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GIOVANNI BLANLO L’INFANZIA SPIRITUALE CON MEDITAZIONI E PRATICHE PER ONORARE IL BAMBINO GESÙ Traduzione Italiana con note del Sac. Maurilio Andreoletti

19 gennaio 2018

PARTE PRIMA

Natura e stato dell’Infanzia Spirituale

CAPITOLO OTTAVO

Dolcezza e mansuetudine

Quinta qualità d’Infanzia Spirituale

La dolcezza è virtù propria dell’Infanzia Spirituale, perché è una qualità dell’infanzia naturale; questa infatti è di un umore così facile e dolce come il latte e il miele di cui si nutre.
La dolcezza o mansuetudine non è altro che una santa disposizione dell’anima piena di carità, per la quale, essendo lieta dentro di sé, dalla sua purezza interiore fa ridondare dei segni di gioia sull’esterno del suo volto, e così si rende gradevolissima a coloro coi quali conversa; così fa buon viso ad ogni sorta di persone, tutto sopporta e non si irrita di niente. La dolcezza è simile ad un fanciullo, che in mezzo ad una compagnia, tutti vogliono baciare, tanto è amabile. Ne consegue che questa virtù è propria soltanto di coloro i quali son ben padroni di sé, tengono nelle loro mani, come dice il profeta, la loro anima ed il loro cuore (Ps., 115, 109), ed hanno soffocato in sé ogni movimento di malumore e di collera.

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GIOVANNI BLANLO L’INFANZIA SPIRITUALE CON MEDITAZIONI E PRATICHE PER ONORARE IL BAMBINO GESÙ Traduzione Italiana con note del Sac. Maurilio Andreoletti

18 gennaio 2018

PARTE PRIMA

Natura e stato dell’Infanzia Spirituale

CAPITOLO SETTIMO

Purità

Quarta qualità d’Infanzia Spirituale

La virtù della purità è propria anch’essa dell’infanzia, donde avviene che i fanciulli chiamansi pueri, quasi come puri.
La puerilità viene dalla purità; anzi la purità interiore dell’anima è significata dalle purità della carne dei piccoli fanciulli, la quale di solito è bianca e netta, perché non è ancora alterata e contaminata da nessun corpo estraneo e non ha ancora altro alimento fuorché il latte. Perciò nella S. Scrittura quando si parla della guarigione di Naaman il lebbroso, si dice: «La sua carne tornò come la carne di un piccolo fanciullo ed ei fu mondato» (4 Reg., 5, 14).
Chi adunque vuole arrivare al beatissimo stato dell’Infanzia Cristiana, si acquisti la purità, la quale non è altro che una santa disposizione, per cui l’anima respinge ben lontano da sé tutto ciò che potrebbe contaminarla;poi abbia tanta cura di conservare il suo candore, come l’ermellino di conservare la sua bianchezza, e prendere come divisa questo motto: Malo mori quam foedari. Piuttosto la morte che l’infamia!

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GIOVANNI BLANLO L’INFANZIA SPIRITUALE CON MEDITAZIONI E PRATICHE PER ONORARE IL BAMBINO GESÙ Traduzione Italiana con note del Sac. Maurilio Andreoletti

17 gennaio 2018

PARTE PRIMA

Natura e stato dell’Infanzia Spirituale

CAPITOLO SESTO

Semplicità

Terza qualità dello stato d’Infanzia Spirituale

La semplicità è una santa disposizione per la quale l’anima tende all’unità e fugge ogni molteplicità nelle sue intenzioni, nei suoi affetti, nelle sue parole e nelle sue azioni. La sua divisa è questa massima del Salvatore: «Una sola cosa è necessaria» (Luc., 20, 41).
La semplicità è una virtù che ha un occhio solo, vale a dire uno sguardo semplice in tutto ciò che pensa, fa o dice; e questo sguardo è rivolto a Dio, per piacere a lui senza preoccuparsi di ciò che diranno gli uomini. E’ una virtù che rende l’anima tutta pura e le sue opere tutte luminose. Se il tuo occhio è semplice, dice Gesù Cristo, tutto il tuo corpo sarà luminoso (Matth., 6, 22).
La semplicità inoltre dà all’anima una certa dirittura e rettitudine opposta alla riflessione che siamo soliti fare su noi stessi e sulla nostra propria soddisfazione, perché la semplicità porta l’ anima diritto a Dio in tutto ciò che fa, senza riflettere sopra se stessa per vedere se è cosa che le piaccia o se vi trovi il suo tornaconto.
L’anima semplice va diritto per la sua strada come i misteriosi animali di Ezechiele: Ibant et non revertebantur (Ezech., 1, 14).
Chi ha l’anima semplice ha il cuore retto; così diciamo che vanno diritto coloro che vanno per una strada sola e che non ritornano punto sui loro passi.
Questa virtù, pertanto, può spiegarsi con queste tre parole: unità, purità, rettitudine.
L’unità esclude il miscuglio e la composizione di vari affetti, e la rettitudine esclude il ritorno sopra se stesso e la riflessione sugli altri. In tal modo, per avere un cuore da infante spirituale, bisogna avere un cuor solo, cor unicum, il quale sia puro, cor rectum coram Domino.
L’anima che possiede queste tre qualità, unità, purità, rettitudine, è veramente semplice e capace di entrare nello stato d’Infanzia Cristiana. Di Giobbe sta scritto che era uomo semplice e retto, che temeva Dio e che fuggiva il male (Iob., 1, 1); mi pare che questo ci insegni che la rettitudine è come il carattere proprio della semplicità: simplex et rectus, come se fosse una stessa cosa. E infatti, noi diciamo che una persona è semplice quando va diritto senza indugiarsi né a riflettere sopra ciò che vi è intorno a lei, né preoccuparsi di ciò che gli altri diranno; si comporta insomma come il fanciullo, il quale non riflette sulle persone che lo guardano.
La parola semplicità, per corruzione di linguaggio, si applica di solito ad indicare persone di poco criterio e di poca intelligenza, né bisogna meravigliarcene, perché la semplicità è una virtù opposta alla prudenza umana e carnale, la quale ha occhi più numerosi di Argo per considerare ciò che si dice di lei, se la compagnia in cui sì è trovata è rimasta edificata dalla sua conversazione e mille altre simili cose da cui l’anima semplice non si preoccupa punto. Pertanto, i prudenti del secolo la stimano stolida e stordita, e qualificano la semplicità come idiotaggine e povertà di spirito, mentre bene spesso, davanti a Dio, è una virtù elevatissima.

Ho detto bene spesso, perché, a dire il vero, vi è una certa semplicità naturale che può provenire dal temperamento e dal carattere naturale; in tal caso appartiene all’infanzia naturale piuttosto che all’Infanzia Spirituale. Una tale semplicità è molto differente dalla semplicità che è una virtù divina, per la quale l’uomo, per quanto naturalmente intelligente, tuttavia è talmente diretto dallo Spirito di Nostro Signore Gesù Cristo, che non vuole aver nessuna intenzione fuorché di piacere a lui, rinunciando a tutti i vani interessi e a tutte le pretese che potrebbe avere davanti agli uomini, se volesse darsi la pena di piacere a loro con l’usare del suo spirito proprio e dei suoi talenti naturali secondo l’istinto della natura.

Dal fin qui detto risulta che la semplicità virtuosa e cristiana è strettamente collegata con la carità, poiché per l’unità della sua intenzione va diritto a Dio, come al suo oggetto e nulla vuole amare fuorché lui solo, senza alcun riguardo al proprio interesse. Donde avviene che l’anima va santificandosi sempre più, finché sia interamente spogliata di tutte le dolcezze delle creature che le coprono il cuore e le impediscono di darsi tutta a Dio in modo perfetto e immediato.
«Chi mai potrà trovare un’anima veramente povera di spirito e perfettamente libera dall’affetto alle creature? E’ questo un tesoro più prezioso delle ricchezze del mondo» (39). Eppure bisogna essere tale per essere perfettamente semplice; ma la perfezione della semplicità non si troverà mai se non in Cielo, quando non vi sarà più nulla dell’uomo medesimo, e Dio sarà tutto in tutti.

La virtù della semplicità in alcuni è nell’interno più che nell’esterno; in altri si manifesta anche all’esterno; si vede infatti nella loro condotta una certa maniera di comportarsi tutta infantile, vanno e vengono sempre lieti e contenti, senza inquietarsi del mondo che li circonda e li osserva; talvolta fanno persino azioni puerili che il mondo chiama semplicità e che eccitano ano che le risa della buona gente. Ma essi non se ne prendono fastidio; perché non vi pensano, avendo la mente ed il cuore occupati dell’oggetto unico del loro amore, il quale è Dio; ovvero se vi pensano ed agiscono in tal modo a bell’apposta, fanno così per umiliarsi davanti agli uomini pur ridendo come se fosse cosa da niente (40). Sono ben contenti di essere ritenuti come fanciulli di cento anni, secondo un detto della Sacra Scrittura, Puer centum annorum (Is., 65, 20), Poiché l’eterna Sapienza, il grande Gesù, il Verbo incarnato si degnò di farsi bambino, di esser ritenuto come tale e di nascondere sotto le apparenze della semplicità infantile i tesori della sua infinita Sapienza. Il Verbo di Dio si espose in tal modo alle risa ed alle beffe degli uomini, i quali lo ritenevano come un semplice uomo, figli di un povero operaio e persino come un povero idiota. Dopo un tal esempio, quale uomo veramente fedele a Dio temerà di essere considerato tra gli uomini del mondo come un fanciullo? Di ciò infatti S. Paolo si faceva un vanto: Nos stulti propter Christum. Non c’è dunque da stupirci se la parola semplicità è così mal sentita nel mondo, perché il vero significato ne è mal conosciuto; Così pure la povertà di spirito è mal conosciuta e ritenuta dagli uomini come la miseria estrema; eppure il Figlio di Dio la pone come fondamento di tutta la felicità dell’uomo: «Beati i Poveri di spirito perché a loro appartiene il regno dei Cieli» (40).

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AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro Udicesimo:MEDITAZIONE SUL PRIMO VERSETTO DELLA GENESI: “In principio Dio creò…”

17 gennaio 2018

Risultato immagine per agostino d'ippona

La Parola creatrice di Dio (seconda parte)

Parola umana e Verbo divino

6. 8. Ma come parlasti? Forse così, come uscì la voce dalla nube e disse: “Questo è il Figlio mio diletto”? Fu, quella, una voce che si produsse e svanì, ebbe un principio e una fine; le sue sillabe risuonarono e trapassarono, la seconda dopo la prima, la terza dopo la seconda e così via, ordinatamente, fino all’ultima dopo tutte le altre, e al silenzio dopo l’ultima. Ne risulta chiaramente che venne prodotta dal moto di una cosa creata, ministra temporale della tua verità eterna; e queste tue parole formate temporaneamente furono trasmesse dall’orecchio esteriore alla ragione intelligente, il cui orecchio interiore è accostato alla tua parola eterna. Ma la ragione, confrontando queste parole risuonate nel tempo, con la tua parola silenziosa nell’eternità, disse: “È cosa assai diversa, assai diversa. Queste parole sono assai più in basso di me, anzi neppure sono, poiché fuggono e passano. La parola del mio Dio invece permane sopra di me eternamente “. Se dunque con parole sonore e passeggere ti esprimesti per creare il cielo e la terra, e così creasti il cielo e la terra, esisteva già prima del cielo e della terra una creatura corporea, i cui movimenti, avvenendo nel tempo, trasmettevano temporaneamente quella voce. Ma prima del cielo e della terra non esisteva alcun corpo, o, se esisteva, l’avevi creato certamente senza una voce passeggera, per trarne una voce passeggera con cui dire che fossero creati il cielo e la terra. Qualunque fosse l’elemento necessario a formare una tale voce, non sarebbe affatto esistito fuori dalla tua creazione; ma per creare il corpo necessario a tali parole, con quali parole avresti parlato?

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GIOVANNI BLANLO L’INFANZIA SPIRITUALE CON MEDITAZIONI E PRATICHE PER ONORARE IL BAMBINO GESÙ Traduzione Italiana con note del Sac. Maurilio Andreoletti

16 gennaio 2018

PARTE PRIMA

Natura e stato dell’Infanzia Spirituale

Capitolo Quinto

Abbandono completo di sé nelle mani di Dio e indifferenza in ogni cosa

Seconda qualità dello stato d’Infanzia Spirituale

La rinuncia all’amor proprio della quale abbiamo trattato nel capitolo precedente, porta con sé l’abbandono completo di se stesso e di tutti i propri interessi nelle mani di Dio e di coloro i quali ne tengono le veci per noi, con una perfetta indifferenza a fare e sopportare qualsiasi cosa, secondo la disposizione della santa volontà di Dio e l’ordine della, sua divina Provvidenza, senza particolare attacco a niente, senza preoccupazione rispetto a ciò che potrà accaderci.
Anche questa condizione è propria all’Infanzia Spirituale, e se ne vede la figura nell’infanzia naturale dei pargoli, i quali non si prendono fastidio per nulla, affidandosi alla cura dei loro genitori (35). Donde avviene che sono contenti tanto nelle miserie ed avversità pubbliche, quanto nella prosperità, sperando sempre che, per qualunque disgrazia potrà loro accadere, i genitori provvederanno.
Ciò che i pargoletti fanno per istinto naturale, il quale bene spesso ha un cattivo fondamento nello loro pretese immaginarie, i figlioli di Dio lo fanno per l’azione della grazia e sotto la direzione dello Spinto di Gesù Infante, il quale non inganna mai coloro che in lui confidano.
Gesù Cristo medesimo ci comanda, anzi ci ordina questo intero abbandono nelle mani del Padre suo, quando ci proibisce di inquietarci per l’indomani, con queste parole: «Non vogliate mettervi in pena pel domani» (Matth., 6, 34) e Davide, avo di Gesù, ne aveva già fatto un consiglio dicendo: «Getta nel seno del Signore la cura di te, ed Egli ti nutrirà» (Ps. 54, 23).

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GIOVANNI BLANLO L’INFANZIA SPIRITUALE CON MEDITAZIONI E PRATICHE PER ONORARE IL BAMBINO GESÙ Traduzione Italiana con note del Sac. Maurilio Andreoletti

12 gennaio 2018

PARTE PRIMA

Natura e stato dell’Infanzia Spirituale

CAPITOLO TERZO

In che cosa consiste
lo spirito d’Infanzia e di piccolezza

E’ questo uno stato, ossia una disposizione nella quale l’anima, illuminata dalla luce della grazia, conosce chiaramente e umilmente riconosce di non avere né spirito, né giudizio per condursi nella via della salvezza; perciò con tutta semplicità si abbandona a Nostro Signore Gesù Cristo per vivere nella fede e lasciarsi condurre dallo Spirito di lui onde conoscere la sua volontà; e ciò senza mormorare, né senza troppo ragionare o riflettere sopra se medesima, né sopra quelli che la dirigono, né suoi mezzi di cui si servono.
L’anima animata da questo spirito non ha altra intenzione fuorché quella di piacere a Dio solo nel fare la sua volontà; e questa le viene notificata, o interiormente per ispirazione, o esternamente per la decisione dei suoi direttori ai quali ella obbedisce come un fanciullo al padre suo, in nome di Dio di cui tengono il luogo (17).
Da questa descrizione generale potremo formarci, con l’aiuto di Dio, qualche nozione delle qualità e condizioni proprie di questo stato per intenderlo meglio. Tratteremo perciò 1° della rinuncia all’amor proprio; 2° dell’abbandono totale di sé nelle mani di Dio e dell’indifferenza ad ogni cosa; 3° della semplicità; 4° della purità; 5° della dolcezza e della mansuetudine; 6° infine dell’innocenza, la quale è una proprietà dell’infanzia spirituale.

CAPITOLO QUARTO

Rinuncia totale allo spirito proprio e umiltà

Prima qualità dello stato d’Infanzia Spirituale

I. L’abnegazione di se stesso è la prima massima della vita spirituale cristiana e deve essere il primo impegno di chi vuole essere discepolo di Gesù Cristo. «Se qualcuno vuol venire al mio seguito, rinunci a se stesso» (Matth., 16, 24). Orbene, tra le cose nostre, una delle principali è il nostro spirito: è questo come il governatore e la guida di tutte le altre; perciò colui che ha rinunciato bene al proprio spirito, ossia all’amor proprio anche nei propri giudizi, facilmente si libererà dagli altri impedimenti (18).

