IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

4 dicembre 2017 by

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO

ELEVAZIONE 13
Pasci le mie pecore

Gesù ha detto un giorno a Pietro: « Pasci i miei agnelli… Pasci le mie pecore ».’ Secondo l’interpretazione comune, gli agnelli sono i fedeli e le pecore i pastori; e il prete è il pastore del gregge che gli è affidato. In questa sola parola pecora Gesù ha racchiuso, in sintesi, tutti i doveri del sacerdote: i suoi doveri verso Dio, verso il papa, vicario di Cristo, verso i suoi confratelli nel sacerdozio, verso le anime.
La pecora appartiene completamente al suo padrone; gli deve la vita, la fecondità; il padrone ha diritto di disporre di lei a suo piacere. Il sacerdote si deve tutto a Dio, suo Padrone sovrano. è completamente di Cristo; gli deve la fecondità delle sue opere e, se è il caso, il sacrificio della sua vita.
La pecora deve essere docile al pastore che la dirige in nome del padrone. Deve rispondere alla sua voce, seguirlo nei pascoli in cui la conduce, deve essergli obbediente e fedele. Così il sacerdote deve essere docile alla voce del papa; entrare nelle sue vedute, nutrirsi soltanto delle dottrine che egli approva, rimanere fedele e sottomesso al pastorale di Pietro.
Ogni pecora del gregge non ha altri doveri verso quelle che la circondano che la dolcezza e l’unione. Non deve allontanarsi dal gregge e restar sola, perché si esporrebbe alla morte. Gesù vuole che i suoi preti abbiano fra loro una stretta unione, che conservino l’unità della fede nel vincolo della carità fraterna e che, lavorando nel medesimo spirito, diano pace al mondo e gloria a Dio.
Infine la pecora è madre, madre degli agnelli. Li porta nel suo ventre, li nutre del suo latte, li riscalda e li difende. Il prete non è soltanto padre delle anime; è anche madre. Deve avere, per loro, l’amore tenero e delicato delle madri, la loro dedizione fino al sacrificio. Deve dare alle anime il meglio della propria sostanza, dell’anima spirituale e pura; riscaldarle con le fiamme dell’Amore Infinito, difenderle dal male.
Si trova, in queste considerazioni, un segno della divinità del Salvatore. All’uomo sono necessarie molte parole per rendere un’idea; Gesù con una sola parola rende tutto un insieme di pensieri.

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AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro Decimo: Dopo la ricerca e l’incontro con Dio

4 dicembre 2017 by

La memoria (seconda parte)

Ricordo e immagine
15. 23. L’operazione avviene per immagini o no? Difficile dirlo. Pronuncio ad esempio il nome della pietra o del sole, mentre gli oggetti non sono presenti in sé ai miei sensi: nella memoria però sono certamente disponibili le loro immagini. Pronuncio il nome del dolore fisico, quando neppure esso mi è presente, poiché non provo alcun dolore: ma se non avessi presente nella memoria la sua immagine, non saprei cosa mi dico, e nel discutere non saprei distinguerlo dal piacere. Pronuncio ora il nome della salute fisica, mentre sono fisicamente sano. La cosa in sé mi è presente, tuttavia non potrei affatto ricordare il significato del suono di questo nome, se non si trovasse anche la sua rappresentazione nella mia memoria; e gli ammalati, sentendo nominare la salute, non la riconoscerebbero, se la facoltà della loro memoria non conservasse la medesima rappresentazione anche quando la cosa in sé è assente dal corpo. Pronuncio il nome dei numeri usati per calcolare, ed ecco che stanno nella mia memoria non già in immagine, ma in sé. Pronuncio il nome di immagine del sole, ed essa è presente nella mia memoria: rievoco infatti non già un’immagine d’immagine del sole, ma l’immagine in sé, ed essa è disponibile in sé al mio ricordo. Pronuncio il nome della memoria, e riconosco ciò che nomino. Dove lo riconosco, se non nella memoria stessa? E proprio la memoria sarebbe presente a sé con la sua immagine, invece che in se stessa?
g) l’oblio.
16. 24. Ma allora, quando nomino l’oblio, riconoscendo contemporaneamente ciò che nomino, lo riconoscerei, se non lo ricordassi? Non parlo del semplice suono di questa parola, ma della cosa che indica, dimenticata la quale, non varrei certamente a riconoscere cosa vale quel suono. Dunque, quando ricordo la memoria, proprio la memoria è in sé presente a se stessa; allorché invece ricordo l’oblio, sono presenti e la memoria e l’oblio: la memoria, con cui ricordo; l’oblio, che ricordo. Ma cos’è l’oblio, se non privazione di memoria? Come dunque può essere presente, affinché lo ricordi, se la sua presenza mi rende impossibile ricordare? Eppure, se è vero che conserviamo nella memoria quanto ricordiamo e che, privi del ricordo dell’oblio, non potremmo assolutamente riconoscere la cosa udendo pronunciare il nome, la memoria conserva l’oblio. Così abbiamo presente, per non dimenticare, ciò che con la sua presenza ci fa dimenticare. Dovremo quindi intendere che non si trova nella memoria proprio l’oblio in sé, quando lo ricordiamo, bensì la sua immagine, poiché la presenza diretta dell’oblio ci farebbe non già ricordare, ma obliare? Chi potrà mai indagare questo fatto? chi comprendere come stanno le cose?
16. 25. Io, Signore, certamente mi arrovello su questo fatto, ossia mi arrovello su me stesso. Sono diventato per me un terreno aspro, che mi fa sudare abbondantemente. Non stiamo scrutando le regioni celesti, né misurando le distanze degli astri o cercando la ragione dell’equilibrio terrestre. Chi ricorda sono io, io lo spirito. Non è così strano che sia lungi da me tutto ciò che non sono io; ma c’è nulla più vicino a me di me stesso? Ed ecco che invece non posso comprendere la natura della mia memoria mentre senza di quella non potrei nominare neppure me stesso. Cosa dovrei dire, infatti, quando sono certo di ricordare l’oblio? Dovrei dire che ciò che rammento non sta nella mia memoria, oppure che l’oblio sta nella mia memoria allo scopo di farmi obliare? Ipotesi entrambe assurdissime. E questa terza: potrei dire che la mia memoria afferra l’immagine dell’oblio, non l’oblio in sé, quando me ne rammento? Potrei dirlo, mentre per imprimere l’immagine di qualsiasi cosa nella memoria occorre prima la presenza reale della cosa, da cui parte l’immagine per imprimersi nella memoria? Così ricordo Cartagine, tutti i luoghi ove vissi, la fisionomia delle persone che incontrai; così le cose che mi hanno riferito anche gli altri sensi, così la stessa salute o la sofferenza fisica. Quando erano presenti tutte queste cose, la memoria ne colse le immagini, rendendomi possibile di contemplarle come ancora presenti e riconsiderarle con lo spirito, ricordandole anche assenti. Se dunque la memoria conserva non proprio l’oblio in sé, ma la sua immagine, l’oblio fu pure presente, affinché si potesse coglierne l’immagine. Ma se era presente, come iscriveva la sua immagine nella memoria, quando con la sua presenza cancella tutto ciò che vi trova già impresso, l’oblio? Eppure in qualche modo, in modo sia pure incomprensibile e inesplicabile, sono certo di ricordare anche l’oblio stesso, affossatore di ogni nostro ricordo.

