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Bernardo di Chiaravalle Lodi della Vergine : SERMONE PER LA NATIVITÀ DI MARIA SANTISSIMA / L’ acquedotto

1 gennaio 2018

1. Nel Cielo si gode per la presenza della Vergine Madre, la terra ne venera la memoria. Lassù visione di tutta la sua grandezza, qui il ricordo di lei; là vi è la sazietà, quaggiù come una piccola pregustazione di primizie; lassù la realtà, quaggiù il nome. Signore, dice, il tuo Nome è per sempre, e il tuo ricordo di generazione in generazione (Sal 134, 13). Generazione e generazione, di uomini, s’intende, non di angeli. Vuoi sapere che il suo nome e la sua memoria è tra noi, e la sua presenza è in cielo? Così pregherete, dice il Signore: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo Nome (Mt 6, 9). Preghiera fedele, che fin dall’inizio ci fa sapere che noi siamo figli adottivi di Dio, ancora pellegrini sulla terra, affinché sapendo che fino a quando non saremo in cielo, e saremo pellegrini lontani dal Signore, gemiamo interiormente, aspettando l’adozione a figli, cioè la presenza del Padre. Ben a proposito il Profeta, parlando di Cristo, dice: Spirito è davanti alla nostra faccia il Cristo Signore. All’ombra di lui vivremo tra le genti (Lam 4, 20). Tra i beati del cielo invece non si vive all’ ombra, ma piuttosto nello splendore. Tra i santi splendori, dice il Salmo, dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato (Sal 109, 3). Questo dice il Padre.

2. Ma la Madre ha generato quel medesimo splendore, però nell’ombra, quella stessa ombra con cui l’Altissimo l’adombrò. A ragione canta la Chiesa, non la Chiesa dei Santi che è lassù nello splendore, ma quella che nel frattempo è pellegrina sulla terra: All’ombra di colui che ho bramato, mi sono seduta, e dolce è il suo frutto al mio palato (Ct 2, 3). Aveva chiesto che le fosse indicata la luce meridiana dove pasce lo sposo; ma dovette contentarsi dell’ombra in luogo della luce piena, e ricevere per il momento un assaggio invece della sazietà. Infine non dice: «Sotto l’ombra di lui che (l’ombra) avevo desiderata, ma mi sono seduta all’ombra di lui (lo sposo) che avevo desiderato. Non aveva cercato l’ombra di lui, ma lui stesso, il vero meriggio, luce piena da luce piena: È il suo frutto, continua, è dolce al mio palato, come dicesse: al mio gusto. Fino a quando da me non toglierai lo sguardo e non mi permetterai di inghiottire la mia saliva? (Gb 7, 19) Fino a quando si continuerà a dire: Gustate e vedere come è soave il Signore? (Sal 33, 9) Certamente è soave al gusto e dolce al palato, per cui ben a ragione anche (solo) per questo prorompe in parole di ringraziamento e di lode.

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Bernardo di Chiaravalle Lodi della Vergine : Omelia IV

28 dicembre 2017

1. Non v’è dubbio che tutto ciò che diciamo a lode della Madre, appartiene anche al Figlio, e viceversa, quando onoriamo il Figlio non smettiamo di glorificare la Madre. Poiché se, secondo Salomone, il figlio saggio è gloria del padre (Pr 13, 1), quanto è maggiormente glorioso diventare la madre della stessa Sapienza? Ma perché tentare di lodare la Vergine, della quale già tessono le lodi i Profeti, l’Angelo e l’Evangelista? Io pertanto non lodo, non oso farlo; ma ripeto con devozione ciò che per bocca dell’Evangelista ha già spiegato lo Spirito Santo. Disse infatti ancora l’Angelo: Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre (Lc 1, 32). Sono parole dell’Angelo alla Vergine riguardo al Figlio promesso, con le quali si promette che possederà il regno di Davide. Nessuno dubita che il Signore Gesù sia disceso dalla stirpe di Davide. Ma mi domando come Dio gli abbia dato il trono di Davide suo padre, dal momento che egli non regnò in Gerusalemme, anzi, quando le turbe volevano farlo re, egli non accettò, e anche davanti a Pilato protestò: Il mio regno non è di questo mondo (Gv 18, 36). E poi che grande cosa si promette a lui che siede sui Cherubini, che il Profeta vide sedere su di un trono eccelso ed elevato, di sedere sul trono di Davide suo padre? Ma noi conosciamo un’ altra Gerusalemme, diversa da quella attuale, nella quale ha regnato Davide, molto più nobile e più ricca di questa. Penso che qui venga significata quella Gerusalemme celeste, secondo il modo di dire, che spesso troviamo nelle Scritture di nominare il significante per la cosa significata. In realtà Dio gli diede il trono di Davide suo padre quando fu costituito da lui Re su Sion suo santo monte. Ma qui si comprende meglio di quale regno abbia parlato il Profeta, perché non disse: «in Sion» ma «sopra Sion». Forse è stato detto sopra perché in Sion regnò Davide: Un frutto delle tue viscere io porrò sul tuo trono (Sal 131, 11) , e un altro Profeta ha detto di lui: Siederà sul trono di Davide e sopra il suo regno (Is 9, 7). Vedi come dappertutto trovi sopra? Sopra Sion, sopra il trono, sopra il soglio, sopra il regno. Il Signore Dio gli darà dunque il trono di Davide suo padre, non quello tipico, ma quello vero, non temporale, ma eterno, non terreno, ma celeste. E vengono queste cose dette di Davide, perché il suo regno, il suo trono temporale era figura di quello eterno.

2. E regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà fine (Lc 1, 32-33). Anche qui, se prendiamo per casa di Giacobbe quella temporale, come regnerà in eterno sudi essa che non è eterna? Dobbiamo dunque cercare una casa di Giacobbe che sia eterna, sulla quale regni in eterno colui il cui regno non avrà fine. E poi infine non è forse quella di Giacobbe una casa ribelle, che empiamente lo ha rinnegato e insipientemente respinto davanti a Pilato, quando a lui che, mostrando loro Gesù, diceva: Dovrò crocifiggere il vostro Re? (Gv 19, 15) ad una voce gridò: Non abbiamo Re all’infuori di Cesare? (ivi). Cerca pertanto presso l’apostolo Paolo, ed egli ti spiegherà chi è Giudeo veramente e chi lo è solamente in apparenza, e quale è la circoncisione secondo lo spirito e quale quella che si fa nella carne, e ti insegnerà a distinguere l’Israele spirituale da quello carnale, e i figli di Abramo secondo la fede e i figli secondo la carne. Così egli dice: Non tutti infatti quelli che discendono da Israele sono Israeliti, né quelli che sono seme di Abramo sono suoi figli (Rm 9, 6-7). Continua il ragionamento e dì: «Non tutti quelli che discendono da Giacobbe sono da ritenersi casa di Giacobbe. E Giacobbe è lo stesso che Israele». Considera nella casa di Giacobbe solo coloro che si dovranno trovare perfetti nella fede di Giacobbe, o piuttosto riconoscerai in essi la spirituale ed eterna casa di Giacobbe sulla quale regnerà in eterno il Signore Gesù. Chi di noi, secondo l’interpretazione del nome di Giacobbe, vorrà soppiantare il diavolo dal suo cuore, lottare contro i vizi e le concupiscenze perché non regni il peccato nel suo corpo mortale, ma regni in lui Gesù adesso perla grazia e in eterno per la gloria? Beati coloro nei quali Gesù regnerà in eterno, perché anch’essi regneranno con lui, e questo regno non avrà fine. Oh quanto è glorioso quel regno nel quale si sono radunati i re, si sono riuniti per lodare e glorificare colui che è sopra tutti Re dei re e Signore dei Signori, nella splendidissima contemplazione rifulgeranno i giusti come il sole nel regno del loro Padre! Oh se Gesù si ricordasse anche di me peccatore, secondo la bontà che egli usa con il suo popolo, quando verrà il suo regno! Oh se in quel giorno, quando consegnerà a Dio Padre suo il regno, si degnasse di visitarmi con la sua salvezza, perché io possa vedere la felicità dei suoi eletti e godere della gioia del suo popolo, e lodarti anch’io con la tua eredità. Vieni frattanto, o Signore Gesù, togli via gli scandali dal tuo regno, che è l’ anima mia, perché tu, come è tuo diritto, regni in essa. Viene infatti l’avarizia, e pretende per sé un trono in me; viene la iattanza, e brama di dominarmi, la superbia anche vuole essere mio re. La lussuria dice: «Io regnerò»; l’ambizione, la detrazione, l’invidia e l’ira lottano in me per il possesso di me, per avere su di me il sopravvento e la supremazia. Ma io, per quanto posso, resisto, e aiutato (dalla grazia) non cedo. Protesto di volere Gesù come mio Signore; a lui mi sottometto, perché riconosco di essere sua proprietà. Lui considero come mio Dio e mio Signore, e dico: «Non ho altro Re all’infuori di Gesù». Vieni dunque, Signore, disperdili con la tua potenza e regnerai tu in me, perché sei tu il mio Re o Dio mio, che decidi vittorie per Giacobbe (Sal 43, 5).