Quando Giuditta tagliò la testa a Oloferne, generale dell’esercito degli Assiri, tutto l’esercito nemico se ne andò in rotta. Così, quando uno, per la virtù e la grazia di Dio abbia rinunciato bene al proprio spirito, per lasciare il posto a quello di Nostro Signore il quale è il re e il padrone degli spiriti, svaniscono tutti gli altri ostacoli.

Ecco il motivo per il quale chi pretende di entrare nel beato stato dell’Infanzia Cristiana, deve innanzi tutto e principalmente studiarsi di praticare l’abnegazione ossia la rinuncia perfetta all’amor proprio, sforzandosi più che potrà, con la forza della grazia di Nostro Signore, di contraddire il proprio giudizio, di andare contro il proprio sentimento e la propria inclinazione, col fare semplicemente ciò che gli viene comandato o consigliato da parte di Dio, ad onta delle ripugnanze e delle resistenze della natura, la quale cerca di sottrarsi ad una tale direzione, oscura per I la ragione ed afflittiva per i sensi.

Opposizione della natura

La natura vuole essere condotta per una via luminosa e facile, mentre la fede intende condurci per sentieri oscuri e difficili (Ps. 50, 8); la natura dice sempre come i Farisei a Nostro Signore. Gesù Cristo: «Maestro, vogliamo vedere qualche segno ossia qualche prodigio» (Matt., 12, 38). Noi vorremmo sapere perché ci viene comandata tal cosa, mentre ci sembra che sarebbe meglio fare diversamente. Ma alla natura si deve rispondere come Nostro Signore ai Farisei: Questa generazione cattiva ed adultera va cercando un prodigio (Matt., 12, 39), questa razza maledetta di Adamo e questa natura corrotta cerca sempre di vedere e di sentire, ma per suo castigo nessun prodigio le sarà concesso fuorché il segno di Giona, il quale è un segno di morte e di sepoltura; perché essa dovrà credere ciò che non vede morendo a se stessa e al proprio sentimento, seppellirsi tutta viva nella tomba della fede oscura per morirvi con Gesù Cristo e vivere con lui di una vita nuova, che sarà al di sopra dei sensi e della ragione (19).
Così appunto fa il fanciullo: infatti egli non ha per condursi lo spirito e la ragione umana; ma con docilità si lascia condurre da un padre sapiente, il quale meglio di ogni altro sa ciò che gli conviene. In questo anzi si trova l’uso giusto della ragione; infatti, non è forse ragionevole obbedire ad uno che ne sa più di noi, senza altra ragione se non quella che egli è più sapiente di noi? Ora l’autorità divina non è forse superiore al nostro giudizio e alla ragione umana? E’ dunque perfettamente ragionevole che, senza ragionare, noi seguiamo la luce della fede, anche contro tutte le belle apparenze della umana ragione, poiché, come dice bene S. Agostino, non siamo chiamati ragionevoli, ma fedeli (20).

Secondo la filosofia, la ragione signoreggia l’animalità, così nel cristiano la fede deve signoreggiare la ragione, affinché, come Aristotile disse che l’uomo vive per l’arte e per la ragione, vivit arte et ratione, così possiamo dire che il cristiano non ha altra vita che quella della fede; Iustus ex fide vivit (Rom. 1, 17).
Se voi chiedete ad un sapiente del mondo perché agisce in un modo piuttosto che in un altro, vi dirà che la ragione, le convenienze civili e le regole della prudenza richiedono così, e che comportarsi in altro modo non sarebbe agire da uomo onesto, mentre tutti quelli che nel mondo sono stimati per savi si comportano in quel modo.
Ma se voi domandate ad un cristiano fedele perché agisce così e così, vi dirà che la fede, nella quale fu battezzato, gli insegna che bisogna fare in questo modo, che il suo Maestro Gesù Cristo così ha ordinato o consigliato di fare, e che tutti i Santi ed i discepoli di Gesù si sono comportati così. Ecco il linguaggio di coloro che sono nello stato di Infanzia Cristiana.

Se dunque vogliamo ricevere in noi quel sapiente Direttore che è lo Spirito di Nostro Signore Gesù Cristo, Spirito di cui la direzione è onnipotente e la luce è la Verità medesima, perché non è, altro che Dio; Spirito che ha il potere non soltanto di dirigere e di riformare, ma anche di rinnovare e persino di creare, creator Spiritus. Per ricevere questo Spirito bisogna rinunciare allo spirito della creatura che è lo spirito nostro e lasciarci condurre da lui come fanciulli dal loro padre, poiché il divino Spirito non entra in noi fuorché nella misura in cui ne usciamo noi stessi (21).
E’ questa la ragione per la quale poche persone sono perfettamente stabilite nell’Infanzia Cristiana; poche, infatti, vogliono perdere completamente l’uso del proprio spirito e del proprio giudizio, perciò poche possono dire con S. Paolo: Io vivo, ma non più io medesimo, di me medesimo, da me medesimo (Gal. 2, 20). Eppure rinunciare a sé stesso, ossia perdere se stesso a questo modo, è l’unico mezzo per mettere al sicuro la propria salvezza secondo la parola di Gesù Cristo (22).
Perdere l’uso del proprio spirito, vuol dire non essere più padrone e proprietario di sé (23), infatti, l’Apostolo dice: Voi non appartenete più a voi stessi (24), ma a Colui che è risuscitato dai morti (Rom. 7, 14). Sia che viviamo, sia che moriamo, apparteniamo al Signore (Rom. 14, 8) il quale è morto e risuscitato per ottenere la piena padronanza sui vivi e sui morti. In tal modo non abbiamo più il diritto di servirci delle nostre facoltà sotto l’impero della nostra volontà; ma dobbiamo lasciarci muovere, reggere, dirigere da colui al quale apparteniamo, come schiavi riscattati dal suo sangue e inoltre come veri figliuoli di Dio: Coloro che si lasciano condurre dallo Spirito di Dio, dice, l’Apostolo, quelli sono veramente figli di Dio (25).
E’ da osservare che la parola adoperata dall’Apostolo, aguntur, significa un’azione cui: corrisponde, da parte nostra, una condotta passiva ed obbediente.

Tutto questo non impedisce che l’uomo cristiano giudichi, ragioni ed usi. delle sue facoltà naturali per operare, poiché Dio gliele ha date per questo fine; perciò S. Paolo dice che l’uomo spirituale giudica ogni cosa. Pertanto, togliere al cristiano la proprietà delle sue facoltà, non significa impedirgli di farne uso, ma soltanto prescrivergli di farne un buon uso, il quale consiste in questo che l’uomo non si applichi: punto da se medesimo alle proprie azioni secondo l’inclinazione della sua propria volontà e la sua soddisfazione, poiché agire in questo, modo non è agire da cristiano e da servo di Gesù Cristo, ma da uomo che vuol essere il padrone della propria azione ed in conseguenza averne l’onore e la gloria.
Colui che parla da se stesso, dice Nostro Signore, cerca la propria gloria (Ioan. 7, 18).
Agire in questo modo è vivere per re, in sé e in vista di se stesso. Eppure Gesù Cristo, come insegna S. Paolo, è morto perchè non viviamo per noi, ma per lui: Gesù Cristo è morto per tutti, affinché quelli che vivono, non vivano per se medesimi ma per colui che per loro amore è morto e risuscitato (2 Cor., 5, 15) e ci ha dato il suo spirito vivificante al posto dell’anima vivente di Adamo, anima che portiamo in noi e ci governa finché non abbiamo ricevuto lo Spirito di Gesù Cristo e accettato la sua direzione.
Il principio e il fine, nelle nostre azioni, sono correlativi; perciò chiunque vuol essere causa e principio della propria azione (26), vuole esserne anche il fine, epperò si mette al posto di Dio al quale soltanto appartiene di essere principio e fine di ogni cosa (Ap. 1, 8). Il Figlio di Dio è morto affinché Dio sia il primo in ogni cosa (Col. 1, 18), per riacquistare questo primato di principio e di fine che l’uomo superbo vorrebbe attribuire a se stesso, come il demonio gli aveva promesso per indurlo a mangiare il frutto proibito: Sarete come tanti Dei (Gen. 3, 5).
Il vero cristiano, essendo posseduto da Gesù Cristo Nostro Signore, non vuole più fare niente da sé medesimo e per sé, avendo completamente rinunciato alla propria volontà affine di lasciarsi condurre dallo Spirito Santo che è Nostro Signore Gesù Cristo, al quale si appartiene di applicare la volontà all’opera e l’opera alla volontà, come dice S. Bernardo (27); essendo egli stesso il creatore e il padrone degli spiriti, a lui propriamente spetta il diritto di muovere e condurre tutti gli spiriti inferiori, i quali vogliono abbandonarsi alla sua regale direzione invece di condursi essi stessi con la loro servile libertà.

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GIOVANNI BLANLO L’INFANZIA SPIRITUALE CON MEDITAZIONI E PRATICHE PER ONORARE IL BAMBINO GESÙ Traduzione Italiana con note del Sac. Maurilio Andreoletti

11 gennaio 2018

PARTE PRIMA

Natura e stato dell’Infanzia Spirituale

CAPITOLO SECONDO

Eccellenza e fascino dell’Infanzia Spirituale

La scienza dell’Infanzia Spirituale è così sublime che non poteva essere insegnata agli uomini fuorché da un dottore e maestro che fosse Uomo-Dio. Un tal Maestro è Gesù Cristo, senza del quale gli uomini né avrebbero potuto, né avrebbero voluto sapere che cosa sia l’Infanzia e l’umiltà cristiana, tanto sono ripieni dello spirito di grandezza e di superbia che è come lo spirito ereditario del genere umano.
In quella guisa che certe famiglie sono infette da malattie che passano dai padri ai figlioli, così si può dire che la superbia, l’amore della propria eccellenza, l’amore di sé, lo spirito di orgoglio e il desiderio della propria grandezza sono mali ereditari per tutta la stirpe di Adamo, come un veleno che dal capo fluisce in tutte le membra. Orbene, per questo contagio non v’è medicina fuorché l’Infanzia Cristiana.

Gesù Cristo, Dio e Uomo, è anche il Maestro degli uomini; come Signore e Padrone dà loro un solo comandamento: l’amore; come Maestro, porge loro, una sola lezione: l’umiltà. Quando comanda, vuole l’amore: «La mia legge è questa che vi amiate l’un l’altro» (Ioan., 15, 42). Quando insegna, inculca l’umiltà: «Imparate da me ad essere dolci ed umili di cuore» (Matth., 11, 28). E’ impossibile obbedire al suo comandamento senza voler imparare la sua lezione; è pure impossibile imparare bene la sua lezione senza voler osservare il suo comandamento.
La carità e l’umiltà sono come due sorelle germane, tutt’e due sorte dal sangue regale di Gesù, nate dalla sua morte e nella sua morte. La loro culla è stata la Croce; La sorgente della loro vita è il sangue di Gesù Cristo che questo benigno Salvatore ha sparso sopra tutti gli uomini. Amori ed umiliazioni che non vengono da questa fonte, ma d’altra sorgente, sono falsi e inutili.

Gesù in croce stava in mezzo a due ladroni, dei quali uno era buono e l’altro cattivo. Questi ci raffigurano le due sorti di amore: uno è l’amor superbo, che come un cattivo ladrone attira tutto a sé e vuole usurpare l’onore dovuto solo a Dio; l’altro è l’amore umile rivolto a Gesù che rinvia a Dio ogni onore, non ritenendo per sé che le pene e le ignominie, quindi fa dire col buon ladrone: Noi meritiamo ciò che soffriamo, ma costui non ha mai fatto nessun male (Luc., 23, 41).
Quanto abbiamo detto della carità, va inteso della carità cristiana; perché la carità, considerata assolutamente, è più anziana dell’umiltà, poiché è eterna come Dio, il quale è la carità medesima: Ti ho amato da tutta l’eternità, dice Dio per bocca del Profeta Geremia (31, 3); mentre l’umiltà ha avuto principio soltanto con la creatura; la carità è sempre stata in Dio; è sempre stata Dio medesimo; è sempre stata, è e durerà in eterno.
Al contrario, sebbene Dio abbia sempre amato l’umiltà (12); non ha incominciato ad essere umile se non quando si è fatto uomo; allora, infatti, colui che è grande per essenza è divenuto piccolo per partecipazione; colui che per la propria natura è al disopra di tutto, ha preso la nostra natura per mettersi al disotto di tutto: Dio grande, ama le cose piccole: E’ grande, eppure guarda con attenzione e amore le cose basse e piccole (Ps., 112, 6).
Dio ama talmente le cose piccole che ne ha preso una presso di sé (l’Umanità di Gesù Cristo); l’ ha posta come nel proprio seno, sorreggendola con la sua propria persona, affine di avere presso la sua grandezza una piccola creatura, la quale comparendo tanto più piccola quanto più e vicina ad una grandezza infinita, possa rendere, con la sua piccolezza, a nome di tutte le creature, un perpetuo omaggio all’eccellenza incomparabile del Creatore al quale è congiunta personalmente. Questa creatura è l’Umanità di Gesù Cristo: la chiamo piccola considerandola in se stessa e secondo la sua condizione di creatura, sebbene sia oltremodo grande per l’unione personale con la natura divina, sublimità là più elevata alla quale possa giungere una creatura.
Orbene, questa creatura (l’Umanità di Gesù Cristo) a Dio associata personalmente, egli l’ama in tal modo che ne porta il nome e la qualità; e però Dio non sdegna di chiamarsi uomo, né il Verbo eterno di chiamarsi bambino. Dio le comunica le sue grandezze e prende in prestito le sue bassezze, la ricolma con estrema generosità delle sue ricchezze e ne prende la povertà e la miseria. Meravigliosa comunicazione, di cui la Chiesa con grande stupore canta: O admirabile commercium! Oh commercio ammirabile!

