mano pesante degli anziani reprime di solito negli animi dei fanciulli. Così, aggiungendo ogni giorno un piccolo sorso al primo, come è vero che a trascurare le piccole cose si finisce col cadere, sprofondò in quel vezzo al punto che ormai tracannava avidamente coppette quasi colme di vino puro. Dov’era finita la sagace vecchierella, con i suoi energici divieti? Ma quale rimedio poteva darsi contro una malattia occulta, se non la vigile presenza su di noi della tua medicina, Signore? Assenti il padre, la madre, le nutrici, tu eri presente, il Creatore, che ci chiami, che pure attraverso le gerarchie umane operi qualche bene per la salute delle anime. In quel caso come operasti, Dio mio? donde traesti il rimedio, donde la salute? Non ricavasti da un’altra anima un duro e acuminato insulto, che come ferro guaritore uscito dalle tue riserve occulte troncò la cancrena con un colpo solo? L’ancella che accompagnava abitualmente mia madre alla tina, durante il litigio, come avviene, a tu per tu con la piccola padrona, le rinfacciò il suo vizio, chiamandola con l’epiteto davvero offensivo di beona. Fu per la fanciulla una frustata. Riconobbe l’orrore della propria consuetudine, la riprovò sull’istante e se ne spogliò. Come gli amici corrompono con le adulazioni, così i nemici per lo più correggono con le offese, e tu non li ripaghi dell’opera che compi per mezzo loro, ma dell’intenzione che ebbero per conto loro. La fantesca nella sua ira desiderò esasperare la piccola padrona, non guarirla, e agì mentre erano sole perché si trovavano sole dove e quando scoppiò il litigio, oppure perché non voleva rischiare di scapitarne anch’essa per aver tardato tanto a rivelare il fatto. Ma tu, Signore, reggitore di ogni cosa in cielo e in terra, che volgi ai tuoi fini le acque profonde del torrente, il torbido ma ordinato flusso dei secoli, mediante l’insania stessa di un’anima ne risanasti un’altra. La considerazione di questo episodio induca chiunque a non attribuire al proprio potere il ravvedimento provocato dalle sue parole in un estraneo che vuole far ravvedere.

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Lectio Divina: Ha Creduto

29 ottobre 2017

Risultato immagine per beata colei che ha creduto

“Beata colei che ha creduto” (Lc 1,45)

II Trattato della vera devozione a Maria di San Luigi Maria di Montfort con le sue circa 300 edizioni in 30 lingue, va annoverato tra i libri più universalmente conosciuti e amati del cattolicesimo contemporaneo; ha plasmato nella fede e nell’amore a Cristo generazioni di cristiani, ha forgiato apostoli del regno di Cristo, tra cui Karol Woityla l’operaio polacco della fabbrica di Solvay famoso per aver sporcato di soda quel libretto a forza di rileggerlo e sfogliarlo.

L’illustre autore francese, riassumendo nella parte finale il contenuto dell’opera, ricorda che l’espressione della più vera devozione alla Madre di Dio consiste nel «compiere le proprie azioni “con Maria”. Bisogna cioè levare gli occhi a Maria come al modello di ogni virtù e perfezione, plasmato espressamente dallo Spirito Santo perché le nostre deboli forze potessero imitarlo. In ogni azione, dunque, occorre chiedersi quale sia stato o quale sarebbe l’atteggiamento di Maria nelle nostre stesse circostanze. A tal fine bisogna studiare e meditare le grandi virtù da lei esercitate nel corso della vita terrena.

Fra tutte queste virtù spicca in modo particolare la “fede viva” per cui credette senza esitare alla parola dell’Angelo e credette fedelmente e costantemente fino ai piedi della croce sul Calvario».
Maria di Nazareth è grande agli occhi di Dio e delle generazioni cristiane prima e sopra ogni altra cosa per la sua fede (cf. Lc 1,48).

La cugina Elisabetta risponde al saluto di Maria venuta a farle visita dopo l’annuncio dell’angelo, riconoscendo e proclamando per impulso dello Spirito Santo la verità su quell’umile vergine: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,45). Maria è entrata nel mistero di Cristo perché ha creduto, si è totalmente abbandonata alla volontà di Dio, si è fidata di Lui perdutamente: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38).
«Probabilmente sono le parole più belle della Scrittura. È certamente cosa temeraria pretendere di captare e portare alla luce la carica di profondità contenuta in esse.

“Sono la serva”. La serva non ha diritti. I diritti della serva sono posti nelle mani del suo Signore. Alla serva non tocca prendere iniziative, bensì accettare le decisioni del Signore. Sono una “povera di Dio”. Sono la creatura più povera della terra, e quindi la creatura più libera del mondo. Non ho una volontà mia. La volontà del mio Signore è la mia volontà e la volontà di tutti voi è la mia volontà; sono la serva di tutti: in che posso servirvi? Sono la Signora del mondo, perché sono la serva del mondo.

“Avvenga di me”: anche grammaticalmente, Maria usa la forma passiva. Con questa dichiarazione la Madre si offre in possesso libero e disponibile. E dimostra, in tale modo, una tremenda fiducia, un abbandono audace e temerario nelle mani del Padre, accettando tutti i rischi, sottomettendosi a tutti gli eventi e congiunture che il futuro potrà arrecare.

Nel fiat! è racchiuso molto… vi palpitano una consacrazione universale, un donarsi senza riserve e senza limiti, un accettare con le braccia levate in alto qualsiasi evento, anche inaspettato, voluto o permesso dal Padre».
Risposta generosa.
Abbandono audace.
Obbedienza della fede.

Ecco le qualità essenziali della «benedetta fra le donne» (Lc 1, 42), della «serva del Signore» (Lc 1,38) interamente soggetta alla divina volontà, «più felice di ricevere la fede di Cristo che di concepire la carne di Cristo» (San Agostino).
«A Dio che rivela è dovuta “l’obbedienza della fede” (Rm 16, 26; cf. Rm 1, 5; 2 Cor 10, 5-6), per la quale l’uomo si abbandona a Dio tutto intero liberamente”, come insegna il Concilio. Questa descrizione della fede trovò una perfetta attuazione in Maria. Il momento “decisivo” fu l’annunciazione, e le stesse parole di Elisabetta: “E beata colei che ha creduto” si riferiscono in primo luogo proprio a questo momento.

Nell’annunciazione, infatti, Maria si è abbandonata a Dio completamente, manifestando “l’obbedienza della fede” a colui che le parlava mediante il suo messaggero e prestando “il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà”. Ha risposto, dunque, con tutto il suo “io” umano, femminile, ed in tale risposta di fede erano contenute una perfetta cooperazione con “la grazia di Dio che previene e soccorre” e una perfetta disponibilità all’azione dello Spirito Santo, il quale “perfeziona continuamente la fede mediante i suoi doni”.

Questo fìat di Maria – “avvenga di me” – ha deciso dal lato umano il compimento del mistero divino. C’è una piena consonanza con le parole del Figlio, che secondo la Lettera agli Ebrei, entrando nel mondo, dice al Padre: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato… Ecco, io vengo… per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10, 5-7)» (Giovanni Paolo II, enc. Redemptoris Mater).

In Maria la fede non è rimasta una nozione, una cognizione superficiale, un’adesione di facciata; è divenuta invece obbedienza fattiva, estrema concretezza. La vergine di Nazareth si è giocata completamente per Dio, si è affidata perdutamente alla divina Parola, si è trasformata in offerta viva alla volontà del Padre. Dio le ha chiesto tutto, letteralmente tutto: mente, cuore, forze, intelligenza, volontà, vita; e la schiava del Signore nell’obbedienza della fede, nella disponibilità dell’abbandono, si è consegnata in pienezza al disegno dell’Altissimo, ha dato assolutamente tutto e senza possibilità di ritorno.

Fortunata Maria, la donna del sì incondizionato a Dio!
Ma pure «beati noi, perché lei ha creduto!» (K. Rahner) La vita, la luce, la grazia ci è venuta per la sua adesione fiduciosa alla volontà del Padre di ogni bene.
Felici noi se con Maria ci lasciamo coinvolgere nel vortice dell’obbedienza della fede!. Se non mettiamo limiti alle divine comunicazioni e non sottraiamo nulla alle esigenze di un amore puro, generoso, santo.

L’uomo è creato da Dio per amore proprio per entrare in intimo rapporto con Lui. La relazione con Dio non è qualcosa che si aggiunge dall’esterno all’essere-uomo, è invece la proprietà costitutiva della sua natura.
Ora, se la caratteristica essenziale dell’uomo sta nella sua relazione con Dio sul piano dell’essere, per realizzarsi pienamente egli deve vivere e sviluppare tale rapporto anche sul piano dell’esistere.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

28 ottobre 2017

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO

Risultato immagine per Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

ELEVAZIONE 3
Duplice movimento dell’Amore Infinito

Dio è Amore. Questo Amore, che è la sua essenza, fa, nello stesso tempo, sia l’Unità della natura che la Trinità delle persone. Questo Amore Infinito, vivente e vivificante, vivente in sé e per se stesso e vivificante fuori di sé, non tende soltanto per natura propria alla comunicazione, ma è, per l’intensità della sua vita e della sua immortale fecondità, la comunicazione stessa.
L’Amore Infinito, poiché è vivente e fecondo, è un movimento. Questo movimento si compie in Dio stesso per la comunicazione delle tre persone. è come una circolazione ininterrotta che va dal Padre al Figlio e allo Spirito. E’ un unico movimento vitale, così rapido e intenso che al primo sguardo sembrerebbe immobilità. Questo movimento d’amore si compie anche fuori dell’intimità di Dio. L’opera più perfetta uscita da questo movimento d’amore è l’umanità di Gesù.