3. Allora Maria disse all’Angelo: Come è possibile? Non conosco uomo (Lc 1, 34). Dapprima rimase in prudente silenzio, quando ancora dubbiosa pensava che cosa significasse quel saluto, preferendo umilmente non rispondere che parlare a vanvera senza sapere. Ma poi rassicurata, e dopo aver bene riflettuto mentre all’esterno parlava l’Angelo, e Dio all’interno la persuadeva — era infatti con lei il Signore, come aveva detto l’Angelo: Il Signore è con te — così dunque rincuorata dalla fede che cacciava il timore, e dalla gioia che prendeva il posto della timidezza, Maria disse all’Angelo: Come è possibile? Non conosco uomo. Non dubita del fatto, ma chiede circa il modo e l’ordine. Non chiede cioè se questo avverrà, ma come avverrà. Quasi dicesse: «Sapendo il mio Signore, testimone della mia coscienza, il voto della sua serva di non conoscere uomo, per quale legge o in quale ordine piacerà a lui che si compia questo? Se sarà necessario che io venga meno al mio voto per partorire un tale figlio, io sono contenta di tale figlio, ma mi dispiace per il proposito; tuttavia, sia fatta la sua volontà. Se invece concepirò restando vergine, e tale rimarrò nel parto, il che non è impossibile se a lui piacerà, allora saprò veramente che egli ha riguardato l’umiltà della sua serva». Come dunque avverrà questo, poiché non conosco uomo?

L’Angelo le rispose: Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo (Lc 1, 34-35). Più sopra è stato detto che Maria era piena di grazia; e adesso in che senso si dice: Lo Spirito Santo scenderà su di te, e la potenza dell’Altissimo stenderà la sua ombra su di te? Fu forse possibile che fosse piena di grazia e non avesse ancora lo Spirito Santo, che è il datore delle grazie? E se già lo Spirito Santo era in lei, come le si promette che egli verrà di nuovo? Forse per questo non è stato detto semplicemente: «Verrà in te», ma «sopravverrà», perché già c’era prima in lei molta grazia, ma ora le viene annunziato che sopravverrà per la pienezza di una grazia più abbondante che effonderà su di lei. Ma essendo già piena, come potrà ricevere ancora quel di più? E se è capace di ricevere ancora qualche cosa, come si può dire che prima fosse piena? O forse la prima grazia aveva soltanto riempito il suo spirito, e la seguente doveva compenetrare anche il suo grembo, in quanto cioè la pienezza della divinità che prima abitava in lei, come in molti Santi, spiritualmente, doveva cominciare ad abitare in essa anche corporalmente, come in nessun altro Santo?

4. Dice dunque l’Angelo: Lo Spirito Santo sopravverrà in te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Che cosa vuol dire: Su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo? Chi pub capire capisca (Mt 19, 12). Chi infatti, tranne forse colei che sola meritò di farne la felicissima esperienza, sarebbe in grado di comprendere e discernere con la sua ragione in quale maniera quello splendore inaccessibile si sia infuso nelle viscere della vergine, e come, perché essa fosse in grado di sopportare che colui che è inaccessibile entrasse in lei, dalla particella animata di quel corpo a cui si unì, egli facesse ombra al resto del corpo? E forse massimamente per questo è stato detto: su te stenderà la sua ombra, perché si trattava di un mistero, e ciò che la Trinità sola e con la sola Vergine volle operare fu fatto conoscere solo a colei a cui fu dato di farne esperienza. Diciamo dunque: Lo Spirito Santo scenderà sudi te, e con la sua potenza di fecondità, e la potenza dell’Altissimo stenderà su di te la sua ombra, cioè: la potenza e la sapienza di Dio, Cristo, coprirà e nasconderà, adombrandolo nel suo segretissimo consiglio, il modo con cui tu concepirai per opera dello Spirito Santo, in modo che sia noto solo a lui e a te. Come se l’Angelo rispondesse alla Vergine: «Perché chiedi a me quello che tra poco sperimenterai in te? Lo saprai, lo saprai, e felicemente lo saprai, ma te lo farà conoscere lui che lo realizzerà in te. Io sono mandato solo per annunziare il verginale concepimento, non per operarlo. Solo chi lo concede può spiegarlo, solo chi lo riceve può apprenderlo. Perciò anche il Santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio» (Lc 1, 35). Che è quanto dire: Poiché non concepirai per opera di uomo, ma dello Spirito Santo, concepirai la potenza dell’Altissimo, cioè il Figlio di Dio: Perciò il Santo che nascerà da te, sarà chiamato Figlio di Dio, vale a dire: non solo colui che, venendo dal seno del Padre nel tuo grembo stenderà su di te la sua ombra, ma anche quello che da te assumerà, sarà ormai chiamato Figlio di Dio, a quel modo che anche colui che è generato dal Padre prima dei secoli, sarà ormai considerato pure figlio tuo. Così dunque quello che è nato dal Padre sarà tuo, e quello che da te nascerà sarà del Padre, non però due figli, ma uno solo. E sebbene uno sia nato da te e l’altro dal Padre, non vi sarà un Figlio del Padre e un Figlio tuo (distinto dal primo), ma un solo Figlio di entrambi.

5. Perciò il Santo che da te nascerà, sarà chiamato Figlio di Dio. Vedi con quanta riverenza ha detto: il Santo che nascerà da te. Perché questa semplice parola Santo, senza aggiunte? Credo perché non trovò nessun nome che esprimesse in modo più degno e appropriato quell’eccellente, magnifico e venerabile che dalla purissima carne della Vergine, con la propria anima, doveva essere unito all’Unico (Figlio) del Padre. Se avesse detto: «santa carne», ovvero «santo nome», o «santo bambino», gli sarebbe sembrato di dire poco. Perciò disse in modo indefinito Santo perché quello che la Vergine generò fu senza dubbio santo, e singolarmente Santo, sia per la santificazione dello Spirito, sia per l’assunzione da parte del Verbo.

