Sei incinta? Papa Francesco vorrebbe dirti qualcosa – Dall’esortazione apostolica Amoris Laetitia (punto 171)

19 giugno 2017 by

Aleteia | Giu 19, 2017


Abbi cura della tua gioia, che nulla ti tolga la gioia interiore della maternità…

Ad ogni donna in gravidanza desidero chiedere con affetto:

Abbi cura della tua gioia, che nulla ti tolga la gioia interiore della maternità.

Quel bambino merita la tua gioia. Non permettere che le paure, le preoccupazioni, i commenti altrui o i problemi spengano la felicità di essere strumento di Dio per portare al mondo una nuova vita.

Occupati di quello che c’è da fare o preparare, ma senza ossessionarti, e loda come Maria: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva» (Lc 1,46-48).

Vivi con sereno entusiasmo in mezzo ai tuoi disagi, e prega il Signore che custodisca la tua gioia perché tu possa trasmetterla al tuo bambino.

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Tweet del Papa 

19 giugno 2017 by

​Nessuno di noi è un’isola, autonomo e indipendente dagli altri: possiamo costruire il futuro solo insieme, senza escludere nessuno.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 del 19 giugno 2017

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Vangelo (Mt 5,43-48) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 20 Giugno 2017) con commento comunitario

19 giugno 2017 by

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,43-48)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Questo è il Vangelo del 20 Giugno, quello del 19 Giugno lo potete trovare qualche post più sotto.

Liturgia del giorno: Audio salmo 147

19 giugno 2017 by

Loda il Signore, Gerusalemme.

[1] Alleluia.
Lodate il Signore: è bello cantare al nostro Dio,
dolce è lodarlo come a lui conviene.

[2] Il Signore ricostruisce Gerusalemme,
raduna i dispersi d’Israele.

[3] Risana i cuori affranti
e fascia le loro ferite;

[4] egli conta il numero delle stelle
e chiama ciascuna per nome.

[5] Grande è il Signore, onnipotente,
la sua sapienza non ha confini.

[6] Il Signore sostiene gli umili
ma abbassa fino a terra gli empi.

[7] Cantate al Signore un canto di grazie,
intonate sulla cetra inni al nostro Dio.

[8] Egli copre il cielo di nubi,
prepara la pioggia per la terra,
fa germogliare l’erba sui monti.

[9] Provvede il cibo al bestiame,
ai piccoli del corvo che gridano a lui.

[10] Non fa conto del vigore del cavallo,
non apprezza l’agile corsa dell’uomo.

[11] Il Signore si compiace di chi lo teme,
di chi spera nella sua grazia.

[12] Alleluia.
Glorifica il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion.

[13] Perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.

[14] Egli ha messo pace nei tuoi confini
e ti sazia con fior di frumento.

[15] Manda sulla terra la sua parola,
il suo messaggio corre veloce.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo odierno:

«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Gv 6,51-58


Risultati immagini per signori di chi andremo

Signore, da chi andremo? 

Don Angelo Saporiti, Commento sulla fiducia in Dio

 

Signore da chi vuoi che andiamo?
Dove troveremo quello che ci dai tu?

Chi ci potrà accogliere senza riserve,
a braccia aperte, sempre, come fai tu?
I soldi ci possono dare il benessere,
ma non ci possono dare la passione della vita.
La legge può condannare o assolvere,
ma solo tu Signore sai cosa c’è veramente nel cuore.
La vita di coppia può dare gioia e unione,
ma nessun affetto può spegnere la sete d’approvazione
e la ricerca infinita d’amore che ci portiamo dentro.
Lo psicologo può curare le mie ferite,
ma solo tu, Signore, mi puoi dire:
“Io ti perdono, va’ in pace, tutto è cancellato”.
Tu solo mi dici: “Va bene così, figlio mio.
Non ti preoccupare, ci sono io.
Non aver paura. Fidati di me”.
Ma da chi vuoi che andiamo, Signore?
Solo tu hai parole di vita eterna.

 

 

Papa Francesco Omelia messa per il Corpus Domini

19 giugno 2017 by

 

 

 

 

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Giovanni in Laterano
Domenica, 18 giugno 2017

[Multimedia]

 

Nella solennità del Corpus Domini torna più volte il tema della memoria: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere […]. Non dimenticare il Signore, […] che nel deserto ti ha nutrito di manna» (cfrDt 8,2.14.16) – disse Mosè al popolo. «Fate questo in memoria di me» (1 Cor 11,24) – dirà Gesù a noi. «Ricordati di Gesù Cristo» (2 Tm 2,8), dirà Paolo al suo discepolo. Il «pane vivo, disceso dal cielo» (Gv 6,51) è il sacramento della memoria che ci ricorda, in modo reale e tangibile, la storia d’amore di Dio per noi.

Ricordati, dice oggi la Parola divina a ciascuno di noi. Dal ricordo delle gesta del Signore ha preso forza il cammino del popolo nel deserto; nel ricordo di quanto il Signore ha fatto per noi si fonda la nostra personale storia di salvezza. Ricordare è essenziale per la fede, come l’acqua per una pianta: come non può restare in vita e dare frutto una pianta senza acqua, così la fede se non si disseta alla memoria di quanto il Signore ha fatto per noi. «Ricordati di Gesù Cristo».

Ricordati. La memoria è importante, perché ci permette di rimanere nell’amore, di ri-cordare, cioè di portare nel cuore, di non dimenticare chi ci ama e chi siamo chiamati ad amare. Eppure questa facoltà unica, che il Signore ci ha dato, è oggi piuttosto indebolita. Nella frenesia in cui siamo immersi, tante persone e tanti fatti sembrano scivolarci addosso. Si gira pagina in fretta, voraci di novità ma poveri di ricordi. Così, bruciando i ricordi e vivendo all’istante, si rischia di restare in superficie, nel flusso delle cose che succedono, senza andare in profondità, senza quello spessore che ci ricorda chi siamo e dove andiamo. Allora la vita esteriore diventa frammentata, quella interiore inerte.

Ma la solennità di oggi ci ricorda che nella frammentazione della vita il Signore ci viene incontro con una fragilità amorevole, che è l’Eucaristia. Nel Pane di vita il Signore viene a visitarci facendosi cibo umile che con amore guarisce la nostra memoria, malata di frenesia. Perché l’Eucaristia è il memoriale dell’amore di Dio. Lì «si fa memoria della sua passione» (Solennità del SS. Corpo e Sangue di Cristo, Antifona al Magnificat dei II Vespri), dell’amore di Dio per noi, che è la nostra forza, il sostegno del nostro camminare. Ecco perché ci fa tanto bene il memoriale eucaristico: non è una memoria astratta, fredda e nozionistica, ma la memoria vivente e consolante dell’amore di Dio. Memoria anamneticae mimetica. Nell’Eucaristia c’è tutto il gusto delle parole e dei gesti di Gesù, il sapore della sua Pasqua, la fragranza del suo Spirito. Ricevendola, si imprime nel nostro cuore la certezza di essere amati da Lui. E mentre dico questo, penso in particolare a voi, bambini e bambine che da poco avete ricevuto la Prima Comunione e siete qui presenti numerosi.