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GIOVANNI BLANLO L’INFANZIA SPIRITUALE CON MEDITAZIONI E PRATICHE PER ONORARE IL BAMBINO GESÙ Traduzione Italiana con note del Sac. Maurilio Andreoletti

10 gennaio 2018

PARTE PRIMA

Natura e stato dell’Infanzia Spirituale

CAPITOLO PRIMO

Necessità di diventar fanciulli

Una tale necessità ci è insegnata dal Vangelo, il quale ci assicura che, se non ci facciamo piccoli come fanciulli, non entreremo nel regno dei Cieli (Matth., 18, 3), Anzi Nostro Signore conferma questa verità col giuramento: «In verità, io vi dico che chiunque non riceverà il regno di Dio come un fanciullo, non vi entrerà giammai» (Luc 18, 17).
Però l’Infanzia di cui parliamo non è altro che il seguito del Battesimo; infatti, siccome alla nascita naturale segue l’infanzia naturale, così al Battesimo, che è la nascita soprannaturale, segue l’Infanzia Spirituale per la quale l’uomo battezzato, animato da un nuovo Spirito, incomincia a condurre una vita nuova, la quale ha qualche proporzione e somiglianza con l’infanzia naturale. Perciò S. Pietro, ai primi cristiani, dopo il loro Battesimo, rivolgeva queste parole che la Chiesa adopera nella prima domenica dopo Pasqua, nella quale i battezzati deponevano la veste bianca che avevano portato per otto giorni, domenica che perciò si chiama in Albis: Deponete ogni malizia e ogni frode, le finzioni e le insidie. Come bambini di fresco nati, bramate il latte spirituale, sincero, affinché per esso cresciate a salute (Petr. 2, 1-2).
Per salvarsi è dunque necessario, e di necessità di salute, divenire fanciulli: il Figlio di Dio, il quale è la Verità, ce lo ha detto con giuramento: Amen dico vobis. Lo crederà chi vorrà, lo intenderà chi potrà, ma è parola di Gesù Cristo.
E’ cosa talmente vera che il Figlio di Dio, benché sia la sapienza e la grandezza medesima, si fece egli medesimo piccolo bambino volle nascere nel seno di una vergine, ricevendone il latte e lasciandosi condurre da lei; volle insomma assoggettarsi a tutte le necessità dell’infanzia, per insegnarci che dobbiamo essere fanciulli, come volle essere egli medesimo per meritarci la grazia di questo stato col mistero della sua Infanzia. Per noi, dice il Profeta Isaia, si è fatto fanciullo (Is. 9, 6); bisogna dunque che un gran mistero sia nascosto sotto lo stato d’Infanzia, poiché la Scrittura così di frequente attribuisce al Figlio di Dio questa qualità di infante: Puer.
Questa scienza dell’Infanzia Spirituale in Gesù, è nascosta ai sapienti del mondo, perchè è la scienza dei piccoli e dà ad .essi il dono dell’intelligenza (Ps. 118, 130). Gesù Cristo, infatti, esultante di gioia nello Spirito Santo e adorando i giudizi di Dio suo Padre, protesta che i prudenti del secolo non intendono nulla di questa scienza, perché è per loro un mistero nascosto, il quale venne rivelato ai piccoli (Luc. 10, 21); non già che sia una scienza piccola, ma sembra piccola e disprezzabile ai belli spiriti che si stimano grandi, epperò viene chiamata la scienza dei piccoli: oppure si dice scienza dei piccoli perché rende gli uomini piccoli in sé e ai loro propri occhi, e fa che conoscano il proprio niente e la grandezza di Dio, il quale solo è grande.
Oh follia e accecamento degli uomini! Per non voler riconoscere le proprie piccolezze, non diventano mai veramente grandi; ostentano di essere savi, e sono pazzi; né mai diventano uomini, perché non vogliono essere fanciulli!
E’ questa la scienza dei Santi, la sapienza dei perfetti, la quale non fu conosciuta da nessuno tra i prìncipi del secolo (I Cor., 2, 8) e sembra pazzia e sciocchezza agli occhi carnali dell’umana prudenza.
E’ quel tesoro evangelico nascosto nel cuore del fedele; e questo tesoro, una volta che sia stato trovato, genera il disprezzo per quanto v’è nel mondo, e principalmente induce chi lo ha travato a disprezzare talmente se stesso che varrebbe essere schernito da tutti, mentre prima voleva essere onorato da tutti.

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GIOVANNI BLANLO L’INFANZIA SPIRITUALE,CON MEDITAZIONI E PRATICHE PER ONORARE IL BAMBINO GESÙ Traduzione Italiana con note del Sac. Maurilio Andreoletti

9 gennaio 2018

INTRODUZIONE

Il sulpiziano Giovanni Blanlo (1617-57), autore di questo trattato dell’Infanzia Spirituale, ebbe dal Signore il dono di un talento superiore e precoce: a ventidue anni era già professore rinomatissimo di filosofia in uno dei più celebri Collegi di Parigi; ma non si lasciava abbagliare dagli splendidi successi delle sue lezioni e conduceva una vita pia e mortificata, sotto la direzione del gran Servo di Dio Giovanni Olier, il quale lo accettò nella Società dei Preti addetti al Seminario e alla Parrocchia di S. Sulpizio, detti Signori (Messieurs) di S. Sulpizio, come anche oggi si chiamano;
Alla scuola di un tal maestro, Giovanni Blanlo si elevò in breve tempo alla pratica eroica di tutte le virtù cristiane. Docile alle istruzioni del suo santo direttore, era divotissimo della S. Infanzia di Gesù e in tal modo si portò all’eroismo nell’umiltà e nella mortificazione. Per umiltà si sforzò di tener nascosti i suoi talenti e non volle essere ordinato sacerdote; morì, infatti, non essendo che suddiacono. Per la sua austerità e per il suo spirito di orazione «non era inferiore ai celebri anacoreti della Tibaide» (1).
Per obbedienza e dietro preghiera di vari suoi discepoli che gli erano carissimi, scrisse questo opuscolo dell’Infanzia Spirituale; non volle tuttavia che fosse stampato, ma che rimanesse nascosto insieme ad altri suoi scritti di gran pregio; i suoi discepoli lo pubblicarono dopo la sua morte, e si può dire che questo libro è il vero codice dell’Infanzia Spirituale.
La morte di Giovanni Blanlo fu ammirabile e preziosa davanti al Signore. Il Servo di Dio Giovanni Olier, vicino a morire, disse a coloro che lo assistevano: «Chi desidera venire con me?» Blanlo, che era presente, rispose subito: «Io, Padre mio, vengo volentieri». Ebbene, gli rispose il Servo di Dio, preparati. E infatti, alla sera ai quello stesso giorno fu colpito da grave polmonite e prima ancora che si facessero i funerali del suo santo maestro, morì in odore di santità (2).
Crediamo bene riportare questo brano della prefazione della prima edizione: «Il lettore non disprezzi questo libro per la sua piccolezza, esso risponde alla piccolezza del Bambino Gesù e all’umiltà dell’Infanzia Spirituale… E’ piccolo, ma è prezioso; è breve, ma ci insegna in compendio una scienza sublime… L’Autore, nella sua profonda umiltà, lo tenne nascosto; ma la sua morte, che fu preziosa agli occhi di Dio, è e sarà preziosa anche davanti agli uomini, poiché ha scoperto loro questo piccolo libro, il quale era un tesoro nascosto. Non v’è nulla di più prezioso, di più semplice, di più solido, di più devoto; ma si sa anche che il pio Autore aveva ricevuto da Dio grazie e lumi affatto speciali… Questo piccolo trattato potrebbe chiamarsi la perla evangelica e il segreto della vera devozione… Tenerlo nascosto ci sarebbe sembrato una vera colpa, e speriamo con ragione che le anime divote della S. Infanzia del Verbo Incarnato, lo accoglieranno con gioia, lo leggeranno con amore c vi troveranno abbondanti consolazioni».

***

Giovanni Blanlo è il teologo che ha meglio spiegato l’Infanzia Spirituale, forse perché ne era più intimamente penetrato in tutta la sua vita; per altro, espone la dottrina del suo maestro e direttore spirituale Giovanni Olier, il quale a sua volta la teneva dal Padre de Condren suo maestro immediato e per il tramite di questi, dal celebre e santo Cardinale de Bérulle (1575­1629).
«La divozione di Gesù Infante, era già antica ai tempi del Bérulle (3), ma questi la ringiovanì, la trasformò e la fece sua; essa incomincia o ricomincia cori lui e negli ambienti più accessibili all’azione di questo grande uomo: l’Oratorio ed i monasteri del Carmelo; durante i primi sessant’anni del secolo XVII si propaga con un prodigioso successo in tutta la Francia; ma quanto più diventa popolare, tanto più sfugge alle direttive della Scuola Francese di spiritualità, riprendendo insensibilmente la sua figura primitiva» (4).
Infatti S. Agostino; S. Leone, S. Gerolamo e S. Paola, poi, S. Francesco, S. Alfonso de’ Liguori erano ferventi ed affettuosi divoti di Gesù Bambino.
Per intendere ciò che dice a Brémond nelle parole citate, è d’uopo ricordare che per quei maestri sommi che furono de Bérulle, de Condren e Olier, la divozione a Gesù Bambino non era affettuosa, né sentimentale, bensì austera, rigida ed aliena da tenerezza, nemmeno quando lo contemplavano unito con l’amabile Vergine Madre (5). Nell’Infanzia di Gesù consideravano sopratutto l’umiliazione e, come dicono loro, l’annientamento – «L’Infanzia, dice Bérulle, è lo stato più opposto alla sapienza…; lo stato più vile e più abbietto dopo quello della morte; il Verbo Divino lo ha scelto perché non ha potuto trovare altro stato più umile né più abbietto. Perciò il Verbo si è annientato due volte: la prima col farsi uomo, poi col farsi bambino». Per il Condren l’Infanzia è uno stato «vergognoso» (honteux) per il Verbo, il bambino essendo un composto di quattro bassezze o umiliazioni. In tal modo la divozione a Gesù Bambino, per loro è divozione che non parla se non di rinuncia e di morte a noi medesimi.
«Lo “spirito d’infanzia” poi, non lo proponevano come imitazione di Gesù Bambino, ma come adempimento del precetto di Cristo: Se non diverrete simili a questo fanciullo, non entrerete nel regno dei Cieli (Matt. 18, 3). Ciò che volevano diffondere non era una divozione speciale, ossia un complesso di pratiche in onore di Gesù Bambino, ma uno spirito, lo “spirito d’infanzia”. La prima, idea di questo “Spirito” veniva dal Bérulle, ma fu ripresa, approfondita e precisata dal Condren il quale la trasmise ai suoi discepoli: Amelote, Olier, Renty… E nel primo pensiero del Bérulle il fanciullo di cui dobbiamo riprodurre le disposizioni, non era Gesù medesimo, ma quel fanciullo galileo che il Divin Maestro proponeva come modello agli Apostoli; dimodochè quando pure non conoscessimo il Vangelo dell’Infanzia, dovremmo sempre averne lo spirito, atteso il precetto di Gesù» (6).
Ma a poco a poco, la rigidità dei primi maestri dell’Oratorio si mitigò e lo Spirito d’Infanzia divenne l’imitazione di Gesù Bambino, rivestendosi così di dolcezza e di soavità. Pertanto, questo opuscolo del Blanlo può dirsi un opuscolo di transizione, perché vi si trovano già accenni all’amabilità di Gesù Infante.

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AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro Udicesimo:MEDITAZIONE SUL PRIMO VERSETTO DELLA GENESI: “In principio Dio creò…”

8 gennaio 2018

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Introduzione
Scopo della confessione a Dio
1. 1. Ignori forse, Signore, per essere tua l’eternità, ciò che ti dico, o vedi per il tempo ciò che avviene nel tempo? Perché dunque ti faccio un racconto particolareggiato di tanti avvenimenti? Non certo perché tu li apprenda da me. Piuttosto eccito in me e in chi li leggerà l’amore verso la tua persona. Tutti dovremo dire: “È grande il Signore e ben degno di lode”. Già lo dissi e lo dirò di nuovo: per amore del tuo amore m’induco a tanto. Noi preghiamo, certo; però la Verità dice: “Il Padre vostro sa cosa vi occorre prima ancora che glielo domandiate”. Confessandoti dunque le nostre miserie e le tue misericordie su di noi, noi manifestiamo i nostri sentimenti verso di te, affinché tu possa completare la nostra liberazione già da te iniziata: affinché noi cessiamo di essere infelici in noi e ci rallegriamo in te che ci chiamasti a essere poveri nello spirito, e miti e piangenti, e affamati e assetati di giustizia, e misericordiosi e mondi in cuore, e pacifici. Ecco dunque ch’io ti narrai molti fatti, come potei e volli. Il primo a volere che mi confessassi a te, Signore Dio mio, poiché sei buono, poiché la tua misericordia è eterna, fosti tu.

Un nuovo proposito
2. 2. Ma quando mai riuscirò con la lingua della mia penna a elencare tutti i tuoi incitamenti e tutte le tue intimidazioni e le consolazioni e le direttive, con cui mi conducesti a predicare la tua parola e a dispensare il tuo sacramento al tuo popolo? Se anche riuscissi a farne un elenco ordinato, troppo preziose per me sono le gocce del tempo. Da molto mi riarde il desiderio di meditare la tua legge, di confessarti la mia conoscenza e la mia ignoranza in proposito, le prime luci della tua illuminazione e i residui delle mie tenebre, fino a quando la mia debolezza sia inghiottita dalla tua forza. Non voglio disperdere altrimenti le ore che mi ritrovo libere dal ristoro indispensabile del corpo, dalle applicazioni dello spirito e dai servizi che dobbiamo ai nostri simili, o che non dobbiamo, ma ugualmente rendiamo.

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AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro Decimo: Dopo la ricerca e l’incontro con Dio

3 gennaio 2018

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Conclusione
La dolce ricerca di Dio
40. 65. O Verità, dove non mi accompagnasti nel cammino, insegnandomi le cose da evitare e quelle da cercare, mentre ti esponevo per quanto potevo le mie modeste vedute e ti chiede-vo consiglio? Percorsi con i sensi fin dove potei il mondo fuori di me, esaminai la vita mia, del mio corpo, e gli stessi miei sensi. Di lì entrai nei recessi della mia memoria, vastità molteplici colme in modi mirabili d’innumerevoli dovizie, li considerai sbigottito, né avrei potuto distinguervi nulla senza il tuo aiuto; e trovai che nessuna di queste cose eri tu. E neppure questa scoperta fu mia. Perlustrai ogni cosa, tentai di distinguerle, di valutarle ognuna secondo il proprio valore, quelle che ricevevo trasmesse dai sensi e interrogavo, come quelle che percepivo essendo fuse con me stesso. Investigai e classificai gli organi stessi che me le trasmettevano; infine entrai nei vasti depositi della memoria e rivoltai a lungo alcuni oggetti, lasciai altri sepolti e altri portai alla luce. Ma nemmeno la mia persona, impegnata in questo lavorio, o meglio, la stessa mia forza con cui lavoravo non erano te. Tu sei la luce permanente, che consultavo sull’esistenza, la natura, il valore di tutte le cose. Udivo i tuoi insegnamenti e i tuoi comandamenti. Spesso faccio questo, è la mia gioia, e in questo diletto mi rifugio, allorché posso liberarmi della stretta delle occupazioni. Ma fra tutte le cose che passo in rassegna consultando te, non trovo un luogo sicuro per la mia anima, se non in te. Soltanto lì si raccolgono tutte le mie dissipazioni, e nulla di mio si stacca da te. Talvolta m’introduci in un sentimento interiore del tutto sconosciuto e indefinibilmente dolce, che, qualora raggiunga dentro di me la sua pienezza, sarà non so cosa, che non sarà questa vita. Invece ricado sotto i pesi tormentosi della terra. Le solite occupazioni mi riassorbono, mi trattengono, e molto piango, ma molto mi trattengono, tanto è considerevole il fardello dell’abitudine. Ove valgo, non voglio stare; ove voglio, non valgo, e qui e là sto infelice.

Verità e menzogna
41. 66. Perciò considerai le mie debolezze peccaminose sotto le tre forme della concupiscenza e invocai per la mia salvezza l’intervento della tua destra. Vidi, pur col cuore ferito, il tuo splendore e, abbagliato, dissi: “Chi può giungervi?”. Fui proiettato lontano dalla vista dei tuoi occhi. Tu sei la verità che regna su tutto, io nella mia avidità non volevo perderti, ma volevo possedere insieme a te la menzogna, come nessuno vuole raccontare il falso al punto d’ignorare egli stesso quale sia il vero. Così ti persi, poiché tu non accetti di essere posseduto insieme alla menzogna.

Falsi mediatori fra Dio e gli uomini
42. 67. Chi potevo trovare per riconciliarmi con te? Dovevo corteggiare gli angeli? e con quali preghiere, con quali riti? Molti, nel tentativo di ritornare a te, non riuscendovi da soli, mi si dice, provarono questa via e caddero nella bramosia delle apparizioni stravaganti, diventando a ragione dei visionari. Esaltati, che ti cercavano con l’orgoglio della scienza, gonfiandosi il petto, anziché batterlo; che attiravano a sé per affinità di sentimento le potenze dell’aria, complici e alleate della loro superbia, e si lasciavano ingannare dai loro poteri magici! Cercavano il mediatore che li purificasse, ma non era lui: era il diavolo, che si trasfigura in angelo di luce. Una forte attrattiva per la loro carne orgogliosa fu la circostanza che non possedeva un corpo di carne. Mortali e peccatori sono costoro; tu invece, Signore, con cui cercavano orgogliosamente di riconciliarsi, sei immortale e senza peccato. Il mediatore fra Dio e gli uomini doveva rassomigliare in qualche cosa a Dio, in qualche cosa rassomigliare agli uomini: simile in tutto agli uomini, sarebbe stato lontano da Dio; simile in tutto a Dio, sarebbe stato lontano dagli uomini; e così non sarebbe stato un mediatore. Il mediatore fallace da cui, nei tuoi misteriosi giudizi, lasci meritatamente illudere l’orgoglio, ha una cosa in comune con gli uomini, il peccato; un’altra vorrebbe far credere di avere in comune con Dio, atteggiandosi a immortale, poiché non è ricoperto di carne mortale. Ma poiché la morte è il compenso del peccato, ha in comune con gli uomini ciò, che lo condanna alla morte insieme con loro.