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Bernardo di Chiaravalle Lodi della Vergine : Omelia III

24 dicembre 2017

1. Volentieri, quando mi sembra opportuno, mi servo delle parole dei Santi, affinché almeno la bellezza dei recipienti renda più gradevole al lettore quanto in essi io gli servo. Comincerò ora dalle parole del Profeta: Guai a me, non perché, come il Profeta, ho taciuto, ma perché ho parlato, poiché io sono un uomo dalle labbra immonde (Cfr. Is 6, 5). Ahimè quante cose vane, quante cose false, quante cose turpi mi sovviene di aver vomitato da questa immondissima bocca, con la quale presumo ora di pronunziare parole celesti! Temo grandemente di sentirmi rivolgere da un momento all’ altro il rimprovero: Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza? (Sal 49, 16). Oh se anche a me venisse portato, non un solo carbone, ma un grande globo di fuoco che consumasse interamente la molta e inveterata ruggine dalla mia libidinosa bocca! Così potrei essere degno di commentare con il mio povero discorso il dolce e casto dialogo tra l’Angelo e la Vergine. Dice dunque l’Evangelista: E l’Angelo, entrato da lei, da Maria, cioè, disse: Ave, piena di grazia, il Signore è con te. Dove è entrato da Lei? Nel segreto, penso, della sua modesta stanzetta, dove forse ella, a porte chiuse, pregava in segreto il Padre suo. Sono soliti i santi Angeli essere presenti a coloro che pregano, e si compiacciono di coloro che vedono innalzare le mani pure nell’orazione; essi sono felici di offrire a Dio l’olocausto della santa devozione e farlo salire a lui come ostia di soave odore.
Quanto fossero gradite al cospetto di Dio le orazioni di Maria, lo diede a vedere l’Angelo, che, entrato da lei, la salutò con tanta riverenza. Né fu difficile all’Angelo entrare per la porta chiusa nella stanza della Vergine, potendo egli, per la sua natura, data la sottilità della sua sostanza, penetrare ovunque desideri, senza essere impedito da qualsivoglia serratura. Agli spiriti angelici non sono di ostacolo le pareti, ma tutte le cose visibili e tutti i corpi, per quanto solidi e spessi sono per essi penetrabili e aperti. Non c’è dunque da supporre che l’Angelo abbia trovato aperta la porta della Vergine, il cui proposito era di fuggire la compagnia degli uomini, di evitarne la conversazione, sia perché non ne venisse turbato il silenzio che favoriva la sua preghiera, sia per non esporre alla tentazione la sua virtù. La prudentissima Vergine teneva dunque chiusa anche in quel momento la porta della sua stanza, chiusa per gli uomini, non per gli Angeli. Questi perciò vi potevano entrare, ma nessun uomo vi aveva facile accesso.

2. Entrato dunque l’Angelo da lei disse: Ave, piena di grazia, il Signore è con te. Leggiamo negli Atti degli Apostoli che anche Stefano era pieno di grazia, e che anche gli Apostoli furono pieni di Spirito Santo, ma in modo molto diverso da Maria. Del resto, né in S. Stefano abitò corporalmente la pienezza della divinità, come in Maria, né gli Apostoli concepirono come lei per opera dello Spirito Santo. Ave, disse, piena di grazia; il Signore è con te. Che meraviglia se era piena di grazia lei, con la quale stava il Signore? Ma quello piuttosto che fa meraviglia è che colui che aveva mandato l’Angelo alla Vergine fu trovato che stava con la Vergine. Fu dunque Dio più veloce dell’Angelo, poiché Egli prevenne sulla terra il suo pur sollecito ambasciatore? Non c’è da stupirsene. Infatti, mentre il Re stava nel suo recinto (nella sua dimora), il nardo della Vergine esalò il suo profumo (Ct 1, 11), e quel fumo aromatico salì al cospetto della sua gloria, e trovò grazia agli occhi del Signore, mentre i circostanti esclamavano: Chi è costei che sale dal deserto, come colonna di fumo (che si sprigiona) dagli aromi di mirra e d’incenso? (Ct 3, 6). E subito il Re, uscendo dal suo luogo santo, esultò come un gigante che percorre la via, e benché partito dalla sommità del cielo, spronato da vivissimo desiderio, con rapido volo giunse prima del messaggero alla Vergine che aveva amata, che si era scelta, dalla cui bellezza era stato affascinato. Vedendolo venire da lontano, la Chiesa piena di gioia e di esultanza grida: Eccolo che viene saltellando sui monti, valicando le colline (Ct 2, 8).

3. Con ragione il Re è rimasto affascinato dalla bellezza della Vergine. Questa aveva infatti messo in pratica gli ammonimenti che Davide suo padre le aveva rivolti: Ascolta, o figlia, guarda e porgi l’orecchio e dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre, e se farai questo, il Re s’invaghirà della tua bellezza (Sal 44, 11. 12). Udì la Vergine, e vide, non come alcuni che, udendo, non ascoltano, e vedendo non capiscono, ma essa ha udito e creduto, ha veduto e ha compreso. Porse il suo orecchio, cioè, all’obbedienza e il suo cuore alla disciplina, e dimenticò il suo popolo e la casa di suo padre, perché non si curò di aumentare il suo popolo dandogli figli, né si preoccupò di dare un erede alla casa di suo padre; ma considerò come immondezza quanto avrebbe potuto avere dalla casa paterna di cose di questa terra, pur di guadagnare Cristo. Né venne meno al proposito, anche quando accettò Cristo come figlio, e non mancò al suo intendimento di restare vergine. Bene pertanto è detta piena di grazia, perché conservò la grazia della verginità, e acquistò inoltre la gloria della maternità.

4. Ave, disse, piena di grazia, il Signore è con te. Non disse: «Il Signore è in te», ma: il Signore è con te. Dio infatti che per la sua sostanza semplice è ugualmente tutto dappertutto, nelle creature razionali lo è in modo diverso che nelle altre, ed è presente ancora in modo diverso, quanto agli effetti, secondo che sono buone o cattive. Nelle creature irrazionali Egli è, senza però che esse lo comprendano. Da tutte le creature razionali Dio può essere compreso per la cognizione, ma solo dai buoni è posseduto anche per l’amore. Nei soli buoni dunque egli è in modo da essere anche con loro per la concordia della volontà. Infatti, mentre essi sottomettono le loro volontà alla giustizia, talmente che non disdice che Dio voglia ciò che essi vogliono, per il fatto che non dissentono dalla sua volontà, uniscono spiritualmente Dio a se stessi. Così avviene in tutti i Santi, ma in modo speciale in Maria, nella quale fu tanto grande il consenso che, non solo unì a sé la sua volontà, ma anche la sua carne, formando dalla sua sostanza e da quella della Vergine un solo Cristo, o piuttosto dalle due risultasse un solo Cristo: il quale, anche se non tutto da Dio, né tutto dalla Vergine, fu tuttavia tutto di Dio e tutto della Vergine, né due figli, ma un solo figlio dell’uno e dell’altra. Disse dunque: Ave, o piena di grazia, il Signore è con te. E non solo è con te il Signore Figlio che tu rivesti della tua carne, ma anche il Signore Spirito Santo per opera del quale concepisci, è il Signore Padre che ha generato colui che tu concepisci. Il Padre, dico, è con te, lui che fa anche tuo il suo Figlio. È con te il Figlio, il quale, per compiere in te il mirabile mistero (della sua incarnazione), in modo meraviglioso dischiude per sé il tuo seno, lasciandoti intatto il segno della tua verginità. È con telo Spirito Santo, che con il Padre e il Figlio santifica il tuo seno. Dunque, il Signore è con te.

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Bernardo di Chiaravalle Lodi della Vergine : OMELIA II

23 dicembre 2017

1. Non v’è dubbio che la Regina delle Vergini canterà con le altre, anzi, prima tra le altre Vergini, quel canto nuovo che è ad esse sole riservato nel Regno di Dio. Ma oltre quel cantico che le sarà comune con tutte e sole le vergini, penso che essa rallegrerà la città di Dio con un carme più dolce ed elegante, di cui nessun’altra delle vergini sarà in grado di esprimere e far risuonare le dolci melodie, perché riservato a lei sola, la vergine madre, e madre di un Dio. Ho detto che Maria è degna di lode non semplicemente perché è madre, ma per il Figlio che essa ha generato. È infatti Madre di Dio, e Dio, volendo glorificare singolarmente la sua Madre nei Cieli, ebbe cura di prevenirla in terra con una grazia singolare, in modo che concepisse in modo ineffabile, rimanendo intatta, e partorisse senza pregiudizio della sua integrità. Un tale parto conveniva alla Vergine, e Figlio della Vergine non poteva che essere Dio. Perciò il Creatore degli uomini, dovendo nascere da una creatura umana per farsi uomo, dovette scegliersi fra tutte, o piuttosto formarsi una tale madre che fosse degna di lui e a lui gradita. Volle pertanto fosse vergine e immacolata colei da cui egli doveva nascere immacolato per lavare le macchie di tutti: volle anche che fosse umile la madre che avrebbe generato lui, mite e umile di cuore, dando a tutti un necessario e salutarissimo esempio di queste virtù. Diede dunque alla Vergine la maternità dopo averle prima ispirato il voto di verginità e averla decorata con il merito dell’umiltà. Diversamente come avrebbe potuto nel seguito l’Angelo chiamarla piena di grazia, se vi fosse stato in lei qualcosa, anche minima, che non fosse dalla grazia?