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AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro nono DA MILANO A OSTIA

28 ottobre 2017

Risultato immagine per Sant'agostino

A Cassiciaco, dopo la conversione (seconda parte)

Lettura dei salmi
4. 8. Quali grida, Dio mio, non lanciai verso di te leggendo i salmi di Davide, questi canti di fede, gemiti di pietà contrastanti con ogni sentimento d’orgoglio! Novizio ancora al tuo genuino amore, catecumeno ozioso in villa col catecumeno Alipio e la madre stretta al nostro fianco, muliebre nell’aspetto, virile nella fede, vegliarda nella pacatezza, materna nell’amore, cristiana nella pietà, quali grida non lanciavo verso di te leggendo quei salmi, quale fuoco d’amore per te non ne attingevo! Ardevo del desiderio di recitarli, se potessi, al mondo intero per abbattere l’orgoglio del genere umano. Ma lo sono, cantati nel mondo intero, e nessuno si sottrae al tuo calore. Come era violento e aspro di dolore il mio sdegno contro i manichei, che tosto si mutava in pietà per la loro ignoranza dei nostri misteri, dei nostri rimedi, per il loro pazzo furore contro un antidoto che avrebbe potuto salvarli! Avrei voluto averli vicini da qualche parte in quel momento, e che a mia insaputa osservassero il mio volto, udissero le mie grida mentre nella quiete di quelle giornate leggevo il salmo quarto, e percepissero l’effetto che producevano in me le sue parole: Ti invocai e mi esaudisti, Dio della mia giustizia; nell’angustia mi apristi un varco. Abbi pietà di me, Signore, esaudisci la mia preghiera; ma che udissero a mia insaputa, altrimenti avrebbero potuto intendere come dette per loro le parole che intercalavo a quelle del salmo. Invece davvero non le avrei dette, o le avrei dette diversamente, se avessi sentite su me le loro orecchie e i loro occhi; o, se dette, non le avrebbero intese quali le dicevo a me e fra me innanzi a te, espressione dell’intimo sentimento della mia anima.

Riflessioni sul Salmo quattro
4. 9. Rabbrividii di paura e insieme ribollii di speranza e giubilo nella tua misericordia, Padre; e tutti questi sentimenti si esprimevano attraverso i miei occhi e la mia voce alle parole che il tuo spirito buono dice rivolto a noi: “Figli degli uomini, fino a quando avrete i cuori gravati? Sì, perché amate la vanità e cercate la menzogna?”. Io avevo amato appunto la vanità e cercato la menzogna, mentre tu, Signore, avevi già esaltato il tuo Santo, risuscitandolo dai morti e collocandolo alla tua destra, affinché inviasse dal cielo chi aveva promesso, il Paracleto, spirito di verità. L’aveva già inviato, ma io lo ignoravo. L’aveva già inviato, per essere già stato esaltato risorgendo dai morti e ascendendo al cielo. Prima lo Spirito non era stato ancora dato, perché Gesù non era stato ancora glorificato. Grida il profeta: “Fino a quando avrete i cuori gravati? Sì, perché amate la vanità e cercate la menzogna? Sappiate che il Signore ha esaltato il suo Santo”; grida: “Fino a quando”, grida: “Sappiate”, e io per tanto tempo, ignaro, amai la vanità e recai la menzogna. Perciò un brivido mi corse tutto all’udirlo. Ricordavo di essere stato simile a coloro, cui sono rivolte queste parole; gli inganni che avevo preso per verità, erano vanità e menzogna. Perciò feci risuonare a lungo, profonde e forti, le mie grida nel dolore del ricordo. Oh, se le avessero udite coloro che amano tuttora la vanità e cercano la menzogna! Forse ne sarebbero rimasti turbati e l’avrebbero rigettata; tu li avresti esauditi, quando avessero levato il loro grido verso di te, poiché morì per noi della vera morte della carne Chi intercede per noi presso di te.
4. 10. Al leggere: “Adiratevi e non peccate”, quanto mi turbavo, Dio mio! Avevo ormai imparato ad adirarmi contro me stesso dei miei trascorsi per non peccare in avvenire, e con giusta ira, perché in me non peccava per mezzo mio una natura estranea, della razza delle tenebre, secondo le asserzioni di coloro che, non adirandosi contro se stessi, accumulano un patrimonio d’ira per il giorno dell’ira e della proclamazione del tuo giusto giudizio. Il mio bene non era più fuori di me, né lo cercavo più in questo sole con gli occhi della carne. Quanti pretendono di avere gioia fuori di sé, facilmente si disperdono, riversandosi sulle cose visibili e temporali e lambendo la loro apparenza con immaginazione famelica. Oh se, spossati dal digiuno, chiedessero: “Chi ci mostrerà il bene?”. Rispondiamo loro, e ci ascoltino: “In noi è impresso il lume del tuo volto, Signore”. Non siamo noi il lume che illumina ogni uomo, ma siamo illuminati da te per renderci, da tenebre che fummo un tempo, luce in te. Oh se vedessero nel loro interno l’eterno, che io, per averlo gustato, fremevo di non poter mostrare a loro; se mi portassero il cuore, che hanno negli occhi, quindi fuori di loro, lontano da te, e chiedessero: “Chi ci mostrerà il bene?”. Là infatti, ove avevo concepito l’ira contro me stesso, dentro, nella mia stanza segreta, ove ero stato punto dalla contrizione, ove avevo immolato in sacrificio la parte vecchia di me stesso e fidando in te avevo iniziato la meditazione del mio rinnovamento, là mi avevi fatto sentire dapprima la tua dolcezza e avevi messo la gioia nel mio cuore. Gridavo, leggendo esteriormente queste parole e comprendendole interiormente, né volevo moltiplicarmi nei beni terreni, divorando il tempo e divorato dal tempo, mentre avevo nell’eterna semplicità un diverso frumento e vino e olio.
4. 11. Il verso seguente strappava un alto grido dal mio cuore: Oh, nella pace, oh, nell’Essere stesso…: oh, quali parole:… mi addormenterò e prenderò sonno! Chi potrà mai resisterci, quando si attuerà la parola che fu scritta: La morte è stata assorbita nella vittoria? Tu sei veramente quell’Essere stesso, che non muti; in te è il riposo oblioso di tutti gli affanni, poiché nessun altro è con te né si devono cogliere le altre molteplici cose che non sono ciò che tu sei; ma tu, Signore, mi hai stabilito, unificandomi nella speranza. Leggevo e ardevo e non trovavo modo di agire con quei morti sordi, al cui novero ero appartenuto anch’io, pestifero, aspro e cieco nel latrare contro le tue Scritture dolci del dolce miele celeste, e del lume tuo luminose. Mi consumavo, pensando ai nemici di tanto scritto.

Improvvisa guarigione d’un male ai denti
4. 12. Quando ricorderò tutti gli avvenimenti di quei giorni di vacanza? Non li ho però dimenticati, né tacerò la durezza del tuo flagello e la mirabile prestezza della tua misericordia. Mi torturavi allora con un male ai denti. Quando si aggravò tanto che non riuscivo a parlare, mi sorse in cuore il pensiero d’invitare tutti i miei là presenti a scongiurarti per me, Dio d’ogni salvezza. Lo scrissi sopra una tavoletta di cera, che consegnai loro perché leggessero, e appena piegammo le ginocchia in una supplica ardente, il dolore scomparve. Ma quale dolore? o come scomparve? Ne fui spaventato, lo confesso, Signore mio e Dio mio, perché non mi era mai capitato nulla di simile da quando ero venuto al mondo. S’insinuarono così nel profondo del mio essere i tuoi ammonimenti, e giulivo nella fede lodai il tuo nome. Quella fede tuttavia non mi permetteva di essere tranquillo riguardo ai miei peccati anteriori, perché non mi erano stati ancora rimessi mediante il tuo battesimo.

Dimissioni dall’insegnamento
5. 13. Al termine delle vacanze vendemmiali avvertii i milanesi di provvedersi un altro spacciatore di parole per i loro studenti, poiché io avevo scelto di passare al tuo servizio e non ero più in grado di esercitare quella professione per la difficoltà di respirare e il male di petto. Con una lettera informai il tuo vescovo, il santo Ambrogio, dei miei errori passati e della mia intenzione presente, chiedendogli consiglio sui tuoi libri che più mi conveniva di leggere per meglio prepararmi e dispormi a ricevere tanta grazia. Mi prescrisse la lettura del profeta Isaia, credo perché fra tutti è quello che preannunzia più chiaramente il Vangelo e la chiamata dei gentili. Trovandolo però incomprensibile all’inizio e supponendo che fosse tutto così, ne rinviai la lettura, per riprenderla quando fossi addestrato meglio nel linguaggio del Signore.

