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LETTERA APOSTOLICA DIES DOMINI DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II AL L’EPISCOPATO, AL CLERO E AI FEDELI SULLA SANTIFICAZIONE DELLA DOMENICA

6 novembre 2016

CAPITOLO QUINTO

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DIES DIERUM

La domenica festa primordiale,
rivelatrice del senso del tempo

Cristo Alfa e Omega del tempo

74. « Nel cristianesimo il tempo ha un’importanza fondamentale. Dentro la sua dimensione viene creato il mondo, al suo interno si svolge la storia della salvezza, che ha il suo culmine nella “pienezza del tempo” dell’Incarnazione e il suo traguardo nel ritorno glorioso del Figlio di Dio alla fine dei tempi. In Gesù Cristo, Verbo incarnato, il tempo diventa una dimensione di Dio, che in se stesso è eterno ». (118)

Gli anni dell’esistenza terrena di Cristo, alla luce del Nuovo Testamento, costituiscono realmente il centro del tempo. Questo centro ha il suo culmine nella risurrezione. Se è vero, infatti, che egli è Dio fatto uomo fin dal primo istante del concepimento nel grembo della Vergine Santa, è anche vero che solo con la risurrezione la sua umanità è totalmente trasfigurata e glorificata, rivelando così pienamente la sua identità e gloria divina. Nel discorso tenuto nella sinagoga di Antiochia di Pisidia (cfr At 13, 33), Paolo applica appunto alla risurrezione di Cristo l’affermazione del Salmo 2: « Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato » (v. 7). Proprio per questo, nella celebrazione della Veglia pasquale, la Chiesa presenta il Cristo risorto come « Principio e Fine, Alfa e Omega ». Queste parole, pronunciate dal celebrante nella preparazione del cero pasquale, sul quale è incisa la cifra dell’anno in corso, mettono in evidenza il fatto che « Cristo è il Signore del tempo; è il suo principio e il suo compimento; ogni anno, ogni giorno ed ogni momento vengono abbracciati nella sua incarnazione e risurrezione, per ritrovarsi in questo modo nella “pienezza del tempo” ». (119)

75. Essendo la domenica la Pasqua settimanale, in cui è rievocato e reso presente il giorno nel quale Cristo risuscitò dai morti, essa è anche il giorno che rivela il senso del tempo. Non c’è parentela con i cicli cosmici, secondo cui la religione naturale e la cultura umana tendono a ritmare il tempo, indulgendo magari al mito dell’eterno ritorno. La domenica cristiana è altra cosa! Sgorgando dalla Risurrezione, essa fende i tempi dell’uomo, i mesi, gli anni, i secoli, come una freccia direzionale che li attraversa orientandoli al traguardo della seconda venuta di Cristo. La domenica prefigura il giorno finale, quello della Parusía, già in qualche modo anticipata dalla gloria di Cristo nell’evento della Risurrezione.

In effetti, tutto quanto avverrà, fino alla fine del mondo, non sarà che una espansione e una esplicitazione di ciò che è avvenuto nel giorno in cui il corpo martoriato del Crocifisso è risuscitato per la potenza dello Spirito ed è diventato a sua volta la sorgente dello Spirito per l’umanità. Il cristiano sa, perciò, di non dover attendere un altro tempo di salvezza, giacché il mondo, quale che sia la sua durata cronologica, vive già nell’ultimo tempo. Dal Cristo glorificato non solo la Chiesa, ma il cosmo stesso e la storia sono continuamente retti e guidati. E questa energia di vita a spingere la creazione, che « geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto » (Rm 8, 22), verso la meta del suo pieno riscatto. Di questo cammino l’uomo non può avere che un oscuro intuito; i cristiani ne hanno la cifra e la certezza, e la santificazione della domenica è una testimonianza significativa che essi sono chiamati a dare, perché i tempi dell’uomo siano sempre sorretti dalla speranza.

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LETTERA APOSTOLICA DIES DOMINI DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II ALL’EPISCOPATO, AL CLERO E AI FEDELI SULLA SANTIFICAZIONE DELLA DOMENICA

31 ottobre 2016

CAPITOLO PRIMO

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DIES DOMINI

La celebrazione
dell’opera del Creatore

« Tutto è stato fatto per mezzo di lui » (Gv 1, 3)

8. Nell’esperienza cristiana, la domenica è prima di tutto una festa pasquale, totalmente illuminata dalla gloria del Cristo risorto. È la celebrazione della « nuova creazione ». Ma proprio questo suo carattere, se compreso in profondità, appare inscindibile dal messaggio che la Scrittura, fin dalle prime sue pagine, ci offre sul disegno di Dio nella creazione del mondo. Se è vero, infatti, che il Verbo si è fatto carne nella « pienezza del tempo » (Gal 4, 4), non è meno vero che, in forza del suo stesso mistero di Figlio eterno del Padre, egli è origine e fine dell’universo. Lo afferma Giovanni, nel prologo del suo Vangelo: « Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste » (1, 3). Lo sottolinea ugualmente Paolo scrivendo ai Colossesi: « Per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili […]. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui » (1, 16). Questa presenza attiva del Figlio nell’opera creatrice di Dio si è rivelata pienamente nel mistero pasquale, in cui Cristo, risorgendo come « primizia di coloro che sono morti » (1 Cor 15, 20), ha inaugurato la nuova creazione ed ha avviato il processo che egli stesso porterà a compimento al momento del suo ritorno glorioso, « quando consegnerà il regno a Dio Padre […], perché Dio sia tutto in tutti » (1 Cor 15, 24.28).

Già nel mattino della creazione, quindi, il progetto di Dio implicava questo « compito cosmico » di Cristo. Questa prospettiva cristocentrica, proiettata su tutto l’arco del tempo, era presente nello sguardo compiaciuto di Dio quando, cessando da ogni suo lavoro, « benedisse il settimo giorno e lo santificò » (Gn 2, 3). Nasceva allora — secondo l’autore sacerdotale del primo racconto biblico della creazione — il « sabato », che tanto caratterizza la prima Alleanza, ed in qualche modo preannuncia il giorno sacro della nuova e definitiva Alleanza. Lo stesso tema del « riposo di Dio » (cfr Gn 2, 2) e del riposo da lui offerto al popolo dell’Esodo con l’ingresso nella terra promessa (cfr Es 33, 14; Dt 3, 20; 12, 9; Gs 21, 44; Sal 95 [94], 11) è riletto nel Nuovo Testamento in una luce nuova, quella del definitivo « riposo sabbatico » (Eb 4, 9) in cui Cristo stesso è entrato con la sua risurrezione e in cui è chiamato ad entrare il popolo di Dio, perseverando sulle orme della sua obbedienza filiale (cfr Eb 4, 3-16). È necessario pertanto rileggere la grande pagina della creazione e approfondire la teologia del « sabato », per introdursi alla piena comprensione della domenica.

« In principio Dio creò il cielo e la terra » (Gn 1, 1)

9. Lo stile poetico del racconto genesiaco della creazione rende bene lo stupore che l’uomo avverte di fronte all’immensità del creato e il sentimento di adorazione che ne deriva verso Colui che ha tratto dal nulla tutte le cose. È una pagina di intenso significato religioso, un inno al Creatore dell’universo, additato come l’unico Signore di fronte alle ricorrenti tentazioni di divinizzare il mondo stesso. È insieme un inno alla bontà del creato, tutto plasmato dalla mano potente e misericordiosa di Dio.

« Dio vide che era cosa buona » (Gn 1, 10.12, ecc.). Questo ritornello che scandisce il racconto proietta una luce positiva su ogni elemento dell’universo, lasciando al tempo stesso intravedere il segreto per la sua appropriata comprensione e per la sua possibile rigenerazione: il mondo è buono nella misura in cui rimane ancorato alla sua origine e, dopo che il peccato lo ha deturpato, ridiventa buono, se torna, con l’aiuto della grazia, a Colui che lo ha fatto. Questa dialettica, ovviamente, non riguarda direttamente le cose inanimate e gli animali, ma gli esseri umani, ai quali è stato concesso il dono incomparabile, ma anche il rischio, della libertà. La Bibbia, subito dopo i racconti della creazione, mette appunto in evidenza il drammatico contrasto tra la grandezza dell’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, e la sua caduta, che apre nel mondo l’oscuro scenario del peccato e della morte (cfr Gn 3).

10. Uscito com’è dalle mani di Dio, il cosmo porta l’impronta della sua bontà. È un mondo bello, degno di essere ammirato e goduto, ma destinato anche ad essere coltivato e sviluppato. Il « completamento » dell’opera di Dio apre il mondo al lavoro dell’uomo. « Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto » (Gn 2, 2). Attraverso questa evocazione antropomorfica del « lavoro » divino, la Bibbia non soltanto ci apre uno spiraglio sul misterioso rapporto tra il Creatore e il mondo creato, ma proietta luce anche sul compito che l’uomo ha verso il cosmo. Il « lavoro » di Dio è in qualche modo esemplare per l’uomo. Questi infatti non è solo chiamato ad abitare, ma anche a « costruire » il mondo, facendosi così « collaboratore » di Dio. I primi capitoli della Genesi, come scrivevo nell’Enciclica Laborem exercens, costituiscono in certo senso il primo « vangelo del lavoro ».(10) È una verità sottolineata anche dal Concilio Vaticano II: « L’uomo, creato a immagine di Dio, ha ricevuto il comando di sottomettere a sé la terra con tutto quanto essa contiene, e di governare il mondo nella giustizia e nella santità, e così pure di riportare a Dio se stesso e l’universo intero, riconoscendo in lui il Creatore di tutte le cose, in modo che, nella subordinazione di tutte le realtà all’uomo sia glorificato il nome di Dio su tutta la terra ».(11)

La vicenda esaltante dello sviluppo della scienza, della tecnica, della cultura nelle loro varie espressioni — sviluppo sempre più rapido, ed oggi addirittura vertiginoso — è il frutto, nella storia del mondo, della missione con la quale Dio ha affidato all’uomo e alla donna il compito e la responsabilità di riempire la terra e di soggiogarla attraverso il lavoro, nell’osservanza della sua Legge.