2. Ricevette dunque Maria il dono della verginità perché fosse santa di corpo, lei che avrebbe concepito e partorito il Santo dei Santi; e ricevette il dono dell’umiltà per essere santa anche nella mente (spirito). Adorna di queste virtù come di gemme, e splendente di bellezza nel corpo e nello spirito, questa vergine regale, ammirata dai celesti comprensori per la sua bellezza e la sua grazia, ha attirato su di sé gli sguardi dei cittadini del cielo, sicché fu preso d’amore per lei il cuore del Re, che le mandò il celeste messaggero.
Questo è quello che l’Evangelista vuole dirci quando parla di un Angelo mandato da Dio alla Vergine. Da Dio, dice, ad una Vergine, vale a dire dall’eccelso ad un’umile fanciulla, dal Signore alla serva, dal Creatore ad una creatura. Quanta degnazione da parte di Dio! Quanta grandezza nella Vergine! Correte, madri, correte figlie, correte tutte voi che dopo di Eva e pr colpa di Eva siete partorite e partorite nella tristezza. Avvicinatevi al talamo verginale, entrate, se potete, nella camera avvolta di pudore della vostra sorella. Ecco, Dio manda un messaggio alla Vergine, ecco, l’Angelo parla a Maria. Accostate l’orecchio alla parete, e ascoltate quello che le annunzia, forse porterà consolazione anche a voi.

3. Rallegrati, padre Adamo, ma soprattutto tu, o madre Eva, esulta, voi che foste i progenitori di tutti gli uomini, ma ne foste pure uccisori, e, cosa più triste, prima uccisori che progenitori. Consolatevi entrambi per questa figlia, e per tale figlia; ma Eva maggiormente, che fu la prima causa del male, e ne trasfuse l’obbrobrio in tutte le donne. Sta per venire il tempo in cui tale obbrobrio sarà tolto, e l’uomo non avrà più motivo di lamentarsi della donna; cercando infatti imprudentemente di scusare se stesso, non aveva esitato ad accusarla crudelmente dicendo: La donna che hai dato, mi ha offerto di quelfrutto, e io ne ho mangiato (Gen 3, 12). Perciò corri, o Eva, da Maria, corri, madre dalla figlia; risponda la figlia per la madre, essa tolga la vergogna della madre, essa sia soddisfazione al padre per la madre, perché ecco, se l’uomo è caduto per causa della donna, d’ora in poi non si rialzerà se non per merito di una donna.
Che cosa dicevi Adamo? La donna che mi hai dato, mi ha offerto di quelfrutto, e io ne ho mangiato. Son queste parole piene di malizia che aumentano, più che togliere, la colpa. Tuttavia la Sapienza vinse la malizia quando Dio trovò nel tesoro inesauribile della sua pietà quell’occasione di perdono che aveva inutilmente tentato di far nascere da te quando ti interrogò. Ecco, ti viene data una donna in cambio di un’altra donna, una donna prudente invece di quella sciocca, umile, al posto di quella superba, la quale ti porge, in cambio del frutto della morte, il sapore della vita, e invece dell’amarezza di un cibo velenoso ti procura la dolcezza di un frutto. Cambia pertanto le tue parole di scusa iniqua in parole di ringraziamento, dicendo: «Signore, la donna che mi hai dato mi ha offerto il frutto della vita, e io ne ho mangiato, e divenne nella mia bocca più dolce del miele, perché per esso mi hai ridato la vita». Ecco, per questo fu mandato l’Angelo alla Vergine. O Vergine mirabile e degnissima di ogni onore! O donna sopra ogni altra veneranda e meravigliosa, che ha riparato il male dei progenitori e ridato la vita ai loro discendenti!

4. Fu mandato, è detto, l’Angelo ad una Vergine: vergine di corpo, vergine di mente, vergine di condotta, vergine insomma, quale la descrive l’Apostolo, santa nel corpo e nello spirito; e non la prima venuta o trovata per caso, ma scelta da secoli, predestinata dall’Altissimo e da lui preparata per sé, custodita dagli Angeli, predetta dai Padri, promessa dai Profeti. Scruta le S. Scritture, e vedi se è vero quello che dico. Vuoi che anch’io ne riporti qualche testimonianza? Per citarne alcune poche tra tante, non ti sembra che parli di questa vergine quando Dio dice al serpente: Porrò inimicizie tra te e la donna? (Gen 3, 15). E se ancora dubiti che si tratti proprio di Maria, ascolta quel che segue: Essa ti schiaccerà il capo (ivi). A chi è riservata questa vittoria se non a Maria? Fu essa senz’alcun dubbio che schiacciò il capo velenoso, perché ha resa vana ogni suggestione del maligno sia rispetto alle lusinghe della carne, sia rispetto alla superbia della mente.

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Bernardo di Chiaravalle Lodi della Vergine : OMELIA I

22 dicembre 2017

Prefazione

La devozione verso la Madonna mi spinge a scrivere qualche cosa, ma le occupazioni me lo impediscono. Ora però che la malattia non mi consente di partecipare alla vita comune, non voglio passare in ozio quel po’ di tempo che ho a disposizione, rubandone magari un poco anche al sonno della notte. Mi piace pertanto accingermi soprattutto a ciò che spesso da tempo desideravo, ossia, dire qualcosa in onore della Vergine Madre, commentando quel testo evangelico in cui san Luca narra la storia dell’Annunciazione del Signore. A questo lavoro non sono tenuto da alcuna necessità o utilità per i monaci, al profitto dei quali io sono obbligato a lavorare; tuttavia, dal momento che non mi sarà impedito per questo di essere sempre a disposizione dei loro bisogni, ritengo che essi non abbiano motivo di lamentarsi se io soddisfo alla mia devozione.

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Bernardo di Clairvaux, Sermoni per l’Avvento. SERMONE VII: Della triplice utilità

21 dicembre 2017

1. Se celebriamo con devozione l’Avvento del Signore, facciamo il nostro interesse: Gesù infatti non solo è venuto a noi, ma anche per noi, Lui che non ha bisogno dei nostri beni (Sal 16 (15), 2). Ma la grandezza della nostra indigenza mette maggiormente in luce la immensa sua degnazione. E non solo la gravità della malattia apparisce dal prezzo della medicina, ma anche i molti aspetti della salute si comprendono dalla moltitudine dei rimedi. Infatti, perché ci sono varie specie di grazie (1 Cor 12, 4), se non si vede alcuna diversità di bisogni? Certo, è difficile parlare in un solo sermone di tutte queste necessità; ma me ne vengono in mente tre, che sono in certo qual modo le principali, e sono comuni a tutti. Non c’è infatti nessuno tra noi che non abbia bisogno in questa vita di consiglio, di aiuto e di sostegno. Tutto il genere umano è soggetto a una triplice miseria, e quanti siamo giacenti nella regione delle ombre morte (Is 9, 1), in questo corpo infermo, in questo luogo di tentazione, se facciamo attenzione, ci accorgiamo di soffrire miseramente di questo triplice inconveniente. Siamo infatti facilmente sedotti, deboli nell’operare e fragili a resistere. Se vogliamo discernere tra il bene e il male (1 Re 3, 9), ci inganniamo; se tentiamo di fare il bene (Gal 6, 9) veniamo meno; se ci sforziamo di resistere al male (Ef 6, 13) cediamo e restiamo vinti.