Ricerca di Dio oltre la memoria
17. 26. La facoltà della memoria è grandiosa. Ispira quasi un senso di terrore, Dio mio, la sua infinita e profonda complessità. E ciò è lo spirito, e ciò sono io stesso. Cosa sono dunque, Dio mio? Qual è la mia natura? Una vita varia, multiforme, di un’immensità poderosa. Ecco, nei campi e negli antri, nelle caverne incalcolabili della memoria, incalcolabilmente popolate da specie incalcolabili di cose, talune presenti per immagini, come è il caso di tutti i corpi, talune proprio in sé, come è il caso delle scienze, talune attraverso indefinibili nozioni e notazioni, come è il caso dei sentimenti spirituali, che la memoria conserva anche quando lo spirito più non li prova, sebbene essere nella memoria sia essere nello spirito; per tutti questi luoghi io trascorro, ora a volo qua e là, ora penetrandovi anche quanto più posso, senza trovare limiti da nessuna parte, tanto grande è la facoltà della memoria, e tanto grande la facoltà di vivere in un uomo, che pure vive per morire. Che devo fare dunque, o tu, vera vita mia, Dio mio? Supererò anche questa mia facoltà, cui si dà il nome di memoria, la supererò, per protendermi verso di te, dolce lume. Che mi dici? Ecco, io, elevandomi per mezzo del mio spirito sino a te fisso sopra di me, supererò anche questa mia facoltà, cui si dà il nome di memoria, nell’anelito di coglierti da dove si può coglierti, e di aderire a te da dove si può aderire a te. Hanno infatti la memoria anche le bestie e gli uccelli, altrimenti non ritroverebbero i loro covi e i loro nidi e le molte altre cose ad essi abituali, poiché senza memoria non potrebbero neppure acquistare un’abitudine. Supererò, dunque, anche la memoria per cogliere Colui, che mi distinse dai quadrupedi e mi fece più sapiente dei volatili del cielo. Supererò anche la memoria, ma per trovarti dove, o vero bene, o sicura dolcezza, per trovarti dove? Trovarti fuori della mia memoria, significa averti scordato. Ma neppure potrei trovarti, se non avessi ricordo di te.

Memoria e oblio
18. 27. La donna che perse la dracma e la cercò con la lucerna, non l’avrebbe trovata, se non ne avesse avuto il ricordo. Trovandola, come avrebbe saputo che era la sua dracma, se non ne avesse avuto il ricordo? Molti oggetti ricordo di aver perso anch’io, cercato e trovato; e so pure che, mentre ne cercavo qualcuno, se mi si chiedeva: “È forse questo?”, “È forse quello?”, continuavo a rispondere di no, finché mi veniva presentato quello che cercavo. Se non avessi avuto il ricordo di quale era, quand’anche mi fosse stato presentato, non l’avrei ritrovato, poiché non l’avrei riconosciuto. Avviene sempre così, ogni volta che perdiamo e cerchiamo e troviamo qualcosa. Se mai qualcosa, ad esempio un qualsiasi oggetto visibile, scompare dai nostri occhi, ma non dalla nostra memoria, la sua immagine si conserva dentro di noi, e noi cerchiamo finché sia restituito alla nostra vista. Trovatolo, lo riconosciamo in base all’immagine interiore, né diremmo di aver trovato l’oggetto scomparso, se non lo riconoscessimo, né potremmo riconoscerlo, se non lo ricordassimo. L’oggetto era perduto, sì, per gli occhi, ma conservato dalla memoria.

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Pensiero del giorno: L’eredità di Dio

3 dicembre 2017 by

La Bibbia è composta da 73 libri, 46 dell’Antico Testamento e 27 del Nuovo Testamento, ma vi siete mai chiesti perché si chiamano testamenti?

