Archive for the ‘Vangelo’ Category

Dom Alessandro Barban. La persona e il messaggio di Gesù nel Vangelo di Marco

7 gennaio 2015

Audio dell’incontro tenuto venerdì 21 novembre 2014 dal priore generale dei Camaldolesi su “La persona e il messaggio di Gesù nel Vangelo di Marco”

RELAZIONE

 

DIBATTITO

L. Monti. Le parole dure del Vangelo di Marco

12 novembre 2014

Nuovo contributo sulla Sindone, possibile conferma ulteriore

9 maggio 2014

http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo
/articolo/sindone-shroud-sudario-33948/

Ciclo di Conferenze 2012 sul Vangelo di Marco

1 febbraio 2014
Il Vangelo di Marco. Fonti, struttura e teologia del “racconto” più antico Relatore: prof. Antonio Sabetta
(Pontificia Università Lateranense)
“Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!” (15,33-39)
Relatore: prof. Franco De Carlo
 (Pontificia Università Urbaniana)
“Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino” (1,15)
Relatore: prof. Antonio Pitta
 (Pontificia Università Lateranense)
Relatore: prof. Giuseppe De Virgilio
 (Pontificia Università della Santa Croce)
Relatore: prof.ssa Mirella Susini
 (Pont. Univ. Antonianum – Pont. Univ. S.Tomm. d’Aquino)
Relatore: prof. Massimo Serretti

(Pontificia Università Lateranense)

Verso la GMG 2016. Sulle Beatitudini (10). Dal Discorso di San Leone Magno, Dottore della Chiesa

19 novembre 2013

Stalci dal “Discorso sulle Beatitudini” di san Leone Magno, papa


(Disc. 95, 4-6; PL 54, 462-464)

La beatitudine del regno di Cristo

Quando Nostro Signore Gesù Cristo predicava il Vangelo del Regno e guariva in Galilea le infermità più diverse, la fama dei suoi miracoli si era diffusa per tutta la Siria, e molte persone accorrevano in folla al medico celeste da tutta la Giudea. Poiché l’umana ignoranza è molto lenta a credere ciò che non vede e a sperare quel che non conosce, era necessario che coloro i quali dovevano essere confermati con la divina dottrina fossero stimolati con benefici materiali e con prodigi visibili. Così, sperimentando la potenza benefica del Signore, non avrebbero dubitato della sua dottrina apportatrice di salvezza.
Il Signore, dunque, volle cambiare le guarigioni esteriori, in rimedi interiori e, dopo aver guarito i corpi, risanare le anime. Perciò si allontanò dalla folla che lo circondava, e si portò in un luogo solitario di un vicino monte. Là chiamò a sé gli apostoli, per istruirli con dottrine più elevate dall`alto di quella mistica cattedra. Con la scelta di un tale posto e di un tale ministero volle significare che era stato egli stesso a degnarsi di rivolgere un tempo la sua parola a Mosè. Ma là aveva parlato con una giustizia piuttosto tremenda, qui invece con la sua divina clemenza, perché si adempisse quanto era stato promesso per bocca del profeta Geremia: «Ecco, verranno giorni dice il Signore – nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Dopo quei giorni, dice il Signore: porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore» (Ger 31, 31. 33; cfr. Eb 8, 8).
Colui dunque che aveva parlato a Mosè, parlò anche agli apostoli e la mano veloce del Verbo, che scriveva nei cuori dei discepoli, promulgava i decreti del Nuovo Testamento. Non era circondato, come allora, da dense nubi, né da tuoni e bagliori terribili, che tenevano lontano dal monte il popolo. Ora si intratteneva con i presenti in un dialogo tranquillo e affabile.
Fece questo perché la soavità della grazia rimovesse la severità della legge e lo spirito di adozione eliminasse il terrore della schiavitù.
Quale sia l’insegnamento di Cristo lo manifestano le sue parole. Coloro che desiderano pervenire alla beatitudine eterna, riconosceranno dai detti del Maestro quali siano i gradini da percorrere per salire alla suprema felicità.
Cristo dice: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5, 3). Potrebbe forse ritenersi incerto quali siano i poveri, ai quali si riferisce la Verità se, dicendo poveri, non avesse aggiunto null’altro per far capire il genere di poveri di cui parla. Si sarebbe allora potuto pensare essere sufficiente per il conseguimento del regno dei cieli quella indigenza, che molti patiscono con opprimente e dura ineluttabilità. Ma quando dice: «Beati i poveri in spirito», mostra che il regno dei cieli va assegnato piuttosto a quanti hanno la commendatizia dell’umiltà interiore, anziché la semplice carenza di beni esteriori.