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Bernardo di Clairvaux, Sermoni per l’Avvento. Sermone VI:Il triplice avvento e la risurrezione della carne

20 dicembre 2017

1. Voglio, fratelli, che voi non ignoriate il tempo della vostra visita (Lc 19, 44), ma neanche ignoriate ciò che in questo tempo viene visitato in voi. Questo è il tempo assegnato alle anime, non ai corpi, perché l’anima è cosa molto più eccellente del corpo, e per questo deve essere naturalmente per prima oggetto della nostra sollecitudine. Essa per prima dev’essere restaurata, essendo stata la prima a cadere. L’anima infatti, corrotta per la colpa, fece sì che anche il corpo come pena fosse assoggettato alla corruzione. E poi, se vogliamo essere trovati membra di Cristo (1 Cor 6, 15), dobbiamo certamente seguire il nostro Capo, cioè prima dobbiamo essere solleciti circa le anime, per le quali egli è già venuto, e alle quali cercò per prima cosa di portare rimedio. Differiamo invece la cura del corpo, riservandola a quel giorno in cui verrà appunto a riformare il corpo, come ricorda l’Apostolo dove dice: Aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro povero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso (Fil 3, 20-21). Nella prima venuta, Giovanni Battista come un araldo, anzi, vero araldo di lui, grida: Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo (Gv 1, 29).
Non dice le malattie del corpo, non le molestie della carne, ma il peccato, che è malattia dell’anima, che è corruzione della mente. Ecco colui che toglie i peccati del mondo. Di dove li toglie? Dalla mano, dall’occhio, dal collo, dalla carne, insomma, in cui è profondamente infisso.

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Bernardo di Clairvaux, Sermoni per l’Avvento. Sermone IV , Il duplice Avvento e le penne argentate

16 dicembre 2017

1. È cosa degna, fratelli, che voi celebriate con tutta devozione l’avvento del Signore, godendo per così grande consolazione, stupefatti per tanta degnazione, infiammati da tanta carità. E non pensate solo al primo avvento nel quale è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto (Lc 19, 10), ma anche al secondo, quando verrà e ci prenderà con sé. Voglia Iddio che meditiate costantemente su queste due venute, ruminando nei vostri cuori i benefici del primo e le promesse del secondo. Voglia Iddio che dormiate tra le due venute (Sal 68 (67), 14)! Queste sono infatti le due braccia dello Sposo, tra le quali la sposa dormiva e diceva: La sua sinistra è sotto il mio capo, e la sua destra mi abbraccerà (Ct 2, 6). Nella sinistra infatti, come leggiamo altrove, è significata la ricchezza e la gloria, nella destra la vita lunga. Nella sua sinistra, è detto, ricchezze e gloria (Pr 3, 16). Udite, figli di Adamo, gente avara e ambiziosa: perché affannarvi per procurarvi ricchezze terrene e gloria temporale che non sono né vere, né vostre? L’oro e l’argento (At 3, 6) non sono forse terra gialla e bianca, che solo l’errore degli uomini fa, o piuttosto considera preziosa? E se queste son cose vostre, portatevele con voi! Ma l’uomo quando muore con sé non porta nulla, né scende con lui la sua gloria (Sal 49 (48), 17-18).

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Bernardo di Clairvaux, Sermoni per l’Avvento:Sermone III, Le Sette Colonne

13 dicembre 2017

 

Nell’Avvento del Signore che celebriamo, se considero la persona di colui che viene, non riesco a farmi un’idea dell’eccellenza della sua maestà. Se guardo quelli ai quali è venuto, rimango spaventato dalla grandezza della degnazione. Certamente gli Angeli sono pieni di stupore per la novità, in quanto vedono al di sotto di sé colui che sempre adorano sopra di sé, e manifestamente ormai salgono e scendono al Figlio dell’uomo (Gv 1, 51). Se considero a fare che cosa egli sia venuto, abbraccio, per quanto posso, l’ampiezza inestimabile della sua carità. Se penso al modo, constato l’esaltazione della condizione umana. Viene infatti il Creatore e Signore di tutto il creato, viene agli uomini, viene per gli uomini, viene uomo. Ma dirà qualcuno: «Come mai si dice che sia venuto, lui che è sempre stato dappertutto? Era nel mondo, e il mondo per lui è stato fatto, e il mondo non lo conobbe» (Gv 1, 10). Non è dunque venuto, lui che era presente, ma è apparso, lui che era nascosto. Perciò ha preso la natura umana nella quale poter essere conosciuto, lui che abita la luce inaccessibile (1 Tm 6, 16). E veramente non era cosa ingloriosa apparire nella sua somiglianza che aveva fatto all’inizio (Mt 19, 4), né indegno di Dio mostrarsi nella sua somiglianza (Gen 1, 26) a coloro che non avrebbero potuto conoscerlo nella sua
sostanza, affinché, lui che aveva fatto l’uomo ad immagine e somiglianza sua, egli stesso apparisse agli uomini come uomo.

2. La Chiesa intera dunque celebra una volta all’anno la solennità di questo avvento di tanta maestà, di tanta umiltà, di tanta carità, di tanta nostra glorificazione. Ma volesse Dio che questa celebrazione si facesse sì una sola volta, ma che (nei suoi effetti) durasse sempre. Questo sarebbe molto giusto. Quanta incongruenza infatti c’è nel fatto che, dopo l’avvento di un così grande Re, gli uomini vogliano od osino occuparsi in altri svariati affari, mentre piuttosto, lasciato tutto il resto, dovrebbero occuparsi unicamente nel culto di lui, e, in sua presenza, non ricordarsi di tutte le altre cose. Ma non a tutti si possono applicare le parole del Profeta: Erutteranno il ricordo della tua bontà immensa (Sal 145 (144), 7), in quanto non tutti fanno di questo ricordo il loro cibo. In verità, nessuno può eruttare quello che non ha gustato, e neppure se l’ha solamente gustato. Il rutto non può procedere se non dalla pienezza e dalla sazietà. Perciò coloro che hanno una mente e una vita secolare, anche se celebrano questa memoria, non la eruttano, osservando questo periodo di avvento senza devozione e affezione, per una certa arida consuetudine. Infine, e questo è ancor più da condannare, la memoria di questa degnazione diventa per certuni occasione per la vita carnale (Gal 5, 13), e potresti vedere questi tali tanto solleciti in questi giorni per preparare vesti sontuose e cibi prelibati, come se queste cose cercasse Cristo venendo a nascere tra noi, e venga ricevuto in modo tanto più degno, quanto con maggior cura vengono preparate queste cose. Ma ascolta quello che dice lui: Chi ha occhi altezzosi e cuore superbo, con un tale non prendevo cibo (Sal 101 (100), 5). Perché con tanta ambizione prepari abiti per il mio Natale? Io detesto la superbia, non l’accolgo. Perché con tanta sollecitudine prepari vivande abbondanti per quell’occasione? Io condanno le delizie della carne, non le gradisco. Davvero il tuo cuore è insaziabile, mentre prepari tante cose, facendole venire anche da lontano, mentre per il corpo basterebbero poche cose, e quali si possono con più comodo trovare. Celebrando dunque il mio avvento, tu mi onori con le labbra, ma il tuo cuore è lontano da me (Mt 15, 8). Tu non rendi culto a me, ma il ventre è il tuo dio (Fil 3,19), e tu ti vanti di quello di cui dovresti vergognarti. Proprio infelice colui che cerca il piacere del corpo e la vanità della gloria secolare; beato invece il popolo il cui Dio è il Signore (Sal 144 (143), 15).

3. Fratelli, non adiratevi contro gli empi, né invidiate i malfattori (Sal 37 (36), 1). Considerate piuttosto qual è la loro fine (Sal 73 (72), 17), e compatiteli di cuore, e pregate per loro che sono trovati nel peccato (Gal 6, 1). Essi fanno così perché ignorano Dio (1 Cor 15, 34), perché se lo conoscessero, non avrebbero mai provocato stoltamente contro di sé il Signore della gloria (1 Cor 2, 8). Ma noi, dilettissimi, non abbiamo la scusa dell’ignoranza (Gv 15, 22). Voi lo conoscete bene, e se diceste che non lo conoscete, sareste, come i secolari, bugiardi (1 Gv 4, 20). Del resto, se non lo conoscete, chi vi ha condotti qui, o come vi siete venuti? (Mt 22, 12).
E come avresti potuto deciderti a rinunziare spontaneamente all’affetto delle persone care, ai piaceri del corpo, alle vanità del mondo, e gettare nel Signore ogni tuo pensiero (Sal 55 (54), 23) e ogni preoccupazione (1 Pt 5, 7), dal quale non meritavi nulla di bene, anzi, tanto male, come te lo dice la coscienza? Chi, ripeto, ti avrebbe persuaso a fare queste cose, se non avessi saputo che il Signore è buono per quelli che sperano in lui, per l’anima che lo cerca (Lam 3, 25), se non avessi conosciuto anche tu che dolce è il Signore e mite, molto misericordioso e verace? (Sal 86 (85), 5 e 15). E queste cose di dove le hai sapute, se non perché, non solo è venuto a te, ma in te?