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Lectio Divina: Il Discepolo

27 ottobre 2017

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«Il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19,27)

«I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: “Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte”. E i soldati fecero proprio cosi. Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a Lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre! “. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: “Ho sete”. Vi era là un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: “Tutto è compiuto!”. E, chinato il capo, spirò» (Gv 19, 25-30).

L’evangelista prima di focalizzare l’attenzione sulla madre di Gesù e “il discepolo che egli amava” in una scena dagli accenti solenni e commoventi, descrive la divisione delle vesti di Cristo e il sorteggio della sua tunica da parte dei quattro soldati che l’avevano crocifisso. Una piccola particella greca (mén=mentre) posta alla fine del brano che vede per protagonisti i soldati (cf. Gv 19,24), di solito trascurata dai traduttori, fa capire che la scena della tunica e quella successiva della madre sono contemporanee.

Mentre la morte si avvicina, dall’alto della croce Gesù sta per pronunciare parole importanti, decisive, le ultime: come un testamento solenne per l’umanità, il tesoro più grande della sua vita. Il Figlio di Dio non è preoccupato per sé, non è concentrato sui suoi dolori; gli atroci tormenti della passione e crocifissione non lo rinchiudono in se stesso. Sta per offrirsi in sacrificio per tutti (cf. Lc 22, 19-20), non può non pensare alla moltitudine di coloro che sperano in Lui (cf. Mc 14, 24).

Nella prima delle sue parole dà agli uomini la grande promessa del perdono (cf. Lc 23, 34), nella seconda spalanca le porte del regno dei cieli ad un malfattore appeso come Lui al patibolo (cf. Lc 23, 43), quasi a garantire che nessuno è escluso dall’abbraccio d’amore che sprigiona dalla potenza della sua croce.

Gesù non può spirare senza aver adempiuto fino in fondo la volontà del Padre, senza che prima «tutto» sia compiuto (Gv 19, 30). Deve ancora fare il regalo più bello all’umanità. Nudo sulla croce, staccato da tutto, appeso fra il cielo e la terra, non possiede più nulla se non una madre, sua madre Maria, e si appresta a donarcela come il bene più prezioso e caro. Preparata dall’eterna sapienza del Padre per donare al Figlio unigenito il corpo di carne per opera dello Spirito Santo, ora, secondo il disegno d’amore del Padre, Maria viene offerta a noi come madre sulla croce dal Figlio nello Spirito, per prolungare sull’umanità redenta la stessa materna e premurosa sollecitudine che riversava nella pienezza dei tempi sul frutto del suo grembo.

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Lectio Divina: Date loro

25 ottobre 2017

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«Date loro voi stessi da mangiare» (Mt 14,16)

Queste parole di Gesù ai suoi discepoli nell’imminenza del grande miracolo della moltiplicazione dei pani per la gente stanca e sfinita, possono essere considerate a ragione, come un annuncio profetico circa la loro futura missione. Saranno “loro” a saziare le folle affamate e assetate di Dio donando «il pane vivo, disceso dal cielo» (Gv 6, 51) per tutte le generazioni, sino alla fine dei tempi. La promessa diverrà realtà nel cenacolo di Gerusalemme, in quella sera carica di mistero nell’imminenza della passione: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22, 19). Lì, nel sacerdozio degli apostoli, è nato anche ognuno di noi quale sacerdote della nuova ed eterna Alleanza (cf. Sal 86, 6).

L’umanità non può far senza Gesù. Ha fame e sete ardente di Lui. Al sacerdote chiede Cristo e da lui ha diritto di attenderselo perché è stato costituito appunto per donarlo attraverso l’annuncio della Parola, ma soprattutto mediante la transustanziazione del pane e del vino.

«Il mistero eucaristico, nel quale è annunciata e celebrata la morte e risurrezione di Cristo in attesa della sua venuta, è il cuore della vita ecclesiale. Per noi esso ha, poi, un significato tutto speciale: sta infatti al centro del nostro ministero. Quest’ultimo non si limita certo alla celebrazione eucaristica, implicando un servizio che va dall’annuncio della Parola, alla santificazione degli uomini attraverso i Sacramenti, alla guida del popolo di Dio nella comunione e nel servizio. Ma l’Eucaristia è il punto da cui tutto si irradia e a cui tutto conduce. Il nostro sacerdozio è nato nel Cenacolo insieme con essa.

“Fate questo in memoria di me” (Lc 22. 19): le parole di Cristo, pur dirette a tutta la Chiesa, sono affidate come un compito specifico a coloro che continueranno il ministero dei primi apostoli. È ad essi che Gesù consegna l’atto appena compiuto di trasformare il pane nel suo Corpo e il vino nel suo Sangue, l’atto in cui egli si esprime come Sacerdote e Vittima. Cristo vuole che d’ora in poi questo suo atto diventi sacramentalmente anche atto della Chiesa per le mani dei sacerdoti. Dicendo “fate questo” indica non soltanto l’atto, ma anche il soggetto chiamato ad agire, istituisce cioè il sacerdozio ministeriale, che diviene cosi uno fra gli elementi costitutivi della Chiesa stessa.

Tale atto dovrà essere compiuto “in sua memoria”: l’indicazione è importante. L’atto eucaristico celebrato dai sacerdoti renderà presente in ogni generazione cristiana, in ogni angolo della terra, l’opera compiuta da Cristo.

Dovunque sarà celebrata l’Eucaristia, lì, in modo incruento, si renderà presente il sacrificio cruento del Calvario, li sarà presente Cristo stesso, Redentore del mondo. “Fate questo in memoria di me”… Non semplice ricordo, ma “memoriale” attualizzante; non richiamo simbolico al passato, ma presenza viva del Signore in mezzo ai suoi» (Giovanni Paolo II, Lettera ai sacerdoti, 23.III.2000, va.10-11.12). Quello che il sacerdote ha nei confronti del corpo eucaristico di Cristo, cuore pulsante della Chiesa, «è un misterioso, formidabile potere…

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Lectio Divina: Io Sono

24 ottobre 2017

«Io sono il pane della vita» (Gv 6,48)

II Concilio Vaticano II insegna che l’Eucaristia è «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (Lumen gentìum, n.11).

«È il cuore e il culmine della vita della Chiesa» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1407). È chiamata il Santissimo Sacramento, il «Sacramento dei sacramenti» in quanto si pone come il fine specifico di tutti gli altri (San Tommaso d’Aquino, La somma teologica. III, 65, 3) e perché in essa «è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua» (Presbyterorum ordinis, N. 5).

Giovanni Paolo II fin dagli inizi del suo pontificato ha costantemente ribadito la verità della centralità dell’Eucaristia nella vita della Chiesa: «Non possiamo, neanche per un attimo, dimenticare che l’Eucaristia è un bene peculiare di tutta la Chiesa. È il dono più grande che, nell’ordine della grazia e del Sacramento, il divino Sposo abbia offerto e offra incessantemente alla sua Sposa. E proprio perché si tratta di un tale dono, dobbiamo tutti, in spirito di profonda fede, lasciarci guidare dal senso di una responsabilità veramente cristiana. Un dono ci obbliga sempre più profondamente perché ci parla non tanto con la forza di uno stretto diritto, quanto con la forza dell’affidamento personale, e così – senza obblighi legali – esige fiducia e gratitudine. L’Eucaristia è proprio tale dono, è tale bene. Dobbiamo rimanere fedeli nei particolari a ciò che essa esprime in sé e a ciò che a noi chiede, cioè il rendimento di grazie» (Lettera Dominicae Cenae).

Ringraziare significa mostrarsi felici del dono ricevuto, accorgersi che è espressione di un amore particolare, riconoscerne la grandezza, la bellezza, la preziosità. Il ringraziamento sgorga tanto più vivido, pieno e sincero quanto più in profondità si comprendono i motivi che hanno ispirato il regalo.

Dono, accoglimento, gratitudine, ri-conoscenza, appello alla consapevolezza. Non è scontato penetrare negli abissi del mistero. Perché allora l’Eucaristia? Perché Cristo si offre a noi come cibo e bevanda? Perché ha ingiunto agli apostoli di “fare l’Eucaristia in memoria di Lui”? È proprio così importante ripetere i suoi gesti e le sue parole, celebrare il “memoriale” della sua vita, morte, risurrezione e intercessione presso il Padre?
Non bastava il semplice ricordo di Lui e di ciò che ha fatto?
Perché la Chiesa fin dagli albori è sempre rimasta fedele al comando del Signore Gesù? Gli Atti degli Apostoli testificano che i membri della primitiva comunità di Gerusalemme «erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere… Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità dì cuore» (At 2,42.46).