Così l’Eucaristia forma in noi una memoria grata, perché ci riconosciamo figli amati e sfamati dal Padre; una memoria libera, perché l’amore di Gesù, il suo perdono, risana le ferite del passato e pacifica il ricordo dei torti subiti e inflitti; una memoria paziente, perché nelle avversità sappiamo che lo Spirito di Gesù rimane in noi. L’Eucaristia ci incoraggia: anche nel cammino più accidentato non siamo soli, il Signore non si scorda di noi e ogni volta che andiamo da Lui ci ristora con amore.

L’Eucaristia ci ricorda anche che non siamo individui, ma un corpo. Come il popolo nel deserto raccoglieva la manna caduta dal cielo e la condivideva in famiglia (cfr Es 16), così Gesù, Pane del cielo, ci convoca per riceverlo, riceverlo insieme e condividerlo tra noi. L’Eucaristia non è un sacramento “per me”, è il sacramento di molti che formano un solo corpo, il santo popolo fedele di Dio. Ce lo ha ricordato San Paolo: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1 Cor 10,17). L’Eucaristia è il sacramento dell’unità. Chi la accoglie non può che essere artefice di unità, perché nasce in lui, nel suo “DNA spirituale”, la costruzione dell’unità. Questo Pane di unità ci guarisca dall’ambizione di prevalere sugli altri, dall’ingordigia di accaparrare per sé, dal fomentare dissensi e spargere critiche; susciti la gioia (lui dice: gloria) di amarci senza rivalità, invidie e chiacchiere maldicenti.

E ora, vivendo l’Eucaristia, adoriamo e ringraziamo il Signore per questo sommo dono: memoria viva del suo amore, che forma di noi un solo corpo e ci conduce all’unità.

 

PAPA FRANCESCO ANGELUS 18 GIUGNO 2017

18 giugno 2017 by

 

 

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Solennità del Corpus Domini Domenica, 18 giugno 2017

[Multimedia]

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In Italia e in molti Paesi si celebra in questa domenica la festa del Corpo e Sangue di Cristo – si usa spesso il nome latino: Corpus Domini o Corpus Christi. Ogni domenica la comunità ecclesiale si stringe intorno all’Eucaristia, sacramento istituito da Gesù nell’Ultima Cena. Tuttavia, ogni anno abbiamo la gioia di celebrare la festa dedicata a questo Mistero centrale della fede, per esprimere in pienezza la nostra adorazione a Cristo che si dona come cibo e bevanda di salvezza.

L’odierna pagina evangelica, tratta da San Giovanni, è una parte del discorso sul “pane di vita” (cfr 6,51-58). Gesù afferma: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo. […] Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (v. 51). Egli vuole dire che il Padre lo ha mandato nel mondo come cibo di vita eterna, e che per questo Lui sacrificherà sé stesso, la sua carne. Infatti Gesù, sulla croce, ha donato il suo corpo e ha versato il suo sangue. Il Figlio dell’uomo crocifisso è il vero Agnello pasquale, che fa uscire dalla schiavitù del peccato e sostiene nel cammino verso la terra promessa. L’Eucaristia è sacramento della sua carne data per far vivere il mondo; chi si nutre di questo cibo rimane in Gesù e vive per Lui. Assimilare Gesù significa essere in Lui, diventare figli nel Figlio.

Nell’Eucaristia Gesù, come fece con i discepoli di Emmaus, si affianca a noi, pellegrini nella storia, per alimentare in noi la fede, la speranza e la carità; per confortarci nelle prove; per sostenerci nell’impegno per la giustizia e la pace. Questa presenza solidale del Figlio di Dio è dappertutto: nelle città e nelle campagne, nel Nord e nel Sud del mondo, nei Paesi di tradizione cristiana e in quelli di prima evangelizzazione. E nell’Eucaristia Egli offre sé stesso come forza spirituale per aiutarci a mettere in pratica il suo comandamento – amarci come Lui ci ha amato –, costruendo comunità accoglienti e aperte alle necessità di tutti, specialmente delle persone più fragili, povere e bisognose.

Nutrirci di Gesù Eucaristia significa anche abbandonarci con fiducia a Lui e lasciarci guidare da Lui. Si tratta di accogliere Gesù al posto del proprio “io”. In questo modo l’amore gratuito ricevuto da Gesù nella Comunione eucaristica, con l’opera dello Spirito Santo alimenta l’amore per Dio e per i fratelli e le sorelle che incontriamo nel cammino di ogni giorno. Nutriti del Corpo di Cristo, noi diventiamo sempre più e concretamente il Corpo mistico di Cristo. Ce lo ricorda l’apostolo Paolo: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1 Cor 10,16-17).

La Vergine Maria, che è stata sempre unita a Gesù Pane di vita, ci aiuti a riscoprire la bellezza dell’Eucaristia, a nutrircene con fede, per vivere in comunione con Dio e con i fratelli.

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Dopo l’Angelus

Cari fratelli e sorelle,

dopodomani ricorre la Giornata Mondiale del Rifugiato promossa dalle Nazioni Unite. Il tema di quest’anno è “Con i rifugiati. Oggi più che mai dobbiamo stare dalla parte dei rifugiati”. Questo è il tema. L’attenzione concreta va a donne, uomini, bambini in fuga da conflitti, violenze e persecuzioni. Ricordiamo anche nella preghiera quanti di loro hanno perso la vita in mare o in estenuanti viaggi via terra. Le loro storie di dolore e di speranza possono diventare opportunità di incontro fraterno e di vera conoscenza reciproca. Infatti, l’incontro personale con i rifugiati dissipa paure e ideologie distorte, e diventa fattore di crescita in umanità, capace di fare spazio a sentimenti di apertura e alla costruzione di ponti. Esprimo la mia vicinanza al caro popolo portoghese per l’incendio devastante che sta colpendo i boschi intorno a Pedrógão Grande causando numerose vittime e feriti. Preghiamo in silenzio.

Rivolgo il mio saluto a tutti voi, romani e pellegrini; in particolare quelli venuti dalle Isole Seychelles, da Sevilla (Spagna) e da Umuarama e Toledo (Brasile). Saluto i fedeli di Napoli, Arzano e Santa Caterina di Pedara.