(Disc. 95, 2-3; PL 54, 462)
Beati i poveri in spirito

(more…)

Verso la GMG 2016. Sulle Beatitudini (8). Beato Pier Giorgio Frassati, la novena

18 novembre 2013

Il Beato Pier Giorgio Frassati , è conosciuto anche come  “l’uomo delle Beatitudini”. Giovanni Paolo II, riconoscendo la santità della sua breve vita – appena 24 anni – lo ha beatificato  il 20 maggio 1990, ( per il testo dell’Omelia della Beatificazione  http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1990/documents/hf_jp-ii_hom_19900520_beatificaz-frassati_it.html) e da allora è diventato immagine per molti ragazzi e ragazze di ogni angolo del mondo. E’  stato scelto per accompagnare  la Giornata mondiale della gioventù di Rio del 2013 come intercessore dei giovani.

In sua memoria si recita una Novena sulle  Beatitudini

PRIMO GIORNO

GESU’ dice: “Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli.”

PIER GIORGIO risponde: la fede datami nel Battesimo mi suggerisce con voce sicura: “Da te non farai nulla ma se Dio avrai per centro di ogni tua azione, allora si arriverai fino alla fine”.

PREGHIAMO: Beato Pier Giorgio, insegnami la vera povertà di spirito. Aiutami a capire che Dio mi ama e che mi chiede di amare gli altri, specialmente coloro che sono nel bisogno. Conducimi a fare delle scelte nella mia vita che prediligano il servizio di Dio e dei fratelli, anziché l’affannosa ricerca di ricchezze e gioie del mondo. Donami una amore speciale per il povero e per il malato.

Beato Pier Giorgio, chiedo la tua intercessione per ottenere da Dio, che ama i poveri, tutte le grazie necessarie al mio bene spirituale e temporale. Con fiducia ti chiedo aiuto (formula la tua richiesta).

  (more…)

Verso la GMG 2016. Sulle Beatitudini (7). Dal Catechismo della Chiesa Cattolica

17 novembre 2013

PARTE TERZA
LA VITA IN CRISTO

SEZIONE PRIMA
LA VOCAZIONE DELL’UOMO:
LA VITA NELLO SPIRITO

CAPITOLO PRIMO
LA DIGNITÀ DELLA PERSONA UMANA

ARTICOLO 2
LA NOSTRA VOCAZIONE ALLA BEATITUDINE

I. Le beatitudini

1716 Le beatitudini sono al centro della predicazione di Gesù. La loro proclamazione riprende le promesse fatte al popolo eletto a partire da Abramo. Le porta alla perfezione ordinandole non più al solo godimento di una terra, ma al regno dei cieli:

« Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli » (Mt 5,3-12).

1717 Le beatitudini dipingono il volto di Gesù Cristo e ne descrivono la carità; esse esprimono la vocazione dei fedeli associati alla gloria della sua passione e della sua risurrezione; illuminano le azioni e le disposizioni caratteristiche della vita cristiana; sono le promesse paradossali che, nelle tribolazioni, sorreggono la speranza; annunziano le benedizioni e le ricompense già oscuramente anticipate ai discepoli; sono inaugurate nella vita della Vergine Maria e di tutti i santi.

II. Il desiderio della felicità

1718 Le beatitudini rispondono all’innato desiderio di felicità. Questo desiderio è di origine divina; Dio l’ha messo nel cuore dell’uomo per attirarlo a sé, perché egli solo lo può colmare.

« Noi tutti certamente bramiamo vivere felici, e tra gli uomini non c’è nessuno che neghi il proprio assenso a questa affermazione, anche prima che venga esposta in tutta la sua portata ».36

« Come ti cerco, dunque, Signore? Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità. Ti cercherò perché l’anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di te ».37

« Dio solo sazia.38

1719 Le beatitudini svelano la mèta dell’esistenza umana, il fine ultimo cui tendono le azioni umane: Dio ci chiama alla sua beatitudine. Tale vocazione è rivolta a ciascuno personalmente, ma anche all’insieme della Chiesa, popolo nuovo di coloro che hanno accolto la Promessa e vivono nella fede di essa.

III. La beatitudine cristiana

(more…)

Verso la GMG 2016. Sulle Beatitudini (6). E.Bianchi

16 novembre 2013

La registrazione dell’intervento di Enzo Bianchi tenuto al Monastero di  Camaldoli dal 28 luglio al 3 agosto 2013 durante la 1^ settimana teologica organizzata dalla Fuci

http://www.youtube.com/watch?v=XzlVWnXNUlk

Sulle Beatitudini (5). “Beatitudini. La felicità cristiana” Settimana teologica 2013 a Camaldoli

15 novembre 2013


Relazione introduttiva a cura della Presidenza nazionale della F.U.C.I.