«Soprattutto “il primo giorno della settimana”, cioè la domenica, il giorno della Risurrezione di Gesù, i cristiani si riunivano “per spezzare il pane” (At 20, 7). Da quei tempi la celebrazione dell’Eucaristia si è perpetuata fino ai nostri giorni, così che oggi la ritroviamo ovunque nella Chiesa, con la stessa struttura fondamentale. Essa rimane il centro della vita della Chiesa» (Catechismo della Chiesa Cattolica, IL 1343).

Perché tutto questo? Perché il dono del pane dal cielo? Semplicemente perché possiamo vivere: vivere spiritualmente, vivere dentro, vivere in grazia, vivere in santità. Lasciamo la parola al santo cappuccino di Pietrelcina che nel periodo di soggiorno a Venafro si cibò solo di Eucaristia. Egli diceva: «Come potrei vivere senza accostarmi a ricevere Gesù per una sola mattina? Ho talmente fame e sete prima di riceverlo, che quasi vengo a mancare».

Ad una figlia spirituale scriveva: «La santa Eucaristia è il massimo dei miracoli; è il segno ultimo e più grande dell’amore di Gesù per noi ed egli tutto questo l’ha operato per darci una vita piena, abbondante, perfetta. Questo è ciò che ci va dando ogni giorno più ancora nella santa Comunione. Conserviamo perciò con maggior gelosia il prezioso deposito della vera fede in questo sacramento, riconosciamo con senso di gratitudine sempre maggiore l’immenso beneficio della bontà di Dio, amiamo con maggiore trasporto questo Dio d’amore, compiamo con maggiore diligenza tutte le opere sante per piacere a questo Dio fatto uomo, per goderne il frutto qui in terra ed ottenerne più ricca la ricompensa nei cieli» (Padre Pio, Dolcissimo Iddio, 41 lettere inedite alla diletta figlia spirituale, pp, 89-90).

Spesso ripeteva: «è più facile che il mondo si regga senza sole che senza la Messa» (N. Castello – A. Negrisolo, il beato Padre Pio, Miracolo eucaristico, p. 28). L’Eucaristia non sempre è aspettata, vivamente desiderata, ben preparata, ringraziata, ricordata, assimilata, vissuta. Perciò non fruttifica in noi che parzialmente. Convinciamoci dunque dell’assoluta necessarietà di Cristo, il Pane di vita, per vivere una vita cristiana generosa e convinta, per assurgere alla perfezione della carità.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

24 ottobre 2017

PARTE QUARTA

ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO

ELEVAZIONE 2
Amore di Dio per l’uomo e dell’uomo per Dio,  Dio è Amore.

Ama dall’eternità, e fino all’eternità.

Mentre l’Amore Infinito opera in se stesso, compiacendosi del meraviglioso flusso che va dal Padre al Figlio, e dal Padre e dal Figlio allo Spirito in questa ineffabile comunicazione che le tre persone divine si fanno del medesimo Amore, che è la loro essenza e il loro essere , questo stesso Amore agisce ancora fuori di sé; ed essendo l’azione propria dell’Amore amare, ama ogni creatura, ogni opera sorta dalla sua parola potente, tutto ciò che è stato, tutto ciò che è, tutto ciò che sarà.

Dio ama. è di questo che si occupa nel possesso sovrano del suo Essere, e nella pace serena della sua gloria immortale. Ama. la sua vita, la sua azione, il suo piacere, il suo alimento e il suo riposo infinitamente dolce. Ama. Vuole amare, e amare ancora. Il suo Amore è lui stesso, e se cessasse di amare, cesserebbe immediatamente di essere Dio.

Dio è Amore. Effonde amore senza misura. Lo versa con inesauribile abbondanza sull’intera creazione. Nulla sfugge a questo diluvio divino che vuole tutto inghiottire.

Dio ama. Ma vuol essere amato: l’Amore ha bisogno di reciprocità. Se nel seno stesso della divinità il Padre, il Verbo e lo Spirito si corrispondono così perfettamente che si amano del medesimo amore che è loro essere e loro essenza, allo stesso modo l’Amore Infinito vuole incontrare, fuori di sé, una reciprocità, certo relativa e proporzionata alle ‘debolezze della creatura, ma reale.

Dio effonde torrenti d’amore sulla creatura: a sua volta, la creatura deve amare. Dio ha posto in ciascuno, nella creazione, un principio d’amore, non tuttavia allo stesso grado e nella stessa forma.

Quindi, giustamente e necessariamente, ogni creatura ama secondo la sua natura e la volontà del suo Creatore. Ha ricevuto tutto da Dio, e deve rendergli tutto; ciò che essa è, è tutto merito di Dio, e deve impegnare tutta se stessa per Dio.

Questo primo amore, necessario alla creatura, conosce come due movimenti. Il primo, un moto di restituzione: la creatura offre qualcosa a Dio, gli restituisce. Il secondo è un moto di sottomissione: la creatura compie la volontà del suo Creatore.

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Lectio Divina:Il cibo che perisce

23 ottobre 2017

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«Procuratevi non il cibo che perisce» (Gv 6, 27)

Dopo essersene partito definitivamente dalla casa di suo padre e aver sperperato tutto quello che possedeva, il figlio più giovane della parabola evangelica, ripensando a tutta la sua vicenda, solo davanti alla propria coscienza confessava amaramente: «Io qui muoio di fame» (Lc 15, 17). Quante volte anche noi dopo aver cercato e gustato le tante e all’apparenza appaganti “delizie” che la terra offre ai suoi inquilini, ci siamo ritrovati delusi, insoddisfatti, vuoti, ancora affamati e assetati. Ma perché?

Ci sono in noi una fame e una sete molto profonde che niente e nessuno può saziare. La nostra è brama oltre la materia, al di là di tutte le cose terrene che possiamo vedere, toccare e possedere. è sete ardente di verità, di amore, di bene.

Finché non avremo raggiunto la plenitudine per la quale siamo fatti e a cui inevitabilmente tendiamo, ci sentiremo sempre mancanti, quindi non pienamente felici. Si ha fame quando al nostro stomaco, al nostro vivere, manca qualcosa. Ma sempre noi avremo dei vuoti, più o meno profondi e tormentosi, finché Dio non verrà a farci il pieno, come soltanto Lui può fare. «I ricchi impoveriscono e hanno fame, ma chi cerca il Signore non manca di nulla» (Sal 33, 11). Lo spirito dell’uomo è plasmato su dimensioni divine, infinite (cf. Gen 1, 26. 27). Solo l’Infinito, l’Eterno, l’Immenso lo può colmare. Il mistero dell’uomo reclama il mistero di Dio: «Un abisso chiama l’abisso» (Sal 42,8).

«Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù e la tua sapienza incalcolabile. E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato che si porta attorno il suo destino mortale… Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per tè e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te» (San Agostino).

Anche i Salmi cantano questa verità: «O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua» (Sal 62,2). «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a tè, o Dio. l’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente» (Sal 41,2-3). «Solo in Dio riposa l’anima mia, da Lui la mia speranza» (Sal 61,6).

Che lo sappiamo o meno, che ne abbiamo vivida coscienza o no, tutti abbiamo fame, fame di infinito, fame di Dio.

Perché mendicare un po’ ovunque briciole inconsistenti quando Dio stesso ci offre il suo pane nutriente, sostanzioso, abbondante? Lui l’ha provveduto, per noi. Senza questo cibo resteremo sempre affamati, vuoti, insignificanti, delusi dentro.

Palliativi alla fame profonda dell’uomo ce ne sono molti, “manne del deserto” offerte a buon mercato per la risoluzione di tutti i problemi, altrettanto. Ma non potranno mai soddisfare le esigenze del cuore, cambiare il corso della vita e annullare l’incedere della morte. «I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti» (Gv 6,49).

Il Padre celeste, il nostro creatore, colui che ci ha fatti e plasmati e conosce perfettamente le nostre brame, colui al quale totalmente apparteniamo ci «dà il pane dal cielo, quello vero» (Gv 6, 32), «perché chi ne mangia non muoia» (Gv 6, 50).

Ma cos’è questo pane di Dio preparato per noi, donato alla nostra fame? Non è una cosa, è una persona, è Persona divina, è l’unigenito Figlio di Dio, è il Signore Gesù: «II pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv 6, 33).

Il mondo attende Gesù, aspetta Lui, nessun altro può dargli la vita (cf. Gv 1, 4.16).