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Maria a Medjugorje, messaggio del 2 Dicembre 2017 a Mirjana

3 dicembre 2017 by

Cari figli, mi rivolgo a voi come vostra Madre, la Madre dei giusti, la Madre di coloro che amano e soffrono, la Madre dei santi. Figli miei, anche voi potete essere santi: dipende da voi. Santi sono coloro che amano immensamente il Padre Celeste, coloro che lo amano al di sopra di tutto. Perciò, figli miei, cercate di essere sempre migliori. Se cercate di essere buoni, potete essere santi, anche se non pensate questo di voi. Se pensate di essere buoni, non siete umili e la superbia vi allontana dalla santità. In questo mondo inquieto, colmo di minacce, le vostre mani, apostoli del mio amore, dovrebbero essere tese in preghiera e misericordia. A me, figli miei, regalate il Rosario, le rose che tanto amo! Le mie rose sono le vostre preghiere dette col cuore, e non soltanto recitate con le labbra. Le mie rose sono le vostre opere di preghiera, di fede e di amore. Quando era piccolo, mio Figlio mi diceva che i miei figli sarebbero stati numerosi e che mi avrebbero portato molte rose. Io non capivo, ora so che siete voi quei figli, che mi portate rose quando amate mio Figlio al di sopra di tutto, quando pregate col cuore, quando aiutate i più poveri. Queste sono le mie rose! Questa è la fede, che fa sì che tutto nella vita si faccia per amore; che non si conosca la superbia; che si perdoni sempre con prontezza, senza mai giudicare e cercando sempre di comprendere il proprio fratello. Perciò, apostoli del mio amore, pregate per coloro che non sanno amare, per coloro che non vi amano, per coloro che vi hanno fatto del male, per coloro che non hanno conosciuto l’amore di mio Figlio. Figli miei, vi chiedo questo, perché ricordate: pregare significa amare e perdonare. Vi ringrazio!

La chiesa guarda con favore, ma non si è ancora espressa ufficialmente sui fatti di Medjugorje

Vangelo (Mt 8,5-11) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 4 Dicembre 2017) con commento comunitario

3 dicembre 2017 by

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 8,5-11)

In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò».

Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».

Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli».

Questo è il Vangelo del 4 Dicembre, quello del 3 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Tweet del Papa (@Pontifex_it)

3 dicembre 2017 by

Cari amici di Myanmar e Bangladesh, grazie per la vostra accoglienza! Invoco su di voi le divine benedizioni di armonia e di pace.

12:00 – 2 dicembre 2017

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Tweet del Papa (@Pontifex_it)

3 dicembre 2017 by

Quanta apertura è necessaria per accogliere le persone che si sentono sole e sconcertate nel ricercare il senso della vita!

13:30 – 1 dicembre 2017

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Vangelo (Mc 13,33-37) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 3 Dicembre 2017) con commento comunitario

2 dicembre 2017 by

I DOMENICA DI AVVENTO

Dal Vangelo secondo Marco  (Mc 13,33-37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Questo è il Vangelo del 3 Dicembre, quello del 2 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Vangelo (Lc 21,34-36) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 2 Dicembre 2017) con commento comunitario

1 dicembre 2017 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,34-36)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.
Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Questo è il Vangelo del 2 Dicembre, quello dell’1 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Beato Charles de Foucauld

1 dicembre 2017 by

Beato Charles de Foucauld Fusco detto Carlo di Gesù (Strasburgo Francia, 15 settembre 1858; † Tamanrasset Algeria, 1° dicembre 1916) è stato un monaco, sacerdote ed eremita francese, dopo essere stato militare in carriera ed esploratore si convertì alla fede e alla ricerca di Dio. Entrato tra i Trappisti iniziò il noviziato nella Trappa di Notre-Dame-des-Neiges e poi in Siria. Il 13 novembre 2005 è stato proclamato beato da papa Benedetto XVI.
Nella ricerca di un ideale di povertà e di penitenza ancora più radicale lasciò la Trappa per vivere da eremita, prima in Palestina e poi a Béni-Abbés, un’oasi situata sulla riva sinistra del Saoura a sud di Orano, nel Sahara occidentale (Algeria francese).
Desideroso di fondare una nuova congregazione religiosa, non ci fu nessuno che si unì a lui. Visse con i Tuareg testimoniando il Vangelo non con le parole ma con il suo stile di vita e le sue opere.
Fu ucciso durante una razzia il 1° dicembre 1916.
Ben presto la sua vita e i suoi scritti divennero noti cosicché numerosi gruppi spirituali e nuove congregazioni si ispirarono alla sua spiritualità.
Il suo processo di beatificazione iniziò già nel 1927 ma solo il 24 aprile 2001 fu dichiarato Venerabile da papa Giovanni Paolo II. Fu beatificato il 13 novembre 2005 da papa Benedetto XVI.

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Tweet del Papa (@Pontifex_it)

30 novembre 2017 by

Il santissimo nome di Dio non può mai essere invocato per giustificare l’odio e la violenza contro altri esseri umani nostri simili.

15:00 – 30 novembre 2017

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Lectio Divina: Salmo 23

30 novembre 2017 by

 

MEDITAZIONE
II salmo inizia con una solenne dichiarazione: “la terra è del Signore”. Sentimenti di adorazione, di amore uniti ad una profonda e commossa ammirazione sembrano naturali.

Passa un potente per le vie del mondo, e tutti si affrettano ad ossequiarlo: ne sono soggiogati. Lui è il padrone del mondo, di tutto anche dei potenti: ma perché si è nascosto sotto le apparenze del pane, pochi riconoscono in Lui il sovrano di tutto, l’ordinatore delle meraviglie terrestri e celesti, il dispensatore della ricchezza, Colui che dà e toglie agli uomini la potenza.

Quando potrò vedere l’universo dal cielo, lo contemplerò tutto teso verso il Tabernacolo in un grandioso atteggiamento di riconoscenza e di sottomissione.