Lo « shabbat »: il gioioso riposo del Creatore

11. Se è esemplare per l’uomo, nella prima pagina della Genesi, il « lavoro » di Dio, altrettanto lo è il suo « riposo »: « Cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro« (Gn 2, 2). Anche qui siamo di fronte ad un antropomorfismo ricco di un fecondo messaggio.

Il « riposo » di Dio non può essere banalmente interpretato come una sorta di « inattività » di Dio. L’atto creatore che è a fondamento del mondo è infatti di sua natura permanente e Dio non cessa mai di operare, come Gesù stesso si preoccupa di ricordare proprio in riferimento al precetto del sabato: « Il Padre mio opera sempre e anch’io opero » (Gv 5, 17). Il riposo divino del settimo giorno non allude a un Dio inoperoso, ma sottolinea la pienezza della realizzazione compiuta e quasi esprime la sosta di Dio di fronte all’opera « molto buona » (Gn 1, 31) uscita dalle sue mani, per volgere ad essa uno sguardo colmo di gioioso compiacimento: uno sguardo « contemplativo », che non mira più a nuove realizzazioni, ma piuttosto a godere la bellezza di quanto è stato compiuto; uno sguardo portato su tutte le cose, ma in modo particolare sull’uomo, vertice della creazione. È uno sguardo in cui si può in qualche modo già intuire la dinamica « sponsale » del rapporto che Dio vuole stabilire con la creatura fatta a sua immagine, chiamandola ad impegnarsi in un patto di amore. È ciò che egli realizzerà progressivamente, nella prospettiva della salvezza offerta all’intera umanità, mediante l’alleanza salvifica stabilita con Israele e culminata poi in Cristo: sarà proprio il Verbo incarnato, attraverso il dono escatologico dello Spirito Santo e la costituzione della Chiesa come suo corpo e sua sposa, ad estendere l’offerta di misericordia e la proposta dell’amore del Padre all’intera umanità.

12. Nel disegno del Creatore c’è una distinzione, ma anche un intimo nesso tra l’ordine della creazione e l’ordine della salvezza. Già l’Antico Testamento lo sottolinea, quando pone il comandamento concernente lo « shabbat » in rapporto non soltanto col misterioso « riposo » di Dio dopo i giorni dell’attività creatrice (cfr Es 20, 8-11), ma anche con la salvezza da lui offerta ad Israele nella liberazione dalla schiavitù dell’Egitto (cfr Dt 5, 12-15). Il Dio che riposa il settimo giorno rallegrandosi per la sua creazione, è lo stesso che mostra la sua gloria liberando i suoi figli dall’oppressione del faraone. Nell’uno e nell’altro caso si potrebbe dire, secondo un’immagine cara ai profeti, che egli si manifesta come lo sposo di fronte alla sposa (cfr Os 2, 16-24; Ger 2, 2; Is 54, 4-8).

Per andare infatti al cuore dello « shabbat », del « riposo » di Dio, come alcuni elementi della stessa tradizione ebraica suggeriscono,(12) occorre cogliere l’intensità sponsale che caratterizza, dall’Antico al Nuovo Testamento, il rapporto di Dio con il suo popolo. Così la esprime, ad esempio, questa meravigliosa pagina di Osea: « In quel tempo farò per loro un’alleanza con le bestie della terra e gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; arco e spada e guerra eliminerò dal paese; e li farò riposare tranquilli. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore » (2, 20-22).

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Tweet del Papa

22 ottobre 2016

“Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!” – San Giovanni Paolo II, 22 ottobre 1978

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Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 – 22 ott 2016

Visitazione della Beata Vergine Maria. Discorso di san Giovanni Paolo II

31 Mag 2016

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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI FEDELI AL TERMINE DELLA PROCESSIONE
SVOLTASI A CONCLUSIONE DEL MESE MARIANO

Giardini Vaticani – Venerdì, 31 maggio 1991

C’è una grande densità e profondità in questo mistero che la Chiesa vive oggi, la Visitazione: mistero di Maria, mistero del nascituro, l’Emmanuele. La densità sta qui, la profondità sta qui: Maria che fa presente Dio fattosi uomo, fattosi suo nascituro. Questa “visitazione” è un’anticipazione di tutte le Visitazioni che Dio fattosi uomo, l’Emmanuele, fa da questo momento, in diversi luoghi, in diversi ambienti, in diversi modi in epoche diverse.
È così legata la sua Visitazione a Maria. Attraverso questo legame Dio stesso vuole dirci qualche cosa. Lui ha legato la sua presenza al mondo, la sua opera nel mondo, il suo essere l’Emmanuele, Dio con noi, ha legato a lei come alla sua Madre, la madre, la Donna vergine che lo porta nel suo grembo che poi lo partorisce nella notte di Natale. Così comincia questa storia stupenda, storia umana-divina, divina-umana, non solamente la storia di Gesù e di Maria, la storia una volta attuata in Palestina, ma la storia che continua, che sempre ha una nuova continuazione, una nuova attuazione.
Penso ai diversi santuari mariani come quello di Fatima che ho potuto di nuovo visitare nei giorni scorsi, come anche a questa Grotta di Lourdes dove noi ci riuniamo processionalmente in preghiera, nell’ultimo giorno di questo mese di maggio. Tutto questo riflette lo stesso mistero, mistero della sua Visitazione, mistero molto fecondo. Sì, passa attraverso i tempi, ha il suo mese privilegiato e questo mese è appunto il mese di maggio. Passa attraverso i luoghi, ma passa soprattutto attraverso i cuori. Visitazione dei cuori umani.
Oggi, concludendo il mese di maggio del 1991, vogliamo ringraziare per la Visitazione mariana di questo mese, di tutto questo mese, ma nello stesso tempo, vogliamo anche ringraziare per tutte le innumerevoli Visitazioni attraverso i tempi e i luoghi, attraverso i cuori umani. Non si può misurare la dimensione di questo mistero che si ripete così, si riproduce così e porta questi frutti o frutti simili, come li ha portati nel giorno della prima Visitazione che oggi ricordiamo e celebriamo.
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Domenica delle Palme. Omelia di San Giovanni Paolo II

20 marzo 2016

CELEBRAZIONE DELLA DOMENICA DELLE PALME
E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

13 aprile 2003

XVIII Giornata Mondiale della Gioventù
Ecco la tua Madre!” (Gv 19,27)

1. “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Mc 11,9).

La liturgia della Domenica delle Palme è quasi un solenne portale d’ingresso nella Settimana Santa. Associa due momenti tra loro contrastanti: l’accoglienza di Gesù a Gerusalemme e il dramma della Passione; l’“Osanna” festoso e il grido più volte ripetuto: “Crocifiggilo!”; il trionfale ingresso e l’apparente disfatta della morte sulla Croce. Anticipa così l’“ora” in cui il Messia dovrà soffrire molto, verrà ucciso e risusciterà il terzo giorno (cfr Mt 16,21), e ci prepara a vivere in pienezza il mistero pasquale.

2. “Giubila, figlia di Gerusalemme! / Ecco, a te viene il tuo re” (Zc, 9,9). Nell’accogliere Gesù gioisce la Città in cui vive la memoria di Davide; la Città dei profeti, molti dei quali vi subirono il martirio per la verità; la Città della pace, che nel corso dei secoli ha conosciuto violenza, guerra, deportazione.

In qualche modo, Gerusalemme può essere considerata la Città-simbolo dell’umanità, specialmente nel drammatico inizio del terzo millennio che stiamo vivendo. Per questo i riti della Domenica delle Palme acquistano una loro particolare eloquenza. Risuonano consolanti le parole del profeta Zaccaria: “Esulta grandemente figlia di Sion, / giubila, figlia di Gerusalemme! / Ecco, a te viene il tuo re. / Egli è giusto e vittorioso, / umile, cavalca un asino / … l’arco di guerra sarà spezzato, / annunzierà la pace alle genti” (9,9-10). Quest’oggi siamo in festa, perché entra in Gerusalemme Gesù, il Re della pace.

3. Allora, lungo la discesa del monte degli Ulivi, accorsero incontro a Cristo i ragazzi e i giovani di Gerusalemme, acclamando e agitando festanti rami di ulivo e di palma.

Ad accoglierlo oggi ci sono i giovani del mondo intero, che in ogni Comunità diocesana celebrano la diciottesima Giornata Mondiale della Gioventù.

Vi saluto con grande affetto, cari giovani di Roma, ed anche voi, che siete venuti in pellegrinaggio da vari Paesi. Saluto i numerosiresponsabili della pastorale giovanile, che partecipano al Convegno sulle Giornate Mondiali della Gioventù, organizzato dal Pontificio Consiglio per i Laici. E come non esprimere fraterna solidarietà ai vostri coetanei provati dalla guerra e dalla violenza in Iraq, in Terra Santa e in diverse altre regioni del mondo?