«[I cristiani] dovrebbero cantarmi canti migliori perché io impari a credere al loro redentore: più gioiosi dovrebbero sembrarmi i suoi discepoli!» (F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, Adelphi 2006).
Solo a sentire questa battuta provocatoria di Nietzsche, dovremmo considerare attentamente, noi cristiani, in qual modo esprimiamo con la nostra vita ciò in cui professiamo di credere. Un non credente come il filosofo tedesco infatti, ritiene insoddisfacenti argomentazioni teologiche o filosofiche riguardo Gesù Cristo e il suo messaggio di salvezza. Egli si basa sul dato materiale. Sembra quasi esclamare: se voi cristiani credete davvero che quel certo Gesù sia il vostro Redentore dimostratemi, per mezzo della gioia derivante dalla consapevolezza della vostra salvezza, la vostra fede (Da confrontare con Gc 2, 15-18: “ Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta. Al contrario uno potrebbe dire: «Tu hai la fede e io le opere; mostrami la tua fede con le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede»”) .
Suonano incredibilmente attuali le parole di Nietzsche. Forse però, neanche lo stesso filosofo aveva considerato che altrettanto, se non più attuali, suonano le parole del Signore all’interno delle Beatitudini (Mt 5, 3-12 e Lc 6, 20-26).

Semantica delle Beatitudini
In ogni tempo, e quindi anche nel nostro, le Beatitudini tracciano da un lato il vero e proprio autoritratto di Cristo, dall’altro comunicano a noi cristiani, come a ogni uomo, una serie di condizioni personali in cui sperimentare la beatitudine, la gioia.
Da una parte infatti, non possiamo fare a meno di notare come il modello di uomo e di umanità disegnato dalle Beatitudini, corrisponda in primo luogo a Cristo stesso: egli è il vero povero in spirito, afflitto, mite, misericordioso, puro di cuore, operatore di pace, insultato, perseguitato.
D’altra parte, in questo brano evangelico non si fa mai uso della parola felicità; l’aggettivo Beati, piuttosto, porta con sé la gioia, uno stato d’animo differente e da non confondere con la felicità.
Se ormai infatti queste due parole sono accreditate come sinonimi, occorre dare atto che in filosofia e in teologia ricoprono un diverso significato. Come cristiani quindi, oltre che come uomini, siamo tenuti a considerare il concetto di beatitudine come gioia, piuttosto che come felicità. La felicità cristiana è nient’altro che gioia.
Secondo la filosofa Francesca Nodari, si può addirittura comprendere il piacere all’interno del campo semantico di felicità e gioia e, in questo modo, stabilire una differenziazione fra i tre termini. Da una parte collocheremo piacere e felicità, i quali rimandano sostanzialmente a una logica egocentrica, che si ritorce sull’io e punta al soddisfacimento di un bisogno. Di diverso carattere è invece da considerare la gioia, che lungi dal rinchiudersi sull’io, consiste nella consapevolezza di essere in armonia
con il mondo (F. NODARI, Felicità e bisogno in ID., Felicità, Massetti Rodella Editori 2011. Secondo Paoli la felicità corrisponde alla «soddisfazione di un desiderio che si prolunga nel tempo e che spesso impegna la persona in notevoli sforzi e sacrifici»)
.
Pertanto, quando ci sembra di essere contenti, quando ci sentiamo sereni, proviamo gioia o felicità?
Ognuno di noi può trovare un valido aiuto nel rispondere a questo interrogativo, in alcune considerazioni di fratel Arturo Paoli. Anch’egli stabilisce una certa differenziazione fra felicità e gioia, aggiungendo poi l’allegria.
Invece, l’allegria «richiama soprattutto uno stato di sensibilità»

Da ultimo, la gioia corrisponde a un senso di autonomia. Si tratta di uno stato d’animo permanente, indipendente dalle circostanze contingenti e dagli avvenimenti che ci troviamo a vivere ogni giorno. Essa è propriamente condizione dell’essere, dell’intimità più profonda della persona, che niente e nessuno può cancellare o manomettere. Condizione, potremmo dire noi cristiani, che promana dalla consapevolezza di essere salvati e di risorgere a vita nuova come Cristo.
Potremmo adesso chiederci: gli affamati, i poveri, i sofferenti possono sperimentare la gioia?

Una gioia senza tempo
A questa potrebbe seguire un’ulteriore domanda: potranno sperimentare la gioia in questa vita?
Oppure soltanto dopo la morte (abbracciando la concezione cristiana di Paradiso)?
Una delle prime considerazioni a questo proposito scaturisce dell’intima natura delle Beatitudini, così come emerge dalle versioni di Matteo e Luca: il loro messaggio si pone lungo il crinale del già e non ancora.
Proprio come la Terra, salvata e redenta dalla Risurrezione di Cristo, è già principio del Regno, anche le promesse di Gesù nelle Beatitudini trovano una prima realizzazione in questo mondo.
Come fa notare anche San Tommaso d’Aquino, «[…] gli afflitti sono consolati dallo Spirito Santo che è chiamato Paraclito, cioè consolatore; gli affamati sono saziati con il pane della vita, i misericordiosi ricevono misericordia, quelli che si purificano dal male vedono in qualche modo Dio e quelli che dominano i moti dell’ira sono chiamati figli di Dio» (R. CANTALAMESSA, Le Beatitudini evangeliche. Otto gradini verso la felicità, San Paolo 2008)