Comprendo come sia valido e giusto l’invito mosso dal salmista alle opere tutte di benedire il Signore, perché le regge da questa casa, tanto umile e più ammirabile del cielo stellato, tanto angusta eppure eletta a contenere Colui che i cicli non possono contenere?
Posso dire o, meglio, sento che da questa casa tanto umile Gesù guida anche me?
Quando sarò lassù avrò la gioia di guardare al Tabernacolo santo come la casa che mi ha custodito sulla terra, per cui non mi sarà difficile o disagevole stare vicino a Gesù nella sua gloria essendogli stato vicino, stretto nella sua casa di umiltà, di povertà, di amore?
Sentirò la mia presenza in cielo come il prolungamento della mia vita eucaristica, come la ricompensa alla mia fedeltà al Sacramento eucaristico?
Riesce Gesù ad averci più vicini?
Sappiamo superare qualche metro o qualche piano di distanza per giungere a dirgli personalmente… Gesù sono qui?

Dalle altezze del cielo, dove Lui abita, un giorno si è avvicinato a me per rivolgermi un invito; dal tabernacolo mi ispira al cuore l’amore per i suoi altari. Gli ho risposto tanti anni fa e sono venuto da Lui. Ma mi accorgo ora che il salire fino a Lui è molto faticoso e la via è lunga. Dire ancora di si presentarmi alle sue chiamate sento che è più difficile ora che allora date le resistenze, le opposte inclinazioni, le stanchezze, gli scoraggiamenti, gli stordimenti, le rilassatezze che riscontro o che si verificano in me: ma è proprio da questo cumulo di difficoltà che Egli mi invita a stringermi a lui più vicino, perché solo così gli offro la possibilità di creare in me quella mondezza interiore ed esterna necessaria per darmi limpidezza alla vista e fare gioiosa la visione della vetta: Gesù insediato in me!

È inutile che mi cerchiate, è ancora solo qui accanto a Luì che mi è data la possibilità di vedere le scorie della mia condotta e del mio interno: quando Lo riceviamo nella santa Comunione veniamo a visitarlo, ci accorgiamo che a Lui non piace qualcosa che pure ci era sembrata una imperfezione trascurabile, e sentiamo l’esortazione ad una mondezza più nitida. E quando accetto questa esortazione, e con la forza che me ne deriva mi impegno perché scompaia quanto Lui non gradisce, che gioia venire a visitarlo per dirgli: Gesù non c’è più! L’ho superata, o per dirgli: Gesù mi sono impegnato, Tu l’hai visto….ma! Come allora ce Lo sentiamo più vicino con una delicatezza che sa di assicurazione del suo amore sempre valido; di incoraggiamento perché, se gli starò vicino, vedrò le meraviglie della sua potenza; di gratitudine, perché l’abbiamo preferito. Sì di gratitudine, certo, perché col sacrificarmi io divento un passaggio vivo di Gesù per cui Egli potrà essere più presente nel mio ambiente, nel mio lavoro, nelle mie conversazioni ecc.

Come sento che con Lui accanto il cammino, pur difficile, si fa più agevole … La virtù o l’opera da fare non è il dovere arido del momento, ma una possibilità di dire a Gesù: eccomi….. Confessando così che Egli è buono e mi ama, per cui non ho avuto timore di sacrificare troppo per fare quanto ho fatto; Egli lo merita e comprendo anche se la sua compagnia ed il suo parlarmi al cuore esigono sempre maggior silenzio in me, sempre un maggior distacco da ogni cosa me compreso, soprattutto, valga la spesa di adattarmi, perché sento che la gioia e la pace si faranno veramente sovrane in me. Mi schiero con S. Agostino: il mio cuore è fatto per Iddio: in Lui solo la vera mia pace”.

Se poi sto attento, avverto che si va formando in me un cuore anche più esigente. sono troppo ricchi i doni dei quali mi vuole ricolmare, perché io possa ancora appagarmi delle miserabili cose del mondo e del mondo religioso.

Perché tutto questo sia presto realtà, oh. come mi è necessario vivere nelle vicinanze dell’adorabile Sacramento perché aumenti in me il gusto delle cose eterne! Perché io non dissipi le energie della mente e del cuore dietro l’incanto delle futilità. Gesù ha sofferto la passione: attirandomi al santo tabernacolo Egli vuole ricordarmi questo: “son qui perché ho patito”; a Lui devo pensare quando mi prende la noia del soffrire; guardarlo nella spogliazione assoluta della Croce, quando le comodità della vita mi lusingano. In questa contesa, tra i desideri eterni e le seduzioni delle vanità, mi sono trovato ieri, oggi, mi troverò domani. Come è salutare stringere il S. Tabernacolo per non sentirsi portar via da questo vento!.

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30 NOVEMBRE SANT’ANDREA Apostolo, (sec. I) – Festa   

30 novembre 2017 by

Risultato immagine per sant'andrea apostolo

Andrea, dal bel nome greco (Andreas = Virile), appare un uomo generoso, pronto, aperto, entusiasta. Era figlio di Giona di Betsaida (Mt 16,17), fratello minore di Pietro. Fu discepolo di Giovanni Battista, presso il quale conobbe l’apostolo Giovanni, e con lui seguì per primo Gesù, al quale condusse il fratello Pietro (Gv 1,35-42). I suoi interventi nel gruppo degli apostoli sono pochi ma significativi. Davanti alla folla affamata, Andrea indica a Gesù un fanciullo provvisto di cinque pani d’orzo e di due pesci (Gv 6,9), quasi per invitarlo a rinnovare dei prodigi. Alla scuola di Giovanni Battista, Andrea conobbe l’essenismo e fu fortemente colpito dalla speranza messianica: è lui, infatti, che pose la domanda alla quale Cristo rispose con il suo discorso escatologico (Mc 13,3-37). Infine, Andrea si è dimostrato particolarmente aperto di fronte al problema missionario: infatti, assieme a Filippo, e nelle forme prescritte dal giudaismo, si fece garante delle buone disposizioni dei pagani che volevano avvicinare Gesù (Gv 12,20-22).
Alcune tradizioni, che non possiamo controllare, riferiscono che Andrea svolse il suo ministero apostolico in Grecia e in Asia minore. Secondo queste tradizioni, egli morì martire a Patrasso, sopra una croce formata ad X, detta appunto «croce di sant’Andrea».
Paolo VI ha restituito alla Chiesa Orientale le reliquie di Sant’Andrea che si conservavano in San Pietro e furono riportate a Patrasso.