Quest’oggi accogliamo con fede ed esultanza Cristo, che è il nostro “re”: re di verità, di libertà, di giustizia e d’amore. Sono questi i quattro “pilastri” su cui è possibile costruire l’edificio della vera pace, come 40 anni or sono scriveva nell’Enciclica Pacem in terris il beato Papa Giovanni XXIII. Consegno idealmente a voi, giovani del mondo intero, questo storico Documento, quanto mai attuale: leggetelo, meditatelo, sforzatevi di metterlo in pratica. Sarete allora “beati”, perché autentici figli del Dio della pace (cfr Mt 5,9).

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San Casimiro Principe polacco. Omelia di San Giovanni Paolo II

4 marzo 2016

Carlo Dolci, San Casimiro, Galleria di Palazzo Pizzi, Firenze

SANTA MESSA ALLA VIGILIA DELLA CHIUSURA
DELLE CELEBRAZIONI DEL V° CENTENARIO DELLA MORTE DI
SAN CASIMIRO PATRONO DELLA LITUANIA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Castel Gandolfo – Sabato, 25 agosto 1984

 

Cari fratelli e sorelle in Cristo.

Oggi a Vilnius, presso la tomba di san Casimiro, la comunità cattolica lituana si raccoglie spiritualmente attorno ai suoi pastori per la solenne chiusura delle celebrazioni indette in onore del patrono della Lituania.

Il 500° della morte di san Casimiro, così caro a tutti i lituani e così caro anche al mio cuore, costituisce una data privilegiata particolarmente significativa per la storia della vostra nazione.

L’abbiamo celebrata, il giorno 4 marzo, nella basilica Vaticana. Oggi di nuovo io sono presente in mezzo a voi, quasi come in uno spirituale pellegrinaggio, con il cuore, con il pensiero e con la preghiera. La santa messa, che sto per celebrare nella vostra lingua materna, vuole essere il segno della mia comunione spirituale con tutta la comunità cattolica lituana. Il Papa è con voi! È con voi la Chiesa di Roma, è con voi la Chiesa universale, che non vi dimentica.

Nel sacrificio eucaristico offrirò al Signore le gioie e le tribolazioni, le attese e le speranze della Chiesa in Lituania, di tutta la vostra comunità, che si mantiene così fedele al messaggio evangelico, che ricevette per la prima volta sei secoli fa e si è profondamente radicato nell’animo e nella cultura della nazione, e che in san Casimiro ha espresso il suo più bel frutto di santità.

O Chiesa in terra lituana, terra delle croci! Io prego perché nulla mai possa separarti dall’amore di Cristo!

Nella mia preghiera ricordo ognuno di voi, miei confratelli, vescovi e sacerdoti. Ricordo le anime consacrate a Dio, i seminaristi e quanti coltivano il desiderio di donare la propria vita al servizio del regno di Dio.

Ho presenti nel cuore tutte le famiglie cristiane e, in modo particolare, i giovani, che venerano in san Casimiro il loro speciale protettore: sappiano seguirne l’esempio di fede ardente, di vita di preghiera, di purezza, di opere generose di carità.

Con amore di padre ricordo nella preghiera i piccoli, gli umili, gli oppressi, e soprattutto quanti soffrono per la fede, affinché il Signore dia loro gioia e conforto lungo il cammino della vita secondo lo spirito delle beatitudini.

Carissimi fratelli e sorelle lituani, eleviamo insieme la nostra preghiera al Signore, per la potente intercessione di Maria santissima e di san Casimiro, affinché – forti e generosi nell’esercizio della fede, della speranza e della carità – possiamo diventare “un’offerta viva in Cristo a gloria di Dio Padre”!

Così, quando non mi è dato di partecipare di persona alle celebrazioni del vostro Giubileo, io mi sento presente e unito in questa comunione con la Chiesa e il popolo lituano, a cui va la mia profonda stima e la mia fraterna benedizione nel nome della Santissima Trinità.

© Copyright 1984 – Libreria Editrice Vaticana (more…)

San Gabriele dell’Addolorata. Incontro di San Giovanni Paolo II con la Comunità dei Passionisti nel Santuario di San Gabriele

27 febbraio 2016

VISITA PASTORALE IN ABRUZZO

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON LA COMUNITÀ DEI PASSIONISTI
NEL SANTUARIO DI SAN GABRIELE 

Teramo – Domenica, 30 giugno 1985

 

Carissimi religiosi Passionisti!

1 Durante questa mia Visita al Tempio, in cui si venera il vostro Santo Confratello Gabriele dell’Addolorata, a cui accorrono ogni anno folle immense di pellegrini devoti, sono lieto di rivolgere a voi una mia parola, salutando il Superiore Generale e i suoi Collaboratori, i Padri responsabili di questo Santuario, e tutti voi, Sacerdoti e Fratelli. Il mio saluto beneaugurante si estende a tutti i Passionisti sparsi nel mondo, nonché alle Religiose Passioniste.

2 In questo luogo di fede e di preghiera dove, attorno alle spoglie mortali di San Gabriele dell’Addolorata, maggiormente rifulge la vostra tipica spiritualità e la vostra missione nella Chiesa, desidero ricordarvi due realtà che vi contraddistinguono e che devono esservi di stimolo per perseverare e per sempre più avanzare nel cammino della perfezione.

a) Siete i figli spirituali di San Paolo della Croce, che fu un grande mistico del secolo XVIII. Voi conoscete la sua vita, i suoi esempi, i suoi insegnamenti; voi soprattutto siete convinti che veramente egli ricevette da Dio una missione nella Chiesa e nella società, necessaria per i suoi tempi e valida per sempre. Egli fu un genio religioso, che, illuminato dall’Altissimo e sperimentato attraverso lunghe sofferenze interiori, annunziò e testimoniò il valore salvifico della passione di Cristo, a cui è unita la Passione della singola persona e dell’intera umanità. Egli predicò apertamente e dimostrò che la storia umana come ogni singola esistenza è un mistero di amore e di dolore, il cui autentico paradigma sta nel Cristo Crocifisso sul Calvario. “La vita è tempo di battaglia” diceva e voleva i suoi figli “querce e non canne”. Siate perciò scrupolosi imitatori dei suoi esempi per quanto è possibile; soprattutto accogliete fervidamente i suoi insegnamenti, realizzate la sua spiritualità, senza lasciarvi turbare da nuove opinioni e interpretazioni, che vanno contro l’insegnamento tradizionale della Chiesa e l’esempio concreto dei nostri grandi Santi.

“La nostra Congregazione – scriveva – è tutta fondata “in oratione et jejunio” e in vera solitudine, secondo i sacrosanti consigli del nostro divin Salvatore . . . Se si getta a terra questo, è totalmente rovinato l’edifizio” (San Gabriele dell’Addolorata, Lettera al Can. F. Pagliari, 13 febbraio 1858).

Egli scriveva ancora: “Nella Passione di Gesù c’è tutto; essa è il mezzo più efficace per farci santi!”. Ebbene, carissimi Fratelli Passionisti, sia questo anche il vostro programma, particolarmente nella predicazione delle Missioni e degli Esercizi Spirituali e nell’assiduo ministero del sacramento della Penitenza.

b) Siete confratelli di San Gabriele dell’Addolorata! Attorno alla figura di questo giovane santo, gloria del vostro Ordine, si constata come davvero chi agisce nella storia degli uomini e della stessa Chiesa è Dio, con la sua grazia divina e con i suoi doni imprevedibili e misteriosi. Chi avrebbe mai potuto immaginare che Francesco Possenti, entrato a diciotto anni, nel 1856, tra i Passionisti assumendo il nome di “Gabriele dell’Addolorata”, e morto pochi anni dopo, avendo ricevuto appena gli Ordini Minori, avrebbe avuto l’onore addirittura di due Templi a Isola del Gran Sasso, a motivo delle moltitudini che qui vengono per pregare, per cambiare vita e ritornare in grazia, per invocare il suo aiuto e la sua intercessione? Si legge nella biografia che egli era un giovane moderno, sensibile, innamorato della vita autonoma e mondana, sportivo, con un temperamento portato piuttosto ai rapporti di società . . . Inoltre, fino al 1882, in occasione della riesumazione della salma, la sua memoria rimase nascosta. E invece il Signore l’aveva chiamato con segni sicuri, l’aveva formato alla santità con l’alta e infallibile scuola della sua Passione, dietro le orme di San Paolo della Croce, e voleva proporlo come esempio e maestro dei giovani, di coloro che si preparano al Sacerdozio, delle famiglie cristiane, di coloro che tendono seriamente alla perfezione. Come non ricordare che egli fu Fratello spirituale di Santa Gemma Galgani? Giovanni XXIII, di venerata memoria, nel primo centenario della morte ricordò la grandezza e la missione di San Gabriele dell’Addolorata con la lettera apostolica Sanctitatis Altrix, che è una mirabile sintesi sua vita spirituale, tuttora valida per voi, suoi confratelli, e per ogni cristiano (cf. Discorsi, Messaggi, Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, 27 febbraio 1962, IV [1962] 993-997).