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Bernardo di Chiaravalle Lodi della Vergine : SERMONE PER LA NATIVITÀ DI MARIA SANTISSIMA / L’ acquedotto

1 gennaio 2018

1. Nel Cielo si gode per la presenza della Vergine Madre, la terra ne venera la memoria. Lassù visione di tutta la sua grandezza, qui il ricordo di lei; là vi è la sazietà, quaggiù come una piccola pregustazione di primizie; lassù la realtà, quaggiù il nome. Signore, dice, il tuo Nome è per sempre, e il tuo ricordo di generazione in generazione (Sal 134, 13). Generazione e generazione, di uomini, s’intende, non di angeli. Vuoi sapere che il suo nome e la sua memoria è tra noi, e la sua presenza è in cielo? Così pregherete, dice il Signore: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo Nome (Mt 6, 9). Preghiera fedele, che fin dall’inizio ci fa sapere che noi siamo figli adottivi di Dio, ancora pellegrini sulla terra, affinché sapendo che fino a quando non saremo in cielo, e saremo pellegrini lontani dal Signore, gemiamo interiormente, aspettando l’adozione a figli, cioè la presenza del Padre. Ben a proposito il Profeta, parlando di Cristo, dice: Spirito è davanti alla nostra faccia il Cristo Signore. All’ombra di lui vivremo tra le genti (Lam 4, 20). Tra i beati del cielo invece non si vive all’ ombra, ma piuttosto nello splendore. Tra i santi splendori, dice il Salmo, dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato (Sal 109, 3). Questo dice il Padre.

2. Ma la Madre ha generato quel medesimo splendore, però nell’ombra, quella stessa ombra con cui l’Altissimo l’adombrò. A ragione canta la Chiesa, non la Chiesa dei Santi che è lassù nello splendore, ma quella che nel frattempo è pellegrina sulla terra: All’ombra di colui che ho bramato, mi sono seduta, e dolce è il suo frutto al mio palato (Ct 2, 3). Aveva chiesto che le fosse indicata la luce meridiana dove pasce lo sposo; ma dovette contentarsi dell’ombra in luogo della luce piena, e ricevere per il momento un assaggio invece della sazietà. Infine non dice: «Sotto l’ombra di lui che (l’ombra) avevo desiderata, ma mi sono seduta all’ombra di lui (lo sposo) che avevo desiderato. Non aveva cercato l’ombra di lui, ma lui stesso, il vero meriggio, luce piena da luce piena: È il suo frutto, continua, è dolce al mio palato, come dicesse: al mio gusto. Fino a quando da me non toglierai lo sguardo e non mi permetterai di inghiottire la mia saliva? (Gb 7, 19) Fino a quando si continuerà a dire: Gustate e vedere come è soave il Signore? (Sal 33, 9) Certamente è soave al gusto e dolce al palato, per cui ben a ragione anche (solo) per questo prorompe in parole di ringraziamento e di lode.

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Bernardo di Chiaravalle Lodi della Vergine : Omelia IV

28 dicembre 2017

1. Non v’è dubbio che tutto ciò che diciamo a lode della Madre, appartiene anche al Figlio, e viceversa, quando onoriamo il Figlio non smettiamo di glorificare la Madre. Poiché se, secondo Salomone, il figlio saggio è gloria del padre (Pr 13, 1), quanto è maggiormente glorioso diventare la madre della stessa Sapienza? Ma perché tentare di lodare la Vergine, della quale già tessono le lodi i Profeti, l’Angelo e l’Evangelista? Io pertanto non lodo, non oso farlo; ma ripeto con devozione ciò che per bocca dell’Evangelista ha già spiegato lo Spirito Santo. Disse infatti ancora l’Angelo: Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre (Lc 1, 32). Sono parole dell’Angelo alla Vergine riguardo al Figlio promesso, con le quali si promette che possederà il regno di Davide. Nessuno dubita che il Signore Gesù sia disceso dalla stirpe di Davide. Ma mi domando come Dio gli abbia dato il trono di Davide suo padre, dal momento che egli non regnò in Gerusalemme, anzi, quando le turbe volevano farlo re, egli non accettò, e anche davanti a Pilato protestò: Il mio regno non è di questo mondo (Gv 18, 36). E poi che grande cosa si promette a lui che siede sui Cherubini, che il Profeta vide sedere su di un trono eccelso ed elevato, di sedere sul trono di Davide suo padre? Ma noi conosciamo un’ altra Gerusalemme, diversa da quella attuale, nella quale ha regnato Davide, molto più nobile e più ricca di questa. Penso che qui venga significata quella Gerusalemme celeste, secondo il modo di dire, che spesso troviamo nelle Scritture di nominare il significante per la cosa significata. In realtà Dio gli diede il trono di Davide suo padre quando fu costituito da lui Re su Sion suo santo monte. Ma qui si comprende meglio di quale regno abbia parlato il Profeta, perché non disse: «in Sion» ma «sopra Sion». Forse è stato detto sopra perché in Sion regnò Davide: Un frutto delle tue viscere io porrò sul tuo trono (Sal 131, 11) , e un altro Profeta ha detto di lui: Siederà sul trono di Davide e sopra il suo regno (Is 9, 7). Vedi come dappertutto trovi sopra? Sopra Sion, sopra il trono, sopra il soglio, sopra il regno. Il Signore Dio gli darà dunque il trono di Davide suo padre, non quello tipico, ma quello vero, non temporale, ma eterno, non terreno, ma celeste. E vengono queste cose dette di Davide, perché il suo regno, il suo trono temporale era figura di quello eterno.

2. E regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà fine (Lc 1, 32-33). Anche qui, se prendiamo per casa di Giacobbe quella temporale, come regnerà in eterno sudi essa che non è eterna? Dobbiamo dunque cercare una casa di Giacobbe che sia eterna, sulla quale regni in eterno colui il cui regno non avrà fine. E poi infine non è forse quella di Giacobbe una casa ribelle, che empiamente lo ha rinnegato e insipientemente respinto davanti a Pilato, quando a lui che, mostrando loro Gesù, diceva: Dovrò crocifiggere il vostro Re? (Gv 19, 15) ad una voce gridò: Non abbiamo Re all’infuori di Cesare? (ivi). Cerca pertanto presso l’apostolo Paolo, ed egli ti spiegherà chi è Giudeo veramente e chi lo è solamente in apparenza, e quale è la circoncisione secondo lo spirito e quale quella che si fa nella carne, e ti insegnerà a distinguere l’Israele spirituale da quello carnale, e i figli di Abramo secondo la fede e i figli secondo la carne. Così egli dice: Non tutti infatti quelli che discendono da Israele sono Israeliti, né quelli che sono seme di Abramo sono suoi figli (Rm 9, 6-7). Continua il ragionamento e dì: «Non tutti quelli che discendono da Giacobbe sono da ritenersi casa di Giacobbe. E Giacobbe è lo stesso che Israele». Considera nella casa di Giacobbe solo coloro che si dovranno trovare perfetti nella fede di Giacobbe, o piuttosto riconoscerai in essi la spirituale ed eterna casa di Giacobbe sulla quale regnerà in eterno il Signore Gesù. Chi di noi, secondo l’interpretazione del nome di Giacobbe, vorrà soppiantare il diavolo dal suo cuore, lottare contro i vizi e le concupiscenze perché non regni il peccato nel suo corpo mortale, ma regni in lui Gesù adesso perla grazia e in eterno per la gloria? Beati coloro nei quali Gesù regnerà in eterno, perché anch’essi regneranno con lui, e questo regno non avrà fine. Oh quanto è glorioso quel regno nel quale si sono radunati i re, si sono riuniti per lodare e glorificare colui che è sopra tutti Re dei re e Signore dei Signori, nella splendidissima contemplazione rifulgeranno i giusti come il sole nel regno del loro Padre! Oh se Gesù si ricordasse anche di me peccatore, secondo la bontà che egli usa con il suo popolo, quando verrà il suo regno! Oh se in quel giorno, quando consegnerà a Dio Padre suo il regno, si degnasse di visitarmi con la sua salvezza, perché io possa vedere la felicità dei suoi eletti e godere della gioia del suo popolo, e lodarti anch’io con la tua eredità. Vieni frattanto, o Signore Gesù, togli via gli scandali dal tuo regno, che è l’ anima mia, perché tu, come è tuo diritto, regni in essa. Viene infatti l’avarizia, e pretende per sé un trono in me; viene la iattanza, e brama di dominarmi, la superbia anche vuole essere mio re. La lussuria dice: «Io regnerò»; l’ambizione, la detrazione, l’invidia e l’ira lottano in me per il possesso di me, per avere su di me il sopravvento e la supremazia. Ma io, per quanto posso, resisto, e aiutato (dalla grazia) non cedo. Protesto di volere Gesù come mio Signore; a lui mi sottometto, perché riconosco di essere sua proprietà. Lui considero come mio Dio e mio Signore, e dico: «Non ho altro Re all’infuori di Gesù». Vieni dunque, Signore, disperdili con la tua potenza e regnerai tu in me, perché sei tu il mio Re o Dio mio, che decidi vittorie per Giacobbe (Sal 43, 5).

3. Allora Maria disse all’Angelo: Come è possibile? Non conosco uomo (Lc 1, 34). Dapprima rimase in prudente silenzio, quando ancora dubbiosa pensava che cosa significasse quel saluto, preferendo umilmente non rispondere che parlare a vanvera senza sapere. Ma poi rassicurata, e dopo aver bene riflettuto mentre all’esterno parlava l’Angelo, e Dio all’interno la persuadeva — era infatti con lei il Signore, come aveva detto l’Angelo: Il Signore è con te — così dunque rincuorata dalla fede che cacciava il timore, e dalla gioia che prendeva il posto della timidezza, Maria disse all’Angelo: Come è possibile? Non conosco uomo. Non dubita del fatto, ma chiede circa il modo e l’ordine. Non chiede cioè se questo avverrà, ma come avverrà. Quasi dicesse: «Sapendo il mio Signore, testimone della mia coscienza, il voto della sua serva di non conoscere uomo, per quale legge o in quale ordine piacerà a lui che si compia questo? Se sarà necessario che io venga meno al mio voto per partorire un tale figlio, io sono contenta di tale figlio, ma mi dispiace per il proposito; tuttavia, sia fatta la sua volontà. Se invece concepirò restando vergine, e tale rimarrò nel parto, il che non è impossibile se a lui piacerà, allora saprò veramente che egli ha riguardato l’umiltà della sua serva». Come dunque avverrà questo, poiché non conosco uomo?

L’Angelo le rispose: Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo (Lc 1, 34-35). Più sopra è stato detto che Maria era piena di grazia; e adesso in che senso si dice: Lo Spirito Santo scenderà su di te, e la potenza dell’Altissimo stenderà la sua ombra su di te? Fu forse possibile che fosse piena di grazia e non avesse ancora lo Spirito Santo, che è il datore delle grazie? E se già lo Spirito Santo era in lei, come le si promette che egli verrà di nuovo? Forse per questo non è stato detto semplicemente: «Verrà in te», ma «sopravverrà», perché già c’era prima in lei molta grazia, ma ora le viene annunziato che sopravverrà per la pienezza di una grazia più abbondante che effonderà su di lei. Ma essendo già piena, come potrà ricevere ancora quel di più? E se è capace di ricevere ancora qualche cosa, come si può dire che prima fosse piena? O forse la prima grazia aveva soltanto riempito il suo spirito, e la seguente doveva compenetrare anche il suo grembo, in quanto cioè la pienezza della divinità che prima abitava in lei, come in molti Santi, spiritualmente, doveva cominciare ad abitare in essa anche corporalmente, come in nessun altro Santo?

4. Dice dunque l’Angelo: Lo Spirito Santo sopravverrà in te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Che cosa vuol dire: Su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo? Chi pub capire capisca (Mt 19, 12). Chi infatti, tranne forse colei che sola meritò di farne la felicissima esperienza, sarebbe in grado di comprendere e discernere con la sua ragione in quale maniera quello splendore inaccessibile si sia infuso nelle viscere della vergine, e come, perché essa fosse in grado di sopportare che colui che è inaccessibile entrasse in lei, dalla particella animata di quel corpo a cui si unì, egli facesse ombra al resto del corpo? E forse massimamente per questo è stato detto: su te stenderà la sua ombra, perché si trattava di un mistero, e ciò che la Trinità sola e con la sola Vergine volle operare fu fatto conoscere solo a colei a cui fu dato di farne esperienza. Diciamo dunque: Lo Spirito Santo scenderà sudi te, e con la sua potenza di fecondità, e la potenza dell’Altissimo stenderà su di te la sua ombra, cioè: la potenza e la sapienza di Dio, Cristo, coprirà e nasconderà, adombrandolo nel suo segretissimo consiglio, il modo con cui tu concepirai per opera dello Spirito Santo, in modo che sia noto solo a lui e a te. Come se l’Angelo rispondesse alla Vergine: «Perché chiedi a me quello che tra poco sperimenterai in te? Lo saprai, lo saprai, e felicemente lo saprai, ma te lo farà conoscere lui che lo realizzerà in te. Io sono mandato solo per annunziare il verginale concepimento, non per operarlo. Solo chi lo concede può spiegarlo, solo chi lo riceve può apprenderlo. Perciò anche il Santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio» (Lc 1, 35). Che è quanto dire: Poiché non concepirai per opera di uomo, ma dello Spirito Santo, concepirai la potenza dell’Altissimo, cioè il Figlio di Dio: Perciò il Santo che nascerà da te, sarà chiamato Figlio di Dio, vale a dire: non solo colui che, venendo dal seno del Padre nel tuo grembo stenderà su di te la sua ombra, ma anche quello che da te assumerà, sarà ormai chiamato Figlio di Dio, a quel modo che anche colui che è generato dal Padre prima dei secoli, sarà ormai considerato pure figlio tuo. Così dunque quello che è nato dal Padre sarà tuo, e quello che da te nascerà sarà del Padre, non però due figli, ma uno solo. E sebbene uno sia nato da te e l’altro dal Padre, non vi sarà un Figlio del Padre e un Figlio tuo (distinto dal primo), ma un solo Figlio di entrambi.

5. Perciò il Santo che da te nascerà, sarà chiamato Figlio di Dio. Vedi con quanta riverenza ha detto: il Santo che nascerà da te. Perché questa semplice parola Santo, senza aggiunte? Credo perché non trovò nessun nome che esprimesse in modo più degno e appropriato quell’eccellente, magnifico e venerabile che dalla purissima carne della Vergine, con la propria anima, doveva essere unito all’Unico (Figlio) del Padre. Se avesse detto: «santa carne», ovvero «santo nome», o «santo bambino», gli sarebbe sembrato di dire poco. Perciò disse in modo indefinito Santo perché quello che la Vergine generò fu senza dubbio santo, e singolarmente Santo, sia per la santificazione dello Spirito, sia per l’assunzione da parte del Verbo.