Un saluto speciale porgo alla qualificata rappresentanza della Repubblica Centrafricana e delle Nazioni Unite, che in questi giorni si trova a Roma per un incontro promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. Porto nel cuore la visita che ho fatto nel novembre 2015 in quel Paese e auspico che, con l’aiuto di Dio e la buona volontà di tutti, sia pienamente rilanciato e rafforzato il processo di pace, condizione necessaria per lo sviluppo.

Stasera, sul sagrato di San Giovanni in Laterano, celebrerò la Santa Messa, a cui seguirà la processione con il Santissimo Sacramento, fino a Santa Maria Maggiore. Invito tutti a partecipare, anche spiritualmente, penso in particolare alle comunità di clausura, alle persone malate e ai carcerati. In questo aiutano anche la radio e la televisione.

E martedì prossimo mi recherò in pellegrinaggio a Bozzolo e Barbiana, per rendere omaggio a Don Primo Mazzolari e Don Lorenzo Milani, i due sacerdoti che ci offrono un messaggio di cui oggi abbiamo tanto bisogno. Anche in questo caso ringrazio quanti, specialmente sacerdoti, mi accompagneranno con la loro preghiera.

Auguro a tutti una buona domenica. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

 

 

 

Il linguaggio di Gesù

18 giugno 2017 by

http://www.lastampa.it/2017/06/19/vaticaninsider/ita/commenti/la-libert-dellascoltoper-intuire-meglio-le-fragilit-aDNjQZg4d5HsarAxn4xLpI/pagina.html

IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

18 giugno 2017 by

Parte prima

IL SACERDOTE, CREAZIONE DELL’AMORE INFINITO

Risultato immagine per luisa margherita claret de la touche

CAPITOLO II

Gesù è Maestro

Dopo una preparazione lunga e silenziosa di trent’anni, Gesù iniziò a predicare. Possedeva in pienezza tutte le scienze; la sua intelligenza umana, estesa e perfezionata attraverso l’unione con l’Intelligenza divina, giungeva a tutte le conoscenze più alte, e penetrava fino al minimo dettaglio delle cose. L’armonia meravigliosa tra la sua intelligenza e il suo cuore, l’equilibrio perfetto che regnava in tutta la sua persona, regolavano il suo pensiero. Senza aver avuto bisogno di faticare per istruirsi, come tutti gli altri uomini, era padrone della sapienza allo stesso modo in cui, senza ostacolo, racchiudeva l’amore nel suo cuore.

Il mondo attendeva la sua lezione per rinascere alla vita e alla luce; ma Gesù lasciò passare trent’anni prima di manifestare la sua sapienza. Ci si può chiedere il perché di questa attesa, che per molto tempo ha privato gli uomini della luce per dissipare la notte della loro ignoranza. Ma anche in questo Cristo è nostro modello: sapeva che l’uomo ha bisogno di un lungo lavoro e di pesanti fatiche per impadronirsi dei tesori di saggezza e di scienza necessari per istruirsi e ha voluto così dare ai suoi preti l’esempio di una lenta e seria preparazione.

Al professore di una scuola basta sapere ciò che insegna ed essere capace di insegnare; ma quando si tratta di dare Dio agli uomini, non basta coltivare l’intelligenza. Deve essere trasformata la persona intera; e il maestro per primo deve passare per un susseguirsi di prove, iniziando almeno ad acquisire quella conoscenza esperienziale dei dolori, delle debolezze, delle miserie dell’umanità che dovrà possedere per istruire e illuminare i suoi fratelli.

Senza dubbio il prete può compiere questa funzione del suo ministero prima d’aver compiuto i trent’anni. Ma in questo caso, avrà bisogno di molta prudenza, di diffidenza nei confronti di se stesso e del ricorso umile ad altri che lo illuminino. Deve imparare soprattutto alla scuola di Cristo: studi questo sublime maestro di anime, e si abitui a parlare come lui e a insegnare come lui.

Quando Gesù, lasciando la vita nascosta, iniziò a rivelare i tesori di verità che portava in sé, il mondo intero era avvolto dall’oscurità del peccato. Il paganesimo, con i crimini da esso generati, regnava dappertutto e anche fra il popolo eletto la verità iniziava a coprirsi di ombre. I Giudei, che fino allora erano stati i custodi del deposito della verità divina, sembravano vicini a perderlo. Numerose sette laceravano la Sinagoga: l’amore per le ricchezze, il desiderio degli onori avevano a poco a poco fatto cadere il muro che separava Israele dai pagani. Per le perfide insinuazioni di una filosofia bugiarda, stretti in un sensualismo snervante e nel dilagare delle passioni, i figli di Abramo sentivano vacillare la loro fede, e vedevano la luce spegnersi nelle loro mani.

In questa situazione apparve Gesù.

Verbo non creato, « Luce da Luce, Dio vero da Dio vero », veniva a portare agli uomini la verità, assoluta, senza confusioni e senza ombre, come è in Dio, nella sua eternità, limpida e sovranamente pura. Veniva a dare nuova vita alla giustizia e alla verità, senza le quali gli uomini non possono che vagare sperduti nel loro cammino lungo il tempo. Veniva ad affermare, con tutta l’autorità della sua divina Sapienza, i diritti di Dio e i doveri dell’uomo, la misericordia di Dio e la miseria dell’uomo; veniva infine a rimettere ordine nell’intelligenza, sconvolta dagli errori del paganesimo.

La peccatrice di Samaria gli disse un giorno: « So che deve venire un Messia, cioè il Cristo, l’inviato di Dio. Quando verrà, ci spiegherà ogni cosa ». Era questa istruire gli uomini la grande missione del Salvatore. Il suo insegnamento è stato universale. Su tutti gli argomenti e in ogni campo ha portato la luce della verità. Ha combattuto gli errori di allora e ha abbattuto in anticipo quelli cui sarebbe giunta in seguito l’attività sregolata del pensiero umano. Ha insegnato, prima con l’esempio e poi con le parole, cosa l’uomo può conoscere di Dio. Lo ha fatto vedere creatore potente, infinitamente santo e sovranamente giusto; ma soprattutto, lo ha rivelato Padre, ineffabilmente buono e misericordioso.

Il dogma, la morale, i rapporti dell’uomo con il suo Dio e con i suoi simili, i grandi princìpi che devono reggere la famiglia, la società, e orientare la coscienza dell’uomo fra le ombre della vita: tutto è stato penetrato dai raggi luminosi della verità di Cristo. Non trascurava nessuna occasione per istruire la folla: « erano meravigliati per questi suoi insegnamenti. Infatti egli li ammaestrava come uno che ha autorità e non come i loro maestri della legge ».

è sufficiente guardare quante volte Gesù, di solito così sobrio e misurato nel parlare, ripete: « In verità, in verità vi dico: noi parliamo di quel che sappiamo e siamo testimoni di quello che abbiamo visto ». Così quando esclama sotto il portico del tempio: « Io sono la via, la verità e la vita; chi mi segue, non cammina nelle tenebre ». E più tardi, all’inizio della Passione, in piedi nel cortile del pretorio, risponderà a Pilato, con maestà incomparabile: « Io sono nato e venuto nel mondo per essere un testimone della verità. Chi appartiene alla verità ascolta la mia voce ».