Andrea è il primo «missionario» fra gli Apostoli: lo testimonia Giovanni che era con lui al momento della chiamata (l’ora decima). Subito dopo l’incontro con Gesù Andrea testimonia al fratello Simone: «Abbiamo trovato il Messia!» e lo condusse a Gesù (Gv 1,41). La nostra Eucaristia rimane inefficace se non partiamo dalla Messa col desiderio stimolante di testimoniare che anche noi «abbiamo trovato il Signore» e non avvertiamo l’urgenza di condurre altri fratelli a Cristo, perché li accolga con noi alla mensa del Padre.

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Vangelo (Lc 21,29-33) del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 1 Dicembre 2017) con commento comunitario

30 novembre 2017 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,29-33)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».

Questo è il Vangelo dell’1 Dicembre, quello del 30 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Tweet del Papa

29 novembre 2017 by

L’amore di Cristo è come un “GPS spirituale” che ci guida infallibilmente verso Dio e verso il cuore del nostro prossimo.

09:00 – 29 novembre 2017

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Vangelo (Mt 4,18-22) del giorno dalle letture della Messa (Giovedì 30 Novembre 2017) con commento comunitario

29 novembre 2017 by

SANT’ANDREA, APOSTOLO – Festa

 Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 4,18-22)
In quel tempo, mentre camminava lungo il mare di Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.

Questo è il Vangelo del 30 Novembre, quello del 29 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Lectio Divina:Felicità dell’Anima

29 novembre 2017 by

Un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?. Egli rispose: … Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”. (Mt 19, 14-17).

Che cosa sono questi comandamenti?
Il Signore disse a Mosè: “”Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli”. (Esodo 24,12). “… sul monte Sinai, gli diede le due tavole della testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio” (esodo 31,18)

I comandamenti sono dieci e in essi vi sono regole che preservano l’uomo dall’infelicità. Naturalmente essendo delle prescrizioni la non osservanza determina delle sanzioni che in funzione della gravità possono determinare la condanna eterna.

Occorre tener presenti le insidie che Satana prepara per chi desidera camminare verso la luce e sfuggire dalle sue grinfie: “Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù”. (Ap 12,17)

Osservando i Comandamenti è possibile, come abbiamo visto, entrare nella vita eterna. Non solo perché: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”. (Gv 14,21).

In ogni amore è racchiusa l’esigenza di naturale sottomissione alla persona amata. Amare qualcuno vuoi dire compiacerlo, rispondere ai suoi minimi desideri, anzi, più ancora ingegnarsi ad indovinarli, a prevenirli per soddisfarli. L’amore incatena …. lega alla persona amata.

Gesù ci insegna che amarlo significa osservare i suoi comandamenti. La parola divina esclude a priori errori contrastanti. Infatti, a chi fa consistere l’amore per Gesù in un moto della sensibilità. Gesù insegna che esso al contrario risiede nell’atto dello spirito e della volontà che si manifesta con l’osservanza pratica dei comandamenti. Altri invece pretendono che l’amore a Gesù consista unicamente nella sottomissione alla sua dottrina. Forse non sono lontani dall’affermare che, come l’antica religione si riassumeva nell’osservanza della Legge, così la nuova consiste solamente nell’osservanza ai comandamenti del Vangelo. Gesù però ha precisato sia i rapporti di obbedienza sia quelli di carità. Ha posto l’amore all’origine, al centro ed al termine di quest’ordine.

All’origine, perché vuole che sia l’amore ad ispirare l’obbedienza; al centro, perché per tutti i comandamenti imposti deve esistere la legge della carità; alla fine, perché è mediante il trionfo dell’amore che vuole essere ubbidito…

L’obbedienza non inaridisce l’amore, anzi è la prova nobilissima ed effettiva che lo esprime, lo manifesta, lo prova e lo garantisce. L’amore la domina perché dispone di altri mezzi per esprimersi. Si distingue da essa perché si indirizza ad un individuo, mentre l’obbedienza mira al comandamento. Può esserci obbedienza senza amore, ma non esiste amore sincero senza sottomissione, specialmente quando l’essere amato è Gesù Cristo.

Oltre all’obbedienza ai comandamenti, l’amore richiede sottomissione totale alla Persona di Gesù, sia come Dio, sia come Figlio di Dio.

“Per mezzo di Lui furono fatte tutte le cose e senza di Lui nulla fu fatto di ciò che esiste”. Dipendenza totale dell’essere finito che, in ogni momento riceve da Dio, mediante creazione continua, non solo l’esistenza, ma la sostanza stessa di essere creato, l’attività e tutto ciò che in lui è essere. Si può negare, ignorare, dimenticare o ribellarsi, contro tale dipendenza, tuttavia essa esiste.