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Bernardo di Clairvaux Sermoni per l’Avvento/SERMONE II , Della lettura di Isaia: «Disse il Signore ad Achaz: Chiedi per te un segno», e della via dell’avversario

11 dicembre 2017

1. Abbiamo udito come Isaia consigliava ad Achaz di chiedere al Signore un segno, sia nel profondo dell’inferno, sia lassù in alto (Is 7, 10-12). Abbiamo sentito la sua risposta, che ha un’apparenza di pietà, ma non la virtù (2 Tm 3, 5). Perciò ha meritato il rimprovero da colui che scruta il cuore (1 Sam 16, 7), e davanti al quale è manifesto ogni pensiero umano. Non chiederò, dice, non tenterò il Signore (Is 7, 12). Achaz era gonfio d’orgoglio per il fastigio del trono regale, astuto nelle parole secondo l’umana sapienza (1 Cor 2, 4). Perciò il Signore aveva detto a Isaia: «Va’ a dire a quella volpe (Lc 13, 32) di chiedere per sé un segno nel profondo (Is 7, 11)». Hanno infatti le volpi una tana (Mt 8, 20), ma anche se scendesse negli inferi (Sal 139 (138), 8), là vi è colui che prende i sapienti al laccio della loro astuzia (Gb 5, 13; 1 Cor 3, 19). E ancora: «Va’ a dire a quell’uccello, dice il Signore, di chiedere per sé un segno lassù in alto». L’uccello ha infatti un nido (Mt 8, 20); ma se anche salirà in cielo, là c’è colui che, resistendo ai superbi (1 Pt 5, 5), schiaccia con la sua forza il collo dei superbi e degli orgogliosi. Tuttavia Achaz rifiuta di chiedere un segno di potere eccelso ovvero di sapienza di incomprensibile profondità; e perciò il Signore stesso promette alla casa di David un segno di bontà (Is 7, 13), per attirare con l’espressione della carità coloro che non erano stati smossi né dal terrore del potere, né dalla prova di sapienza. La carità può essere significata non a torto in quelle parole: Nel profondo dell’inferno (Is 7, 11), la carità stessa cioè della quale nessuno ebbe una più grande (Gv 15, 13), che fece sì che morisse per gli amici e scendesse nell’inferno, così che ad Achaz venga ordinato di riverire con timore la maestà di colui che regna nei cieli altissimi, o abbracciare la carità di colui che sarebbe sceso negli inferi. Non solo dunque stanca la pazienza degli uomini, ma anche quella di Dio (Is 7, 13) chiunque né pensa alla maestà con timore, né con amore ripensa alla carità. Per questo, dice, il Signore stesso vi darà un segno, nel quale apparisca chiaramente la maestà e la carità. Ecco una vergine concepirà e partorirà un figlio, e sarà chiamato con il nome di Emmanuele (Is 7, 14), che significa Dio con noi (Mt 1, 23). Non fuggire, Adamo; perché il Signore è con noi. Non temere, uomo (Lc 1, 30), e udendo il nome di Dio non restare terrorizzato, perché Dio è con noi. Con noi per la somiglianza della carne (Rm 8, 3), con noi per nostra utilità: per noi è venuto, come uno di noi (Gen 3, 22), simile a noi (Gc 5, 17), passibile.

2. Mangerà burro e miele, dice (Is 7, 15), come per dire: Sarà piccolo, e si nutrirà di alimenti adatti ai bambini. Perché impari, dice ancora, a rigettare il male e scegliere il bene (ibid.). Anche qui senti parlare di male e di bene (Gen 3, 22), come a riguardo dell’albero proibito (Gen 2, 17), come si parla dell’albero della trasgressione. Ma questo secondo Adamo fa la sua scelta molto meglio del primo. Scegliendo il bene, egli rigetta il male, non come il primo Adamo che amò la maledizione e venne su di lui, e ricusò la benedizione, e da lui si è allontanata (Sal 109 (108), 17). Nelle parole, infatti, che precedono: Mangerà panna e miele (Is 7, 15) lascia intendere la scelta di questo bambino. Solo ci assista la sua grazia, onde siamo in grado di capire in qualche modo e di esporre in modo degno e adatto alle intelligenze queste cose. Due sono i prodotti del latte della pecora: il burro e il formaggio. Il burro è grasso, il formaggio invece è secco e duro. Bene dunque il nostro pargolo sa scegliere, mangiando il burro e lasciando il cacio. Quale è infatti quella centesima pecora che si è spersa (Mt 18, 12), e di cui si parla nel salmo: Come pecora smarrita vado errando (Sal 119 (118), 176)? È sicuramente il genere umano, che il benignissimo Pastore cerca, lasciando le altre novantanove pecorelle sui monti. In questa pecora pertanto si possono trovare due cose, la natura dolce, la natura buona, come il burro, e la corruzione del peccato, come il formaggio. Vedi dunque come il nostro bambino ha scelto molto bene, prendendo la nostra natura, ma senza la corruzione del peccato. Dei peccatori invece è detto: Si è coagulato come latte il loro cuore (Sal 119 (118), 70); in essi infatti il fermento della malizia, il caglio dell’iniquità (1 Cor 5, 8) ha corrotto la purità del latte.

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Bernardo di Clairvaux Sermoni per l’Avvento/SERMONE I Sei circostanze dell’Avvento

9 dicembre 2017

1. Oggi, fratelli, celebriamo l’inizio dell’Avvento. Questo nome, come quello delle altre solennità, è abbastanza celebre e noto al mondo, ma il suo significato non è forse altrettanto conosciuto. Infatti, i poveri figli di Adamo, trascurando di studiare le cose importanti e salutari, cercano piuttosto le cose caduche e transitorie. A chi paragoneremo gli uomini di questa generazione (Mc 4, 30; Lc 7, 31) che vediamo incapaci di staccarsi e separarsi dalle consolazioni terrene e caduche? Sono certamente simili a quei naufraghi che, in procinto di venir sommersi dalle acque, si aggrappano a qualsiasi cosa, la prima che capiti loro tra mano, e la tengono fortemente stretta, anche se si tratta di cose che in nessun modo possono portare aiuto (Is 30, 5), come radici di erbe e cose simili. E se qualcuno viene in loro aiuto, capita talvolta che lo trascinano con sé, sicché non può più aiutare né loro, né se stesso. Così periscono in questo mare grande e spazioso (Sal 104 (103), 25), così periscono i miseri, mentre, seguendo le cose periture, perdono quelle solide, attaccandosi alle quali potrebbero riemergere e salvare la loro vita (Gc 1, 21). Non infatti della vanità, ma della verità è detto: La conoscerete ed essa vi farà liberi (Gv 8, 32). Voi dunque, fratelli, ai quali, in quanto piccoli, Dio rivela quelle cose che tiene nascoste ai sapienti e prudenti (Mt 11, 25), occupatevi di quelle cose che sono veramente salutari, facendone oggetto dei vostri assidui pensieri. Riflettete con cura al significato di questo avvento, investigando chi sia colui che viene, donde venga, dove vada, che cosa venga a fare, quando e per quale via egli venga. Certamente è questa una curiosità degna di lode e salutare: infatti la Chiesa universale non celebrerebbe questo Avvento con tanta devozione, se non si nascondesse in esso un qualche grande sacramento (Ef 5, 32).