D’altra parte, è opportuno notare che i miti non possiedono ancora la terra, gli afflitti non sempre e non tutti ricevono consolazione. Si potrebbe continuare ancora lungo questa via.
Insomma, la volontà del Padre è ancora lontana dall’essere fatta.
Si può essere d’accordo con Erri De Luca quando sostiene che la novità delle Beatitudini non ha ancora trovato posto sulla Terra. Allora può quindi essere vana la parola di Cristo?
Andando alla ricerca di una chiave di volta per uscire da questa situazione apparentemente problematica, è opportuno considerare la categoria dell’eternità, che pervade tutto il messaggio di salvezza di Cristo. Le Sue stesse esclamazioni delle Beatitudini sono al futuro: i verbi usati sono saranno, erediteranno, troveranno, vedranno.

Conclusione
La straordinarietà e la novità del messaggio cristiano è in sostanza proprio questo: esso non si accontenta di assumere il passato, non si adagia staticamente sul presente, ma si proietta deciso al futuro. Così vale per le Beatitudini.
Senza la categoria dell’eternità esse suonano come irraggiungibili, ideali, utopiche, sganciate dalla realtà concreta.
Lungi dall’essere un invito a stemperare il nostro impegno per migliorare la vita presente, l’eternità dà la misura della nostra speranza e, se accettata, evita una certa nostalgia d’infinito, che turba quanti si mettono in ricerca di senso, senza scorgere un minimo orizzonte di questa ricerca. L’eternità insomma, dimostra come un Amore più grande del nostro piccolo mondo, ci invita a rivestirci dell’umanità di Cristo per sperimentare una gioia che non passa e non si consuma.
Siamo davvero disposti però ad accettare che la nostra gioia non si compia in questo mondo?

Sulle Beatitudini (2). Papa Francesco

12 novembre 2013

Dall’Omelia feriale el 10.06.2013

Ecco allora che, quando siamo aperti allo Spirito del Signore, possiamo capire la nuova legge che il Signore ci porta,  le Beatitudini…..che soltanto si capiscono se uno ha il cuore aperto, si capiscono dalla consolazione dello Spirito Santo, mentre non si possono capire con l’intelligenza umana soltanto….Sono i nuovi comandamenti.

Ma se noi non abbiamo il cuore aperto allo Spirito Santo, sembreranno sciocchezze.

‘Ma, guarda, essere poveri, essere miti, essere misericordiosi non sembra una cosa che ci porti al successo’. Se non abbiamo il cuore aperto e se non abbiamo gustato quella consolazione dello Spirito Santo, che è la salvezza, non si capisce questo. Questa è la legge per quelli che sono stati salvati e hanno aperto il loro cuore alla salvezza. Questa è la legge dei liberi, con quella libertà dello Spirito Santo…..Uno può regolare la sua vita, sistemarla su un elenco di comandamenti o procedimenti, un elenco meramente umano. Ma questo alla fine non ci porta alla salvezza, solo il cuore aperto ci porta alla salvezza.

Tanti erano interessati a esaminare la dottrina nuova e poi litigare con Gesù……perché avevano il cuore chiuso nelle loro cose, cose che Dio voleva cambiare. Perché ci sono persone che hanno il cuore chiuso alla salvezza?…. Perché abbiamo paura della salvezza. Abbiamo bisogno, ma abbiamo paura, perché quando viene il Signore per salvarci dobbiamo dare tutto. E comanda Lui! E di questo abbiamo paura……., perché vogliamo comandare noi …….

 per capire questi nuovi comandamenti, abbiamo bisogno della libertà che nasce dallo Spirito Santo, che ci salva, che ci consola e dà la vita………Possiamo oggi chiedere al Signore la grazia di seguirlo, ma con questa libertà. Perché se noi vogliamo seguirlo con la nostra libertà umana soltanto, alla fine diventeremo ipocriti come quei farisei e sadducei, quelli che litigavano con Lui.

L’ipocrisia è questo: non lasciare che lo Spirito cambi il cuore con la sua salvezza. La libertà dello Spirito, che ci dà lo Spirito, anche è una sorta di schiavitù, una ‘schiavitù’ al Signore che ci fa liberi, è un’altra libertà. Invece, la libertà nostra soltanto è una schiavitù, ma non al Signore, ma allo spirito del mondo. Chiediamo la grazia di aprire il nostro cuore alla consolazione dello Spirito Santo, perché questa consolazione, che è la salvezza, ci faccia capire bene questi comandamenti. Così sia!” 