L’esempio del caro giovane Passionista, che raggiunse in breve tempo la santità ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa – fu canonizzato da Benedetto XV il 13 maggio 1920 – insegna che è necessario abbandonarsi con estrema umiltà e spirito di obbedienza alla “grazia” di Dio: Egli vuole il nostro amore!

3 Carissimi! Nel suo “Testamento spirituale”, San Paolo della Croce, prima di concludere i suoi pensieri e le sue direttive, rivolge una preghiera a Maria Santissima: “E voi, o Vergine Immacolata, Regina dei martiri, ancor voi per quei dolori che provaste nella Passione e Morte del vostro amabilissimo Figlio, date ancor voi a tutti la vostra materna benedizione, mentre io tutti li ripongo e li lascio sotto il manto della vostra protezione!”. Le sue parole e il suo esempio, come quello dei vostri Santi, vi possano continuamente stimolare a porre ogni vostra fiducia in Maria Santissima, invocando il suo materno aiuto, confidando nella sua amorevole presenza!

In pegno della mia costante benevolenza, vi imparto di gran cuore la Benedizione Apostolica, che estendo all’intera Congregazione.

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

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Mercoledì delle Ceneri. Omelia di San Giovanni Paolo II

10 febbraio 2016

STAZIONE QUARESIMALE PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE NELLA BASILICA DI SANTA SABINA ALL’AVENTINO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Mercoledì, 13 febbraio 2002

1. “Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio, perché egli è misericordioso e benigno” (Gl 2,13)

Con queste parole del Profeta Gioele, l’odierna liturgia ci introduce nella Quaresima. Ci indica nella conversione del cuore la dimensione fondamentale del singolare tempo di grazia, che ci apprestiamo a vivere. Suggerisce, altresì, la motivazione profonda che ci rende capaci di rimetterci in cammino verso Dio: è la ritrovata consapevolezza che il Signore è misericordioso e ogni uomo è un figlio da Lui amato e chiamato a conversione.

Con grande ricchezza di simboli, il testo profetico ora proclamato ricorda che l’impegno spirituale va tradotto in scelte e in gesti concreti; che l’autentica conversione non deve ridursi a forme esteriori o a vaghi propositi, ma esige il coinvolgimento e la trasformazione dell’intera esistenza.

L’esortazione “ritornate al Signore vostro Dio” implica il distacco da ciò che ci tiene lontani da Lui. Questo distacco costituisce il necessario punto di partenza per rannodare con Dio l’alleanza spezzata a causa del peccato.

2. “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2 Cor 5,20). Il pressante invito alla riconciliazione con Dio è presente anche nel brano della seconda Lettera ai Corinti, che abbiamo appena ascoltato.

Il riferimento a Cristo, posto al centro di tutta l’argomentazione, suggerisce che in Lui è donata al peccatore la possibilità di un’autentica riconciliazione. Infatti, “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2 Cor 5,21). Solo Cristo può trasformare la situazione di peccato in situazione di grazia. Solo Lui può rendere “momento favorevole” i tempi di una umanità immersa e travolta dal peccato, sconvolta dalle divisioni e dall’odio. “Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto di due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia… per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce” (Ef 2,14.16a)

E’ questo il momento favorevole! Momento offerto anche a noi, che oggi intraprendiamo con spirito penitente l’austero cammino quaresimale.

3. “Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti” (Gl 2,12).

La liturgia del Mercoledì delle Ceneri, per bocca del profeta Gioele, esorta alla conversione vecchi, donne e uomini maturi, giovani, fanciulli. Tutti dobbiamo chiedere perdono al Signore per noi e per gli altri (cfr ibid., 2,16-17).

Fratelli e Sorelle carissimi, seguendo la consuetudine delle stazioni quaresimali, siamo radunati qui nell’antica Basilica di Santa Sabina, per rispondere a questo pressante appello. Anche noi, come i contemporanei del profeta, abbiamo davanti agli occhi e portiamo impresse nell’animo immagini di sofferenze e di immani tragedie, frutto non di rado di irresponsabile egoismo. Anche noi sentiamo il peso dello smarrimento di tanti uomini e donne di fronte al dolore degli innocenti e alle contraddizioni dell’odierna umanità. Abbiamo bisogno dell’aiuto del Signore per essere recuperati alla fiducia e alla gioia della vita. Dobbiamo ritornare a Lui, che ci apre oggi la porta del suo cuore, ricco di bontà e di misericordia.

4. Al centro dell’attenzione dell’odierna celebrazione liturgica c’è un gesto simbolico, opportunamente illustrato dalle parole che l’accompagnano. E’ l’imposizione delle ceneri, il cui significato, fortemente evocativo della condizione umana, viene sottolineato dalla prima formula contemplata dal rito: “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai” (cfr Gn 3,19). Queste parole, tratte dal Libro della Genesi, richiamano la caducità dell’esistenza e invitano a considerare la vanità di ogni progetto terreno, quando l’uomo non fonda la sua speranza nel Signore. La seconda formula che il rito prevede: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15) sottolinea qual è la condizione indispensabile per incamminarsi sulla via della vita cristiana: occorre, cioè, un reale cambiamento interiore e l’adesione fiduciosa alla parola di Cristo.

Quella di oggi, pertanto, può essere considerata in qualche modo come una “liturgia di morte”, che rimanda al Venerdì Santo, dove il rito odierno trova il suo pieno compimento. E’ infatti in Colui che “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8) che anche noi dobbiamo morire a noi stessi per rinascere alla vita eterna.

5. Ascoltiamo l’invito che il Signore ci rivolge attraverso i gesti e le parole, intense e austere, della liturgia di questo Mercoledì delle Ceneri! Accogliamolo con l’atteggiamento umile e fiducioso, che ci propone il Salmista: “Contro te contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto”. E ancora: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo…” (cfr Sal 50).

Il tempo quaresimale sia per tutti una rinnovata esperienza di conversione e di profonda riconciliazione con Dio, con noi stessi e con i fratelli. Ce l’ottenga la Vergine Addolorata, che lungo il cammino quaresimale contempliamo associata alla sofferenza e alla passione redentrice del Figlio.

© Copyright 2002 – Libreria Editrice Vaticana

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Sant’Angela Merici. Discorso di San Giovanni Paolo II

27 gennaio 2016

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
ALLE CAPITOLARI DELL’UNIONE ROMANA
DELL’ORDINE DI SANT’ORSOLA

Giovedì, 12 ottobre 1995

 

Care Sorelle Orsoline,

1 Con gioia vi accolgo in occasione del vostro Capitolo generale. Rivolgo un cordiale saluto ad ognuna di voi e in particolare alla vostra Priora generale, Suor Colette Lignon. Il mio pensiero in questo momento va alle numerose comunità del vostro Istituto sparse nei cinque Continenti. Ringrazio il Signore per la vostra presenza nella Chiesa e gli chiedo di aiutarvi a compiere fruttuosamente la vostra missione di “Figlie di Sant’Angela, di fronte alle sfide del mondo, alle soglie del XXI secolo” come dice il tema delle vostre riunioni capitolari.

Siate figlie fedeli di Sant’Angela Merici, trovando una rinnovata ispirazione nel carisma della vostra fondatrice. La sua esperienza spirituale ed ecclesiale si è svolta nell’Italia della prima metà del XVI secolo. Ma le sue intuizioni centrali rimangono ancora essenziali per voi. Cristo era per Angela il centro di ogni cosa: ella si era consacrata a lui con la totalità del cuore. E aveva compreso che Cristo è la via sulla quale bisognava accompagnare le adolescenti per aiutarle a maturare, come gli aveva suggerito in gioventù la sua visione della scala di Giacobbe: aveva visto salire verso il cielo assieme agli angeli, un gran numero di ragazze.

La sua opera rispondeva ad un bisogno particolarmente sentito in quell’epoca e sempre attuale: infatti, durante il Rinascimento, come oggi, era diffuso un certo neo-paganesimo e oggi l’influenza dei media rafforza questa tendenza. E quindi ancora più importante portare avanti un serio lavoro di formazione, soprattutto nei confronti delle giovani chiamate ad avere un ruolo decisivo nella società, a cominciare dalla loro funzione all’interno di quella cellula vitale che ancora rimane la famiglia.

2 Questo ci porta al secondo aspetto del vostro tema: essere Orsoline vuol dire essere, come Angela e, seguendo lei, “in missione, di fronte alle sfide del mondo”. Quali sono le sfide del mondo contemporaneo? Il Concilio Vaticano II si è espresso chiaramente nella Costituzione Gaudium et Spes di cui celebreremo il trentesimo anniversario il mese prossimo. Il Magistero pontificio non ha cessato di riprendere e di precisare questo insegnamento negli ultimi anni, al fine di illuminare la missione della Chiesa attraverso i rapidi mutamenti della nostra epoca.

Care Sorelle, vorrei ripetervi le sfide urgenti che si presentano nei campi in cui siete chiamate ad operare. Penso all’indifferenza verso l’esperienza religiosa, un’indifferenza che non ha niente di naturale ma che deriva da condizionamenti culturali; penso alla confusione che regna nel campo dei valori morali, cosa che rischia di ridurre sempre di più la capacità di discernere con obiettività ciò che è bene e ciò che è male; penso alla crisi della famiglia e alle contraddizioni che constatiamo nel campo della salvaguardia e della promozione della vita umana.