Quando l’intelligenza umana intravede fino a che punto essa mantiene l’uomo in dipendenza assoluta dell’essere necessario, da “Colui che è”, come Dio stesso si è definito nell’Antico Testamento, quando, illuminata dalla fede, l’anima comprende nel fulgore della luce che riceve, come una confidenza fatta a lei personalmente da Gesù, che questo Dio, creatore e Padre, si rivela come l’Amore infinito, che “Dio è amore” e che tutta la sua opera creatrice è opera di carità, allora la convinzione della sua dipendenza deve necessariamente sbocciare in amore sconfinato di riconoscenza. Anzi esso la spinge a proclamare questa dipendenza, a tradurla efficacemente in sottomissione spontanea, libera e felice.

L’anima estende la sua dipendenza di amore anche all’Umanità santa di Gesù, oggi gloriosa, trionfante e ricca di tutte le grandezze e di tutti i poteri che convengono al Capo per governare il Corpo Mistico, vivificarlo, condurlo alla piena costituzione del Cristo totale.

Ma non basta, bisogna procedere oltre. Quale cambiamento nella visione delle cose per colui che ha compreso la propria vocazione di membro! Sa che è stato creato per Gesù, per appartenergli mediante tutte le fibre del suo essere di grazia, per divenire parte di lui, nell’unità del suo Corpo. Senza Gesù non può fare nulla … fuori di Gesù non può vivere la vera vita: è qualche cosa solo in Gesù e per Gesù!

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

29 novembre 2017 by

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO

ELEVAZIONE 12
La Vergine Maria e il sacerdote

L’amore del sacerdote per Gesù deve essere diverso da quello degli altri uomini e singolarmente più ardente, perché « chi più ha ricevuto ama di più ». Ora, le grazie e i doni particolari che arricchiscono l’anima e il cuore del sacerdote sono così numerosi che chi li ha ricevuti e li possiede non ne ha neppure una vaga idea, e quand’anche creda di aver molto ricevuto, non può neppure allora conoscere la moltitudine di grazie che l’Amore Infinito gli ha fatto. Sarà una delle beatitudini del prete in cielo vedere e conoscere tutto ciò che l’Amore ha fatto per lui, e quanto è stato privilegiato tra gli uomini.

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Verso il Natale.Inizia l’Avvento. Ecco come vivere il tempo dell’attesa

28 novembre 2017 by

Che cos’è l’Avvento? Quanto dura? Quali paramenti indossa il sacerdote? Come si articola questo tempo di attesa? Quali letture sono proposte nella Messa? Ecco le risposte

Giacomo Gambassi lunedì 27 novembre 2017  (qui l’articolo originale)

Papa Francesco durante la preghiera dell’Angelus


Inizia domenica 3 dicembre 2017 l’Avvento, il tempo forte dell’Anno liturgico che prepara al Natale. La prima domenica di Avvento apre il nuovo Anno liturgico. Quattro sono le domeniche di Avvento nel rito romano, mentre nel rito ambrosiano sono sei e infatti l’Avvento è già cominciato domenica 12 novembre (però nel computo delle sei domeniche va esclusa la domenica 24 dicembre che è definita «domenica prenatalizia»). «Uno dei temi più suggestivi del tempo di Avvento» è «la visita del Signore all’umanità», aveva spiegato lo scorso anno papa Francesco nel suo primo Angelus d’Avvento in piazza San Pietro. E aveva invitato alla «sobrietà, a non essere dominati dalle cose di questo mondo, dalle realtà materiali». Inoltre in una delle omelia durante la Messa mattutina a Casa Santa Marta il Pontefice aveva indicato «la grazia che noi vogliamo nell’Avvento»: «camminare e andare incontro al Signore», cioè «un tempo per non stare fermo».

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Tweet del Papa (@Pontifex_it)

28 novembre 2017 by

Spero che la mia visita possa abbracciare l’intera popolazione del Myanmar e incoraggiare la costruzione di una società inclusiva.

12:15 – 28 novembre 2017

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Vangelo (Lc 21,12-19) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 29 Novembre 2017) con commento comunitario

28 novembre 2017 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,12-19)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza.
Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Questo è il Vangelo del 29 Novembre, quello del 28 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro Decimo: Dopo la ricerca e l’incontro con Dio