PP. FRANCESCO

Sulle Beatitudini (1). Intervista a B. Maggioni

11 novembre 2013

 

Non si tratta di un «programma morale», ma di parole che fanno da «specchio alla vita di Dio», mostrano «come agisce il Padre» e chiedono ai credenti «di essere prolungamento di questo stile in mezzo agli uomini». Così il biblista don Bruno Maggioni legge le Beatitudini, che papa Francesco ha posto al centro delle prossime Gmg.
Don Bruno, che significato ha secondo lei questa scelta?
Rivela l’intento di voler «tornare al Vangelo», a ciò che Gesù ha detto e fatto. Non dimentichiamo, infatti, che le Beatitudini sono una “fotografia ” di Gesù, del suo modo di agire, del suo modo, insomma, di essere uomo. Non basta dire di Cristo che è «vero Dio e vero uomo», ma è necessario anche capire come egli è stato uomo e le Beatitudini ce lo rivelano. Sono grato al Papa per questa scelta.
Che posto occupano le Beatitudini nel Vangelo di Matteo?
Potrebbero essere paragonate a un «portone di entrata e di uscita» dal Vangelo. Immaginiamole come quel portale che introduce a una Cattedrale: da lì si coglie in anticipo il senso dell’intero edificio e da lì deve poi concludersi la visita. È un testo, quindi, che racchiude in sé l’intero percorso del Vangelo, perché nelle Beatitudini si ritrova uno «specchio» per capire Gesù, il suo Vangelo, il suo essere Figlio di Dio e come ha vissuto da uomo. Ripartire da lì significa riscoprire il vero Gesù. Le tre Beatitudini scelte per i temi, poi, sono particolarmente belle e significative.
Partiamo dalla prima. Chi sono i «poveri in spirito»?
Questo versetto si rivolge ai poveri ma anche ai discepoli. L’invito, infatti, è chiaro: se volete essere immagine di Dio cominciate a guardare i poveri come lui li guarda. Ma il povero non è solo chi non ha beni materiali; il povero è piuttosto colui che guarda a tutto ciò che possiede come a un dono. È questa una chiara indicazione di stile, quindi: «Guarda al povero e sii povero anche tu». Cioè: «Concepisci te stesso e la tua esistenza, le tue capacità, le tue competenze, in termini di gratuità e non di possesso o di dominio. Noi ci affatichiamo per accumulare qualcosa, ma in realtà dovremmo impegnarci per mostrare con il nostro agire il modo in cui Dio guarda e ama il povero. E questo vale anche per i giovani, che non devono progettare e pensare a un futuro di «potere », ma sono chiamati a una logica di servizio e di gratuità, da realizzare anche attraverso le proprie capacità.

E i puri di cuore?
Non dobbiamo intendere la purezza come riguardante solo la sfera sessuale. Perché i puri di cuore sono coloro che vivono di un ideale autentico, trasparente, in grado di mettere Dio e la verità al primo posto. Il cuore, d’altra parte, indica l’uomo intero, il luogo che rivela il modo di immaginare e di guardare il mondo, il luogo delle motivazioni profonde dell’agire, insomma. E il cuore è anche lo sguardo sul mondo. Io dico sempre che se un uomo è contento perché ha un bell’albero in giardino ed è contento solo perché è suo, non è di certo un puro di cuore. La sua gioia dovrebbe nascere dal fatto che tutti possono godere della bellezza del suo albero.

Invertendo poi l’ordine originale, l’ultima Beatitudine, quella per la Gmg di Cracovia, riguarda i misericordiosi. Che messaggio ne viene?

È l’invito a saper perdonare, mettendo al primo posto nel rapporto con gli altri un atteggiamento che è quello tipico di una madre, che sa correggere ma anche perdonare e accogliere. Il modello è il perdono di Dio: essere misericordiosi, quindi, significa «prolungare», portandolo in mezzo a tutti gli uomini, ciò che Dio fa, il suo modo di agire.
Insomma, dalle Beatitudini s’impara non delle regole ma uno stile?
È proprio così: l’uomo, per capire se stesso, deve guardare al comportamento di Dio, cioè di Gesù uomo. La prima domanda non è «cosa devo fare io?» ma «cosa fa Dio?», «cosa fa Gesù?». Le Beatitudini quindi non contengono delle regole, ma un modo di pensare Dio

 

tratto da in “Avvenire” del 8 novembre 2013, intervista a cura di Matteo Lut

Video: Sulla via di Damasco, Vita e risurrezione, Chiara Corbella

9 novembre 2013

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem
-8d1b7411-b754-4ced-8797-9fe7345c0bb2.html

La Santa Sindone, sito ufficiale

30 ottobre 2013

http://www.sindone.org/santa_sindone/00023930_Santa
_Sindone.html

La via del cuore

29 ottobre 2013

La via del cuore divino e umano di Cristo (anche quello dei vangeli preso più sul serio anche sul paino delle impostazioni essenziali spirituali-culturali) comporterà, tra l’altro, anche un vario riequilibrio dell’uomo, della donna, dei loro rapporti etc., un aiuto alla famiglia, alle altre vocazioni, etc..