Come sapete, la Chiesa è impegnata su questi fronti. Io stesso, più volte e soprattutto quest’anno, ho ribadito che le donne hanno un ruolo determinante nel raccogliere queste sfide. E dunque evidente che, in questa situazione sociale, culturale e ecclesiale, la testimonianza di Sant’Angela Merici e delle sue figlie spirituali conserva tutto il suo valore. Lo sviluppo del vostro Istituto in tutto il mondo vi invita a fare l’analisi di questi problemi in modo concreto e ad impegnarvi a trovare le riposte nelle varie situazioni in cui vi trovate a lavorare. Non c’è dubbio, comunque che le grandi sfide riguardano oggi l’intero pianeta e che lavorare per la promozione delle giovani generazioni a partire da un progetto cristiano integrale, vuol dire lavorare per il bene di ogni essere umano e di tutta l’umanità.

3 Il tema del vostro Capitolo comprendeva un terzo aspetto: la vostra responsabilità nei confronti della generazione che sta per superare la soglia, ormai prossima, del XXI secolo. Care Sorelle, vi esorto ad affrontare nella fede e nella speranza cristiana questo momento importante per la nostra storia e a vedere in esso un richiamo della Provvidenza, un invito a lavorare con rinnovato ardore nella vigna del Signore, per il suo Regno di giustizia, di amore e di pace.

In questo contesto, vorrei incoraggiarvi a proseguire con entusiasmo il vostro compito educativo. Davanti alle sfide che il mondo presenta alle soglie dell’anno 2000, Angela Merici rifarebbe senz’altro con voi la scelta che fece a metà del secondo millennio, sceglierebbe cioè di consacrarsi a Cristo e, in suo nome, alle giovani generazioni, affinché gli uomini e le donne del XXI secolo siano saldi nella fede, nella speranza e nella carità e, formati alle virtù evangeliche, sappiano portare avanti bene il loro ruolo nella famiglia e nella vita professionale.

Vorrei concludere innalzando al Signore una preghiera particolare, per intercessione della Vergine Santissima, di Sant’Orsola e di Sant’Angela Merici: lo Spirito Santo vi illumini nella vostra scelta, vi dia la forza di metterla in opera per la gloria di Dio e vi ricordi che Dio è glorificato, grazie al mistero pasquale di Cristo, nell’uomo vivo. Affinché la grazia del Signore vi accompagni e vi sostenga sul vostro cammino, vi dò di tutto cuore la Benedizione Apostolica, sia a tutte voi che a tutte le comunità dell’Unione romana dell’Ordine di Sant’Orsola.

© Copyright 1995 – Libreria Editrice Vaticana

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Sant’Agnese. Discorso di San Giovanni Paolo II

21 gennaio 2016

sant agnese (1)

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
DURANTE LA VISITA ALLA PARROCCHIA DI SANT’AGNESE

Domenica, 5 novembre 1989

 

Ai bambini  

Sono come sempre i bambini i primi a porgere il benvenuto a Giovanni Paolo II, giunto nella parrocchia di Sant’Agnese nel pomeriggio odierno. Ad attenderlo, nel piccolo campetto di gioco adiacente alla chiesa, sono moltissimi fanciulli, accompagnati dagli educatori e dai genitori. Ognuno di loro ha in mano un palloncino colorato al quale ha legato un biglietto con su scritta di proprio pugno una preghiera. Al termine dell’incontro, i bambini lasciano andare i loro palloncini, che si librano nel cielo formando un singolare “arcobaleno” variopinto.
A offrire al Papa il saluto di tutta la comunità è il parroco, don Giuseppe De Nicola, il quale ricorda a Giovanni Paolo II la precedente visita a Sant’Agnese del suo venerato predecessore Pio IX.
Quindi un bambino e una bambina rivolgono al Santo Padre brevi parole di saluto alle quali Giovanni Paolo II risponde con il seguente discorso.  

Vorrei ringraziarvi per questa accoglienza e per gli indirizzi del vostro collega e della vostra collega. Erano molto brevi, ma nello stesso tempo erano molto cordiali e molto belli. Vi saluto di cuore e, alludendo a questi palloncini, da una parte, e dall’altra, a questa caduta del mio veneratissimo predecessore Papa Pio IX, vorrei dirvi che da tutte le cadute dobbiamo sempre cercare di difenderci. C’era un santo, san Stanislao Kosta, che diceva: “Ad maiora natus sum”. Sono nato per le cose superiori, maggiori. E questo ci dice attraverso i secoli anche la santa patrona della vostra parrocchia, santa Agnese, e ce lo dice con grande efficacia: sono nato per le cose superiori. Non dimenticate mai questo indirizzo. Nella vita non si deve scendere, andare giù, ma si deve sempre cercare di andare su, di migliorare, di perfezionare se stessi, la propria intelligenza, la propria volontà, il proprio cuore. In questa strada, in questo cammino, in questa ascesa ci aiutano Gesù, lo Spirito Santo, ci aiuta anche la nostra Madre, la Vergine santissima, ci aiutano i santi e specialmente la vostra santa Agnese. A tutti voi auguro questa ascesa spirituale, questo progresso, e poi questa determinazione di non lasciarsi mandare giù, ma di andare sempre su, di cercare l’ascesa seguendo Cristo.

Offro a tutti i presenti, ai bambini, ai ragazzi, alle ragazze, ai giovani, alle famiglie, ai parenti, agli insegnanti, ai catechisti, una benedizione, insieme con il Cardinale e il Vescovo presenti. Sono molto contento di essere potuto venire oggi qui, in questa parrocchia, in questo Sacrario di santa Agnese.

Ai religiosi e alle religiose  

Sono 17 le famiglie religiose che gravitano intorno alla comunità di Sant’Agnese. Nel territorio della parrocchia, infatti, vivono ed operano i seguenti ordini religiosi: le Adoratrici del Sangue di Cristo, con un istituto scolastico e una comunità di formazione; le Carmelitane di Santa Teresa, con un istituto educativo assistenziale; la Compagnia di Maria Nostra Signora, con la Casa generalizia ed un pensionato studentesse; i Fratelli Maristi delle Scuole, che lavorano nell’Istituto San Leone Magno; le Mercedarie Missionarie, con la Casa generalizia ed un pensionato studentesse; le Missionarie Figlie di San Girolamo Emiliani, con un istituto educativo assistenziale; i Missionari del S. Cuore di Gesù, con la Casa generalizia; le Orsoline del S. Cuore, con un pensionato studentesse; le Religiose di Gesù e Maria, con la Casa generalizia e un pensionato studentesse; le Serve di Maria Riparatrici, con la Casa di cura “Assunzione di Maria Santissima”; le Suore della Carità dell’Ordine Teutonico, con la Casa di procura e un pensionato; le Suore del S. Cuore di Maria, con l’istituto scolastico a Marymount”; le Suore di Carità di Maria, che svolgono il loro servizio al San Leone Magno; le Suore dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, con la Casa di procura ed un pensionato studentesse; le Suore di Nostra Signora Ausiliatrice, con la procura generale e l’assistenza ai Malati; le Suore di Santa Elisabetta, infine, con la Casa generalizia. Il Papa incontra le diverse comunità nello splendido Mausoleo di Costanza, del IV secolo che sorge nei pressi della basilica. È una religiosa delle Serve di Maria Riparatrice a rivolgergli il saluto a nome delle diverse comunità.  

Nel nome di Gesù Cristo, saluto tutte voi qui riunite in questo luogo così splendido, suggestivo. E un luogo nel quale ci parla attraverso i secoli la testimonianza del Vangelo. Ed al centro di questa testimonianza c’è una consacrata di nome Agnese, consacrata giovanissima attraverso il martirio. E consacrata perché, come dicono tanti Padri della Chiesa e grandi teologi, c’è una analogia tra il martirio come quello di Agnese e la consacrazione religiosa, la consacrazione evangelica attraverso i tre voti. C’è una analogia. Allora, vi saluto nel nome di questa analogia, che ciascuna di voi porta nel suo cuore e anche nella sua presenza visibile tra il Popolo di Dio in questa parrocchia, in questa Roma di oggi, così diversa, così secolarizzata anche. Ciascuna di voi porta una testimonianza della consacrazione, porta un segno simile a quella martire, a quella consacrata la cui venerazione attraverso i secoli ci accompagna nella città di Roma, e ci accompagna anche nei nostri tempi, nel periodo del Sinodo pastorale diocesano. Ci accompagna e ci parla. Siamo ricchi di questa testimonianza. Io vi auguro, carissime sorelle, di dare questa testimonianza, di continuare nella vostra vocazione, nella vostra missione nei diversi ambienti sociali, umani, cristiani o scristianizzati, di essere testimoni, di portare la voce silenziosa di Cristo che parla attraverso la vostra consacrazione. Vi saluto tutte: non potrei ripetere tutti i nomi della lunga lista delle famiglie religiose e congregazioni. Saluto non solamente tutte le persone qui presenti, ma anche le vostre comunità, le vostre congregazioni, queste comunità che fanno parte della vostra consacrazione.

La vostra vita consacrata in comunione è un valore speciale nella testimonianza evangelica. Vorrei offrire a tutte voi una benedizione. Portatela alle vostre consorelle e a tutte le persone a cui state vicine, lavorando, svolgendo il vostro apostolato nei diversi ambienti. E la stessa benedizione vi offre anche il Cardinale Vicario e monsignore Vescovo di questo Settore di Roma. Egli dice che la chiesa di sant’Agnese è la “cattedra” di questo Settore.