Non potremmo cercarlo e incontrarlo se Lui stesso non si fosse fatto dono per noi, se Lui prima di ogni nostro movimento non si fosse messo sulle nostre tracce. L’Eucaristia è Cristo che si regala a noi; che si offre nel segno di un amore infinito venendo incontro alle nostre esigenze più profonde; che si fa piccolo e umile, nascondendo non solo la divinità ma pure la sua umanità, perché noi non prendiamo timore della sua grandezza; che si fa cibo per servirci e dirci la sua totale disponibilità ad essere assimilato e a trasformarci in ciò che Lui è. «II discepolo che Gesù amava apre il suo racconto dell’ultima Cena e della Passione con queste parole tanto commoventi: “Prima della festa di Pasqua, sapendo giunta l’ora sua di passare da questo mondo al Padre, poiché egli aveva amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (cf. Gv 13, 1). E da tali parole risulta immediatamente chiaro che il sacramento e il sacrificio dell’Eucaristia, istituiti da Gesù nell’ultima Cena, sono, al pari della sua Passione e della sua Risurrezione, che essi perpetuano sino alla fine dei tempi, l’incarnazione perfetta ed ineffabile del suo amore per noi. Dico “incarnazione” piuttosto che espressione, perché in questo Sacramento divino l’amore infinito di Dio continua ad essere incarnato, a dimorare tra noi nella sua sostanza corporea nascosta sotto le specie del pane e del vino.

Gesù ha manifestato spesso il suo desiderio di condividere con noi il mistero della sua vita divina. Ha detto di essere venuto perché avessimo la vita e l’avessimo più abbondantemente (cf. Gv 10, 10). È venuto a gettare quella sua vita di amore come un fuoco sulla terra, e bramava di vederlo acceso… La sua carità infinita, imprigionata nel suo sacro Cuore, anelava di erompere da quel suo carcere e comunicarsi a tutto il genere umano, perché, come Dio, Egli è bontà sostanziale, e natura specifica del bene è proprio quella di essere “diffiusivum sui”.

Ecco perché la Chiesa, nella sua liturgia, continua ad applicare a Cristo nella santissima Eucaristia le parole che Gesù disse agli afflitti del suo tempo (cf. Mt 11, 28). Perché nell’Eucaristia il Cristo dell’ultima Cena spezza ancora il pane con i suoi discepoli, lava ancora i loro piedi mostrando cosi che se egli non si umilia e non serve ad essi, non potranno aver parte con lui (cf. Gv 13, 8)» (T. Merton, Speme).

Se vogliamo vivere divinamente è di Cristo che ci dobbiamo nutrire. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me» (Gv 6, 56-57).

L’Eucaristia è il divino alimento per noi uomini poveri, indigenti, bisognosi, vuoti di tutto. Gesù dice ad ognuno: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi» (Mt 11, 28). Vuole tutti al suo banchetto «poveri, storpi, ciechi e zoppi» (Lc 14, 21) per guarire le loro piaghe, per sanare le loro febbri, per mondarli della sua vita divina e rinnovarli. «Prendete e mangiate… Bevetene tutti » (Mt 26, 26. 27).

Chi di noi non si sente povero, in certe circostanze terribilmente povero e solo, a dispetto di tutto quello che possiede e di tutte le persone che lo circondano?

Chi di noi non si ritrova confuso constatando la propria persistente precarietà, la fragilità dei suoi propositi di bene e l’insicurezza generata dalle ferite del peccato? Chi di noi non ha mai avvertito il vuoto della propria inettitudine, la sua cecità morale, l’incapacità ad uscire dal carcere delle proprie negative inclinazioni? Chi di noi non sente l’imperioso bisogno di pienezza, di bellezza, di felicità, di festa? Occorre volgersi al Signore per davvero, smettendo di correre dietro alle illusorie promesse del mondo.

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Agostino d’ Ippona, Confessioni: Libro Nono, da Milano a Ostia

23 ottobre 2017

 

A Cassiciaco, dopo la conversione
Ringraziamento a Dio salvatore
1. 1. O Signore, io sono servo tuo, io sono servo tuo e sono figlio dell’ancella tua. Poiché hai spezzato i miei lacci, ti offrirò in sacrificio di lode una vittima. Ti lodi il mio cuore, la mia lingua; tutte le mie ossa dicano: “Signore, chi simile a te?”. Così dicano, e tu rispondimi, di’ all’anima mia: “La salvezza tua io sono”. Io chi ero mai, com’ero? Quale malizia non ebbero i miei atti, o, se non gli atti, i miei detti, o, se non i detti, la mia volontà? Ma tu, Signore, sei buono e misericordioso; con la tua mano esplorando la profondità della mia morte, hai ripulito dal fondo l’abisso di corruzione del mio cuore. Ciò avvenne quando non volli più ciò che volevo io, ma volli ciò che volevi tu. Dov’era il mio libero arbitrio durante una serie così lunga di anni? da quale profonda e cupa segreta fu estratto all’istante, affinché io sottoponessi il collo al tuo giogo lieve e le spalle al tuo fardello leggero, o Cristo Gesù, mio soccorritore e mio redentore? Come a un tratto divenne dolce per me la privazione delle dolcezze frivole! Prima temevo di rimanerne privo, ora godevo di privarmene. Tu, vera, suprema dolcezza, le espellevi da me, e una volta espulse entravi al loro posto, più soave di ogni voluttà, ma non per la carne e il sangue; più chiaro di ogni luce, ma più riposto di ogni segreto; più elevato di ogni onore, ma non per chi cerca in sé la propria elevazione. Il mio animo era libero ormai dagli assilli mordaci dell’ambizione, del denaro, della sozzura e del prurito rognoso delle passioni, e parlavo, parlavo con te, mia gloria e ricchezza e salute, Signore Dio mio.

Attesa delle vacanze
2. 2. Decisi davanti ai tuoi occhi di non troncare clamorosamente, ma di ritirare pianamente l’attività della mia lingua dal mercato delle ciance. Non volevo che mai più i fanciulli cercassero, anziché la tua legge e la tua pace, i fallaci furori e gli scontri forensi comprando dalla mia bocca le armi alla loro ira. Per una fortunata coincidenza mancavano ormai pochissimi giorni alle vacanze vendemmiali. Perciò decisi di pazientare quel poco. Mi sarei poi congedato come sempre, ma, da te riscattato, non sarei ritornato più a vendermi. Questo il nostro piano, noto a te, ignoto invece agli uomini, eccetto gli amici intimi. Si era convenuto fra noi di non parlarne in giro ad alcuno, sebbene durante la nostra ascesa dalla valle del pianto, mentre cantavamo il cantico dei gradini, ci avessi dato frecce acuminate e carboni devastatori per difenderci dalle lingue perfide, che sotto veste di consigliere contraddicono e sotto veste d’amiche divorano, come si fa col cibo.
2. 3. Ci avevi bersagliato il cuore con le frecce del tuo amore, portavamo le tue parole conficcate nelle viscere, e gli esempi dei tuoi servi, che da oscuri avevi reso splendidi, da morti vivi, ammassati nel seno della nostra meditazione erano fuoco che divorava il profondo torpore, per impedirci di piegare verso il basso. Tanto ne eravamo infiammati, che tutti i soffi contrari delle lingue perfide avrebbero rinfocolato, non estinto l’incendio. Tuttavia nel tuo nome, che hai reso sacro su tutta la terra, qualcuno avrebbe anche esaltato comunque il nostro voto e il nostro proposito; quindi ci sembrava che la nostra sarebbe stata piuttosto un’ostentazione, se, invece di attendere l’epoca delle vacanze così prossime, ci fossimo ritirati in anticipo da una professione pubblica, posta sotto gli occhi di tutti. Avrei richiamato sul mio gesto lo sguardo dell’intera città, rifiutandomi di aspettare il giorno vicino delle vacanze, e molte sarebbero state le chiacchiere, quasi avessi cercato di riuscire importante. A che pro, dunque, suscitare congetture e discussioni sui miei sentimenti, oltraggi al nostro bene?

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Lectio Divina: La Parola

22 ottobre 2017

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«Dunque la fede viene dall’ascolto e l’ascolto viene dalla parola di Cristo» (Rm 10,17). Se Dio è invisibile, l’uomo può udirne la parola e la rivelazione di Dio avviene mediante eventi e parole intimamente connessi. La fede nasce dall’ascolto in quanto l’ascolto è l’inizio di un cammino quotidiano in cui si interiorizza la Parola. Essa ha una sua carica intrinseca è salvifica e capace di risanare l’uomo. La parola è come il seme produce frutti differenti a seconda della qualità del terreno in cui cade. Quindi diventa importante come la si ascolta, per accoglierla e assimilarla, interiorizzarla, in modo che diventi la regola ispiratrice ed è questo il modo attraverso il quale Gesù cresce dentro di noi.

Il punto di partenza è quindi la lettura e la Bibbia è parola ispirata e non solo perché fu scritta nel passato sotto l’azione dello Spirito Santo, ma anche perché nel presente, si rivela come libro capace di comunicare e rivelare le verità nascoste. Scegliendola, si sceglie la vita.

La lectio divina consiste nella lettura riflessiva, colta e personale della sacra Scrittura in spirito di preghiera e di fede con cui si vuole assimilare la Parola di Dio. È una lettura fatta in prima persona che trascina il cuore nell’incontro con il Signore e dunque, non può essere una lettura svagata, ma bensì attenta, atta ad interpretare fedelmente il contenuto e non con una interpretazione accomodante, adatta ai nostri gusti. L’intento vero è scoprirne l’autentico contenuto spirituale, per cogliere il nutrimento della vita dell’anima.