Questa voce, così umile e così dolce, non risuonò che per tre anni in un piccolo angolo del mondo, privilegiato fra tutti. Pochi uomini la udirono.

Ciò che insegnava, il contrario delle idee allora di moda, sembrava delirio e follìa: ma era la verità. E la verità resta, prima o poi sconfigge la menzogna, e non muore mai, perché è nata da Dio, ed è immortale come lui.

La verità: ecco ciò che, dopo Gesù e con Gesù, il prete deve dare al mondo. Ma per insegnarla, per comunicarla agli altri, bisogna che la possieda in se stesso, e per possederla deve andarla ad attingere alla sua sorgente divina: deve andarla a cercare dal Maestro. Ricevendo la missione di insegnare, il prete riceve una ricchezza di luce che deve sviluppare in sé. Bisogna che renda salda e conservi intatta la verità che ha ricevuto; e sono così numerosi gli errori che la circondano che il prete la difende e la conserva integra non senza fatica e non senza lotta.

La verità di Dio è immutabile e non può cambiare. La Chiesa, inabitata dallo Spirito Santo, la possiede interamente. Se attraverso gli avvenimenti e le vicissitudini dei tempi, sembra che cambi, non è che apparenza. L’intelligenza dell’uomo, in quanto è più o meno pura, la percepisce più o meno luminosa.

La verità può accrescersi e svilupparsi, o al contrario sminuirsi nella comprensione dell’uomo; ma in se stessa è una e invariabile. Può precisarsi, affermarsi meglio, definirsi e chiarirsi e questo giustifica lo sviluppo lento, ma incessante, delle verità insegnate dalla Chiesa. Verità del tutto nuove, ancor più se in contraddizione con la verità primitiva e antica, non possono esistere.

Il sacerdote, maestro degli uomini

Il prete, dunque, per conservare intatta la verità divina, versata da Cristo nella sua anima il giorno della sua consacrazione, deve restare saldo contro gli attacchi dell’errore. Questi gli vengono da tre fronti:

1. Satana, lo spirito cattivo, l’eterno sobillatore di discordia e di odio, che cerca di distruggere la verità ovunque la trova, e cerca soprattutto di strapparla dal cuore del prete, suo nemico, sempre in lotta contro la sua azione infernale.

2. Lo spirito del mondo, i suoi princìpi, che tendono incessantemente a indebolire la verità; il prete vive nel mondo, respira la sua aria di menzogna, e subisce quasi senza accorgersene l’influsso rammollente delle sue false dottrine.

3. Molti fermenti di errore vivono infine allo stato latente, in lui stesso, là dove il peccato originale ha lasciato le sue tracce. La minima ventata di orgoglio può risvegliarli, la minima impurità può farli proliferare.

Per sconfiggere questi nemici, il prete ha a sua disposizione tre armi potenti, che sempre assicurano la vittoria.

In primo luogo, l’unione alla Chiesa, l’attaccamento instancabile alla Cattedra di Pietro, organo infallibile della verità.

Le imprese di satana infatti non possono nulla contro la roccia su cui è fondata la Chiesa. Non si può smarrire chi cammina con quel Pietro a cui Gesù disse: « Ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno; tu, quando ti sarai convertito, prega per i tuoi fratelli ».

Il prete sconfigge lo spirito del mondo con l’unione a Cristo, vincitore del mondo; e questa unione si produce con lo spirito di preghiera, con lo studio del cuore di Cristo e delle sue adorabili virtù, con la separazione interiore, ma reale, da tutto ciò che nel mondo Gesù riprova e condanna.

Ma per sconfiggere se stesso, per cancellare in sé ogni genere di errore, per diventare inaccessibile alle falsità e saldo contro tutti gli attacchi, per possedere con sicurezza i tesori della verità e conservarli intatti, il prete deve prosternarsi nell’umiltà. Una santa e giusta diffidenza nei confronti di se stesso, del suo giudizio personale, un facile ricorso ai lumi altrui, una umile sottomissione di fede: ecco ciò che è necessario al prete per rimanere integro, premunirsi contro le illusioni di una falsa scienza; per essere, in una parola, come Giovanni, lampada sempre accesa che illumina i popoli; per essere, con Cristo, la luce del mondo.

Gesù ha insegnato la verità a tutti, grandi e piccoli, poveri e ricchi, bambini e vecchi. Dal sommo sacerdote alla samaritana, tutti sono stati istruiti dalla sua parola, tutti hanno ricevuto la verità dalla sua divina bocca. Sempre con una meravigliosa elasticità dell’intelligenza e una incomparabile umiltà, ha saputo mettersi alla portata di quelli che doveva istruire.

Con Nicodemo, dottore in Israele, è profondo, sublime. Affronta i misteri più alti; con i sacerdoti, gli scribi, il suo insegnamento poggia sulla legge, i profeti, la Bibbia. Con la gente, è semplice, familiare. Si esprime con similitudini, prese dal lavoro dei campi, e sono le sue parabole: il seminatore, il granello di senape, la vigna, ecc. Si adatta sempre al suo uditorio; ma non è mai volgare, mai affettato, mai oscuro, anche parlando degli argomenti più grandi. è il fascino di questo insegnamento di Gesù, luminoso e semplice, tanto ricco di dottrina celeste, eppure spoglio di ogni ornamento superfluo. Tutto vi è grande: serietà affabile, dignità modesta, forza persuasiva, chiarezza di espressione, grazia. In questi paragoni presi dalla natura c’è una poesia penetrante e sublime. Si potesse comprendere nei particolari l’incanto di Gesù… è il Verbo del Padre, il Maestro divino sceso dal cielo a istruire le anime: dir questo, è dire tutto.

Anche il prete deve offrire a tutti l’insegnamento della verità. Se vuol essere davvero un apostolo, autentico sacerdote di Cristo, deve, come Gesù farsi tutto a tutti. Il suo unico scopo dev’essere comunicare la verità che possiede e l’amore di cui brucia.

Siamo ben lontani, dunque, dal cercare uno stile particolare, un metodo nuovo o personale che tutt’al più possono interessare a qualcuno: il prete si sforzi di mettersi al livello di chi lo ascolta. Sempre chiaro, sempre preciso: dica la verità semplicemente, preoccupato solo di fare del bene. Troverà così il segreto di quella unzione penetrante che viene dal cuore e che il duplice amore di Cristo e degli uomini, diffonde naturalmente sulle sue labbra. Insegnando la verità, il prete deve donare il meglio di sé; senza disprezzare nessuno, deve buttarsi completamente nella sua missione sublime di educatore delle anime.