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Santissimo Nome di Gesù. Meditazione mattutina di Papa Francesco e Udienza di San Giovanni Paolo II

3 gennaio 2016

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Nel nome di Gesù

Venerdì, 5 aprile 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 80, Sab. 06/04/2013)

Solo il nome di Gesù è la nostra salvezza. Solo lui ci può salvare. E nessun altro. Tanto meno i moderni “maghi” con le improbabili profezie dei tarocchi che ammaliano e illudono l’uomo moderno. Proprio sul nome di Gesù Papa Francesco ha incentrato la riflessione proposta la mattina del 5 aprile, venerdì dell’ottava di Pasqua, nella messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae, alla presenza dei sediari pontifici e di responsabili, dipendenti e religiosi dei Fatebenefratelli che lavorano nella Farmacia vaticana.

Il Pontefice ha preso spunto in particolare dalla prima lettura, tratta dagli Atti degli apostoli (4, 1-12), per riflettere sul valore e sul significato del nome di Gesù. Il brano narra l’episodio di Pietro e Giovanni che, arrestati perché «annunciavano in Gesù la risurrezione dai morti», vennero condotti davanti al sinedrio. Alla domanda sul perché avessero guarito lo storpio presso la porta del Tempio, Pietro rispose: «L’abbiamo fatto nel nome di Gesù Cristo». Nel nome di Gesù, ha ripetuto il Papa, aggiungendo: «Lui è il Salvatore; questo nome, Gesù. Quando uno dice Gesù, è proprio lui», cioè colui che fa dei miracoli. «E questo nome ci accompagna nel cuore».

Anche nel vangelo di Giovanni, ha aggiunto il Papa, gli apostoli, turbati «perché non avevano pescato nulla durante tutta la notte quando il Signore chiese loro qualcosa da mangiare», risposero di no in modo un po’ brusco. Ma «quando il Signore disse loro “gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”, forse pensarono a quella volta in cui il Signore aveva detto a Pietro di andare a pescare e lui aveva risposto proprio: “Non abbiamo preso nulla tutta la notte ma nel tuo nome andrò!”».

Tornando poi agli Atti degli apostoli, Papa Francesco ha spiegato che «Pietro rivela una verità quando dice “lo abbiamo fatto nel nome di Gesù”» perché egli risponde ispirato dallo Spirito Santo. Infatti noi, ha proseguito, «non possiamo confessare Gesù, non possiamo parlare di Gesù, non possiamo dire qualcosa di Gesù senza lo Spirito Santo». È proprio lo Spirito Santo che «ci spinge a confessare Gesù o a parlare di Gesù o ad avere fiducia in Gesù». Ed è proprio lui che ci è accanto «nel cammino della nostra vita, sempre».

Il Pontefice ha poi raccontato una sua esperienza personale, legata al ricordo di un uomo, padre di otto figli, che lavora da trenta anni nella curia arcivescovile di Buenos Aires. «Prima di uscire, prima di andare a fare qualsiasi cosa dovesse fare — ha detto — sussurrava sempre tra sé e sé: “Gesù!”. Una volta gli ho chiesto: “Ma perché dici sempre Gesù?”. “Quando io dico Gesù”, mi ha risposto questo uomo umile, mi sento forte, mi sento di poter lavorare, perché io so che lui è al mio fianco, che lui mi custodisce”». Eppure, ha sottolineato il Papa, quest’uomo «non ha studiato teologia: ha soltanto la grazia del battesimo e la forza dello Spirito». E «questa sua testimonianza — ha confidato ai presenti Papa Francesco — a me ha fatto tanto bene. Il nome di Gesù. Non c’è un altro nome. Forse ci farà bene a tutti noi» che viviamo in un «mondo che ci offre tanti “salvatori”».

A volte, «quando ci sono dei problemi — ha notato — gli uomini si affidano non a Gesù, ma ad altre realtà», ricorrendo magari a sedicenti maghe «perché risolvano le situazioni», oppure «vanno a consultare i tarocchi» per sapere e capire cosa fare. Ma non è ricorrendo a maghi o tarocchi che si trova la salvezza: essa è «nel nome di Gesù. E dobbiamo dare testimonianza di questo! Lui è l’unico salvatore».

Il Papa si è poi riferito al ruolo della Vergine Maria. «La Madonna — ha detto il Pontefice — ci porta sempre a Gesù. Invocate la Madonna, e lei farà quello che ha fatto a Cana: “Fate quello che lui vi dirà!”». Lei «ci porta sempre a Gesù. È la prima ad agire nel nome di Gesù». Infine Papa Francesco ha concluso esprimendo un desiderio: «Vorrei che in questo giorno, che è un giorno nella settimana dalla risurrezione del Signore, pensassimo a questo: io mi affido al nome di Gesù; io prego “Gesù, Gesù!”».

da qui

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 3 gennaio 1990

1 Nelle catechesi dedicate allo Spirito Santo – persona e missione – abbiamo voluto anzitutto ascoltarne l’annuncio e la promessa da parte di Gesù, particolarmente nell’ultima cena, rileggere la narrazione che gli Atti degli apostoli fanno della sua venuta, riesaminare i testi del Nuovo Testamento, che documentano la predicazione su di lui e la fede in lui nella Chiesa primitiva. Ma nella nostra analisi dei testi ci siamo più volte incontrati con l’Antico Testamento. Sono gli stessi apostoli che nella prima predicazione, dopo la Pentecoste, presentano espressamente la venuta dello Spirito Santo come adempimento delle promesse e degli annunci antichi, vedendo l’antica alleanza e la storia di Israele come tempo di preparazione a ricevere la pienezza di verità e di grazia, che doveva essere portata dal Messia.

Certo, la Pentecoste era un evento proiettato verso l’avvenire, perché dava inizio al tempo dello Spirito Santo, che Gesù stesso aveva indicato come protagonista, insieme col Padre e col Figlio, dell’opera della salvezza, destinata a dilatarsi dalla croce in tutto il mondo. Tuttavia, per una più completa conoscenza della rivelazione dello Spirito Santo, occorre risalire al passato, cioè all’Antico Testamento, per rintracciarvi i segni della lunga preparazione al mistero della Pasqua e della Pentecoste.

2 Dovremo, dunque, tornare a riflettere sui dati biblici riguardanti lo Spirito Santo e sul processo di rivelazione, che si delinea progressivamente dalle penombre dell’Antico Testamento fino alle chiare affermazioni del Nuovo, e si esprime prima all’interno della creazione e poi nell’opera della redenzione, prima nella storia e nella profezia di Israele, e poi nella vita e nella missione di Gesù Messia, dal momento dell’incarnazione a quello della risurrezione.

Tra i dati da esaminare vi è anzitutto il nome con cui lo Spirito Santo viene adombrato nell’Antico Testamento, nonché i diversi significati espressi con questo nome.

Sappiamo che nella mentalità ebraica il nome ha un grande valore per rappresentare la persona. Si può ricordare, in proposito, l’importanza che nell’Esodo e in tutta la tradizione di Israele viene attribuita al modo di nominare Dio. Mosè aveva chiesto al Signore Dio qual era il suo nome. La rivelazione del nome era considerata manifestazione della persona stessa: il nome sacro metteva il popolo in relazione con l’essere, trascendente ma presente, di Dio stesso (cf. Es 3, 13-14).

Il nome con cui viene adombrato, nell’Antico Testamento, lo Spirito Santo ci aiuterà a comprenderne la proprietà, anche se la sua realtà di persona divina, consostanziale al Padre e al Figlio, ci è fatta conoscere soltanto nella rivelazione del Nuovo Testamento. Possiamo pensare che il termine sia stato scelto con accuratezza dagli autori sacri; e anzi che lo stesso Spirito Santo, il quali li ha ispirati, abbia guidato il processo concettuale e letterario che già nell’Antico Testamento ha fatto elaborare un’espressione adatta a significare la sua persona.

3 Nella Bibbia il termine ebraico che designa lo Spirito èruah. Il primo senso di questo termine, come della sua traduzione latinaspiritus, è “soffio”. In italiano è ancora osservabile la parentela tra “spirito” e “respiro”. Il soffio è la realtà più immateriale che percepiamo; non la si vede, è sottilissima; non è possibile afferrarla con le mani; sembra un niente, eppure ha un’importanza vitale; chi non respira non può vivere. Tra un uomo vivente e un uomo morto c’è questa differenza che il primo ha il soffio e l’altro non ce l’ha più. La vita viene da Dio; il soffio dunque viene da Dio, che lo può anche riprendere (cf.Sal 103, 29-30). Da queste osservazioni sul soffio, si è arrivati a capire che la vita dipende da un principio spirituale, che è stato chiamato con la stessa parola ebraica “ruah”. Il soffio dell’uomo sta in rapporto con un soffio esterno molto più potente, il soffio del vento.

L’ebraico “ruah”, come il latino spiritus, designano anche il soffio del vento. Nessuno vede il vento, però i suoi effetti sono impressionanti. Il vento spinge le nuvole, agita gli alberi. Quando è violento, solleva il mare e può inabissare le navi (Sal 106, 25-27). Agli antichi il vento appariva come una potenza misteriosa, che Dio aveva a disposizione (Sal 103, 3-4). Lo si poteva chiamare il “soffio di Dio”.