Vedere: Manifesto del cuore divino e umano di Cristo

https://gpcentofanti.wordpress.com/manifesto-del-cuore-divino-
e-umano-di-cristo/

Parabole per bambini. Gesù guarisce il paralitico

23 luglio 2013

paralitico

GESU’ GUARISCE IL PARALITICO (Marco 2, 1-12)

Quando Gesù viveva su questa Terra andava attorno facendo del bene alla gente.

Egli guariva tutti quelli che  (…) si rivolgevano a Lui con fiducia e umiltà.

Una volta, c’era un uomo molto malato, che non poteva camminare; costui, però, aveva una cosa bella: l’amicizia di quatto uomini.

Porteremo il nostro amico a Gesù!“, dissero i quattro.

Così ognuno prese un angolo della barella, sulla quale il malato stava, e lo portarono da Gesù.

Il cammino era molto faticoso, ma continuavano ad andare avanti, perché sapevano che Gesù poteva guarire il loro amico.

Finalmente giunsero alla casa dove Gesù stava insegnando; ma c’era così tanta gente che non poterono avvicinarsi al Signore.

I quattro amici non si arresero: fecero un buco nel tetto e calarono l’uomo all’interno della casa, attraverso il foro.

 

paralitico di cafarnao
Gesù vedendo quello che avevano fatto i quattro amici, per la loro fede, guarì il paralitico.

Gesù non solo guarì l’uomo fisicamente, ma anche spiritualmente perché lo perdonò di tutti i peccati: una guarigione doppia, anzi completa!

Così l’uomo preso il suo lettino corse verso casa tutto contento, grato a Gesù e ai suoi quattro amici, per l’aiuto che, con tanto amore, gli avevano offerto.

In quella occasione molte altre persone lodarono Dio per quello che avevano visto.


Anche noi oggi possiamo essere di aiuto a qualcuno bisognoso, portandolo a Gesù, cioè incoraggiandolo ad affidare a Lui la propria vita e i propri bisogni.

 

fonti:

http://www.sdcg.altervista.org/sc/bibbia/kidstory/gesu1.html

http://www.periragazzi.net/index.php/le-storie/51-episodi-della-vita-di-gesu/110-gesu-guarisce-un-paralitico

Parabole per bambini. Il buon samaritano

21 luglio 2013

Il buon samaritano

IL BUON SAMARITANO

Gesù nei suoi discorsi, raccomandava che bisogna amare il nostro prossimo come noi stessi.

Un giorno, un uomo e anche maestro della Legge, fece a Gesù questa domanda: “Chi è il mio prossimo?”.

Se questa domanda venisse fatta a noi oggi, senz’altro risponderemmo subito che il nostro prossimo sono le persone che ci stanno vicino, quelle simpatiche, ma anche quelle non simpatiche… facendo così una bella figura!.

Gesù invece non risponde subito. Non perché non sappia rispondere o non voglia rispondergli… preferisce che quell’uomo rifletta!

Inizia così a raccontare una storia: “Un uomo deve fare un viaggio. Deve andare da Gerusalemme a Gerico. La strada è molto lunga e pericolosa”.

Lungo questa strada infatti avveniva spesso che si verificassero delle rapine e anche degli omicidi, la strada purtroppo era frequentata da “briganti” persone pericolose e cattive.

“Lungo il viaggio, il pover’uomo venne aggredito e derubato di tutto e lasciato in mezzo alla strada. I briganti naturalmente fuggirono…! Dopo qualche ora, passò un sacerdote, vide un uomo disteso per terra, ma tirò dritto… Il poveretto era quasi sfinito, ma la sua forza di sopravvivenza non gli impedì di sentire rumori di passi. Che delusione dovette provare… anche questa volta chi passava, andò oltre….! Eppure era un uomo che si dichiarava molto religioso….!”

Perché questi due uomini non si sono fermati?

Gesù non dice niente a riguardo. A me viene da pensare che essendo uno un sacerdote e l’altro una persona molto religiosa forse si credevano superiori al malcapitato, o forse non volevano sporcarsi le mani, oppure non volevano abbassarsi fino a lui, visto che era per terra!

Voi cosa ne pensate…?

“Chissà quanto tempo passò ancora prima che giungesse qualcun’ altro,  un forestiero, un Samaritano…. Lo vide. Si fermò. Non ci pensò due volte e lo caricò sul suo asino. Lo portò nella locanda più vicina chiedendo al proprietario di prendersi molta cura di lui lasciandogli come acconto due denari. Al suo ritorno se avesse speso di più lo avrebbe pagato”.

Come mi sorprende e mi fa riflettere il finale del racconto!! Anche a voi?