2. Innanzitutto pertanto, insieme con l’Apostolo, pieno di stupore e di ammirazione (At 2, 12), considerate anche voi la grandezza di costui che viene: egli è infatti, secondo la testimonianza di Gabriele, il Figlio del Dio Altissimo (Lc 1, 32), e conseguentemente Altissimo anche lui. Non possiamo infatti pensare ad un Figlio di Dio degenere, ma dobbiamo confessarlo di uguale altezza e della medesima dignità. Chi non sa infatti che i figli di principe sono anch’essi principi, e i figli di re sono re anch’essi? Ma perché mai delle tre Persone che crediamo e confessiamo e adoriamo nell’eccelsa Trinità, non il Padre, non lo Spirito Santo, ma il Figlio è venuto? Io penso che questo sia stato fatto non senza una ragione. Ma chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore. O chi mai è stato suo consigliere (Rm 11, 34)? E certamente non fu senza il consiglio della Trinità che venisse il Figlio; e se consideriamo la causa del nostro esilio, forse possiamo capire, almeno un poco, come fosse conveniente che fosse soprattutto il Figlio a liberarci. Lucifero infatti, che si levava al mattino (Is 14, 12), per il fatto di aver tentato di usurpare la somiglianza dell’Altissimo, e di essersi attribuito ingiustamente di essere uguale a Dio (Fil 2, 6), il che è prerogativa del Figlio, venne punito all’istante e precipitato nell’inferno (Is 14, 12), perché il Padre vendicò l’onore del Figlio, e fu come dicesse: A me la vendetta, io darò il dovuto castigo (Rm 12, 19). E subito avresti potuto vedere Satana che come fulmine cadeva dal cielo (Lc 10, 18). Come osi insuperbirti tu, terra e cenere (Sir 10, 9)? Se Dio non ha perdonato agli angeli insuperbiti (Rm 11, 21), quanto più userà lo stesso rigore a tuo riguardo, putredine e verme (Sir 19, 3) che sei. Lucifero non ha fatto nulla, nessuna azione esterna: ha solo avuto un pensiero di superbia e in un istante, in un batter d’occhio (1 Cor 15, 52) fu irreparabilmente precipitato, perché, secondo il Profeta, egli non stette nella verità (Gv 8, 44).

3. Fuggite la superbia, fratelli miei, ve ne prego; fuggitela con orrore. La superbia è alla base di ogni peccato, essa che ha sprofondato nelle tenebre eterne (Gb 3, 9) così velocemente lo stesso Lucifero che rifulgeva più splendido di tutte le stelle, e da primo degli angeli lo mutò in diavolo. E così, subito ardente d’invidia per l’uomo, ingenerò in lui l’iniquità che aveva concepito in se stesso (Gb 15, 35; Sal 7, 15), persuadendolo a mangiare il frutto proibito, per diventare così simile a Dio, mediante la conoscenza del bene e del male (Gen 3, 5-6). Che cosa offri, che cosa prometti, disgraziato, dal momento che il Figlio dell’Altissimo (Lc 1, 32) ha la chiave della scienza (Lc 11, 52), anzi, è egli stesso la chiave, la chiave di Davide che chiude e nessuno può aprire (Ap 3, 7)? In lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2, 3); tu saresti capace di rubarli per darli all’uomo? Vedete che veramente, come dice il Signore, costui è bugiardo e padre della menzogna (Gv 8, 44). Fu infatti bugiardo quando disse: Sarò simile all’Altissimo (Is 14, 14), e padre della menzogna allorché trasfuse anche nell’uomo il germe avvelenato della sua falsità, dicendo: Sarete come dei (Gen 3, 5). Anche tu, o uomo, vedendo un ladro, corri con lui (Sal 50 (49), 18). Avete notato fratelli, quello che è stato letto questa notte nel profeta Isaia, che riferisce le parole del Signore: I tuoi principi sono infedeli, ovvero, secondo un’altra versione: disobbedienti, compagni dei ladri (Is 1, 23).

4. In realtà i nostri principi Adamo ed Eva, capostipiti della nostra razza, sono stati disobbedienti, soci di ladri; essi tentano per consiglio del serpente, anzi del diavolo che si serve del serpente, di rubare quello che appartiene al Figlio di Dio. E il Padre non dissimula l’ingiuria (Pr 12, 16) fatta al Figlio — egli infatti ama il Figlio (Gv 5, 20) —, ma subito anche nell’uomo vendica questa ingiuria (Dt 32, 43), e appesantisce la sua mano su di noi (Sal 32 (31), 4). Tutti infatti in Adamo abbiamo peccato (Rm 3, 23; 1 Cor 15, 22), e in lui tutti abbiamo ricevuto la sentenza di dannazione. Che cosa farà il Figlio vedendo che il Padre prende le sue difese, e non perdona ad alcuna delle sue creature? «Ecco, dice, per causa mia il Padre perde le sue creature. Prima l’Angelo ha ambito la mia eccellenza, e ha trovato compagni che lo seguissero; ma subito la gelosia del Padre si è scagliata contro di lui e contro i suoi seguaci, percuotendoli tutti con piaga incurabile (2 Mac 9, 5), con crudele castigo (Ger 30, 14). L’uomo ha voluto rubarmi anche la scienza, che appartiene a me, e neppure di lui ha avuto compassione (Dt 7, 16; Ez 16, 5), né gli ha perdonato. Dio si cura forse dei buoi (1 Cor 9, 9)? Aveva Dio fatto soltanto due nobili creature dotate di ragione, capaci di beatitudine, l’angelo cioè e l’uomo; ma per causa mia perse molti angeli e tutto il genere umano. Dunque, perché sappiano che anch’io amo il Padre (Gv 14, 31), riabbia per mezzo mio quelli che in qualche modo per causa mia sembra aver perduto. Se questa tempesta, dice Giona, è sorta per causa mia, prendetemi e buttatemi in mare (Gn 1, 12 sec. ant. vers.). Tutti mi portano invidia. Vengo, e tale mostro me stesso, che chiunque vorrà invidiarmi, chiunque desidererà di imitarmi, questa emulazione vada a bene suo. So tuttavia che gli angeli disertori si sono dati completamente alla malizia e alla nequizia (1 Cor 5, 8), e non hanno peccato per una qualche ignoranza o fragilità; perciò, non volendo essi pentirsi, è inevitabile che periscano. L’amore del Padre e l’onore del Re esigono la giustizia (Sal 99 (98), 4)».

5. Per questo infatti egli ha creato da principio gli uomini (Gen 1, 27-28; Mt 19, 4) affinché da essi fossero riempiti i posti rimasti vuoti, e venissero restaurate le rovine della (celeste) Gerusalemme (Is 61, 4). Sapeva infatti che per gli angeli era impossibile una via di ritorno. Conosce infatti la superbia di Moab (Is 16, 6; Ger 48, 29), che è grande, e non ammette rimedio di pentimento, e per questo esclude anche il perdono. Ma per gli uomini non ha creato nessuna creatura per sostituirli, dando a vedere con ciò che per l’uomo c’era ancora redenzione, essendo egli stato soppiantato dalla malizia altrui; per questo gli poteva giovare la carità di un altro. Così, Signore, ti supplico (Es 34, 9), ti piaccia di liberarmi (Sal 40 (39), 14) perché io sono infermo (Sal 6, 3), perché dalla mia terra sono stato dolorosamente strappato (Gen 40, 15), e buttato in questo carcere. Non del tutto innocente, a dire il vero, ma rispetto a colui che mi ha sedotto, un poco innocente. La menzogna mi è stata suggerita, o Signore: venga la verità, onde si scopra la falsità, e io conosca la verità, e la verità mi darà la libertà (Gv 8, 32), a condizione che, scoperta la falsità, io rinunzi completamente ad essa ed aderisca alla verità conosciuta. Diversamente non sarebbe più una umana tentazione (1 Cor 10, 13), né un peccato umano, ma sarebbe ostinazione diabolica: perseverare nel male, infatti, è cosa diabolica, e giustamente meritano di perire con il diavolo (Ap 12, 9) coloro che si ostinano nel peccato (Rm 6, 1).

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San Bernardo di Chiaravalle – Angelus di Benedetto XVI

20 agosto 2016

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BENEDETTO XVI

ANGELUS

Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo
Domenica, 20 agosto 2006

Cari fratelli e sorelle,
oggi il calendario cita fra i santi del giorno San Bernardo di Chiaravalle, grande Dottore della Chiesa, vissuto tra l’XI e il XII secolo (1091-1153). Il suo esempio e i suoi insegnamenti si rivelano quanto mai utili anche in questo nostro tempo. Ritiratosi dal mondo dopo un periodo di forte travaglio interiore, venne eletto abate del monastero cistercense di Chiaravalle all’età di 25 anni, restandone alla guida per 38 anni, sino alla morte. La dedizione al silenzio e alla contemplazione non gli impedì di svolgere un’intensa attività apostolica. Esemplare fu anche per l’impegno con cui lottò per dominare il suo temperamento impetuoso, come pure per l’umiltà con cui seppe riconoscere i propri limiti e manchevolezze.