La lectio divina va vista anche come un itinerario di formazione cristiana ed esistenziale in quanto si entra nelle profondità del Signore che, inevitabilmente, porta al coinvolgimento esistenziale da parte di coloro che si accostano alla Parola viva. In sintesi, nella lectio divina si tratta di stabilire un rapporto personale con la Parola di Dio quando, attraverso la preghiera, lo Spirito del Signore apre al vero significato della Scrittura.
La sacra Scrittura deve essere recepita come la lettera di Dio all’uomo in cui si realizza il dialogo tra creatore e creatura, per recepirne il contenuto è necessario l’ascolto del cuore, per poter discernere il percorso.
La lectio divina costituisce un cammino verso una forte esperienza di fede, di ascolto e di conversione nel costante dinamismo verso la contemplazione per poter scorgere le illuminazioni della Parola che si rivolge proprio a te, per la tua vita, per la società e per la tua salvezza.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

21 ottobre 2017

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO
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ELEVAZIONE 1
Gli abissi dell’Amore Infinito

O sacerdote, privilegiato dell’Amore Infinito, vieni a contemplare gli abissi della Carità di Dio e, se puoi, sondane la profondità. Ecco per primo un abisso immenso, così vasto che nessuno sguardo creato può abbracciarlo: è l’Amore creatore. L’Amore Infinito aveva sentito il bisogno di espandersi fuor di se stesso, e aveva deciso la creazione dell’uomo per potersi riversare in lui. E, come una giovane madre prepara con amore e con le sue mani la culla del bambino che sta per mettere al mondo e si sforza di renderla non solo comoda, ma anche graziosa e lieta; così Dio, che doveva essere insieme padre e madre, preparò con amore la culla dell’uomo, l’universo. Si compiacque di ornarlo e arricchirlo di tutto ciò che poteva concorrere all’utilità, al bene e alla gioia della sua creatura amata.

Qualche volta Dio si fermava, e guardava ciò che aveva già fatto. Vedeva che non mancava nulla, e che tutto era buono. Infine, quando il grande edificio dell’universo fu pronto a ricevere l’ospite regale per cui era stato costruito, Dio creò l’uomo, e fu là che l’Amore Infinito si compiacque. Nella comunione della Santa Trinità l’uomo fu formato e il soffio divino, lo Spirito di Dio, l’Amore, gli diede vita, la vita naturale del corpo e la vita soprannaturale dell’anima, una vita perfetta, pura, la vita come Dio l’intendeva per l’uomo.

Contempla ora il secondo abisso. L’uomo aveva peccato. Aveva trasgredito l’ordine di Dio e, creatura ribelle, doveva essere punito. La Santità infinita reclamava i suoi diritti. La Giustizia stava per annientare questo essere che aveva risposto alla generosità dell’Amore creatore soltanto con la disobbedienza e l’orgoglio. Ma l’Amore, l’Amore mediatore, ponendosi in mezzo tra l’uomo peccatore e Dio oltraggiato, scavò un abisso profondo, e la Giustizia non poteva più raggiungere l’uomo per punirlo.

Durante lunghi secoli, questo Amore mediatore preservò la creatura peccatrice dai colpi della giustizia di Dio. Guidò il cammino dei patriarchi, e si rivelò a loro; parlò per mezzo dei profeti; conservò l’autentica idea di Dio nel popolo eletto; lavorò per preparare l’umanità intera all’opera della Redenzione…

Un terzo abisso d’Amore ti si mostra ora, così profondo, vasto e incomprensibile che soltanto un incomprensibile Amore potrebbe spiegarlo: l’Amore redentore.

Il Verbo si era incarnato. Aveva visitato la terra. Aveva svelato all’uomo i misteri nascosti della salvezza. Aveva offerto tutto il suo sangue, e in questo bagno l’umanità colpevole era stata lavata. Tutta la vita di Gesù, ogni sua immolazione era là. L’Amoresacerdote aveva offerto l’Amorevittima: il mondo era riscattato, la Giustizia di Dio disarmata. La riconciliazione definitiva tra Creatore e creatura era avvenuta. Gesù era morto per darci la vita; risorto, aveva terminato di costruire la Chiesa; ora, risaliva al Padre…

Un altro abisso di amore si apre davanti a te: l’Amore che illumina. Lo Spirito Santo, Spirito di Dio, Amore sostanziale del Padre e del Figlio, è sceso sulla Chiesa per fecondarla, come in precedenza aveva fecondato il seno verginale di Maria. La Chiesa ha generato molti figli, e lo Spirito continua a illuminarla. I misteri sono rivelati più chiaramente; gli uomini, infiammati dall’Amore, servono Dio come egli vuol essere servito, in spirito e verità. La parola degli apostoli, il sangue dei martiri, gli insegnamenti dei dottori, dei decreti dei concili, queste lampade vive che sono i santi vengono, al momento desiderato, suscitati dall’Amore che illumina, per completare lo splendido diadema della Sposa di Cristo…

Guarda, ora, un quinto abisso dell’Amore. I tempi sono compiuti.

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Agostino d’ Ippona, Confessioni: Libro Ottavo, la Conversione

16 ottobre 2017

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Esortazione della Continenza

  1. 27. Ma la sua voce era ormai debolissima. Dalla parte ove avevo rivolto il viso, pur temendo a passarvi, mi si svelava la casta maestà della Continenza, limpida, sorridente senza lascivia, invitante con verecondia a raggiungerla senza esitare, protese le pie mani verso di me per ricevermi e stringermi, ricolme di una frotta di buoni esempi: fanciulli e fanciulle in gran numero, moltitudini di giovani e gente d’ogni età, e vedove gravi e vergini canute. E in tutte queste anime la continenza, dico, non era affatto sterile, bensì madre feconda di figli: i gaudi ottenuti dallo sposo, da te, Signore. Con un sorriso sulle labbra, che era di derisione e incoraggiamento insieme, sembrava dire: “Non potrai fare anche tu ciò che fecero questi giovani, queste donne? E gli uni e le altre ne hanno il potere in se medesimi o nel Signore Dio loro? Il Signore Dio loro mi diede ad essi. Perché ti reggi, e non ti reggi, su di te? Gèttati in lui senza timore. Non si tirerà indietro per farti cadere. Gèttati tranquillo, egli ti accoglierà e ti guarirà”. Io arrossivo troppo, udendo ancora i sussurri delle frivolezze; ero sospeso nell’esitazione, mentre la Continenza riprendeva, quasi, a parlare: “Chiudi le orecchie al richiamo della tua carne immonda sulla terra per mortificarla. Le voluttà che ti descrive sono difformi dalla legge del Signore Dio tuo “. Questa disputa avveniva nel mio cuore, era di me stesso contro me stesso solo. Alipio, immobile al mio fianco, attendeva in silenzio l’esito della mia insolita agitazione.

Colloquio con Dio

  1. 28. Quando dal più segreto fondo della mia anima l’alta meditazione ebbe tratto e ammassato tutta la mia miseria davanti agli occhi del mio cuore, scoppiò una tempesta ingente, grondante un’ingente pioggia di lacrime. Per scaricarla tutta con i suoi strepiti mi alzai e mi allontanai da Alipio, parendomi la solitudine più propizia al travaglio del pianto, quanto bastava perché anche la sua presenza non potesse pesarmi. In questo stato mi trovavo allora, ed egli se ne avvide, perché, penso, mi era sfuggita qualche parola, ove risuonava ormai gravida di pianto la mia voce; e in questo stato mi alzai. Egli dunque rimase ove ci eravamo seduti, immerso nel più grande stupore. Io mi gettai disteso, non so come, sotto una pianta di fico e diedi libero corso alle lacrime. Dilagarono i fiumi dei miei occhi, sacrificio gradevole per te, e ti parlai a lungo, se non in questi termini, in questo senso: “E tu, Signore, fino a quando?. Fino a quando, Signore, sarai irritato fino alla fine? Dimentica le nostre passate iniquità “. Sentendomene ancora trattenuto, lanciavo grida disperate: “Per quanto tempo, per quanto tempo il “domani e domani”? Perché non subito, perché non in quest’ora la fine della mia vergogna?”.