Difficoltà dell’insegnamento

Gesù, nel suo insegnamento, ha incontrato spesso ostacoli, difficoltà, sofferenze. Ha avuto una pazienza infinita. Non si è lasciato scoraggiare né dalla grossolanità di coloro che incontrava, né dalla loro lentezza nel comprendere, né dalle obiezioni campate per aria. Le critiche, gli insulti, la doppiezza di coloro che cercava di istruire e illuminare non sono riuscite a stancarlo. Non ha mai cercato la gloria per sé: non aveva in vista il successo umano.

Ha gettato a piene mani e con tutto il cuore il seme divino nelle anime, e ha lasciato allo Spirito d’amore il compito di farlo schiudere e maturare. Sapeva che insegnando la sua morale, dolce sì, ma anche austera, ne avrebbe allontanati molti. Sapeva, perché era Dio, che molti di coloro che istruiva, o avrebbero lasciato morire in loro il germe della vita per negligenza, o l’avrebbero strappato con le loro mani. Ma non ha smesso di offrire a tutti i suoi insegnamenti divini, di aprire a tutti i tesori della saggezza.

Contraddizioni, disprezzo, difficoltà di ogni tipo sono anche sul cammino del prete: ma non deve lasciarsi abbattere. Gesù è con lui: le sue promesse possono confortare nelle sofferenze. Il sacerdote prenda dunque la croce del Maestro, e cammini. Ma si guardi bene, con il pretesto di conciliare lo spirito del mondo e lo spirito di Cristo, dall’ammorbidire il Vangelo; dal fare, per solleticare le passioni umane, un cristianesimo di fantasia. Le verità del Vangelo si impongono da sole agli uomini, il prete deve solo farle vedere come sono, illuminate dai riflessi della dolcezza e della misericordia del cuore di Cristo.

Affermi i diritti di Dio, le sue leggi giuste e forti, e anche la sua pazienza, la sua bontà, l’amore ineffabile del Redentore; e non si abbassi mai ai compromessi, al modo di ragionare corrente, alla ricerca colpevole del successo personale.

« Ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe ». Sono le parole che Gesù disse ai suoi apostoli, mandandoli ad annunziare la buona novella. E lui stesso, nel suo insegnamento, ha unito la semplicità e la prudenza. Era molto prudente, quando ammaestrava gli uomini: andava per gradi, sopportava le debolezze, chiedeva a ciascuno ciò che ciascuno poteva dare, aspettando, con pazienza infinita, che si aprisse all’azione della grazia, e rispondesse alle sue proposte misericordiose. Preparava i cuori lentamente e con dolcezza, prima di far loro vedere la verità; incoraggiava chi era abbattuto, non pretendeva nulla con durezza.

Anche nel suo insegnamento pubblico era prudente. Si mostrava sempre rispettoso delle legittime autorità, amico della pace. Sapeva sconcertare, con la sua sapienza, l’astuzia dei suoi nemici; dopo tre anni di predicazione in cui aveva insegnato una dottrina e dato delle leggi opposte a quelle del mondo, non si trovò nessuno che testimoniasse contro di lui, quando era accusato di fronte ai Giudei e ai capi dei sacerdoti.

Quando sferzava i vizi e gli errori, non faceva mai i nomi dei colpevoli. Ricordiamo la sua discrezione nel colloquio con l’adultera. E la riservatezza nelle parole con cui spiegava alla gente i precetti più delicati della morale, rivelando la santità del matrimonio o il fascino divino della verginità. Su quest’ultimo punto, la sua prudenza era così grande, le sue parole così caste che il bimbo più candido e più innocente può leggere e rileggere il Vangelo senza che nulla lo possa inquietare o fargli intravedere delle ombre.

Anche il prete allora, sull’esempio di Cristo, unisca nel suo insegnamento la prudenza e la semplicità. Se vuol fare del bene all’ambiente corrotto in cui vive, deve parlare e agire con la sapienza di Dio. Prudente nella predicazione: più apostolo che polemista, e molto più dispensatore dei doni di Dio e ministro di misericordia, che violento riformatore del mondo.

L’odio non è sconfitto che dall’amore, il peccato è distrutto solo dal sangue di Gesù, mite e umile di cuore. Qualche volta bisogna essere forti: ma la prudenza deve temperare la forza, contenere i giusti rigori, ispirare la punizione altrettanto bene che il perdono. Il prete sia prudente nel suo insegnamento privato; studi bene le anime, prima di divenirne il direttore; sia prudente nel decidere sulla loro vocazione; attento a non far loro contrarre legami che potrebbero vincolarne l’avvenire e, forse, turbare la loro coscienza. Soprattutto il prete sia prudente nei confronti delle ragazze e delle donne: sono già troppo spesso imprudenti loro! Ci sono troppe famiglie turbate, troppi sposi divisi, troppe anime disorientate e qualche volta gettate fuori strada nel loro cammino spirituale da un consiglio dato imprudentemente, da parole certo in sé giuste e sante, ma che potevano essere male interpretate.

Il prete di Cristo, sul suo esempio, si avvolga di prudenza. è anche lui maestro, maestro di anime; è maestro di santità e di virtù. Le sue parole siano allora l’eco delle parole di Cristo, impregnate di sapienza, di misura e di verità.

Insegnamento con l’esempio

Cristo non si è limitato a insegnare con le parole, con la predicazione e con i colloqui a tu per tu; ha soprattutto insegnato con l’esempio. « Prima ha fatto dice la Bibbia poi ha insegnato »

La miglior lezione è quella dell’esempio. Ciò che l’orecchio non riesce sempre a udire, l’occhio lo vede, ed è più forte, più viva, l’impressione lasciata da ciò che si è visto. Il cuore si accende più facilmente per aver veduto che per aver sentito. Gesù lo sapeva: ed è per questo che, venuto per insegnare le virtù, ha cominciato con il metterle in pratica tutte.

Le faceva vedere in sé così belle, così desiderabili, così seducenti che i cuori si accendevano del desiderio di possederle.

Ed è il ricordo delle virtù che lui ha vissuto sulla terra che ci spinge ad imitarle. Pensare alla sua divina pazienza ci rende pazienti, pensare alla sua umiltà ci fa accettare le umiliazioni. Molto più delle poche parole che ha detto e che il Vangelo riporta, è l’esempio della purezza sua e della Vergine sua Madre che ha fatto fiorire ovunque la verginità.

La nostra povera natura era stata così profondamente ferita dal peccato originale che le parole di Gesù, del Verbo incarnato, per potenti che fossero, non avrebbero potuto, forse trasformare gli uomini così prontamente, se il Salvatore non vi avesse unito il suo esempio.