Nel libro dell’Esodo, un racconto in prosa dice: “Il Signore durante tutta la notte risospinse il mare con un forte soffio d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare all’asciutto . . .” (Es 14, 21-22). Nel capitolo successivo, gli stessi eventi vengono descritti in forma poetica e allora il soffio del vento d’oriente viene chiamato “il soffio delle narici” di Dio. Rivolgendosi a Dio, il poeta dice: “Al soffio delle tue narici si accumularono le acque . . . Soffiasti con il tuo soffio e il mare coprì i nemici” (Es 15, 8. 10). Così viene espressa in modo molto suggestivo la convinzione che il vento fu, in queste circostanze, lo strumento di Dio.

Dalle osservazioni fatte sul vento invisibile e potente, si è arrivati a concepire l’esistenza dello “spirito di Dio”. Nei testi dell’Antico Testamento, si passa facilmente da un significato all’altro, e anche nel Nuovo Testamento vediamo che i due significati sono presenti. Per far capire a Nicodemo il modo di agire dello Spirito Santo, Gesù adopera il paragone del vento e si serve dello stesso termine per designare tanto l’uno quanto l’altro: “Il soffio – cioè il vento – soffia dove vuole . . . così è di chiunque è nato dal Soffio, cioè dallo Spirito Santo” (Gv 3, 8).

4 L’idea fondamentale espressa dal nome biblico dello Spirito non è quindi quella di una potenza intellettuale, ma quella di un impulso dinamico, paragonabile all’impulso del vento. Nella Bibbia, la prima funzione dello Spirito non è di far capire, ma di mettere in moto; non d’illuminare, ma di comunicare un dinamismo.

Tuttavia questo aspetto non è esclusivo. Altri aspetti vengono espressi, i quali preparano la rivelazione successiva. Anzitutto l’aspetto d’interiorità. Il soffio, infatti, entra all’interno dell’uomo. In linguaggio biblico, questa constatazione si può esprimere dicendo che Dio mette lo spirito nei cuori (cf. Ez 36, 26; Rm 5, 5). Sottilissima, l’aria penetra non soltanto nel nostro organismo, ma in tutti gli spazi e interstizi; questo aiuta a capire che “lo Spirito del Signore riempie l’universo” e che “pervade”, in particolare, “tutti gli spiriti” (Sap 1, 7; 7, 23) come dice il Libro della Sapienza.

All’aspetto d’interiorità si ricollega l’aspetto di conoscenza. “Chi conosce le cose dell’uomo, domanda san Paolo, se non lo spirito dell’uomo che è in lui?” (1 Cor 2, 11). Soltanto il nostro spirito conosce le nostre reazioni intime, i nostri pensieri non ancora comunicati ad altri. In modo analogo e a maggior ragione, lo Spirito del Signore, che è presente all’interno di tutti gli esseri dell’universo, conosce tutto dall’interno. Anzi, “lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio . . . Le cose di Dio nessuno le ha mai potute conoscere se non lo Spirito di Dio” (1 Cor 2, 10-11).

5 Quando si tratta di conoscenza e di comunicazione tra le persone, il soffio ha una connessione naturale con la parola. Infatti per parlare adoperiamo il nostro soffio. Le corde vocali fanno vibrare il nostro soffio, il quale trasmette così i suoni delle parole. Ispirandosi a questo fatto, la Bibbia metteva volentieri in parallelo la parola e il soffio (cf.Is11, 4), o la parola e lo spirito. Grazie al soffio, la parola si propaga; dal soffio essa prende forza e dinamismo. Il Salmo 32 (v. 6) applica questo parallelismo all’evento primordiale della creazione e dice: “Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera . . .”.

In testi del genere, noi possiamo scorgere una lontana preparazione della rivelazione cristiana del mistero della santissima Trinità: Dio-Padre è principio della creazione; egli l’ha attuata mediante la sua Parola, cioè mediante il suo Verbo e Figlio e mediante il suo Soffio, lo Spirito Santo.

6 La molteplicità dei significati del termine ebraico “ruah”, adoperato nella Bibbia per designare lo Spirito, sembra dare adito a qualche confusione: effettivamente, in un dato testo, spesso non è possibile determinare il senso preciso della parola; si può esitare tra vento e respiro, tra alito e spirito, tra spirito creativo e Spirito divino.

Questa molteplicità, però, è anzitutto una ricchezza, perché mette tante realtà in comunicazione feconda. Qui conviene rinunciare parzialmente alle pretese di una razionalità preoccupata di precisione, per aprirsi a prospettive più larghe. Ci è utile, quando pensiamo allo Spirito Santo, tener presente che il suo nome biblico significa “soffio” e ha rapporto con il soffio potente del vento e con il soffio intimo del nostro respiro. Invece di attenerci a un concetto troppo intellettuale e arido, troveremo profitto nell’accogliere questa ricchezza di immagini e di fatti. Le traduzioni, purtroppo, non sono in grado di tramandarcela interamente, perché si trovano spesso costrette a scegliere altri termini. Per rendere la parola ebraica “ruah”, la traduzione greca dei Settanta adopera 24 termini diversi e quindi non permette di scorgere tutte le connessioni che si trovano tra i testi della Bibbia ebraica.

7 A conclusione di questa analisi terminologica dei testi dell’Antico Testamento sulla “ruah”, possiamo dire che da essi il soffio di Dio appare come la forza che fa vivere le creature. Appare come una realtà intima a Dio, che opera nell’intimità dell’uomo. Appare come una manifestazione del dinamismo di Dio, che si comunica alle creature.

Pur non essendo ancora concepito come Persona distinta, nell’ambito dell’essere divino, il “soffio” o “Spirito”, di Dio si distingue in certo modo da Dio che lo manda, per operare nelle creature. Così, anche sotto l’aspetto letterario, la mente umana viene preparata a ricevere la rivelazione della Persona dello Spirito Santo, che apparirà come espressione della vita intima di Dio e della sua onnipotenza.

da qui

© Copyright 1990 – Libreria Editrice Vaticana

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Maria Santissima Madre di Dio. Omelia di San Giovanni Paolo II

1 gennaio 2016

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO E
NELLA XXXV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 1° Gennaio 2002

 

1. “Salve, Madre santa: tu hai dato alla luce il Re
che governa il cielo e la terra per i secoli in eterno

(cfr Antifona d’ingresso).

Con questo antico saluto, la Chiesa si rivolge quest’oggi, giorno ottavo dopo il Natale e primo dell’anno 2002, a Maria Santissima, invocandola quale Madre di Dio.

Il Figlio eterno del Padre ha preso in Lei la nostra stessa carne e, attraverso di Lei, è diventato “figlio di Davide e figlio di Abramo” (Mt 1,1). Maria è pertanto la sua vera Madre: Theotòkos, Madre di Dio!

Se Gesù è la Vita, Maria è la Madre della Vita.
Se Gesù è la Speranza, Maria è la Madre della Speranza.
Se Gesù è la Pace, Maria è la Madre della Pace, Madre del Principe della Pace.

Entrando nel nuovo anno, chiediamo a questa Madre santa di benedirci. DomandiamoLe che ci doni Gesù, nostra piena Benedizione, in cui il Padre ha benedetto una volta per tutte la storia, facendola diventare storia di salvezza.

2. Salve, Madre santa! È sotto lo sguardo materno di Maria che si colloca l’odierna Giornata Mondiale della Pace. Riflettiamo sulla pace in un clima di diffusa preoccupazione a causa dei recenti eventi drammatici che hanno scosso il mondo. Ma per quanto umanamente possa apparire difficile guardare al futuro con ottimismo, non dobbiamo cedere alla tentazione dello scoraggiamento. Dobbiamo, al contrario, operare per la pace con coraggio, certi che il male non prevarrà.

La luce e la speranza per questo nostro impegno ci vengono da Cristo. Il Bambino nato a Betlemme è la Parola eterna del Padre fatta carne per la nostra salvezza, è il “Dio con noi”, che porta con sé il segreto della vera pace. È il Principe della Pace.

3. Con tali sentimenti, saluto con deferenza gli illustri Signori Ambasciatori presso la Santa Sede, che hanno voluto prendere parte a questa solenne celebrazione. Saluto affettuosamente il Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il Signor Cardinale François Xavier Nguyên Van Thuân, e tutti i suoi collaboratori, ringraziandoli per lo sforzo che pongono in atto per diffondere l’annuale mio Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, che quest’anno ha come tema: “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono“.

Giustizia e perdono: ecco i due “pilastri” della pace, che ho voluto porre in evidenza. Tra giustizia e perdono non vi è contrapposizione, ma complementarietà, perché ambedue sono essenziali per la promozione della pace. Questa, infatti, ben più che una temporanea cessazione delle ostilità, è risanamento profondo delle ferite che fiaccano gli animi (cfr Messaggio, 3). Solo il perdono può spegnere la sete di vendetta e aprire il cuore a una riconciliazione autentica e duratura tra i popoli.

4. Volgiamo quest’oggi lo sguardo al Bambino, che Maria stringe fra le braccia. In Lui riconosciamo Colui in cui misericordia e verità si incontrano, giustizia e pace si baciano (cfr Sal 84,11). In Lui adoriamo il vero Messia, nel quale Dio ha coniugato, per la nostra salvezza, la verità e la misericordia, la giustizia e il perdono.

In nome di Dio rinnovo il mio appello accorato a tutti, credenti e non credenti, perché il binomio “giustizia e perdono” impronti sempre i rapporti tra le persone, tra i gruppi sociali e tra i popoli.