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AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro Decimo: Dopo la ricerca e l’incontro con Dio

28 dicembre 2017

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Le presenti condizioni del suo spirito (Seconda Parte)

B) La vana curiosità
35. 54. S’aggiunge un’altra forma di tentazione, pericolosa per molteplici ragioni. Esiste infatti nell’anima, oltre la concupiscenza della carne, che risiede nella soddisfazione voluttuosa di tutti i sensi, cui si asserviscono rovinosamente quanti si allontanano da te, una diversa bramosia, che si trasmette per i medesimi sensi del corpo, ma tende, anziché al compiacimento della carne, all’esperienza mediante la carne. È la curiosità vana, ammantata del nome di cognizione e di scienza. Risiedendo nel desiderio di conoscere, ed essendo gli occhi, fra i sensi, lo strumento principe della conoscenza, l’oracolo divino la chiamò concupiscenza degli occhi. La vista infatti appartiene propriamente agli occhi, ma noi parliamo di vista anche per gli altri sensi, quando li usiamo per conoscere. Non diciamo: “Ascolta quanto luccica”, oppure: “Odora come brilla”, oppure: “Assapora come splende”, oppure: “Tocca come rifulge”; in tutti questi casi si dice sempre: “Vedi”. Non solo diciamo: “Vedi quanto riluce”, per le sensazioni cioè che gli occhi soli possono avere; ma anche: “Vedi che suono, vedi che odore, vedi che sapore, vedi che ruvido”. Perciò qualunque esperienza sensoriale viene chiamata, come dissi, concupiscenza degli occhi, perché l’ufficio di vedere, prerogativa degli occhi, viene usurpato anche dagli altri sensi per analogia, quando esplorano un oggetto per conoscerlo.
35. 55. Ora si può distinguere più chiaramente quale sia la parte del piacere, e quale quella della curiosità nell’azione dei sensi. Il piacere cerca la bellezza, l’armonia, la fragranza, il sapore, la levigatezza; la curiosità invece ricerca anche sensazioni opposte a queste, per saggiarle; non per affrontare un fastidio, ma per la bramosia di sperimentare e conoscere. Cos’ha di piacevole la visione di un cadavere dilaniato, che ti fa inorridire? Eppure, non appena se ne trova uno in terra, tutti accorrono ad affliggersi, a impallidire, e temono addirittura di rivederlo in sogno, quasi fossero costretti a vederlo da svegli, o fossero indotti dalla promessa di uno spettacolo ameno. La stessa cosa accade per gli altri sensi, ma sarebbe lunga la rassegna. Da questa perversione della curiosità derivano le esibizioni di ogni stravaganza negli spettacoli, le sortite per esplorare i segreti della natura fuori di noi, la cui conoscenza è per nulla utile, e in cui gli uomini cercano null’altro che il conoscere; e ancora le indagini per mezzo delle arti magiche, col medesimo fine di una scienza perversa; e ancora, nella stessa religione, l’atto di tentare Dio, quando gli si chiedono segni e prodigi, desiderati non per trarne qualche beneficio, ma soltanto per farne esperienza.
35. 56. In questa foresta tanto immensa, disseminata di insidie e pericoli, ecco, ho potuto sfrondare e spogliare molto il mio cuore: quanto tu, Dio della mia salvezza, mi hai dato di fare. Eppure quando oserei dire, fra i richiami fragorosi di tante sollecitazioni di questo genere, che assediano da ogni parte la nostra esistenza quotidiana, quando oserei dire che nessuna trattiene su di sé il mio sguardo e assorbe la mia vana curiosità? Certo non mi attirano più i teatri né mi curo di conoscere i passaggi degli astri, e mai l’anima mia ha cercato di conoscere i responsi delle ombre; detesto qualsiasi rito sacrilego. Ma quante macchinazioni non compie il nemico per suggestionarmi e spingermi a chiederti, Signore Dio mio, che devo servire in umiltà e semplicità, qualche segno! Ti supplico per il nostro Re, per la nostra semplice, pura patria, Gerusalemme, che il consenso a queste sollecitazioni, come è lontano da me oggi, così lo sia sempre, sempre più. Quando invece ti prego per la salute degli altri, il fine che mi propongo è ben diverso; perciò mi concedi e mi concederai di assecondare volentieri la tua opera, qualunque sia.
35. 57. Eppure chi può enumerare le moltissime miserie risibili che tentano ogni giorno la nostra curiosità, e le molte volte che cadiamo? Quanto spesso, partiti col tollerare un racconto futile per non offendere la debolezza altrui, a poco a poco vi tendiamo gradevolmente l’orecchio! Se non assisto più alle corse dei cani dietro la lepre nel circo, però in campagna, se vi passo per caso, mi distoglie forse anche da qualche riflessione grave e mi attira quella caccia; non mi costringe a deviare il corpo della mia cavalcatura, ma l’inclinazione del mio cuore sì; e se tu non mi ammonissi tosto con la mia già provata debolezza a staccarmi da quello spettacolo per elevarmi a te con altri pensieri, o a passare oltre sprezzantemente, resto là come un ebete vano. Che dico, se spesso mi attira, mentre siedo in casa, una tarantola che cattura le mosche, o un ragno che avvolge nelle sue reti gli insetti che vi incappano? Per il fatto che sono animali piccoli l’azione che si compie non è la medesima? Di là passo, sì, a lodare te, creatore mirabile, ordinatore di tutte le cose; ma non è questa la mia intenzione all’inizio. Altro è l’alzarsi prontamente, altro il non cadere. La mia vita pullula di episodi del genere, sicché l’unica mia speranza è la tua grandissima misericordia. Il nostro cuore diventa un covo di molti difetti di questo genere, porta dentro di sé fitte caterve di vanità, che spesso interrompono e disturbano le nostre stesse preghiere. Mentre sotto il tuo sguardo tentiamo di far giungere fino alle tue orecchie la voce del nostro cuore, l’irruzione, chissà da dove, di futili pensieri stronca un atto così grande.

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Bernardo di Chiaravalle Lodi della Vergine : Omelia III

24 dicembre 2017

1. Volentieri, quando mi sembra opportuno, mi servo delle parole dei Santi, affinché almeno la bellezza dei recipienti renda più gradevole al lettore quanto in essi io gli servo. Comincerò ora dalle parole del Profeta: Guai a me, non perché, come il Profeta, ho taciuto, ma perché ho parlato, poiché io sono un uomo dalle labbra immonde (Cfr. Is 6, 5). Ahimè quante cose vane, quante cose false, quante cose turpi mi sovviene di aver vomitato da questa immondissima bocca, con la quale presumo ora di pronunziare parole celesti! Temo grandemente di sentirmi rivolgere da un momento all’ altro il rimprovero: Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza? (Sal 49, 16). Oh se anche a me venisse portato, non un solo carbone, ma un grande globo di fuoco che consumasse interamente la molta e inveterata ruggine dalla mia libidinosa bocca! Così potrei essere degno di commentare con il mio povero discorso il dolce e casto dialogo tra l’Angelo e la Vergine. Dice dunque l’Evangelista: E l’Angelo, entrato da lei, da Maria, cioè, disse: Ave, piena di grazia, il Signore è con te. Dove è entrato da Lei? Nel segreto, penso, della sua modesta stanzetta, dove forse ella, a porte chiuse, pregava in segreto il Padre suo. Sono soliti i santi Angeli essere presenti a coloro che pregano, e si compiacciono di coloro che vedono innalzare le mani pure nell’orazione; essi sono felici di offrire a Dio l’olocausto della santa devozione e farlo salire a lui come ostia di soave odore.
Quanto fossero gradite al cospetto di Dio le orazioni di Maria, lo diede a vedere l’Angelo, che, entrato da lei, la salutò con tanta riverenza. Né fu difficile all’Angelo entrare per la porta chiusa nella stanza della Vergine, potendo egli, per la sua natura, data la sottilità della sua sostanza, penetrare ovunque desideri, senza essere impedito da qualsivoglia serratura. Agli spiriti angelici non sono di ostacolo le pareti, ma tutte le cose visibili e tutti i corpi, per quanto solidi e spessi sono per essi penetrabili e aperti. Non c’è dunque da supporre che l’Angelo abbia trovato aperta la porta della Vergine, il cui proposito era di fuggire la compagnia degli uomini, di evitarne la conversazione, sia perché non ne venisse turbato il silenzio che favoriva la sua preghiera, sia per non esporre alla tentazione la sua virtù. La prudentissima Vergine teneva dunque chiusa anche in quel momento la porta della sua stanza, chiusa per gli uomini, non per gli Angeli. Questi perciò vi potevano entrare, ma nessun uomo vi aveva facile accesso.

2. Entrato dunque l’Angelo da lei disse: Ave, piena di grazia, il Signore è con te. Leggiamo negli Atti degli Apostoli che anche Stefano era pieno di grazia, e che anche gli Apostoli furono pieni di Spirito Santo, ma in modo molto diverso da Maria. Del resto, né in S. Stefano abitò corporalmente la pienezza della divinità, come in Maria, né gli Apostoli concepirono come lei per opera dello Spirito Santo. Ave, disse, piena di grazia; il Signore è con te. Che meraviglia se era piena di grazia lei, con la quale stava il Signore? Ma quello piuttosto che fa meraviglia è che colui che aveva mandato l’Angelo alla Vergine fu trovato che stava con la Vergine. Fu dunque Dio più veloce dell’Angelo, poiché Egli prevenne sulla terra il suo pur sollecito ambasciatore? Non c’è da stupirsene. Infatti, mentre il Re stava nel suo recinto (nella sua dimora), il nardo della Vergine esalò il suo profumo (Ct 1, 11), e quel fumo aromatico salì al cospetto della sua gloria, e trovò grazia agli occhi del Signore, mentre i circostanti esclamavano: Chi è costei che sale dal deserto, come colonna di fumo (che si sprigiona) dagli aromi di mirra e d’incenso? (Ct 3, 6). E subito il Re, uscendo dal suo luogo santo, esultò come un gigante che percorre la via, e benché partito dalla sommità del cielo, spronato da vivissimo desiderio, con rapido volo giunse prima del messaggero alla Vergine che aveva amata, che si era scelta, dalla cui bellezza era stato affascinato. Vedendolo venire da lontano, la Chiesa piena di gioia e di esultanza grida: Eccolo che viene saltellando sui monti, valicando le colline (Ct 2, 8).

3. Con ragione il Re è rimasto affascinato dalla bellezza della Vergine. Questa aveva infatti messo in pratica gli ammonimenti che Davide suo padre le aveva rivolti: Ascolta, o figlia, guarda e porgi l’orecchio e dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre, e se farai questo, il Re s’invaghirà della tua bellezza (Sal 44, 11. 12). Udì la Vergine, e vide, non come alcuni che, udendo, non ascoltano, e vedendo non capiscono, ma essa ha udito e creduto, ha veduto e ha compreso. Porse il suo orecchio, cioè, all’obbedienza e il suo cuore alla disciplina, e dimenticò il suo popolo e la casa di suo padre, perché non si curò di aumentare il suo popolo dandogli figli, né si preoccupò di dare un erede alla casa di suo padre; ma considerò come immondezza quanto avrebbe potuto avere dalla casa paterna di cose di questa terra, pur di guadagnare Cristo. Né venne meno al proposito, anche quando accettò Cristo come figlio, e non mancò al suo intendimento di restare vergine. Bene pertanto è detta piena di grazia, perché conservò la grazia della verginità, e acquistò inoltre la gloria della maternità.

4. Ave, disse, piena di grazia, il Signore è con te. Non disse: «Il Signore è in te», ma: il Signore è con te. Dio infatti che per la sua sostanza semplice è ugualmente tutto dappertutto, nelle creature razionali lo è in modo diverso che nelle altre, ed è presente ancora in modo diverso, quanto agli effetti, secondo che sono buone o cattive. Nelle creature irrazionali Egli è, senza però che esse lo comprendano. Da tutte le creature razionali Dio può essere compreso per la cognizione, ma solo dai buoni è posseduto anche per l’amore. Nei soli buoni dunque egli è in modo da essere anche con loro per la concordia della volontà. Infatti, mentre essi sottomettono le loro volontà alla giustizia, talmente che non disdice che Dio voglia ciò che essi vogliono, per il fatto che non dissentono dalla sua volontà, uniscono spiritualmente Dio a se stessi. Così avviene in tutti i Santi, ma in modo speciale in Maria, nella quale fu tanto grande il consenso che, non solo unì a sé la sua volontà, ma anche la sua carne, formando dalla sua sostanza e da quella della Vergine un solo Cristo, o piuttosto dalle due risultasse un solo Cristo: il quale, anche se non tutto da Dio, né tutto dalla Vergine, fu tuttavia tutto di Dio e tutto della Vergine, né due figli, ma un solo figlio dell’uno e dell’altra. Disse dunque: Ave, o piena di grazia, il Signore è con te. E non solo è con te il Signore Figlio che tu rivesti della tua carne, ma anche il Signore Spirito Santo per opera del quale concepisci, è il Signore Padre che ha generato colui che tu concepisci. Il Padre, dico, è con te, lui che fa anche tuo il suo Figlio. È con te il Figlio, il quale, per compiere in te il mirabile mistero (della sua incarnazione), in modo meraviglioso dischiude per sé il tuo seno, lasciandoti intatto il segno della tua verginità. È con telo Spirito Santo, che con il Padre e il Figlio santifica il tuo seno. Dunque, il Signore è con te.

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Bernardo di Chiaravalle Lodi della Vergine : OMELIA II

23 dicembre 2017

1. Non v’è dubbio che la Regina delle Vergini canterà con le altre, anzi, prima tra le altre Vergini, quel canto nuovo che è ad esse sole riservato nel Regno di Dio. Ma oltre quel cantico che le sarà comune con tutte e sole le vergini, penso che essa rallegrerà la città di Dio con un carme più dolce ed elegante, di cui nessun’altra delle vergini sarà in grado di esprimere e far risuonare le dolci melodie, perché riservato a lei sola, la vergine madre, e madre di un Dio. Ho detto che Maria è degna di lode non semplicemente perché è madre, ma per il Figlio che essa ha generato. È infatti Madre di Dio, e Dio, volendo glorificare singolarmente la sua Madre nei Cieli, ebbe cura di prevenirla in terra con una grazia singolare, in modo che concepisse in modo ineffabile, rimanendo intatta, e partorisse senza pregiudizio della sua integrità. Un tale parto conveniva alla Vergine, e Figlio della Vergine non poteva che essere Dio. Perciò il Creatore degli uomini, dovendo nascere da una creatura umana per farsi uomo, dovette scegliersi fra tutte, o piuttosto formarsi una tale madre che fosse degna di lui e a lui gradita. Volle pertanto fosse vergine e immacolata colei da cui egli doveva nascere immacolato per lavare le macchie di tutti: volle anche che fosse umile la madre che avrebbe generato lui, mite e umile di cuore, dando a tutti un necessario e salutarissimo esempio di queste virtù. Diede dunque alla Vergine la maternità dopo averle prima ispirato il voto di verginità e averla decorata con il merito dell’umiltà. Diversamente come avrebbe potuto nel seguito l’Angelo chiamarla piena di grazia, se vi fosse stato in lei qualcosa, anche minima, che non fosse dalla grazia?

2. Ricevette dunque Maria il dono della verginità perché fosse santa di corpo, lei che avrebbe concepito e partorito il Santo dei Santi; e ricevette il dono dell’umiltà per essere santa anche nella mente (spirito). Adorna di queste virtù come di gemme, e splendente di bellezza nel corpo e nello spirito, questa vergine regale, ammirata dai celesti comprensori per la sua bellezza e la sua grazia, ha attirato su di sé gli sguardi dei cittadini del cielo, sicché fu preso d’amore per lei il cuore del Re, che le mandò il celeste messaggero.
Questo è quello che l’Evangelista vuole dirci quando parla di un Angelo mandato da Dio alla Vergine. Da Dio, dice, ad una Vergine, vale a dire dall’eccelso ad un’umile fanciulla, dal Signore alla serva, dal Creatore ad una creatura. Quanta degnazione da parte di Dio! Quanta grandezza nella Vergine! Correte, madri, correte figlie, correte tutte voi che dopo di Eva e pr colpa di Eva siete partorite e partorite nella tristezza. Avvicinatevi al talamo verginale, entrate, se potete, nella camera avvolta di pudore della vostra sorella. Ecco, Dio manda un messaggio alla Vergine, ecco, l’Angelo parla a Maria. Accostate l’orecchio alla parete, e ascoltate quello che le annunzia, forse porterà consolazione anche a voi.