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Agostino d’ Ippona, Confessioni: Libro Ottavo, la Conversione

9 ottobre 2017

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In giardino
Agostino e Alipio in giardino
8. 19. Allora, nel mezzo della grande rissa che si svolgeva dentro alla mia casa e che avevo scatenato energicamente contro la mia anima nella nostra stanza più segreta, nel mio cuore, sconvolto il viso quanto la mente, mi precipito da Alipio esclamando: “Cosa facciamo? cosa significa ciò? cosa hai udito? Alcuni indotti si alzano e rapiscono il cielo, mentre noi con tutta la nostra dottrina insensata, ecco dove ci avvoltoliamo, nella carne e nel sangue. O forse, poiché ci precedettero, abbiamo vergogna a seguirli e non abbiamo vergogna a non seguirli almeno?”. Dissi, penso, qualcosa del genere, poi la mia tempesta interiore mi strappò da lui, che mi mirava attonito, in silenzio. Certo le mie parole erano insolite, ma più ancora delle parole che pronunciavo, esprimevano i miei sentimenti la fronte, le guance, gli occhi, il colore della pelle, il tono della voce. Annesso alla nostra abitazione era un modesto giardinetto, che usavamo come il resto della casa, poiché il nostro ospite, padrone della casa, non l’abitava. Là mi sospinse il tumulto del cuore. Nessuno avrebbe potuto arrestarvi il focoso litigio che avevo ingaggiato con me stesso e di cui tu conoscevi l’esito, io no. Io insanivo soltanto, per rinsavire, e morivo, per vivere, consapevole del male che ero e inconsapevole del bene che presto sarei stato. Mi ritirai dunque nel giardino, e Alipio dietro, passo per passo. In verità mi sentivo ancora solo, malgrado la sua presenza, e poi, come avrebbe potuto abbandonarmi in quelle condizioni? Sedemmo il più lontano possibile dall’edificio. Io fremevo nello spirito, sdegnato del più torbido sdegno perché non andavo verso la tua volontà e la tua alleanza, Dio mio, verso le quali tutte le mie ossa gridavano che si doveva andare, esaltandole con lodi fino al cielo. E là non si andava con navi o carrozze o passi, nemmeno i pochi con cui ero andato dalla casa al luogo ov’eravamo seduti. L’andare, non solo, ma pure arrivare colà non era altro che il volere di andare, però un volere vigoroso e totale, non i rigiri e sussulti di una volontà mezzo ferita nella lotta di una parte di sé che si alzava, contro l’altra che cadeva.
8. 20. Nelle tempeste dell’esitazione facevo con la persona molti dei gesti che gli uomini talvolta vogliono, ma non valgono a fare, o perché mancano delle membra necessarie, o perché queste sono avvinte da legami, inerti per malattia o comunque impedite. Mi strappai cioè i capelli, mi percossi la fronte, strinsi le ginocchia fra le dita incrociate, così facendo perché lo volevo. Avrei potuto volere e non fare, se le membra non mi avessero ubbidito per impossibilità di muoversi. E mentre feci molti gesti, per i quali volere non equivaleva a potere, non facevo il gesto che mi attraeva d’un desiderio incomparabilmente più vivo e che all’istante, appena voluto, avrei potuto, perché all’istante, appena voluto, l’avrei certo voluto. Lì possibilità e volontà si equivalevano, il solo volere era già fare. Eppure non se ne faceva nulla: il corpo ubbidiva al più tenue volere dell’anima, muovendo a comando le membra, più facilmente di quanto l’anima non ubbidisse a se stessa per attuare nella sua volontà una sua grande volontà.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

8 ottobre 2017

PARTE TERZA
L’AMORE DEL VERBO INCARNATO PER 1 SUOI SACERDOTI

CAPITOLO VI
Amore di Cristo per i suoi sacerdoti oggi

Un così grande numero di doni d’amore non ha esaurito il cuore infinitamente amante di Cristo. All’aurora di questo ventesimo secolo è così ardente, così tenero nei confronti del sacerdozio come al tempo in cui personalmente formava i suoi sacerdoti e, dopo averli educati con la sua parola e con l’esempio, li inviava in missione. Dall’alto del trono della gloria, dal buio dei suoi tabernacoli solitari e troppo abbandonati, Cristo ha visto gli uomini, traviati da un soffio d’indipendenza, spezzare il giogo benefico della legge e uscire dalla retta via. Ha visto le onde del male avventarsi sulle anime. Ha visto l’idolatria della materia, il culto della ragione umana rimpiazzare nell’uomo la fede nell’Essere creatore, la coscienza del proprio nulla e la speranza nel suo destino immortale.

Ha visto l’egoismo freddo e i suoi calcoli indegni divorare, come un cancro, il cuore dell’uomo, creato per un amore infinito e per gli slanci del dono di sé. Ha visto lo scetticismo, la negazione di ogni azione soprannaturale, l’avidità dell’oro e gli avvilimenti dell’impurità agire come solventi potenti su tutte le società umane, e, spezzando ogni legame, disgregare e distruggere la famiglia, la fraternità sociale e l’omogeneità delle nazioni.

Ha visto il mondo vacillare sulle sue fondamenta e, mosso da una immensa pietà per quest’umanità riscattata dal suo sangue, per questa umanità ingrata che si distoglie da lui, si è chinato verso i suoi sacerdoti e ha detto loro: Venite a me, miei fedeli, miei prediletti; venite ad aiutarmi a riconquistare le anime! Ecco che, nuovamente, io vi mando per ammaestrare le nazioni: offrite loro la salvezza con la verità delle vostre parole e con la luce del vostro esempio.

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Agostino d’ Ippona, Confessioni: Libro Ottavo, la Conversione

3 ottobre 2017

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I due racconti di Ponticiano
Condizioni di Agostino, Alipio e Nebridio
6. 13. Ebbene, ora narrerò come tu mi abbia liberato dalla catena del desiderio dell’unione carnale, che mi teneva legato così strettamente, e dalla schiavitù degli affari secolari. Confesserò il tuo nome, Signore, mio soccorritore e mio redentore. Svolgevo la solita attività, ma con ansia crescente. Ogni giorno sospiravo verso di te e nel tempo esente dal peso degli affari, sotto cui gemevo, frequentavo la tua chiesa. Con me era Alipio, che, libero dagli impegni di legale dopo essere stato assessore a tre riprese, stava aspettando qualcuno, cui vendere ancora pareri come io vendevo l’arte del dire, se pure la si può fornire con l’insegnamento. Quanto a Nebridio, cedendo alle sollecitazioni di noi amici, era divenuto assistente di Verecondo, un maestro di scuola, cittadino milanese, intimo di noi tutti. Verecondo desiderava vivamente, e ce ne richiese in nome dell’amicizia, di avere dal nostro gruppo quell’aiuto fedele, di cui troppo mancava. Nebridio perciò non vi fu attratto dalla brama dei vantaggi, che, se soltanto voleva, poteva ricavare più abbondanti dalla sua cultura letteraria, bensì, da amico soavissimo e arrendevolissimo qual era, per obbligazione di affetto non volle respingere la nostra richiesta. Disimpegnò l’incarico evitando con molta saggezza di farsi notare dai grandi di questo mondo, così scansando ogni inquietudine interiore che poteva venirgli da quella parte. Voleva conservare lo spirito libero da occupazioni quante più ore poteva, per attendere a qualche ricerca, fare qualche lettura o sentir parlare della sapienza.

La meravigliosa vita di Antonio nel racconto di Ponticiano
6. 14. Un certo giorno ecco viene a trovarci, Alipio e me, né ricordo per quale motivo era assente Nebridio, un certo Ponticiano, nostro compatriota in quanto africano, che ricopriva una carica cospicua a palazzo. Ignoro cosa volesse da noi. Ci sedemmo per conversare e casualmente notò sopra un tavolo da gioco che ci stava davanti un libro. Lo prese, l’aprì e con sua grande meraviglia vi trovò le lettere dell’apostolo Paolo, mentre aveva immaginato fosse una delle opere che mi consumavo a spiegare in scuola. Allora mi guardò sorridendo e si congratulò con me, dicendosi sorpreso di aver improvvisamente scoperto davanti ai miei occhi quel testo e quello solo. Dirò che era cristiano e battezzato; spesso si prosternava in chiesa davanti a te, Dio nostro, pregandoti con insistenza e a lungo. Io gli spiegai che riservavo la massima attenzione a quegli scritti, e così si avviò il discorso. Ci raccontò la storia di Antonio, un monaco egiziano, il cui nome brillava in chiara luce fra i tuoi servi, mentre per noi fino ad allora era oscuro. Quando se ne avvide, si dilungò nel racconto, istruendoci sopra un personaggio tanto ragguardevole a noi ignoto e manifestando la sua meraviglia, appunto, per la nostra ignoranza. Anche noi eravamo stupefatti all’udire le tue meraviglie potentemente attestate in epoca così recente, quasi ai nostri giorni, e operate nella vera fede della Chiesa cattolica. Tutti eravamo meravigliati: noi, per quanto erano grandi, lui per non essere giunte al nostro orecchio.