27 novembre 2017 by

La memoria  ( Prima parte)
Nei quartieri della memoria:
8. 12. Trascenderò dunque anche questa forza della mia natura per salire gradatamente al mio Creatore. Giungo allora ai campi e ai vasti quartieri della memoria, dove riposano i tesori delle innumerevoli immagini di ogni sorta di cose, introdotte dalle percezioni; dove sono pure depositati tutti i prodotti del nostro pensiero, ottenuti amplificando o riducendo o comunque alterando le percezioni dei sensi, e tutto ciò che vi fu messo al riparo e in disparte e che l’oblio non ha ancora inghiottito e sepolto. Quando sono là dentro, evoco tutte le immagini che voglio. Alcune si presentano all’istante, altre si fanno desiderare più a lungo, quasi vengano estratte da ripostigli più segreti. Alcune si precipitano a ondate e, mentre ne cerco e desidero altre, balzano in mezzo con l’aria di dire: “Non siamo noi per caso?”, e io le scaccio con la mano dello spirito dal volto del ricordo, finché quella che cerco si snebbia e avanza dalle segrete al mio sguardo; altre sopravvengono docili, in gruppi ordinati, via via che le cerco, le prime che si ritirano davanti alle seconde e ritirandosi vanno a riporsi ove staranno, pronte a uscire di nuovo quando vorrò. Tutto ciò avviene, quando faccio un racconto a memoria.
a) le sensazioni avute;
8. 13. Lì si conservano, distinte per specie, le cose che, ciascuna per il proprio accesso, vi furono introdotte: la luce e tutti i colori e le forme dei corpi attraverso gli occhi; attraverso gli orecchi invece tutte le varietà dei suoni, e tutti gli odori per l’accesso delle nari, tutti i sapori per l’accesso della bocca, mentre per la sensibilità diffusa in tutto il corpo la durezza e mollezza, il caldo o freddo, il liscio o aspro, il pesante o leggero sia all’esterno sia all’interno del corpo stesso. Tutte queste cose la memoria accoglie nella sua vasta caverna, nelle sue, come dire, pieghe segrete e ineffabili, per richiamarle e rivederle all’occorrenza. Tutte vi entrano, ciascuna per la sua porta, e vi vengono riposte. Non le cose in sé, naturalmente, vi entrano; ma lì stanno, pronte al richiamo del pensiero che le ricordi, le immagini delle cose percepite. Nessuno sa dire come si siano formate queste immagini, benché siano visibili i sensi che le captano e le ripongono nel nostro interno. Anche immerso nelle tenebre e nel silenzio io posso, se voglio, estrarre nella mia memoria i colori, distinguere il bianco dal nero e da qualsiasi altro colore voglio; la mia considerazione delle immagini attinte per il tramite degli occhi non è disturbata dalle incursioni dei suoni, essi pure presenti, ma inavvertiti, come se fossero depositati in disparte. Ma quando li desidero e chiamo essi pure, si presentano immediatamente, e allora canto finché voglio senza muovere la lingua e con la gola tacita; e ora sono le immagini dei colori che, sebbene là presenti, non s’intromettono a interrompere l’azione che compio, di maneggiare l’altro tesoro, quello confluito dalle orecchie. Così per tutte le altre cose immesse e ammassate attraverso gli altri sensi: le ricordo a mio piacimento, distinguo la fragranza dei gigli dalle viole senza odorare nulla, preferisco il miele al mosto cotto, il liscio all’aspro senza nulla gustare o palpare al momento, ma col ricordo.
b) le esperienze.
8. 14. Sono tutte azioni che compio interiormente nell’enorme palazzo della mia memoria. Là dispongo di cielo e terra e mare insieme a tutte le sensazioni che potei avere da essi, tranne quelle dimenticate. Là incontro anche me stesso e mi ricordo negli atti che ho compiuto, nel tempo e nel luogo in cui li ho compiuti, nei sentimenti che ebbi compiendoli. Là stanno tutte le cose di cui serbo il ricordo, sperimentate di persona o udite da altri. Dalla stessa, copiosa riserva traggo via via sempre nuovi raffronti tra le cose sperimentate, o udite e sulla scorta dell’esperienza credute; non solo collegandole al passato, ma intessendo sopra di esse anche azioni, eventi e speranze future, e sempre a tutte pensando come a cose presenti. “Farò questa cosa, farò quell’altra”, dico fra me appunto nell’immane grembo del mio spirito, popolato di tante immagini di tante cose; e l’una cosa e l’altra avviene. “Oh, se accadesse questa cosa, o quell’altra!”, “Dio ci scampi da questa cosa, o da quell’altra!”, dico fra me, e mentre lo dico ho innanzi le immagini di tutte le cose che dico, uscite dall’unico scrigno della memoria, e senza di cui non potrei nominarne una sola.

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Vangelo (Lc 21,5-11) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 28 Novembre 2017) con commento comunitario

27 novembre 2017 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,5-11)

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.

Questo è il Vangelo del 28 Novembre, quello del 27 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Cristo Re, identikit della festa che chiude l’anno liturgico

26 novembre 2017 by

È la solennità che celebra la regalità di Cristo, Signore del tempo e della storia, inizio e fine di tutte le cose e al quale tutti gli uomini e le altre creature sono soggetti. Il colore liturgico è il bianco. Fu introdotta da papa Pio XI, con l’ enciclica “Quas primas” dell’ 11 dicembre 1925, a coronamento del Giubileo che si celebrava in quell’anno.

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Tweet del Papa (@Pontifex_it)

26 novembre 2017 by

Oggi guardiamo Gesù e dal cuore ripetiamo: “Ricordati di me, Signore, adesso che sei nel tuo Regno!”


13:30 – 26 novembre 2017

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Maria a Medjugorje , messaggio del 25 Novembre 2017

26 novembre 2017 by

Cari figli! In questo tempo di grazia vi invito alla preghiera. Pregate e cercate la pace, figlioli. Lui che è venuto qui sulla terra per donarvi la Sua pace, senza far differenza di chi siete o che cosa siete – Lui, mio Figlio, vostro fratello – tramite me vi invita alla conversione perché senza Dio non avete né futuro né vita eterna. Perciò credete, pregate e vivete nella grazia e nell’attesa del vostro incontro personale con Lui. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.

La chiesa guarda con favore, ma non si è ancora espressa ufficialmente sui fatti di Medjugorje

Vangelo (Lc 21,1-4) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 27 Novembre 2017) con commento comunitario

26 novembre 2017 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,1-4) 

In quel tempo, Gesù alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio.
Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, e disse: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».

Questo è il Vangelo del 27 Novembre, quello del 26 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Tweet del Papa (@Pontifex_it)

25 novembre 2017 by

Mentre mi preparo a visitare il Myanmar e il Bangladesh, desidero inviare una parola di saluto e di amicizia ai loro popoli. Non vedo l’ora di potervi incontrare!

14:30 – 25 novembre 2017

Lectio Divina: Santissima Trinità

25 novembre 2017 by

Santissima Trinità

SANTISSIMA TRINITÀ
La Trinità è un mistero “per noi”, cioè per la nostra salvezza: un mistero di condiscendenza. Questa è la parola che ci aiuta a capire tutta la preziosità, la portata del significato. Condiscendenza: due concetti racchiusi in questa parola: quello di scendere e quello di scendere insieme, unitamente (con) Dio Padre, Figlio e Spirito Santo scendono insieme verso noi, si adattano, accondiscendono, alla nostra piccola statura, al nostro piccolo passo. Vengono a vivere con noi.