3. Rallegrati, padre Adamo, ma soprattutto tu, o madre Eva, esulta, voi che foste i progenitori di tutti gli uomini, ma ne foste pure uccisori, e, cosa più triste, prima uccisori che progenitori. Consolatevi entrambi per questa figlia, e per tale figlia; ma Eva maggiormente, che fu la prima causa del male, e ne trasfuse l’obbrobrio in tutte le donne. Sta per venire il tempo in cui tale obbrobrio sarà tolto, e l’uomo non avrà più motivo di lamentarsi della donna; cercando infatti imprudentemente di scusare se stesso, non aveva esitato ad accusarla crudelmente dicendo: La donna che hai dato, mi ha offerto di quelfrutto, e io ne ho mangiato (Gen 3, 12). Perciò corri, o Eva, da Maria, corri, madre dalla figlia; risponda la figlia per la madre, essa tolga la vergogna della madre, essa sia soddisfazione al padre per la madre, perché ecco, se l’uomo è caduto per causa della donna, d’ora in poi non si rialzerà se non per merito di una donna.
Che cosa dicevi Adamo? La donna che mi hai dato, mi ha offerto di quelfrutto, e io ne ho mangiato. Son queste parole piene di malizia che aumentano, più che togliere, la colpa. Tuttavia la Sapienza vinse la malizia quando Dio trovò nel tesoro inesauribile della sua pietà quell’occasione di perdono che aveva inutilmente tentato di far nascere da te quando ti interrogò. Ecco, ti viene data una donna in cambio di un’altra donna, una donna prudente invece di quella sciocca, umile, al posto di quella superba, la quale ti porge, in cambio del frutto della morte, il sapore della vita, e invece dell’amarezza di un cibo velenoso ti procura la dolcezza di un frutto. Cambia pertanto le tue parole di scusa iniqua in parole di ringraziamento, dicendo: «Signore, la donna che mi hai dato mi ha offerto il frutto della vita, e io ne ho mangiato, e divenne nella mia bocca più dolce del miele, perché per esso mi hai ridato la vita». Ecco, per questo fu mandato l’Angelo alla Vergine. O Vergine mirabile e degnissima di ogni onore! O donna sopra ogni altra veneranda e meravigliosa, che ha riparato il male dei progenitori e ridato la vita ai loro discendenti!

4. Fu mandato, è detto, l’Angelo ad una Vergine: vergine di corpo, vergine di mente, vergine di condotta, vergine insomma, quale la descrive l’Apostolo, santa nel corpo e nello spirito; e non la prima venuta o trovata per caso, ma scelta da secoli, predestinata dall’Altissimo e da lui preparata per sé, custodita dagli Angeli, predetta dai Padri, promessa dai Profeti. Scruta le S. Scritture, e vedi se è vero quello che dico. Vuoi che anch’io ne riporti qualche testimonianza? Per citarne alcune poche tra tante, non ti sembra che parli di questa vergine quando Dio dice al serpente: Porrò inimicizie tra te e la donna? (Gen 3, 15). E se ancora dubiti che si tratti proprio di Maria, ascolta quel che segue: Essa ti schiaccerà il capo (ivi). A chi è riservata questa vittoria se non a Maria? Fu essa senz’alcun dubbio che schiacciò il capo velenoso, perché ha resa vana ogni suggestione del maligno sia rispetto alle lusinghe della carne, sia rispetto alla superbia della mente.

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Bernardo di Chiaravalle Lodi della Vergine : OMELIA I

22 dicembre 2017

Prefazione

La devozione verso la Madonna mi spinge a scrivere qualche cosa, ma le occupazioni me lo impediscono. Ora però che la malattia non mi consente di partecipare alla vita comune, non voglio passare in ozio quel po’ di tempo che ho a disposizione, rubandone magari un poco anche al sonno della notte. Mi piace pertanto accingermi soprattutto a ciò che spesso da tempo desideravo, ossia, dire qualcosa in onore della Vergine Madre, commentando quel testo evangelico in cui san Luca narra la storia dell’Annunciazione del Signore. A questo lavoro non sono tenuto da alcuna necessità o utilità per i monaci, al profitto dei quali io sono obbligato a lavorare; tuttavia, dal momento che non mi sarà impedito per questo di essere sempre a disposizione dei loro bisogni, ritengo che essi non abbiano motivo di lamentarsi se io soddisfo alla mia devozione.

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Bernardo di Clairvaux, Sermoni per l’Avvento. SERMONE VII: Della triplice utilità

21 dicembre 2017

1. Se celebriamo con devozione l’Avvento del Signore, facciamo il nostro interesse: Gesù infatti non solo è venuto a noi, ma anche per noi, Lui che non ha bisogno dei nostri beni (Sal 16 (15), 2). Ma la grandezza della nostra indigenza mette maggiormente in luce la immensa sua degnazione. E non solo la gravità della malattia apparisce dal prezzo della medicina, ma anche i molti aspetti della salute si comprendono dalla moltitudine dei rimedi. Infatti, perché ci sono varie specie di grazie (1 Cor 12, 4), se non si vede alcuna diversità di bisogni? Certo, è difficile parlare in un solo sermone di tutte queste necessità; ma me ne vengono in mente tre, che sono in certo qual modo le principali, e sono comuni a tutti. Non c’è infatti nessuno tra noi che non abbia bisogno in questa vita di consiglio, di aiuto e di sostegno. Tutto il genere umano è soggetto a una triplice miseria, e quanti siamo giacenti nella regione delle ombre morte (Is 9, 1), in questo corpo infermo, in questo luogo di tentazione, se facciamo attenzione, ci accorgiamo di soffrire miseramente di questo triplice inconveniente. Siamo infatti facilmente sedotti, deboli nell’operare e fragili a resistere. Se vogliamo discernere tra il bene e il male (1 Re 3, 9), ci inganniamo; se tentiamo di fare il bene (Gal 6, 9) veniamo meno; se ci sforziamo di resistere al male (Ef 6, 13) cediamo e restiamo vinti.

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Bernardo di Clairvaux, Sermoni per l’Avvento. Sermone VI:Il triplice avvento e la risurrezione della carne

20 dicembre 2017

1. Voglio, fratelli, che voi non ignoriate il tempo della vostra visita (Lc 19, 44), ma neanche ignoriate ciò che in questo tempo viene visitato in voi. Questo è il tempo assegnato alle anime, non ai corpi, perché l’anima è cosa molto più eccellente del corpo, e per questo deve essere naturalmente per prima oggetto della nostra sollecitudine. Essa per prima dev’essere restaurata, essendo stata la prima a cadere. L’anima infatti, corrotta per la colpa, fece sì che anche il corpo come pena fosse assoggettato alla corruzione. E poi, se vogliamo essere trovati membra di Cristo (1 Cor 6, 15), dobbiamo certamente seguire il nostro Capo, cioè prima dobbiamo essere solleciti circa le anime, per le quali egli è già venuto, e alle quali cercò per prima cosa di portare rimedio. Differiamo invece la cura del corpo, riservandola a quel giorno in cui verrà appunto a riformare il corpo, come ricorda l’Apostolo dove dice: Aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro povero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso (Fil 3, 20-21). Nella prima venuta, Giovanni Battista come un araldo, anzi, vero araldo di lui, grida: Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo (Gv 1, 29).
Non dice le malattie del corpo, non le molestie della carne, ma il peccato, che è malattia dell’anima, che è corruzione della mente. Ecco colui che toglie i peccati del mondo. Di dove li toglie? Dalla mano, dall’occhio, dal collo, dalla carne, insomma, in cui è profondamente infisso.

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Lectio Divina: Conoscere Dio

19 dicembre 2017

Dobbiamo sempre accostarci a Dio avendo coscienza che non Lo conosciamo nella sua pienezza. Quello verso cui dobbiamo rivolgerci è il Dio segreto, misterioso, che si rivela nel modo che Lui vuole; ogni volta che veniamo alla sua presenza, ci troviamo davanti ad un Dio che non conosciamo ancora.

Dobbiamo essere aperti ad ogni manifestazione della sua persona e della sua presenza. Forse abbiamo appreso molte cose su Dio attraverso la nostra esperienza, attraverso l’esperienza degli altri, gli scritti dei santi e gli insegnamenti della Chiesa, la testimonianza della Scrittura; forse sappiamo che è buono, umile, che è un fuoco che divora, che è nostro giudice, nostro Salvatore, e molte altre cose ancora, ma dobbiamo ricordarci che in ogni momento può rivelarsi come mai abbiamo immaginato, in un modo che non rientra in queste categorie generali.

Dobbiamo metterci davanti a Lui con riverenza ed essere aperti ad incontrare chi ci viene incontro, si tratti del Dio che già conosciamo e ci è familiare o di un Dio che siamo incapaci di riconoscere. Forse ci farà avvertire chi prima egli è, ma potrebbe essere completamente diverso da chi aspettiamo. Speriamo di incontrare un Gesù dolce, compassionevole, amabile, ed invece incontriamo un Dio che giudica e condanna, e impedisce che noi ci accostiamo a Lui nelle condizioni in cui siamo.

Oppure noi veniamo all’incontro pentiti, aspettiamo di essere scacciati e troviamo invece la compassione. Ad ogni tappa della nostra crescita Dio ci è nello stesso tempo conosciuto e sconosciuto. Lui stesso si rivela nella misura da Lui stabilita, e così lo conosciamo, ma non Lo conosciamo mai completamente, rimarrà sempre il mistero divino, un nucleo di mistero che mai potremo penetrare. La conoscenza di Dio non può essere ricevuta e data che nella comunione con Dio, condividendo con Lui la sua realtà nella misura in cui essa è comunicabile.

Il pensiero buddista ha illustrato questa comunione con la storia della bambola di sale. Una bambola di sale, dopo un lungo pellegrinaggio attraverso le terre aride, arrivò al mare e scoprì qualche cosa che mai prima aveva visto ed era incapace di comprendere. Stava sulla terra ferma, piccola dura bambola di sale ed ecco che davanti a lei si stendeva un’altra terra, morbida, pericolosa, numerosa, strana, sconosciuta. Chiese al mare: “Ma chi sei tu?” e ottenne come risposta: “Sono il mare”. La bambola domandò ancora “cos’è il mare?” ed il mare rispose “sono io”. La bambola: “Non riesco a capire ma vorrei proprio poterlo fare; come posso?”

Disse il mare “Toccami”. Allora la bambola timidamente mosse in avanti un piede e toccò l’acqua e provò la strana impressione che qualcosa cominciasse a diventare conoscibile. Tirò indietro la gamba e vide che le dita del suo piede erano scomparse, spaventata esclamò “oh! Dove sono andate le mie dita, cosa mi hai fatto ?” E il mare disse: “Tu hai dato qualche cosa di te per comprendere”.

Progressivamente l’acqua rosicchiò dalla bambola piccoli frammenti di sale ed essa avanzò sempre più verso il mare, e più avanzava, più aveva l’impressione di capire meglio, senza tuttavia essere capace di dire con le sue parole che cos’è il mare. Affondando si scioglieva sempre di più, ripetendo: ” ma che cos’è il mare?” Alla fine un’onda fece sparire quel che restava ancora di lei e la bambola disse: “Sono io” aveva scoperto che cos’ era il mare ma non ancora cos’è l’acqua.

Senza voler fare un parallelo assoluto fra la bambola buddista e la conoscenza cristiana di Dio, è possibile trovare in questa piccola storia molte verità. La bambola ha saputo che cos’era il mare nel momento in cui essa, nella sua piccolezza è divenuta una cosa sola con l’immensità del mare. Allo stesso modo quando entriamo nella conoscenza di Dio, noi non lo conteniamo ma siamo contenuti in Lui ed in questo incontro con Dio diveniamo noi stessi, protetti nell’immensità.

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Bernardo di Clairvaux, Sermoni per l’Avvento. Sermone V: Dell’avvento di mezzo e della triplice innovazione

19 dicembre 2017

1. Abbiamo detto nel sermone precedente che coloro che hanno argentato le loro ali (Sal 68 (67), 14) devono dormire tra i due avventi, ma non abbiamo detto precisamente dove. C’è infatti un terzo avvento e che sta tra gli altri due, nel quale dormono quelli che lo conoscono. Il primo infatti e l’ultimo avvento sono manifesti, non così quello di mezzo. Nel primo Cristo fu veduto sulla terra e visse in mezzo agli uomini (Bar 3, 38), e allora, come egli stesso dice, lo videro e lo odiarono (Gv 15, 24). Nell’ultimo ogni uomo vedrà la salvezza del nostro Dio (Is 40, 5), e volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (Gv 19, 37). L’avvento che sta in mezzo è occulto, e i soli eletti lo vedono in sé e si salvano le loro anime (1 Pt 3, 20). Nel primo avvento dunque Cristo venne nella debolezza della carne (1 Gv 4, 2), in questo di mezzo viene nella forza dello spirito (Lc 1, 17), nell’ultimo verrà in gloria e maestà (Mc 8, 38; Lc 9, 26 ecc.). Attraverso la virtù infatti si perviene alla gloria, perché il Signore degli eserciti è il Re della gloria, (Sal 24 (23), 10) e altrove dice lo stesso Profeta: Per contemplare la tua potenza e la tua gloria (Sal 63 (62), 3). Questo avvento di mezzo è in certo qual modo una via per cui dal primo si giunge all’ultimo: nel primo Cristo è stato nostra redenzione (Rm 3, 24), nell’ultimo apparirà come vita nostra (Col 3, 4), in questo di mezzo, perché dormiamo tra gli altri due (Sal 68 (67), 14), è nostro riposo e consolazione (2 Cor 1, 5).

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AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro Decimo: Dopo la ricerca e l’incontro con Dio

18 dicembre 2017

Le presenti condizioni del suo spirito ( Prima Parte)
La vita umana sulla terra
28. 39. Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena dovunque. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te. Tu sollevi chi riempi; io ora, non essendo pieno di te, sono un peso per me; le mie gioie, di cui dovrei piangere, contrastano le afflizioni, di cui dovrei gioire, e non so da quale parte stia la vittoria; le mie afflizioni maligne contrastano le mie gioie oneste, e non so da quale parte stia la vittoria. Ahimè, Signore, abbi pietà di me!. Ahimè! Vedi che non nascondo le mie piaghe. Tu sei medico, io sono malato; tu sei misericordioso, io sono misero. Non è, forse, la vita umana sulla terra una prova? Chi vorrebbe fastidi e difficoltà? Il tuo comando è di sopportarne il peso, non di amarli. Nessuno ama ciò che sopporta, anche se ama di sopportare; può godere di sopportare, tuttavia preferisce non avere nulla da sopportare. Nelle avversità desidero il benessere, nel benessere temo le avversità. Esiste uno stato intermedio fra questi due, ove la vita umana non sia una prova? Esecrabili le prosperità del mondo, una e due volte esecrabili per il timore dell’avversità e la contaminazione della gioia. Esecrabili le avversità del mondo, una e due e tre volte esecrabili per il desiderio della prosperità e l’asprezza dell’avversità medesima e il pericolo che spezzi la nostra sopportazione. La vita umana sulla terra non è dunque una prova ininterrotta?

Il comando di Dio: la continenza
29. 40. Ogni mia speranza è posta nell’immensa grandezza della tua misericordia. Dà ciò che comandi e comanda ciò che vuoi. Ci comandi la continenza e qualcuno disse: “Conscio che nessuno può essere continente se Dio non lo concede, era già un segno di sapienza anche questo, di sapere da chi ci viene questo dono”. La continenza in verità ci raccoglie e riconduce a quell’unità che abbiamo lasciato disperdendoci nel molteplice. Ti ama meno chi ama altre cose con te senza amarle per causa tua. O amore, che sempre ardi senza mai estinguerti, carità, Dio mio, infiammami. Comandi la continenza. Ebbene, dà ciò che comandi e comanda ciò che vuoi.

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Lectio Divina: Lo Spirito di Fede

17 dicembre 2017

Quante volte abbiamo letto, oppure udito, che è necessario, oggi più che mai, vivere di fede; di una fede luminosa, intelligente, attiva; non di fede ordinaria. Il primo passo per la via della fede è, precisamente: lo spirito di fede.
Lo spirito di fede ci conduce direttamente a Dio, e ci persuade della necessità di vivere la vita di unione con Lui. Gesù ha detto propriamente che c’è dato conoscere Dio per mezzo di questo spirito di fede: “Nessuno conosce il Padre al di fuori del Figlio e fuori di colui al quale il Figlio lo avrà voluto rivelare”.

C’è bisogno di questa grande fede per penetrare nel Cuore di Gesù, nell’intimità di questo cuore, per trovare non un Gesù rimpicciolito, ma per trovarlo nella pienezza del suo amore, nella magnificenza del suo amore. Bisogna penetrare più addentro della lancia di Longino, per comprendere questa luce misconosciuta.