L’uomo aggredito non viene soccorso dalla gente del posto! Chissà, magari lo conoscevano anche…!

E’ uno straniero che ha compassione di lui. Fermandosi ad aiutarlo, questo samaritano sapeva di rischiare in quanto la sua gente non era ben vista in quella regione, eppure non ha esitato a salvare un uomo che non era del suo paese e tantomeno della sua religione!

Il samaritano era un uomo normale e da uomo normale ha soccorso un altro uomo. Questo forse è quello che Gesù voleva far capire al maestro della Legge che lo aveva interrogato?

Cosa significa oggi per noi essere dei “buoni samaritani?”

Per me significa che non devo evitare chi ha bisogno, che non devo essere egoista ma soprattutto che non devo vergognarmi di compiere qualsiasi gesto, grande o piccolo che sia.

Certo so che non posso aiutare tutti… basta però che non tiro dritto… che non mi volti dall’altra parte facendo finta di non vedere.

Spesso basta un sorriso o una parola buona… qualche volta un atto di bontà è costituito anche solo da uno sguardo fatto con…

A M O R E !

Condividi anche tu?

Chi è invece il buon samaritano per noi? Chi si ferma per aiutarci e curarci quando siamo feriti?

 G E S U’ !

Nei momenti di difficoltà, quando qualcosa o qualcuno ci ha ferito, quando siamo tristi e nel dolore, o abbiamo dubbi e incertezze, Gesù ha la medicina giusta per curarci ed aiutarci, basta chiederglielo e lasciarlo fare…

Lui è nostro amico, ci vuole bene, anzi ci ama tantissimo, ci ascolta e quando soffriamo è pronto a fasciare tutte le nostre ferite, spirituali ed anche fisiche… e ci affida a qualcuno che può prendersi cura di noi, come i nostri genitori, un fratello o una sorella, i nonni, gli insegnanti di scuola, oppure un amico sincero, ma anche un sacerdote o i catechisti, chiunque nella Chiesa e nella comunità abbia a sua volta ricevuto da Gesù stesso la grazia per aiutarci (come l’albergatore di questa parabola che ha ricevuto i denari dal buon samaritano).

(Trovi la parabola nel vangelo di Luca 10,25-37)

Preghiamo:

Signore,

vedo attorno a me tanta povertà e miseria

e dico: Non tocca a me!

Vedo tanta povertà e miseria,

ma di sfuggita

per non rischiare di commuovermi

e fermarmi!

Tanto, mi dico, sarà sempre così!

E, poi, non è colpa mia!

E così mi dimentico di te, Signore,

di te e di me:

di quello che tu hai fatto per me

e del tuo amore per chi soffre.

Voglio aprire il cuore a Te

che mi vieni a trovare

nel volto di ogni povero!

fonti:

http://www.somascos.org/spara/vangelo/paraboledeipiccoli/buonsamaritano.htm

http://disegni.qumran2.net/archivio/5259.jpg

Parabole per bambini. Il Padre misericordioso

19 luglio 2013

Il padre misericordioso

IL PADRE MISERICORDIOSO

Gesù come sappiamo era circondato da tanta gente. Alcuni si credevano talmente sapienti e sicuri di sè, da poter condannare tutti coloro che avessero commesso qualche sbaglio.

Per dimostrare loro quanto Dio-Padre invece ami tutti gli uomini, soprattutto chi sbaglia, Gesù raccontò loro questa parabola:

“Un padre aveva due figli. Un giorno, il più giovane,- che chiameremo Luca-, si stancò della vita che conduceva, tutto gli era diventato noioso e pesante. Niente lo soddisfava più. Voleva essere felice: ma come?

Sapendo che alla morte del padre avrebbe ereditato dei beni, chiede subito la sua parte di eredità, vuole partire, vuole andare in un paese lontano e vivere finalmente come piace a lui, potersi così divertire… Tutte le sere fuori con gli amici: cene, balli e viaggi, finchè…..aimè, i soldi finiscono!

Si trovò solo. Senza più amici. (Ma possiamo chiamare “amico” chi ci abbandona in un momento di bisogno…?) Tanto più che nel paese in cui viveva ci fu una grande crisi economica!

Affamato e sempre più solo, Luca fu costretto a cercarsi un lavoro: e che lavoro! Per sopravvivere fece il guardiano dei porci. Lavoro questo che avrebbe rifiutato se fosse ancora nella casa paterna!

Facendo il guardiano ai porci trova però il tempo per pensare.” E’ questo quello che volevo? la libertà che cercavo? la felicità desiderata? Ecco quello che devo fare: tornare a casa e chiedere perdono a mio padre per il mio comportamento.”

Il viaggio del ritorno non fu facile. Doveva pensare alle parole da dire e poi, cosa da non sottovalutare, doveva chiedere perdono…

E’ difficile chiedere perdono?

Cammina, cammina, pensa e ripensa, non si accorse di essere arrivato nelle vicinanze di casa. “Come sarò accolto?” pensò.