La ricchezza e il pregio della sua teologia non stanno tanto nell’aver percorso vie nuove, quanto piuttosto nell’essere riuscito a proporre le verità della fede con uno stile così chiaro ed incisivo da affascinare l’ascoltatore e da disporne l’animo al raccoglimento e alla preghiera. Si avverte in ogni suo scritto l’eco di una ricca esperienza interiore, che egli riusciva a comunicare agli altri con sorprendente capacità suasiva. Per lui la forza più grande della vita spirituale è l’amore. Dio, che è Amore, crea l’uomo per amore e per amore lo riscatta; la salvezza di tutti gli esseri umani, mortalmente feriti dalla colpa originale e gravati dai peccati personali, consiste nell’aderire fermamente alla divina carità, rivelataci pienamente in Cristo crocifisso e risorto. Nel suo amore Dio risana la nostra volontà e la nostra intelligenza malate, innalzandole al più alto grado di unione con Lui, cioè alla santità e all’unione mistica. Di questo San Bernardo tratta, tra l’altro, nel breve ma sostanzioso Liber de diligendo Deo. C’è poi un altro suo scritto che vorrei segnalare, il De consideratione, indirizzato al Papa Eugenio III. Qui, in questo libro molto personale, il tema dominante è l’importanza del raccoglimento interiore – e lo dice al Papa -, elemento essenziale della pietà. Occorre guardarsi, osserva il santo, dai pericoli di una attività eccessiva, qualunque sia la condizione e l’ufficio che si ricopre, perché – così dice al Papa di quel tempo e a tutti i Papi, a tutti noi – le molte occupazioni conducono spesso alla “durezza del cuore”, “non sono altro che sofferenza dello spirito, smarrimento dell’intelligenza, dispersione della grazia” (II, 3). L’ammonimento vale per ogni genere di occupazioni, fossero pure quelle inerenti al governo della Chiesa. La parola che, a questo riguardo, Bernardo rivolge al Pontefice, già suo discepolo a Chiaravalle, è provocatoria: “Ecco – egli scrive – dove ti possono trascinare queste maledette occupazioni, se continui a perderti in esse… nulla lasciando di te a te stesso” (ibid.). Quanto utile è anche per noi questo richiamo al primato della preghiera e della contemplazione! Ci aiuti a concretizzarlo nella nostra esistenza San Bernardo, che seppe armonizzare l’aspirazione del monaco alla solitudine e alla quiete del chiostro con l’urgenza di missioni importanti e complesse al servizio della Chiesa.

Affidiamo questo desiderio non facile – di trovare cioè l’equilibrio tra l’interiorità e il lavoro necessario – all’intercessione della Madonna, che egli sin da fanciullo amò con tenera e filiale devozione sì da meritare il titolo di “Dottore mariano”. InvochiamoLa perché ottenga il dono della pace vera e duratura per il mondo intero. San Bernardo in un suo celebre discorso paragona Maria alla stella a cui i naviganti guardano per non smarrire la rotta: “Nell’ondeggiare delle vicende di questo mondo, più che camminare per terra hai l’impressione di essere sballottato tra i marosi e le tempeste; non distogliere gli occhi dal fulgore di questa stella, se non vuoi essere inghiottito dalle onde… Guarda la stella, invoca Maria… Seguendo Lei non sbagli strada… Se Lei ti protegge non hai paura, se Lei ti guida non ti affatichi, se Lei ti è propizia giungi alla meta” (Hom. super Missus est, II, 17).

(…)

© Copyright 2006 – Libreria Editrice Vaticana

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San Bernardo di Chiaravalle, abate. Udienza Generale di Benedetto XVI

20 agosto 2015

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 21 ottobre 2009

 

San Bernardo di Chiaravalle

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlare su san Bernardo di Chiaravalle, chiamato “l’ultimo dei Padri” della Chiesa, perché nel XII secolo, ancora una volta, rinnovò e rese presente la grande teologia dei Padri. Non conosciamo in dettaglio gli anni della sua fanciullezza; sappiamo comunque che egli nacque nel 1090 a Fontaines in Francia, in una famiglia numerosa e discretamente agiata. Giovanetto, si prodigò nello studio delle cosiddette arti liberali – specialmente della grammatica, della retorica e della dialettica – presso la scuola dei Canonici della chiesa di Saint-Vorles, a Châtillon-sur-Seine e maturò lentamente la decisione di entrare nella vita religiosa. Intorno ai vent’anni entrò a Cîteaux, una fondazione monastica nuova, più agile rispetto agli antichi e venerabili monasteri di allora e, al tempo stesso, più rigorosa nella pratica dei consigli evangelici. Qualche anno più tardi, nel 1115, Bernardo venne inviato da santo Stefano Harding, terzo Abate di Cîteaux, a fondare il monastero di Chiaravalle (Clairvaux). Qui il giovane Abate, aveva solo venticinque anni, poté affinare la propria concezione della vita monastica, e impegnarsi nel tradurla in pratica. Guardando alla disciplina di altri monasteri, Bernardo richiamò con decisione la necessità di una vita sobria e misurata, nella mensa come negli indumenti e negli edifici monastici, raccomandando il sostentamento e la cura dei poveri. Intanto la comunità di Chiaravalle diventava sempre più numerosa, e moltiplicava le sue fondazioni.

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Amo perché amo, amo per amare. Dai «Discorsi sul Cantico dei Cantici» di san Bernardo, abate

20 agosto 2015

(Disc. 83, 4-6; Opera omnia, ed. Cisterc. 2 [1958] 300-302)

L’amore è sufficiente per se stesso, piace per se stesso e in ragione di sé. È a se stesso merito e premio. L’amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all’infuori di sé. Il suo vantaggio sta nell’esistere. Amo perché amo, amo per amare. Grande cosa è l’amore se si rifà al suo principio, se ricondotto alla sua origine, se riportato alla sua sorgente. Di là sempre prende alimento per continuare a scorrere. L’amore è il solo tra tutti i moti dell’anima, tra i sentimenti e gli affetti, con cui la creatura possa corrispondere al Creatore, anche se non alla pari; l’unico con il quale possa contraccambiare il prossimo e, in questo caso, certo alla pari. Quando Dio ama, altro non desidera che essere amato. Non per altro ama, se non per essere amato, sapendo che coloro che l’ameranno si beeranno di questo stesso amore. L’amore dello Sposo, anzi lo Sposo-amore cerca soltanto il ricambio dell’amore e la fedeltà. Sia perciò lecito all’amata di riamare. Perché la sposa, e la sposa dell’Amore non dovrebbe amare? Perché non dovrebbe essere amato l’Amore?

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Preparata dall’Altissimo, prefigurata dai padri. Dalla «Omelia in lode della Vergine Madre» di san Bernardo, abate

18 agosto 2015

(Om. 2, 1-2. 4; Opera omnia, ed. Cisterc. 4 [1966] 21-23)

A Dio conveniva una natività di questo genere: che non nascesse se non dalla Vergine; anche alla Vergine si addiceva un parto tale: che non generasse se non Dio. Perciò il creatore degli uomini, che stava per nascere dall’uomo per diventare uomo, dovette scegliere tra tutte le donne, anzi creare una tale madre, quale sapeva convenire a sé e che gli sarebbe piaciuta.

Volle dunque che fosse una vergine. Lui immacolato volle nascere dall’Immacolata, perché avrebbe dovuto lavare le macchie di tutti. Lui mite ed umile di cuore volle venire da una madre piena di mitezza e di umiltà, perché doveva offrirsi a ognuno modello di tali virtù, utili, anzi necessarie per la salvezza. Concesse il dono della maternità alla Vergine, lui che le aveva ispirato il voto della verginità e l’aveva arricchita dei meriti dell’umiltà.

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