Tutto quello che ha chiesto di virtù e di santità all’uomo rigenerato, Cristo lo ha fatto per primo. Ha aperto la strada: si è impegnato per primo attirando dietro di sé tutti gli uomini di buona volontà. Si è posto come un modello di fronte all’uomo, sfigurato e pallido, che da molto tempo aveva perso la somiglianza con Dio e gli ha detto: « Guardami, e riproduci sulla tela della tua anima i miei tratti divini ». Gesù ha lavato questa tela nel suo sangue, e l’ha resa candida.

è venuta la Chiesa, che, vedendo l’umanità debole e sprovveduta, l’ha presa maternamente per mano e le ha guidato il pennello. Ed ecco che presto sono apparse copie del Salvatore: alcune erano così somiglianti che il Padre vi ha riconosciuto il suo Figlio. Erano i santi, formati sull’esempio di Gesù, nutriti dalla sua parola, viventi la sua vita.

Come Gesù, il sacerdote insegna soprattutto con l’esempio. Deve essere una copia vivente di Cristo, presentare sempre agli occhi del mondo questa immagine divina. Offra dunque, in se stesso, un modello perfetto di virtù, modello vivo e visibile, facile da imitare. Uomo debole come gli altri, ma innalzato dalla grazia al di sopra delle miserie e delle bassezze della terra, deve aiutare con il suo esempio gli altri uomini, suoi fratelli, a salire fino all’altezza di Cristo.

« La vostra modestia diceva l’apostolo ai cristiani splenda di fronte a tutti gli uomini ». E la modestia è un velo trasparente che tempera, senza nasconderle, due sublimi virtù; il loro profumo insensibilmente si diffonde nei cuori, li attira e li trasforma: è il profumo dolcissimo dell’umiltà e della purezza. L’apostolo raccomanda questa virtù ai credenti; ancor più va raccomandata ai preti.

Questa virtù divina splendeva sui lineamenti e in tutto l’aspetta di Cristo; nasceva dalla sua profonda umiltà e dalla sua perfetta purezza. Sia anche l’ornamento del prete: lo avvolga da ogni parte, si mescoli a tutte le sue azioni, si incontri nelle sue parole, lo accompagni nell’esercizio del suo ministero ed egli sarà una predicazione vivente della verità e delle virtù di Gesù.

Tutto, nel prete, deve istruire, tutto deve edificare. Messo come un ponte tra Gesù e gli uomini, deve condurli a Cristo e unirli a lui nella sua stessa persona. Bisogna che le anime salgano a Cristo attraverso il sacerdote. Le sue parole, le sue azioni, la purezza, la umiltà, la dedizione della sua vita devono essere leve potenti che sollevano le anime, dei fari luminosi che le conducono a Dio.

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Preghiera del giorno: Supplica alla Madonna di Fatima

18 giugno 2017 by

per il 13 Maggio e il 13 Ottobre ore 12

Risultato immagine per supplica alla madonna di Fatima
O Vergine Immacolata, in questo giorno solennissimo, e in quest’ora memoranda, in cui apparendo per l’ultima volta nelle vicinanze di Fatima a tre innocenti pastorelli, vi dichiaraste per la Madonna del Rosario e diceste d’essere venuta appositamente dal cielo per esortare i cristiani a cambiar vita, a far penitenza dei peccati e a recitare ogni giorno il S. Rosario, noi animati dalla vostra bontà veniamo a rinnovarVi le nostre promesse, a protestarVi la nostra fedeltà e ad umiliarVi le nostre suppliche. Volgete, o Madre amatissima, su di noi il vostro sguardo materno ed esauditeci. Ave Maria

1 – O Madre nostra, nel vostro Messaggio ci avete prevenuti: «Una propaganda empia diffonderà nel mondo i suoi errori, suscitando guerre e persecuzione alla Chiesa. Molti buoni saranno martirizzati. Il S. Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno annientate». Tutto purtroppo si va tristamente verificando. La S. Chiesa, nonostante le immense effusioni di carità sulle miserie accumulate dalle guerre e dall’odio, viene combattuta, oltraggiata, coperta di scherno, impedita nella sua divina missione. I fedeli con parole mendaci, ingannati e travolti nell’errore dai senza Dio. O Madre tenerissima, pietà di tanti mali, date forza alla S. Sposa del vostro Divin Figliolo, che prega, combatte e spera. Confortate il S. Padre; sostenete i perseguitati per la giustizia, date coraggio ai tribolati, aiutate i Sacerdoti nel loro ministero, suscitate anime d’Apostoli; rendete fedeli e costanti tutti i battezzati; richiamate gli erranti; umiliate i nemici della Chiesa; conservate i fervorosi, rianimate i tiepidi, convertite gli infedeli. Salve Regina

2 – O Madre benigna, se l’umanità si è allontanata da Dio, se errori colpevoli e perversioni morali col disprezzo dei divini diritti e l’empia lotta contro il S. Nome, hanno provocato la Divina Giustizia, noi non siamo senza colpa. La nostra vita cristiana non è ordinata secondo gl’insegnamenti della Fede del Vangelo. Troppa vanità, troppa ricerca del piacere, troppa dimenticanza dei nostri eterni destini, troppo attaccamento a ciò che passa, troppi peccati, hanno giustamente fatto gravare su di noi il pesante flagello di Dio. Diradate, o Madre, le tenebre del nostro intelletto, corroborate le nostre fiacche volontà, illuminateci, convertiteci e salvateci.
E pietà vi prenda anche delle nostre miserie, dei nostri dolori e dei nostri disagi per la vita quotidiana. O Madre buona, non guardate i nostri demeriti, ma la materna vostra bontà e venite in nostro soccorso. Otteneteci il perdono dei nostri peccati e dateci il pane per noi e le nostre famiglie: pane e lavoro, pane e tranquillità per i nostri focolari, pane e pace imploriamo dal vostro Cuore materno. Salve Regina

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Vangelo (Mt 5,38-42) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 19 Giugno 2017) con commento comunitario

18 giugno 2017 by

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,38-42)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio” e “dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.
E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due.
Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle».

Questo è il Vangelo del 19 Giugno, quello del 18 Giugno lo potete trovare qualche post più sotto.

Dalla Liturgia delle ore (Ufficio delle letture)

18 giugno 2017 by

INNO

O Cristo, Verbo del Padre,
re glorioso fra gli angeli,
luce e salvezza del mondo,
in te crediamo.

Cibo e bevanda di vita,
balsamo, veste, dimora,
forza, rifugio, conforto,
in te speriamo.

Illumina col tuo Spirito
l’oscura notte del male,
orienta il nostro cammino
incontro al Padre. Amen.

1 ant.     Dite agli invitati:
Ecco, ho preparato il mio banchetto,
venite alle nozze, alleluia.


SECONDA LETTURA         

Dalle «Opere» di san Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa

(Opusc. 57, nella festa del Corpo del Signore, lect. 1-4)

O prezioso e meraviglioso convito!