Un’avventura di Ponticiano e tre suoi amici
6. 15. Di qui il suo discorso si spostò sulle greggi dei monaci, sulla loro vita, che t’invia soavi profumi, e sulla solitudine feconda dell’eremo, di cui noi nulla conoscevamo. A Milano stessa fuori dalle mura della città esisteva un monastero popolato da buoni fratelli con la pastura di Ambrogio senza che noi lo sapessimo. Ponticiano infervorandosi continuò a parlare per un pezzo, e noi ad ascoltarlo in fervido silenzio. Così venne a dire che un giorno, non so quando ma certamente a Treviri, mentre l’imperatore era trattenuto dallo spettacolo pomeridiano nel circo, egli era uscito a passeggiare con tre suoi camerati nei giardini contigui alle mura della città. Lì, mentre camminavano accoppiati a caso, lui con uno degli amici per proprio conto e gli altri due ugualmente per proprio conto, si persero di vista. Ma questi ultimi, vagando, entrarono in una capanna abitata da alcuni tuoi servitori poveri di spirito, di quelli cui appartiene il regno dei cieli, e vi trovarono un libro ov’era scritta la vita di Antonio. Uno dei due cominciò a leggerla e ne restò ammirato, infuocato. Durante la lettura si formò in lui il pensiero di abbracciare quella vita e abbandonare il servizio del secolo per votarsi al tuo. Erano in verità di quei funzionari, che chiamano agenti amministrativi. Improvvisamente pervaso di amore santo e di onesta vergogna, adirato contro se stesso, guardò fisso l’amico e gli chiese: “Dimmi, di grazia, quale risultato ci ripromettiamo da tutti i sacrifici che stiamo compiendo? Cosa cerchiamo, a quale scopo prestiamo servizio? Potremo sperare di più, a palazzo, dal rango di amici dell’imperatore? E anche una simile condizione non è del tutto instabile e irta di pericoli? E quanti pericoli non bisogna attraversare per giungere a un pericolo maggiore? E quando avverrà che ci arriviamo? Invece amico di Dio, se voglio, ecco, lo divento subito “. Parlava e nel delirio del parto di una nuova vita tornò con gli occhi sulle pagine. A mano a mano che leggeva un mutamento avveniva nel suo intimo, ove tu vedevi, e la sua mente si svestiva del mondo, come presto apparve. Nel leggere, in quel rimescolarsi dei flutti del suo cuore, a un tratto ebbe un fremito, riconobbe la soluzione migliore e risolse per quella. Ormai tuo, disse all’amico suo: “Io ormai ho rotto con quelle nostre ambizioni. Ho deciso di servire Dio, e questo da quest’ora. Comincerò in questo luogo. Se a te rincresce d’imitarmi, tralascia d’ostacolarmi”. L’altro rispose che lo seguiva per condividere con lui l’alta ricompensa di così alto servizio. Ormai tuoi entrambi, cominciavano la costruzione della torre, pagando il prezzo adeguato, e cioè l’abbandono di tutti i propri beni per essere tuoi seguaci. In quella Ponticiano e l’amico che con lui passeggiava in altre parti del giardino, mentre li cercavano giunsero là essi pure, li trovarono e li esortarono a rientrare, visto che il giorno era ormai calato. Ma i due palesarono la decisione presa e il proposito fatto, nonché il modo com’era sorta e si era radicata in loro quella volontà. Conclusero pregando di non molestarli, qualora rifiutassero di unirsi a loro. I nuovi venuti persistettero nella vita di prima, ma tuttavia piansero su di sé, come diceva Ponticiano, mentre con gli amici si felicitarono piamente e si raccomandarono alle loro preghiere, per poi tornare a palazzo strisciando il cuore in terra, mentre essi rimasero nella capanna fissando il cuore in cielo. Entrambi erano fidanzati; quando le spose seppero l’accaduto, consacrarono anch’esse la loro verginità a te.

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Agostino d’Ippona , Confessioni: Libro Ottavo, La Conversione

28 settembre 2017

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L’esultanza per il bene faticosamente raggiunto
3. 6. Dio buono, cosa avviene nell’uomo, che per la salvezza di un’anima insperatamente liberata da grave pericolo prova gioia maggiore che se avesse sempre conservato la speranza, o minore fosse stato il pericolo? Invero anche tu, Padre misericordioso, gioisci maggiormente per un solo pentito che per novantanove giusti, i quali non hanno bisogno di penitenza; e noi proviamo grande gioia all’udire ogni volta che udiamo quanto esulta il pastore nel riportare sulle spalle la pecora errabonda, e come la dracma sia riposta nei tuoi tesori fra le congratulazioni dei vicini alla donna che l’ha ritrovata; e ci fa piangere di gioia la festa della tua casa, ogni volta che nella tua casa leggiamo del figlio minore che era morto ed è tornato in vita, era perduto e fu ritrovato. Tu gioisci in noi e nei tuoi angeli santificati da un santo amore, perché sei sempre il medesimo, e le cose che non esistono sempre né sempre nel medesimo modo tu nel medesimo modo le conosci sempre tutte.
3. 7. Cosa avviene dunque nell’anima, per cui gode maggiormente di trovare o riavere quanto ha caro, che se lo avesse sempre conservato? Lo conferma la testimonianza di molte altre circostanze, ogni luogo è pieno di testimoni che proclamano: “È così”. Trionfa il generale vittorioso, che non avrebbe vinto senza aver combattuto: e quanto maggiore fu il pericolo nella battaglia, tanto maggiore è la gioia nel trionfo; la tempesta sballotta i naviganti e minaccia di farli naufragare, tutti sbiancano nell’imminenza della morte, poi il cielo e il mare si placano e l’eccesso dell’esultanza nasce dall’eccesso della paura; una persona cara sta male, il polso rivela le sue cattive condizioni: quanti ne desiderano la guarigione stanno male con lei in cuor loro, ma poi migliora, e prima ancora che si aggiri col vigore primitivo, già si diffonde un giubilo che non esisteva quando, prima, si aggirava sana e robusta. Persino i piaceri fisici della vita umana non solo a prezzo di noie impreviste e subìte controvoglia se li procurano gli uomini, ma a prezzo di disagi premeditati e volontari. Così il piacere del cibo e della bevanda è nullo, se non preceduto dal tormento della fame e della sete; e i beoni accompagnano il cibo con certe salse piccanti per provocare un’arsura tormentosa, che nell’essere estinta dal bere nasce il piacere. Si è persino stabilita l’usanza di non consegnare subito le spose già promesse, affinché i mariti non le disprezzino dopo avute, se da fidanzati non sospirarono di averle.
3. 8. Così avviene per una gioia vergognosa e abominevole, così per una permessa e lecita, così per la più sincera e onesta delle amicizie, così per chi era morto ed è tornato in vita, era perduto e fu ritrovato: sempre un gaudio più grande è preceduto da più grande tormento. Che è ciò, Signore mio Dio? Tu, tu stesso non sei per te stesso perenne gaudio, e alcuni esseri intorno a te non godono di te perennemente? E come in quest’altra parte dell’universo si alternano regressi e progressi, contrasti e accordi? È forse la limitazione che hai fissato per essa allorché dalla sommità dei cieli sino alle profondità della terra, dall’inizio sino alla fine dei secoli, dall’angelo sino all’ultimo verme, dal primo moto sino all’estremo hai disposto una per una nella sua propria sede tutte le varietà dei beni, tutte le tue giuste opere e le hai attuate ciascuna a suo proprio tempo? Ahimè, quale sublimità la tua nelle cose sublimi e quale profondità nelle profonde! Eppure non ti allontani mai da noi: noi stentiamo a tornare.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

25 settembre 2017

PARTE TERZA

L’AMORE DEL VERBO INCARNATO PER 1 SUOI SACERDOTI

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CAPITOLO V

Amore di Cristo per i suoi sacerdoti dopo l’ascensione

Appena formato nel seno di Maria, il cuore di Cristo aveva palpitato d’amore per il suo sacerdozio. Il figlio di Zaccaria era stato il primo ad avvertirne gli effetti e, come abbiamo visto, tutta la vita di Gesù è stata una lunga serie di testimonianze di questo amore. Nelle ultime ore della sua vita, fino alla sua morte, amò i suoi sacerdoti. Dopo la risurrezione, si dedica ad essi completamente, li ricolma della pienezza delle sue grazie e li uguaglia, per così dire, a se stesso.

Ma dopo che è salito al cielo? Nella beatitudine in cui regna, nella gloria eterna che gli apparteneva di diritto e che tuttavia ha voluto conquistare, il suo amore non è cambiato. Ciò che amava nella sua vita terrena, lo ama di un amore eterno, senza turbamenti e senza fine.

Così, vediamo Cristo, nel momento in cui abbandona la terra, lasciare ai suoi sacerdoti un altro segno della tua tenerezza. Mentre sale verso il cielo, dalle sue mani benedicenti cade sui discepoli un dono di grazia immenso, precursore di quei doni ancor più meravigliosi che presto lo Spirito comunicherà loro.

L’autore ispirato nota espressamente che dopo l’Ascensione gli apostoli lasciarono il monte degli Ulivi e rientrarono pieni di gioia in Gerusalemme.’ Avevano perso la presenza visibile, così consolante e fortificante, del Maestro. Si vedevano soli di fronte a un avvenire colmo di persecuzioni e sofferenze; senza forza, senza luce, in un’at

tesa colma di incertezza, con il peso di una missione schiacciante. Tristezza, inquietudine, scoraggiamento, dolore travagliavano il loro cuore, e tuttavia tornavano colmi di gioia.

Questa gioia, era il dono di Cristo al suo sacerdozio. Non era affatto una consolazione vana, un godimento terreno; ma una unzione santa, uscita dalla carità di Dio e passata dalle mani di Gesù fin nel più intimo del cuore degli apostoli. Era, se così ci si può esprimere, la gioia sacerdotale.

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