Che il mondo accetti o no: Dio è il maestro ed il padrone. Il nostro dovere è di seguirlo. Servire Dio è regnare… Ma servire Dio è più che regnare.

Che vuoi dire regnare? Governare delle creature, vuoi dire fare opera che ci lascia con tutte le nostre miserie. Ma servire il Signore è diventare padroni del suo Cuore, è possederlo con la fede. Si riceve questa grazia nella misura in cui si progredisce nello spirito di fede, nel desiderio di vedere Dio e di non vedere che Lui solo! Chi è penetrato da questa luce non ha bisogno di niente. Viene un momento in cui riposa in Dio, quasi vedendolo: ed allora il resto: sofferenze, immolazioni, persecuzioni, non sono che minuzie. Ma dove e come Gesù ci insegna a conoscere Dio? Nella vita intima con Lui. Nella preghiera: ecco perché anime ignoranti, secondo il mondo, sanno di questo soggetto più dei sapienti.
(P. Matteo Crawlej nel libro: Incontro al Re di amore)

La citazione è un po’ lunga. Ma l’ho fatta di proposito, sia per la competenza del pio autore che per la cristallina trasparenza delle affermazioni. Vivere di spirito di fede, perciò, è vivere vedendo Dio in tutto, tanto in ciò che è gradito, quanto in ciò che ripugna.

Vedere Dio in tutto, è vivere guidati da Dio, illuminati dalla sua luce, confortati dal suo amore, attratti dalla sua potenza, sostenuti e ritemprati dalle sue sofferenze sopportate per noi, desiderosi solo di vedere, di conoscere e perciò di amare, e perciò di essere sempre uniti a Gesù amore.

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Bernardo di Clairvaux, Sermoni per l’Avvento. Sermone IV , Il duplice Avvento e le penne argentate

16 dicembre 2017

1. È cosa degna, fratelli, che voi celebriate con tutta devozione l’avvento del Signore, godendo per così grande consolazione, stupefatti per tanta degnazione, infiammati da tanta carità. E non pensate solo al primo avvento nel quale è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto (Lc 19, 10), ma anche al secondo, quando verrà e ci prenderà con sé. Voglia Iddio che meditiate costantemente su queste due venute, ruminando nei vostri cuori i benefici del primo e le promesse del secondo. Voglia Iddio che dormiate tra le due venute (Sal 68 (67), 14)! Queste sono infatti le due braccia dello Sposo, tra le quali la sposa dormiva e diceva: La sua sinistra è sotto il mio capo, e la sua destra mi abbraccerà (Ct 2, 6). Nella sinistra infatti, come leggiamo altrove, è significata la ricchezza e la gloria, nella destra la vita lunga. Nella sua sinistra, è detto, ricchezze e gloria (Pr 3, 16). Udite, figli di Adamo, gente avara e ambiziosa: perché affannarvi per procurarvi ricchezze terrene e gloria temporale che non sono né vere, né vostre? L’oro e l’argento (At 3, 6) non sono forse terra gialla e bianca, che solo l’errore degli uomini fa, o piuttosto considera preziosa? E se queste son cose vostre, portatevele con voi! Ma l’uomo quando muore con sé non porta nulla, né scende con lui la sua gloria (Sal 49 (48), 17-18).

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Lectio Divina: La Preghiera

14 dicembre 2017

Abbiamo fatto l’esperienza di una vera amicizia? Non stiamo più nella pelle e gridiamo perché vogliamo essere chiamati con il nostro nome; per poter diventare noi stessi abbiamo bisogno che un altro ci venga incontro:
Quando avremo la grazia di una vera amicizia saremo cambiati, trasformati nel più intimo della nostra persona.
Quando un essere di carne ed ossa entra nella nostra vita, la sconvolge e le dà un senso nuovo.
Abbiamo incontrato qualcuno che ci è venuto incontro e ci ha detto delle parole che sollecitano una risposta e cambiano tutta la vita.

I nostri problemi e le nostre difficoltà rimangono, ma noi li vediamo in un modo nuovo. Lo stesso accade quando Dio ci viene incontro e ci rivolse una parola di amicizia.

L’amore di Dio è così forte, così potente, da essere capace di restituirci la verginità del cuore. San Agostino parlerà dell’amore verginizzante di Dio. Dio non ci ama perché siamo graziosi, ma ci ama perché possiamo diventarlo.

Noi possiamo cambiare, siamo cambiati, perché Lui, Dio, ci ha incontrato, ci ha parlato, perché il suo stesso amore ci ha cambiato.

L’amore di Dio per noi non è una parola vana, è una parola che realizza ciò che porta con sé, una parola efficace, operante. Come l’incontro con un altro ci cambia, così l’incontro con Dio, con Gesù ci trasforma nelle profondità del nostro essere.

Fra te e Me, dice Dio, vi è un legame che nulla potrebbe infrangere. Io sono il tuo Dio; tu sei il mio figlio. Metteremo in comune. Io la Mia eternità, la mia vita e la Mia santità, tu il tuo quotidiano, la tua vita terrena e la tua povertà. La tua esistenza si unirà alla Mia, e non saremo mai più separati, perché io sono Dio e non metterò più in questione la mia alleanza, in un certo modo, i nostri destini sono legati l’uno all’altro.

Fra te e Me vi è una comunione di essere sulla quale si radica una comunione di sguardi e di amore. È soprattutto in Gesù che questa alleanza sarà realizzata perfettamente.

Discendiamo nel profondo del nostro cuore per scoprirvi come alla sua sorgente, questa corrente di vita che irriga tutta la nostra persona.
Proprio nella sicurezza di essere l’alleato di Dio si radica profondamente la nostra preghiera. La quale sgorga semplice, affettuosa e serena, perché sentiamo che Dio per primo ci ha parlato e vuole legare il suo destino al nostro.

“II Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli – ma perché il Signore vi ama”.

L’orazione è quel momento privilegiato nel quale noi contempliamo l’amore del Padre che ci genera alla vita filiale. Vuole liberarci dal profondo della nostra umanità per svilupparsi liberamente in noi.

Non dovremo più allora cercare delle idee e delle parole per esprimere la nostra preghiera. Ci basterà esistere come figlio di Dio: il nostro essere stesso sarà una preghiera.

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Bernardo di Clairvaux, Sermoni per l’Avvento:Sermone III, Le Sette Colonne

13 dicembre 2017

 

Nell’Avvento del Signore che celebriamo, se considero la persona di colui che viene, non riesco a farmi un’idea dell’eccellenza della sua maestà. Se guardo quelli ai quali è venuto, rimango spaventato dalla grandezza della degnazione. Certamente gli Angeli sono pieni di stupore per la novità, in quanto vedono al di sotto di sé colui che sempre adorano sopra di sé, e manifestamente ormai salgono e scendono al Figlio dell’uomo (Gv 1, 51). Se considero a fare che cosa egli sia venuto, abbraccio, per quanto posso, l’ampiezza inestimabile della sua carità. Se penso al modo, constato l’esaltazione della condizione umana. Viene infatti il Creatore e Signore di tutto il creato, viene agli uomini, viene per gli uomini, viene uomo. Ma dirà qualcuno: «Come mai si dice che sia venuto, lui che è sempre stato dappertutto? Era nel mondo, e il mondo per lui è stato fatto, e il mondo non lo conobbe» (Gv 1, 10). Non è dunque venuto, lui che era presente, ma è apparso, lui che era nascosto. Perciò ha preso la natura umana nella quale poter essere conosciuto, lui che abita la luce inaccessibile (1 Tm 6, 16). E veramente non era cosa ingloriosa apparire nella sua somiglianza che aveva fatto all’inizio (Mt 19, 4), né indegno di Dio mostrarsi nella sua somiglianza (Gen 1, 26) a coloro che non avrebbero potuto conoscerlo nella sua
sostanza, affinché, lui che aveva fatto l’uomo ad immagine e somiglianza sua, egli stesso apparisse agli uomini come uomo.

2. La Chiesa intera dunque celebra una volta all’anno la solennità di questo avvento di tanta maestà, di tanta umiltà, di tanta carità, di tanta nostra glorificazione. Ma volesse Dio che questa celebrazione si facesse sì una sola volta, ma che (nei suoi effetti) durasse sempre. Questo sarebbe molto giusto. Quanta incongruenza infatti c’è nel fatto che, dopo l’avvento di un così grande Re, gli uomini vogliano od osino occuparsi in altri svariati affari, mentre piuttosto, lasciato tutto il resto, dovrebbero occuparsi unicamente nel culto di lui, e, in sua presenza, non ricordarsi di tutte le altre cose. Ma non a tutti si possono applicare le parole del Profeta: Erutteranno il ricordo della tua bontà immensa (Sal 145 (144), 7), in quanto non tutti fanno di questo ricordo il loro cibo. In verità, nessuno può eruttare quello che non ha gustato, e neppure se l’ha solamente gustato. Il rutto non può procedere se non dalla pienezza e dalla sazietà. Perciò coloro che hanno una mente e una vita secolare, anche se celebrano questa memoria, non la eruttano, osservando questo periodo di avvento senza devozione e affezione, per una certa arida consuetudine. Infine, e questo è ancor più da condannare, la memoria di questa degnazione diventa per certuni occasione per la vita carnale (Gal 5, 13), e potresti vedere questi tali tanto solleciti in questi giorni per preparare vesti sontuose e cibi prelibati, come se queste cose cercasse Cristo venendo a nascere tra noi, e venga ricevuto in modo tanto più degno, quanto con maggior cura vengono preparate queste cose. Ma ascolta quello che dice lui: Chi ha occhi altezzosi e cuore superbo, con un tale non prendevo cibo (Sal 101 (100), 5). Perché con tanta ambizione prepari abiti per il mio Natale? Io detesto la superbia, non l’accolgo. Perché con tanta sollecitudine prepari vivande abbondanti per quell’occasione? Io condanno le delizie della carne, non le gradisco. Davvero il tuo cuore è insaziabile, mentre prepari tante cose, facendole venire anche da lontano, mentre per il corpo basterebbero poche cose, e quali si possono con più comodo trovare. Celebrando dunque il mio avvento, tu mi onori con le labbra, ma il tuo cuore è lontano da me (Mt 15, 8). Tu non rendi culto a me, ma il ventre è il tuo dio (Fil 3,19), e tu ti vanti di quello di cui dovresti vergognarti. Proprio infelice colui che cerca il piacere del corpo e la vanità della gloria secolare; beato invece il popolo il cui Dio è il Signore (Sal 144 (143), 15).

3. Fratelli, non adiratevi contro gli empi, né invidiate i malfattori (Sal 37 (36), 1). Considerate piuttosto qual è la loro fine (Sal 73 (72), 17), e compatiteli di cuore, e pregate per loro che sono trovati nel peccato (Gal 6, 1). Essi fanno così perché ignorano Dio (1 Cor 15, 34), perché se lo conoscessero, non avrebbero mai provocato stoltamente contro di sé il Signore della gloria (1 Cor 2, 8). Ma noi, dilettissimi, non abbiamo la scusa dell’ignoranza (Gv 15, 22). Voi lo conoscete bene, e se diceste che non lo conoscete, sareste, come i secolari, bugiardi (1 Gv 4, 20). Del resto, se non lo conoscete, chi vi ha condotti qui, o come vi siete venuti? (Mt 22, 12).
E come avresti potuto deciderti a rinunziare spontaneamente all’affetto delle persone care, ai piaceri del corpo, alle vanità del mondo, e gettare nel Signore ogni tuo pensiero (Sal 55 (54), 23) e ogni preoccupazione (1 Pt 5, 7), dal quale non meritavi nulla di bene, anzi, tanto male, come te lo dice la coscienza? Chi, ripeto, ti avrebbe persuaso a fare queste cose, se non avessi saputo che il Signore è buono per quelli che sperano in lui, per l’anima che lo cerca (Lam 3, 25), se non avessi conosciuto anche tu che dolce è il Signore e mite, molto misericordioso e verace? (Sal 86 (85), 5 e 15). E queste cose di dove le hai sapute, se non perché, non solo è venuto a te, ma in te?

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Lectio Divina: Gesù e la nostra santificazione

12 dicembre 2017

“Io non conosco nulla di meglio per staccarci dal mondo di ciò che eleva; ne conosco nulla che tanti ci elevi come lo studio, la contemplazione e la scienza di Gesù.” Ed ancora “Siate Gesù: Gesù nell’orazione, Gesù nella conversazione, Gesù nella prova, Gesù per Iddio, Gesù per il prossimo, Gesù unicamente e sempre”.

Debbiamo pensare a Gesù come un vivente, attualmente vivente che è nel mondo, e che ci ha scelto nel mondo tra mille.

Ha le sue vedute su di noi. Egli conosce il Santo differente tra Tutti gli altri santi cui portiamo il germe, e che Egli creerà con il peggio e con il meglio di noi stessi, se non resistiamo al suo amore. Il dramma della nostra vita sta in questa resistenza che noi opponiamo al paziente lavorio di Gesù.

Sono convinto che sono uno scelto fra mille? Se è così, a che punto è il mio dramma?
Sento, con impegno sentito e sereno il germe del santo che è in me?
Perché dopo tante comunioni, tante promesse, sono incapace di diventare santo?
Senza sfiduciarci, rinnoviamo a Gesù la promessa di diventarlo.

Il Desurmont descrive con finezza il procedimento secondo il quale giunge alla santità un imitatore di Gesù. L’operazione dello Spirito Santo assecondata dalla buona volontà dell’individuo, forma, conserva, matura nell’anima il gusto celeste della rassomiglianza con Gesù.

Quando lo Spirito Santo ha stabilito di formare in un’anima questo istinto celeste, comincia con l’ispirarle un interesse vivo per la persona del Salvatore. Poco a poco senza conoscere le cause, l’anima sente attrattiva per tutto ciò che si riferisce a Lui; prova il bisogno di dargli piacere, di conversare con Lui, di unirsi a Lui, poiché è legge di natura che si sia felici e fieri di rassomigliare a colui che stimiamo e amiamo, presto l’anima concepisce il desiderio di imitare Gesù.

Insensibilmente arriva ad una specie di passione per Gesù: i suoi desideri, la sua gioia, la sua gloria, la soddisfazione di tutte le sue aspirazioni, il termine di tutti i suoi progetti, la luce di tutti i suoi passi sono in Gesù e in tutti i suoi esempi divini.

L’abate Chautard suggeriva spesso il quarto d’ora di santità: lo spazio di quindici minuti, lungo la giornata, in cui ci si propone di vivere da santi, con più tenacia del solito.
Farà bene anche a me; stabilirò, circa dieci muniti durante i quali agirò alla presenza di Gesù, in stretta dipendenza da Lui ascoltando, chiedendo, non negandogli nulla, ripetendo sovente l’esercizio.

Il P. Doyle sceglieva una giornata nel corso della quale si proponeva di essere più attento a non dire mai di no a Gesù.

Chi torna dalla comunione e subito si abbandona ai propri e soliti pensieri, o parla di cose inutili, o parla con asprezza ecc. costui non dimostra di essere stato vicino alla Persona di Gesù; di averlo visto confitto in Croce durante la Santa Messa; non si è stupito di averlo ricevuto nel cuore, forse anche nelle mani, non dà a vedere che sente quell’adorabile Persona presente in lui con l’umanità sacrosanta.

La sua comunione non è stata un incontro personale: ne resta molto ridotta l’efficacia santificante. Se noi avessimo la fede viva, la fede che hanno i Santi, come loro vedremmo Gesù. “Ci sono dei sacerdoti che lo vedono tutti i giorni nella Messa” (San Curato Dars).

Chi si è comunicato con Gesù deve vivere come parla, eseguire per primo ciò che chiede agli altri perché cosi appunto, ha fatto Gesù. Quale fortuna per le anime che vedono nel consacrato una vita conforme ai principi del Vangelo, una esatta imitazione di Gesù.