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Tweet del Papa

18 giugno 2017 by

​La preoccupazione ecologica è sempre anche una preoccupazione sociale. Ascoltiamo il grido della terra ma anche il grido dei poveri.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 del 17 giugno 2017

Vangelo (Gv 6,51-58) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 18 Giugno 2017) con commento comunitario

17 giugno 2017 by

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,51-58)

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Questo è il Vangelo del 18 Giugno, quello del 17 Giugno lo potete trovare qualche post più sotto.

Dalla Liturgia delle ore (Ufficio delle letture)

17 giugno 2017 by

INNO


O re d’eterna gloria,
che irradi sulla Chiesa
i doni del tuo Spirito,
assisti i tuoi fedeli.

Illumina le menti,
consola i nostri cuori,
rafforza i nostri passi
sulla via della pace.

E quando verrà il giorno
del tuo avvento glorioso,
accoglici, o Signore,
nel regno dei beati.

A te sia lode, o Cristo,
speranza delle genti,
al Padre e al Santo Spirito
nei secoli dei secoli. Amen.


SECONDA LETTURA         

Dal «Commento sui salmi» di sant’Ambrogio, vescovo

(Sal 1, 9-12; CSEL 64, 7. 9-10)

Canterò con lo spirito, ma canterò anche con l’intelligenza

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Tweet del Papa

17 giugno 2017 by

​L’amore chiede una risposta creativa, concreta. Non bastano buoni propositi, gli altri non sono numeri, ma fratelli di cui prendersi cura.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 del 16 giugno 2017

Liturgia del giorno: Audio salmo (115) 116

16 giugno 2017 by

A te, Signore, offrirò un sacrificio di ringraziamento.

[1] Alleluia. Amo il Signore perché ascolta
il grido della mia preghiera.

[2] Verso di me ha teso l’orecchio
nel giorno in cui lo invocavo.

[3] Mi stringevano funi di morte,
ero preso nei lacci degli inferi.
Mi opprimevano tristezza e angoscia

[4] e ho invocato il nome del Signore:
“Ti prego, Signore, salvami”.

[5] Buono e giusto è il Signore,
il nostro Dio è misericordioso.

[6] Il Signore protegge gli umili:
ero misero ed egli mi ha salvato.

[7] Ritorna, anima mia, alla tua pace,
poiché il Signore ti ha beneficato;
[8] egli mi ha sottratto dalla morte,
ha liberato i miei occhi dalle lacrime,
ha preservato i miei piedi dalla caduta.

[9] Camminerò alla presenza del Signore
sulla terra dei viventi.

[10] Alleluia.
Ho creduto anche quando dicevo:
“Sono troppo infelice”.

[11] Ho detto con sgomento:
“Ogni uomo è inganno”.

[12] Che cosa renderò al Signore
per quanto mi ha dato?

[13] Alzerò il calice della salvezza
e invocherò il nome del Signore.

[14] Adempirò i miei voti al Signore,
davanti a tutto il suo popolo.

[15] Preziosa agli occhi del Signore
è la morte dei suoi fedeli.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo odierno:

Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.

Mt 5,27-32


 

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Chiostri interiori

Chiara Lubich

Non c’è cuore di un uomo, credo, e tanto meno di donna, che almeno una volta, specie durante la giovinezza, non abbia sentito l’attrattiva del chiostro.

Non è l’attrattiva per una forma claustrale di vita, ma per cosa che pare sia concentrato proprio lì, fra quattro mura, e si fa sentire, sonoro, anche da lontano.

Eppure anche la mia casa può avere il profumo del chiostro; anche le pareti del mio abitato possono divenire regno di pace, fortezze di Dio in mezzo al mondo.

Non è tanto il chiasso esterno della radio aperta a tutto spiano, dell’inquilino accanto, e lo strepito delle macchine, o l’urlo degli strilloni, che tolgono l’incanto alla mia casa; è piuttosto ogni rumore dentro di me che fa del mio abitato una piazza senza protezione di mura, perché senza protezione di amore. Il Signore è dentro di me. Egli vorrebbe muovere i miei atti, permeare della sua luce il mio pensiero, accendere la mia volontà, darmi la legge insomma del mio stare e del mio andare.

Ma c’è il mio io, a volte, che non lo lascia vivere. Se quello cessa di disturbare, Iddio stesso prenderà possesso di tutto il mio essere e saprà dare anche a queste mura l’importanza di un’abbazia e a questa stanza la sacralità di una chiesa, al mio seder a mensa la dolcezza di un rito, alle mie vesti il profumo di un abito benedetto, al suono della porta o del telefono la nota gioiosa di un incontro con i fratelli, che rompe, eppur continua il colloquio con Dio.

Allora sul silenzio di me parlerà un Altro e sullo spegnersi mio si accenderà una luce. Ed essa brillerà molto lontano, oltrepassando e quasi consacrando queste mura che proteggono un membro di Cristo, un tempio dello Spirito Santo. E altra gente verrà alla casa mia per cercare con me il Signore e, nella nostra comune ricerca amorosa, s’accrescerà la fiamma, s’alzerà il tono della melodia divina. E il cuor mio pur stando in mezzo al mondo, non chiederà più altro. Cristo sarà il mio chiostro, il Cristo del mio cuore, Cristo in mezzo ai cuori

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 16 giugno 2017

16 giugno 2017 by

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Il tesoro e la creta

Venerdì, 16 giugno 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

 

Il segreto per essere «molto felici» è riconoscersi sempre deboli e peccatori, cioè «vasi di creta», quel materiale povero che però può contenere anche «il tesoro più grande: la potenza di Dio che ci salva». Ed è dalla tentazione di molti cristiani di truccarsi per apparire invece «vasi d’oro», ipocritamente «sufficienti a se stessi», che Francesco ha messo in guardia nella messa celebrata venerdì 16 giugno a Santa Marta.

«In questo quarto capitolo della seconda lettera ai Corinzi — ha fatto subito presente il Papa riferendosi al passo proposto dalla liturgia (4, 7-15) — Paolo parla del mistero di Cristo, parla della forza del mistero di Cristo, della potenza del mistero di Cristo». E poi, ha spiegato, l’apostolo «continua con il passo che abbiamo letto: “Fratelli, noi abbiamo un tesoro — Cristo — in vasi di creta”». Dunque, ha rilanciato Francesco, «questo tesoro di Cristo noi lo abbiamo, ma nella nostra fragilità: noi siamo creta». È «un grande tesoro in vasi di creta: ma perché questo?». La risposta di Paolo è chiara: «Affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi».