Intanto il padre, che lo vide arrivare da lontano, gli andò subito incontro. Lo abbracciò, quasi non diede tempo a Luca di chiedere perdono, e subito ordinò ai servi di dargli abiti nuovi, un paio di sandali e l’anello di famiglia. Il padre era talmente felice del ritorno a casa di questo figlio “ribelle” che volle fare una grande festa. Fece ammazzare il vitello più grasso e invitò tutti, anche i servi, a festeggiare e a gioire con lui per questo ritorno…..”

Chi è il padre in questa parabola?

Il Padre misericordioso che ci perdona è Dio.

Con questa parabola Gesù vuol farci capire che anche noi, se dovessimo allontanarci dal Padre vivremmo sempre tristi, perchè non possiamo essere sereni se abbiamo commesso uno sbaglio verso una persona a noi cara, una persona che ci ama come ci ama Dio! Dobbiamo quindi essere pronti a riconoscere di aver sbagliato e a chiedere perdono.

A quale sacramento Gesù fa riferimento in questa parabola?

Come il figlio Luca, se dovessimo allontanarci da DIO-PADRE con il peccato, sappiamo che possiamo riconciliarci con Lui.

Dobbiamo solo riconoscere i nostri errori e con fiducia confessarli al sacerdote, venendo così perdonati.

Gesù, vuol farci capire che Dio, come un Padre pieno di amore, è pronto a dimostrare ad ognuno di noi che ci ama tantissimo e ci accoglie sempre con gioia facendo grande festa quando con cuore sincero desideriamo riconciliarci con Lui.

(La parabola del Padre Misericordioso si trova nel Vangelo di Luca, capitolo 15, versetti 11-32)

Preghiamo:

ATTO DI DOLORE

Signore Gesù

che volesti essere chiamato

Amico dei peccatori

per il mistero della Tua morte

e resurrezione

liberami dai miei peccati

e donami la Tua pace

perché io porti frutti di carità

giustizia e Verità.

Amen.

fonti:

http://www.somascos.org/spara/vangelo/paraboledeipiccoli/padremisericordioso.htm

http://disegni.qumran2.net/archivio/5199.jpg

Parabole per bambini. Il fico sterile

17 luglio 2013

fico sterile

IL FICO STERILE

Gesù raccontò un giorno a chi lo ascoltava questa parabola:

«Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno?” Ma quegli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finche io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire, se no, lo taglierai”».(Lc 13,6-9)

Attraverso la parabola del fico sterile Gesù ci fa capire che Dio ama ciascuno con infinita pazienza.

Nella vigna di un ricco signore c’è un fico sterile.

«Meglio tagliarlo, sono tre anni che sfrutta il terreno e non mi dà nessun frutto!» dice il padrone.

Il contadino però non è d’accordo, chiede ancora del tempo. Chissà, forse si sente colpevole: non lo avrà concimato come si deve! In ogni caso chiede al padrone di avere ancora un po’ di pazienza. Se le cose non cambieranno, se la situazione non migliorerà… allora in futuro verrà tagliato.

Cosa ci vuol far capire Gesù con questo racconto?

A me aiuta a scoprire e a capire che anche io potrò essere un bell’albero, e portare tanti frutti, se mi lascerò amare e guidare da Gesù.

I nostri frutti sono le azioni compiute per amore di Dio e del nostro prossimo

Però anche io sono come il fico… a volte porto dei frutti buoni, altre volte no. E tu come ti senti?

Anche a noi Gesù lascia sempre una nuova possibilità E’ paziente, e come il contadino si prende cura di quell’alberello che siamo noi.

Per portare frutti e trasmettere a tutti la pace, la gioia e l’amore dobbiamo cambiare il nostro modo di essere. Per iniziare: impegniamoci ad essere pazienti con gli altri come Dio è paziente con noi!

Preghiamo:

Dio, anch’io sono un albero libero.

Anche a me tu dai la possibilità

e la capacità di portare tanti frutti…

Se però a volte non ne sono capace,

tu o Dio non mi abbandoni.

Sei paziente con me

e non ti stanchi mai

di nutrirmi con il tuo Amore.

Aiutami ad essere paziente con gli altri

come tu sei paziente con me!

fonti:

http://www.somascos.org/spara/vangelo/paraboledeipiccoli/ficosterile.htm

http://disegni.qumran2.net/archivio/5198.jpg

Video: A sua immagine, Papa Francesco e le periferie di ogni tipo

5 luglio 2013

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem
-a594ccec-34fa-4460-b611-3038cc6699ac.html#p=0

Nuove ricerche collocano la Sindone all’epoca di Cristo

12 giugno 2013

http://it.radiovaticana.va/news/2013/06/09/sindone:_
nuovi_esperimenti_la_collocano_allepoca_di_cristo/it1-699654