Mandare, scendere, venire: questi sono i verbi con i quali si parla della Persona Divina. “Gesù” Sono disceso dal Padre e sono venuto nel mondo”, “Dio ha mandato Suo Figlio nel mondo” – “Io ed il Padre verremo” – “lo Spirito verrà a voi e farà dimora presso di voi”. Dio viene a noi e viene in tutto quello che è e come lo conosceremo un giorno.

La rivelazione della Trinità è, dunque, come una cascata di amore; è il supremo gesto della condiscendenza divina verso di noi. I greci dicevano “Nessun dio può mescolarsi all’uomo”. (Platone) Il nostro Dio, invece, si è mescolato a noi; ha intrecciato la sua vita con la nostra per prepararci alla comunione eterna con Lui.

La nostra vita di cristiani è inestricabilmente legata alle tre Persone divine. Ci possono essere, senza dubbio, persone che nella vita e nella esperienza quotidiana ci sono più familiari: il coniuge, i figli, gli amici. Ci sembra quasi di non poter più concepire la nostra esistenza al di fuori della loro; essi ci appaiono come dei rami della nostra stessa esistenza. C’è quasi una simbiosi, cioè come un vivere assieme tra noi, e ce ne accorgiamo quando qualcuno di essi ci lascia per sempre. Ma nessuna persona è radicata in noi e radica la sua esistenza come queste tre Persone: il Padre, il suo Figlio Gesù e lo Spirito Santo.

Loro sono venuti in noi nel Battesimo. Hanno preso dimora in noi e sono più intimi a noi che noi stessi, dice San Agostino. Nel loro nome ed in dialogo con loro, si svolge tutta la nostra vita di fede, dalla culla alla tomba, alla soglia dell’esistenza siamo stati, battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; al tramonto di essa, partiremo ancora nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo da questo mondo.

Segnandoci con il segno della Croce, noi dichiariamo ogni volta la nostra volontà di appartenere alla Trinità. Camminiamo, dunque, con le tre Persone Divine, ma spesso camminiamo senza riconoscerle, senza accorgerci di Loro. Non è così per i Santi: per loro un dialogo, una presenza sentita, cara e costante. Suor Elisabetta della Trinità si rivolge alla Trinità chiamandola “i miei Tre” e scrive “io ho trovato il cielo sulla terra… perché il cielo è la Trinità e la Trinità è dentro di me”. La vita cristiana, senza questo ancoraggio interiore, e senza questa forza, è vuota e faticosa, soprattutto si svolge fuori dall’amore; con Loro, si trasforma, invece, in un paradiso.

Dunque, il Dio Trinità, è il Dio che è sceso tra noi, che ha accondisceso a vivere con noi. Ma perché questo? Forse perché Dio si è convertito a noi od al mondo?

Forse perché in basso, tra le creature, è la vera vita e Dio ha bisogno di scendere quaggiù, nel vortice del mondo, per sopravvivere a Se stesso? Oggi, c’è una dottrina teologica, che ha osato insinuare una cosa del genere. Il sacro si è dissello nel profano e “Dio è morto” per “dare la vita all’uomo Gesù”. Ma non è così! Dio si è convertito a noi per convertirci a Lui; è sceso verso di noi, per innalzarci fino a Sé. Questo il secondo aspetto del mistero di oggi: la Trinità della speranza, dopo la Trinità della fede. La Trinità che ci attende e che è “in avanti” dopo la Trinità del passato che si è rivelata a noi e la Trinità del presente che abita in noi!

Noi siamo sulla strada del ritorno verso il Padre, in compagnia del Figlio Gesù, nella unità dello Spirito Santo.

Con Loro sarà la nostra vita eterna, forse prima di quanto pensiamo: fra qualche anno o fra qualche giorno. Per molti nostri fratelli, l’incontro misterioso è in questo momento; in questo istante, i loro occhi si spalancano nella luce della Trinità e comprendono come tutta la storia e tutto l’universo gravitano attorno a quel punto, come tutto da lì procede e tutto ritorna. Beati loro se si sono preparati a questo incontro: Gesù “Beati coloro che il Figlio dell’uomo troverà preparati”.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

25 novembre 2017 by

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO

ELEVAZIONE 10
Il dispensatore dell’Amore Infinito

Il sacerdote è stato costituito dispensatore dei misteri di Dio e dei tesori del suo amore. Tutte le cose gli sono state affidate perché le distribuisca agli uomini. Ha, per così dire, in se stesso, il deposito dei misteri della Verità non creata e dei tesori dell’Amore Infinito. è questa la grandezza del sacerdote, motivo del rispetto e dell’onore di cui è degno.
Ma se è dispensatore, deve distribuire. Bisogna che ciascuno riceva da lui il necessario per la sua intelligenza e il suo cuore. Dio dà direttamente agli uomini qualche grazia, come il ricco fa lui stesso qualche elemosina ai poveri che incontra. Ma Dio vuole che la maggior parte delle sue grazie giunga agli uomini attraverso le mani del prete, come il ricco che fa distribuire le sue grandi ricchezze dall’intendente che si è scelto.
Il sacerdote ha dunque in suo possesso, non per nasconderli ma per distribuirli, tutti i tesori della Verità e dell’Amore. Se non li dà, questi beni divini e vivi, e li trattiene, li nasconde, ne priva gli uomini, si rende colpevole.
Se li distribuisce, al contrario, è un dispensatore fedele e benedetto. E ancor più: diviene un canale vivo e vivificante attraverso il quale l’Amore Infinito fa passare le sue onde sante.

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