Ecco allora, ha affermato il Pontefice, «la potenza di Dio, la forza di Dio che salva, che guarisce, che mette in piedi, e la debolezza della creta, che siamo noi». Con la consapevolezza, perciò, che «nessuno di noi può salvare se stesso: tutti noi abbiamo bisogno della potenza di Dio, della potenza del Signore, per essere salvati».

Questa verità, ha ricordato il Pontefice, «è come un leitmotiv nelle lettere di Paolo». E infatti «il Signore dice a Paolo: “La mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza. Se non c’è debolezza, la mia potenza non può manifestarsi”». Di qui l’efficace immagine del «vaso, ma il vaso debole, di creta». Così, ha proseguito il Papa, «quando Paolo si lamenta e chiede al Signore di liberalo dagli attacchi di Satana, dice lui, che lo umilia e lo svergogna, il Signore cosa risponde? “Ti basta la mia grazia, tu continua a essere creta, che la potenza di salvezza la ho io”».

Proprio «questa è la realtà della nostra vulnerabilità» ha spiegato Francesco. Perché «tutti noi siamo vulnerabili, fragili, deboli e abbiamo bisogno di essere guariti». Paolo lo dice con forza nella sua lettera ai Corinzi: «Siamo tribolati, siamo sconvolti, siamo perseguitati, colpiti come manifestazione della nostra debolezza». Ecco la «debolezza di Paolo, manifestazione della creta». E «questa è la nostra vulnerabilità: una delle cose più difficili nella vita è riconoscere la propria vulnerabilità».

«Alle volte — ha ammesso il Papa — cerchiamo di coprire la vulnerabilità, che non si veda; o truccarla, perché non si veda»; o finiamo per «dissimulare». Tanto che «lo stesso Paolo, all’inizio di questo capitolo» della sua seconda lettera ai Corinzi, dice: «Quando sono caduto nelle dissimulazioni vergognose». Perché «le dissimulazioni sono vergognose, sempre; sono ipocrite, perché c’è un’ipocrisia verso gli altri». E infatti «ai dottori della legge il Signore dice: “ipocriti”». Ma, ha avvertito il Pontefice, «c’è un’altra ipocrisia: il confronto con noi stessi, cioè quando io credo di essere un’altra cosa da quello che sono, credo di non avere bisogno di guarigione, di non avere bisogno di sostegno; credo che non sono fatto di creta, che ho un tesoro “mio”». E questo, ha fatto presente Francesco, «è il cammino, è la strada verso la vanità, la superbia, l’autoreferenzialità di quelli che non sentendosi creta, cercano la salvezza, la pienezza da se stessi».

Non si deve mai dimenticare, perciò, che è «la potenza di Dio che ci salva», ha ricordato il Pontefice. Perché «la nostra vulnerabilità Paolo la riconosce», dicendo senza mezzi termini: «siamo tribolati, ma non schiacciati perché la potenza di Dio ci salva». E per questa stessa ragione Paolo riconosce anche che «siamo sconvolti ma non disperati: c’è qualcosa di Dio che ci dà speranza». E allora «siamo perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi: sempre c’è questo rapporto tra la creta e la potenza, la creta e il tesoro». Così davvero «noi abbiamo un tesoro in vasi di creta, ma la tentazione è sempre la stessa: coprire, dissimulare, non credere che siamo creta», cedendo così a «quella ipocrisia nei confronti dei noi stessi».

«Paolo ci porta, con questo modo di pensare, di ragionare, di predicare la parola di Dio, a un dialogo tra il tesoro e la creta», ha affermato ancora Francesco. «Un dialogo che continuamente dobbiamo fare per essere onesti» ha aggiunto, indicando a mo’ di esempio «quando andiamo a confessarci» e magari riconosciamo: «sì, ho fatto questo, ho pensato questo». E così «diciamo i peccati come se fossero una lista di prezzi al mercato: ho fatto questo, questo, questo». Ma secondo il Papa, la vera domanda da porsi è: «Tu hai coscienza di questa creta, di questa debolezza, di questa tua vulnerabilità?». Perché «è difficile accettarla».

«Anche quando noi diciamo “siamo tutti peccatori” — ha proseguito il Pontefice — forse è una parola che diciamo così», senza pesarne del tutto il significato. Per cui è opportuno fare un esame di coscienza con se stessi, chiedendoci se «abbiamo coscienza di essere creta, deboli, peccatori», consapevoli che «senza la potenza di Dio» non possiamo «andare avanti». Oppure «crediamo che la confessione sia imbiancare un po’ la creta e con questo è più forte? No!». Ma «c’è la vergogna — ha affermato ancora Francesco — che allarga il cuore perché entri la potenza di Dio, la forza di Dio». Proprio «la vergogna di essere creta e non essere un vaso d’argento o d’oro: essere creta». E «se noi arriviamo a questo punto, saremo molti felici».

Sempre riguardo al «dialogo fra la potenza di Dio e la creta», il Pontefice ha suggerito di pensare «alla lavanda dei piedi, quando Gesù si avvicina a Pietro e Pietro dice: “No, a me no, Signore, ma per favore, cosa fai?”». Il fatto è che Pietro «non aveva capito che era creta, che aveva bisogno della potenza del Signore per essere salvato». Ma ecco che «quando il Signore gli dice la verità», Pietro non ha un attimo di esitazione e risponde: «Ah, se è così, non solo i piedi: tutto il corpo, anche la testa!». Pietro è un uomo «generoso», ha spiegato il Papa. Di quella «generosità» che porta a «riconoscere di essere vulnerabili, fragili, deboli, peccatori: soltanto se noi accettiamo di essere creta, questa straordinaria potenza di Dio verrà a noi e ci darà la pienezza, la salvezza, la felicità, la gioia di essere salvati».

In conclusione il Papa ha pregato il Signore proprio perché «ci dia questa grazia», in modo sa essere sempre capaci di ricevere «il tuo tesoro, Signore, nella consapevolezza di essere vasi di creta».

 

Vangelo (Mt 5,33-37) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 17 Giugno 2017) con commento comunitario

16 giugno 2017 by

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,33-37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno».

Questo è il Vangelo del 17 Giugno, quello del 16 Giugno lo potete trovare qualche post più sotto.

Dalla Liturgia delle ore (Ufficio delle letture)

16 giugno 2017 by

INNO


Creati per la gloria del tuo nome,
redenti dal tuo sangue sulla croce,
segnati dal sigillo del tuo Spirito,
noi t’invochiamo: salvaci, o Signore!

Tu spezza le catene della colpa,
proteggi i miti, libera gli oppressi
e conduci nel cielo ai quieti pascoli
il popolo che crede nel tuo amore.

Sia lode e onore a te, pastore buono,
luce radiosa dell’eterna luce,
che vivi con il Padre e il Santo Spirito
nei secoli dei secoli glorioso. Amen.


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Tweet del Papa

16 giugno 2017 by

​L’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 del 15 giugno 2017