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AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro Decimo: Dopo la ricerca e l’incontro con Dio

11 dicembre 2017

La memoria ( Parte Terza)

Amore universale per la verità
23. 33. Dunque non è certo che tutti vogliono essere felici: quanti non cercano il godimento di chi, come te, è l’unica felicità della vita, in realtà non vogliono la felicità. O forse tutti la vogliono, ma, poiché le brame della carne sono opposte allo spirito, e quelle dello spirito alla carne, sì che non fanno ciò che vogliono, cadono là dove possono, e ne sono paghi, perché ciò che non possono, non lo vogliono quanto occorrerebbe per volerlo? Chiedo a tutti: “Preferite godere della verità o della menzogna?”. Rispondono di preferire la verità, con la stessa risolutezza con cui affermano di voler essere felici. Già, la felicità della vita è il godimento della verità, cioè il godimento di te, che sei la verità, o Dio, mia luce, salvezza del mio volto, Dio mio. Questa felicità della vita vogliono tutti, questa vita che è l’unica felicità vogliono tutti, il godimento della verità vogliono tutti. Ho conosciuto molte persone desiderose di ingannare; nessuna di essere ingannata. Dove avevano avuto nozione della felicità, se non dove l’avevano anche avuta della verità? Amano la verità, poiché non vogliono essere ingannate; e amando la felicità, che non è se non il godimento della verità, amano certamente ancora la verità, né l’amerebbero senza averne una certa nozione nella memoria. Perché dunque non ne traggono godimento? Perché non sono felici? Perché sono più intensamente occupati in altre cose, che li rendono più infelici di quanto non li renda felici questa, di cui hanno un così tenue ricordo. C’è ancora un po’ di luce fra gli uomini. Camminino, camminino dunque, per non essere sorpresi dalle tenebre.
23. 34. Ma perché la verità genera odio, e l’uomo che predica il vero in tuo nome diventa per loro un nemico, mentre amano pure la felicità, che non è se non il godimento della verità? In realtà l’amore della verità è tale, che quanti amano un oggetto diverso pretendono che l’oggetto del loro amore sia la verità; e poiché detestano di essere ingannati, detestano di essere convinti che s’ingannano. Perciò odiano la verità: per amore di ciò che credono verità. L’amano quando splende, l’odiano quando riprende. Non vogliono essere ingannati e vogliono ingannare, quindi l’amano allorché si rivela, e l’odiano allorché li rivela. Questo il castigo con cui li ripagherà: come non vogliono essere scoperti da lei, lei contro il loro volere scoprirà loro, rimanendo a loro coperta. Così, così, persino così cieco e debole, volgare e deforme è l’animo umano: vuole rimanere occulto, ma a sé non vuole che rimanga occulto nulla. E viene ripagato con la condizione opposta: non rimane lui occulto alla verità, ma la verità rimane occulta a lui. Eppure anche in questa condizione infelice preferisce il godimento della verità a quello della menzogna. Dunque sarà felice allorché senza ostacoli né turbamento godrà dell’unica Verità, grazie alla quale sono vere tutte le cose.

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Bernardo di Clairvaux Sermoni per l’Avvento/SERMONE I Sei circostanze dell’Avvento

9 dicembre 2017

1. Oggi, fratelli, celebriamo l’inizio dell’Avvento. Questo nome, come quello delle altre solennità, è abbastanza celebre e noto al mondo, ma il suo significato non è forse altrettanto conosciuto. Infatti, i poveri figli di Adamo, trascurando di studiare le cose importanti e salutari, cercano piuttosto le cose caduche e transitorie. A chi paragoneremo gli uomini di questa generazione (Mc 4, 30; Lc 7, 31) che vediamo incapaci di staccarsi e separarsi dalle consolazioni terrene e caduche? Sono certamente simili a quei naufraghi che, in procinto di venir sommersi dalle acque, si aggrappano a qualsiasi cosa, la prima che capiti loro tra mano, e la tengono fortemente stretta, anche se si tratta di cose che in nessun modo possono portare aiuto (Is 30, 5), come radici di erbe e cose simili. E se qualcuno viene in loro aiuto, capita talvolta che lo trascinano con sé, sicché non può più aiutare né loro, né se stesso. Così periscono in questo mare grande e spazioso (Sal 104 (103), 25), così periscono i miseri, mentre, seguendo le cose periture, perdono quelle solide, attaccandosi alle quali potrebbero riemergere e salvare la loro vita (Gc 1, 21). Non infatti della vanità, ma della verità è detto: La conoscerete ed essa vi farà liberi (Gv 8, 32). Voi dunque, fratelli, ai quali, in quanto piccoli, Dio rivela quelle cose che tiene nascoste ai sapienti e prudenti (Mt 11, 25), occupatevi di quelle cose che sono veramente salutari, facendone oggetto dei vostri assidui pensieri. Riflettete con cura al significato di questo avvento, investigando chi sia colui che viene, donde venga, dove vada, che cosa venga a fare, quando e per quale via egli venga. Certamente è questa una curiosità degna di lode e salutare: infatti la Chiesa universale non celebrerebbe questo Avvento con tanta devozione, se non si nascondesse in esso un qualche grande sacramento (Ef 5, 32).

2. Innanzitutto pertanto, insieme con l’Apostolo, pieno di stupore e di ammirazione (At 2, 12), considerate anche voi la grandezza di costui che viene: egli è infatti, secondo la testimonianza di Gabriele, il Figlio del Dio Altissimo (Lc 1, 32), e conseguentemente Altissimo anche lui. Non possiamo infatti pensare ad un Figlio di Dio degenere, ma dobbiamo confessarlo di uguale altezza e della medesima dignità. Chi non sa infatti che i figli di principe sono anch’essi principi, e i figli di re sono re anch’essi? Ma perché mai delle tre Persone che crediamo e confessiamo e adoriamo nell’eccelsa Trinità, non il Padre, non lo Spirito Santo, ma il Figlio è venuto? Io penso che questo sia stato fatto non senza una ragione. Ma chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore. O chi mai è stato suo consigliere (Rm 11, 34)? E certamente non fu senza il consiglio della Trinità che venisse il Figlio; e se consideriamo la causa del nostro esilio, forse possiamo capire, almeno un poco, come fosse conveniente che fosse soprattutto il Figlio a liberarci. Lucifero infatti, che si levava al mattino (Is 14, 12), per il fatto di aver tentato di usurpare la somiglianza dell’Altissimo, e di essersi attribuito ingiustamente di essere uguale a Dio (Fil 2, 6), il che è prerogativa del Figlio, venne punito all’istante e precipitato nell’inferno (Is 14, 12), perché il Padre vendicò l’onore del Figlio, e fu come dicesse: A me la vendetta, io darò il dovuto castigo (Rm 12, 19). E subito avresti potuto vedere Satana che come fulmine cadeva dal cielo (Lc 10, 18). Come osi insuperbirti tu, terra e cenere (Sir 10, 9)? Se Dio non ha perdonato agli angeli insuperbiti (Rm 11, 21), quanto più userà lo stesso rigore a tuo riguardo, putredine e verme (Sir 19, 3) che sei. Lucifero non ha fatto nulla, nessuna azione esterna: ha solo avuto un pensiero di superbia e in un istante, in un batter d’occhio (1 Cor 15, 52) fu irreparabilmente precipitato, perché, secondo il Profeta, egli non stette nella verità (Gv 8, 44).

3. Fuggite la superbia, fratelli miei, ve ne prego; fuggitela con orrore. La superbia è alla base di ogni peccato, essa che ha sprofondato nelle tenebre eterne (Gb 3, 9) così velocemente lo stesso Lucifero che rifulgeva più splendido di tutte le stelle, e da primo degli angeli lo mutò in diavolo. E così, subito ardente d’invidia per l’uomo, ingenerò in lui l’iniquità che aveva concepito in se stesso (Gb 15, 35; Sal 7, 15), persuadendolo a mangiare il frutto proibito, per diventare così simile a Dio, mediante la conoscenza del bene e del male (Gen 3, 5-6). Che cosa offri, che cosa prometti, disgraziato, dal momento che il Figlio dell’Altissimo (Lc 1, 32) ha la chiave della scienza (Lc 11, 52), anzi, è egli stesso la chiave, la chiave di Davide che chiude e nessuno può aprire (Ap 3, 7)? In lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2, 3); tu saresti capace di rubarli per darli all’uomo? Vedete che veramente, come dice il Signore, costui è bugiardo e padre della menzogna (Gv 8, 44). Fu infatti bugiardo quando disse: Sarò simile all’Altissimo (Is 14, 14), e padre della menzogna allorché trasfuse anche nell’uomo il germe avvelenato della sua falsità, dicendo: Sarete come dei (Gen 3, 5). Anche tu, o uomo, vedendo un ladro, corri con lui (Sal 50 (49), 18). Avete notato fratelli, quello che è stato letto questa notte nel profeta Isaia, che riferisce le parole del Signore: I tuoi principi sono infedeli, ovvero, secondo un’altra versione: disobbedienti, compagni dei ladri (Is 1, 23).

4. In realtà i nostri principi Adamo ed Eva, capostipiti della nostra razza, sono stati disobbedienti, soci di ladri; essi tentano per consiglio del serpente, anzi del diavolo che si serve del serpente, di rubare quello che appartiene al Figlio di Dio. E il Padre non dissimula l’ingiuria (Pr 12, 16) fatta al Figlio — egli infatti ama il Figlio (Gv 5, 20) —, ma subito anche nell’uomo vendica questa ingiuria (Dt 32, 43), e appesantisce la sua mano su di noi (Sal 32 (31), 4). Tutti infatti in Adamo abbiamo peccato (Rm 3, 23; 1 Cor 15, 22), e in lui tutti abbiamo ricevuto la sentenza di dannazione. Che cosa farà il Figlio vedendo che il Padre prende le sue difese, e non perdona ad alcuna delle sue creature? «Ecco, dice, per causa mia il Padre perde le sue creature. Prima l’Angelo ha ambito la mia eccellenza, e ha trovato compagni che lo seguissero; ma subito la gelosia del Padre si è scagliata contro di lui e contro i suoi seguaci, percuotendoli tutti con piaga incurabile (2 Mac 9, 5), con crudele castigo (Ger 30, 14). L’uomo ha voluto rubarmi anche la scienza, che appartiene a me, e neppure di lui ha avuto compassione (Dt 7, 16; Ez 16, 5), né gli ha perdonato. Dio si cura forse dei buoi (1 Cor 9, 9)? Aveva Dio fatto soltanto due nobili creature dotate di ragione, capaci di beatitudine, l’angelo cioè e l’uomo; ma per causa mia perse molti angeli e tutto il genere umano. Dunque, perché sappiano che anch’io amo il Padre (Gv 14, 31), riabbia per mezzo mio quelli che in qualche modo per causa mia sembra aver perduto. Se questa tempesta, dice Giona, è sorta per causa mia, prendetemi e buttatemi in mare (Gn 1, 12 sec. ant. vers.). Tutti mi portano invidia. Vengo, e tale mostro me stesso, che chiunque vorrà invidiarmi, chiunque desidererà di imitarmi, questa emulazione vada a bene suo. So tuttavia che gli angeli disertori si sono dati completamente alla malizia e alla nequizia (1 Cor 5, 8), e non hanno peccato per una qualche ignoranza o fragilità; perciò, non volendo essi pentirsi, è inevitabile che periscano. L’amore del Padre e l’onore del Re esigono la giustizia (Sal 99 (98), 4)».

5. Per questo infatti egli ha creato da principio gli uomini (Gen 1, 27-28; Mt 19, 4) affinché da essi fossero riempiti i posti rimasti vuoti, e venissero restaurate le rovine della (celeste) Gerusalemme (Is 61, 4). Sapeva infatti che per gli angeli era impossibile una via di ritorno. Conosce infatti la superbia di Moab (Is 16, 6; Ger 48, 29), che è grande, e non ammette rimedio di pentimento, e per questo esclude anche il perdono. Ma per gli uomini non ha creato nessuna creatura per sostituirli, dando a vedere con ciò che per l’uomo c’era ancora redenzione, essendo egli stato soppiantato dalla malizia altrui; per questo gli poteva giovare la carità di un altro. Così, Signore, ti supplico (Es 34, 9), ti piaccia di liberarmi (Sal 40 (39), 14) perché io sono infermo (Sal 6, 3), perché dalla mia terra sono stato dolorosamente strappato (Gen 40, 15), e buttato in questo carcere. Non del tutto innocente, a dire il vero, ma rispetto a colui che mi ha sedotto, un poco innocente. La menzogna mi è stata suggerita, o Signore: venga la verità, onde si scopra la falsità, e io conosca la verità, e la verità mi darà la libertà (Gv 8, 32), a condizione che, scoperta la falsità, io rinunzi completamente ad essa ed aderisca alla verità conosciuta. Diversamente non sarebbe più una umana tentazione (1 Cor 10, 13), né un peccato umano, ma sarebbe ostinazione diabolica: perseverare nel male, infatti, è cosa diabolica, e giustamente meritano di perire con il diavolo (Ap 12, 9) coloro che si ostinano nel peccato (Rm 6, 1).

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

9 dicembre 2017

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO

ELEVAZIONE 14
L’amore e la giustizia

« Dio è troppo buono; non può punire in eterno ». E’ così che molti ti giudicano, Signore. E sotto questo sciocco pretesto, preferiscono servire le loro cattive passioni e le loro cattive inclinazioni piuttosto che rinunciare a se stessi e seguirti.
Nulla tuttavia è più contrario alla dottrina della tua Chiesa: l’inferno è ben lontano dall’essere opposto alla tua bontà, ed è precisamente perché io credo al tuo amore, o Dio potente e buono, che io credo all’inferno.
Se tu non fossi Amore; se egoisticamente chiuso nella tua beatitudine tu non avessi gettato sugli esseri inferiori a te che sguardi indifferenti, forse l’inferno avrebbe potuto non esistere. Ma tu… tu hai creato tutto per amore. Hai formato l’uomo a tua somiglianza; l’hai vivificato con il tuo respiro; l’hai colmato dei tuoi doni, e non hai chiesto a questa creatura, così riccamente dotata, che un poco di fiducia, di fedeltà e di amore. E quando essa ti disprezza e si rivolta contro di te, tu resteresti impassibile, come un Essere incompleto, privo di amore e di sentimento? Dio! Io credo ai rigori della tua giustizia perché credo alle eccessive tenerezze del tuo cuore! Ti amo, mio Dio, Amore Infinito, che ti chini verso la creatura, che la sostieni e la sollevi. Ma ti amo anche, Amore misconosciuto e oltraggiato, che ti irrigidisci e punisci.
Se l’inferno non esistesse, non ti amerei altrettanto. Quando vedo un principe lasciare, nel suo regno, tutti i delitti impuniti; quando lo vedo spargere le sue ricchezze con altrettanta profusione su vili e traditori come sui suoi sudditi fedeli, e trascinare nell’avvilimento la grandezza e la maestà regali, non posso che disprezzarlo e chiamarlo ingiusto e fiacco. No, se non ci fosse l’inferno, mancherebbero tre gemme splendide alla corona delle tue perfezioni: mancherebbero la giustizia, la potenza e la dignità.
Ti amo, ti adoro, mio Dio, nella tua misericordia per i deboli, nella tua bontà per i piccoli, nella tua generosità per i poveri. Ti adoro nel tuo perdono senza riserve; nell’amore che scende dal tuo seno su tutte le creature; nelle tue attese senza stanchezza; nelle grazie che spandi a profusione sulle anime per toccarle, per ricondurle a te, per illuminarle, per vincerle.
Ti adoro anche, ti amo appassionatamente grande, maestoso, terribile, che consumi in una fiamma eterna coloro che hanno resistito all’assedio del tuo amore.
Del resto non sei tu, mio Dio, sovranamente buono, che condanni e punisci: sono i cattivi stessi che, rifiutandosi di gettarsi nelle fiamme del tuo amore senza fine, si precipitano in quelle dell’eterna giustizia.
Sì, ti amo come tu sei.
Ti adoro, incoronato dall’insieme infinito delle perfezioni; tanto giusto come buono, grande tanto per la tua potenza e santità che per la tua misericordia, e sempre l’Amore, l’Amore Infinito; Amore che crea, che dona, che perdona, che vivifica; Amore che comanda, riprende e castiga…

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