Quest’appello è anzitutto per quanti credono in Dio, in particolare per le tre grandi religioni abramitiche, Ebraismo, Cristianesimo e Islam, chiamate a pronunciare sempre il più fermo e deciso rifiuto della violenza. Nessuno, per nessun motivo, può uccidere in nome di Dio, unico e misericordioso. Dio è Vita e sorgente della vita. Credere in Lui significa testimoniarne la misericordia e il perdono, rifiutando di strumentalizzare il suo santo Nome.

Da varie parti del mondo si leva una struggente invocazione di pace; si leva particolarmente da quella Terra che Dio ha benedetto con la sua Alleanza e la sua Incarnazione, e che per questo chiamiamo “Santa“. “La voce del sangue” grida a Dio da quella terra (cfr Gn 4,10); sangue di fratelli versato da fratelli, che si richiamano al medesimo Patriarca Abramo; figli, come ogni uomo, dello stesso Padre celeste.

5. “Salve, Madre santa“! Vergine Figlia di Sion, quanto deve soffrire per questo sangue il tuo cuore di Madre!

Il Bambino, che stringi al tuo petto, porta un nome caro ai popoli di religione biblica: “Gesù“, che significa “Dio salva”. Così lo chiamò l’arcangelo prima che fosse concepito nel tuo grembo (cfr Lc 2,21). Nel viso del neonato Messia riconosciamo il volto di ogni tuo figlio vilipeso e sfruttato. Riconosciamo specialmente il volto dei bambini, a qualunque razza, nazione e cultura appartengano. Per loro, o Maria, per il loro futuro, ti chiediamo di smuovere i cuori induriti dall’odio, perché si aprano all’amore e la vendetta ceda finalmente il passo al perdono.

Ottienici, o Madre, che la verità di questa affermazione – Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono – si imprima nei cuori di tutti. L’umana famiglia potrà così trovare quella pace vera, che sgorga dall’incontro fra la giustizia e la misericordia.

Madre santa, Madre del Principe della Pace, aiutaci!
Madre dell’umanità e Regina della pace, prega per noi!

© Copyright 2002 – Libreria Editrice Vaticana

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San Silvestro I. Angelus di San Giovanni Paolo II

31 dicembre 2015

GIOVANNI PAOLO II

ANGELUS

Domenica 31 dicembre 1978

 

Oggi è l’ultimo giorno dell’Anno del Signore 1978. Ci congediamo da questo anno ringraziando Dio per tutto il bene che abbiamo ricevuto durante i dodici mesi trascorsi. Lo salutiamo chiedendo a Dio perdono per tutto il male che nel corso di questi dodici mesi è stato iscritto nei cuori umani, nella storia dei popoli, nella storia dei continenti. Chiediamo perdono a Dio dei nostri peccati, delle nostre manchevolezze e negligenze. Preghiamo per aver la grazia e le forze necessarie per entrare nel nuovo periodo di tempo, nel nuovo anno, e, come dice l’Apostolo, per non lasciarci vincere dal male, ma per vincere con il bene il male (cf. Rm 12,21).

Nel periodo del Natale i nostri pensieri e i nostri cuori sono orientati, in modo particolare, ai bambini. Ed è giusto, perché per noi è nato a Betlemme il Bambino Gesù.

Oggi però vorrei che questi nostri pensieri, i nostri cuori e soprattutto le nostre preghiere orientate ai più piccoli e ai più giovani, vadano ai più anziani. Ho in mente non tanto coloro che sono di mezza età (nella pienezza delle forze fisiche), ma piuttosto quelli di età avanzata: nonni, nonne; le persone anziane.

Queste persone qualche volta sono abbandonate. Soffrono a causa della loro anzianità. Soffrono anche a causa dei diversi disturbi, che l’età avanzata porta con sé. Però, la loro più grande sofferenza è quando non trovano la dovuta comprensione e gratitudine da parte di quelli, dai quali hanno diritto di aspettarla.

Oggi, nella domenica dopo il Natale, dedicata alla venerazione della Famiglia di Nazaret, sappiamo ricordarci e meditare sul quarto comandamento divino: “Onora tuo padre e tua madre”. Questo comandamento ha un’importanza fondamentale per lo sviluppo dei rapporti tra le generazioni non solo nella famiglia, ma anche in tutta la società. Preghiamo Iddio affinché questi rapporti si sviluppino nello spirito del quarto comandamento!

Proprio ai più anziani dobbiamo guardare con rispetto (“onora!”); a loro devono le famiglie la propria esistenza, l’educazione, il mantenimento, che spesso sono stati pagati con duro lavoro e con molta sofferenza.

Non possono essere trattati come se fossero ormai inutili. Anche se qualche volta mancano ad essi le forze per poter svolgere le azioni più semplici, hanno però l’esperienza della vita e la saggezza, che molto spesso mancano ai giovani. Meditiamo le parole della Sacra Scrittura: “Come s’addice il giudicare ai capelli bianchi, e agli anziani intendersi di consigli! Come s’addice la sapienza ai vecchi, il discernimento e il consiglio alle persone eminenti! Corona dei vecchi è un’esperienza molteplice, loro vanto il timore del Signore” (Sir 25,4-6).

Perciò, oggi a voi, anziani, si rivolgono i pensieri e la preghiera del Papa. Spero che tutti i presenti ben volentieri siano pienamente in sintonia col Papa; spero che ben volentieri lo siano soprattutto i più giovani. I nipoti amano i loro nonni e le loro nonne, e meglio e degli altri stanno con loro.

Così, concludiamo quest’anno nello spirito di avvicinamento delle generazioni, nello spirito di reciproca comprensione e reciproco amore.

© Copyright 1978 – Libreria Editrice Vaticana

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San Tommaso Becket. Udienza Generale di San Giovanni Paolo II

29 dicembre 2015

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 29 dicembre 1993

 

1 Domenica scorsa, nella Festa liturgica della Santa Famiglia, la Chiesa ha dato avvio all’Anno della Famiglia, in sintonia con l’iniziativa promossa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. L’inaugurazione ecclesiale di tale Anno è avvenuta con l’Eucaristia celebrata dal Legato Pontificio a Nazaret. L’Annodella Famiglia, infatti, deve essere soprattutto un anno di preghiera, per implorare dal Signore grazia e benedizione per tutte le famiglie del mondo.

Ma l’aiuto che chiediamo al Signore, come sempre, suppone il nostro impegno ed esige la nostra corrispondenza. Dobbiamo dunque metterci in ascolto della Parola di Dio, valorizzando questo anno come occasione privilegiata per una catechesi sulla famiglia, compiuta sistematicamente in tutte le Chiese locali sparse nel mondo, per offrire alle famiglie cristiane l’opportunità di una riflessione che le aiuti a crescere nella consapevolezza della loro vocazione. Nell’odierna catechesi, desidero pertanto offrire degli spunti di meditazione, tratti da alcuni brani della Sacra Scrittura.

2 Un primo tema ci viene proposto dal Vangelo di Matteo (Mt2, 13-23), e riguarda la minaccia subita dalla Santa Famiglia quasi subito dopo la nascita di Gesù. La violenza gratuita che insidia la sua vita si abbatte anche su tante altre famiglie, provocando la morte dei Santi Innocenti, dei quali ieri abbiamo fatto memoria.

Ricordando questa terribile prova vissuta dal Figlio di Dio e dai suoi coetanei, la Chiesa si sente invitata a pregare per tutte lefamiglie minacciate dall’interno o dall’esterno. Essa prega in particolare per i genitori, dei quali specialmente il Vangelo di Luca evidenzia la grande responsabilità. Dio infatti affida il suo Figlio a Maria, ed entrambi a Giuseppe. Occorre insistentemente pregare per tutte le madri e per tutti i padri, perché siano fedeli alla loro vocazione e si mostrino degni della fiducia che Dio ripone in loro, con l’affidamento dei figli alle loro cure.

3 Un altro tema è quello della famiglia come luogo in cui matura la vocazione. Possiamo cogliere questo aspetto nella risposta data da Gesù a Maria e Giuseppe, che lo cercavano angosciati mentre egli si intratteneva coi dottori nel tempio di Gerusalemme: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc2, 49). Nella Lettera che ho indirizzato ai giovani di tutto il mondo nel 1985, in occasione della Giornata della Gioventù, ho cercato di evidenziare come è prezioso questo progetto di vitache proprio durante l’età giovanile ciascun giovane deve sforzarsi di elaborare. Come Gesù dodicenne era tutto dedito alle cose del Padre, così ciascuno è chiamato a porsi la domanda: quali sono queste “cose del Padre”, in cui devo impegnarmi per tutta la vita?

4 Altri aspetti inerenti alla vocazione della famiglia ci vengono illustrati dalla parenesi apostolica, quale ad esempio si trova nelle Lettere agli Efesini e ai Colossesi. Per gli Apostoli, così come più tardi per i Padri della Chiesa, la famiglia è la “chiesa domestica”. A questa grande tradizione rimane fedele il Papa Paolo VInella sua meravigliosa omelia su Nazaret e sull’esempio che ci viene dalla Santa Famiglia: “Nazaret ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile…” (Insegnamenti di Paolo VI, II, 1964, p. 25).

5 Così dunque, fin dall’inizio, la Chiesa scrive la sua Lettera alle famiglie, e io stesso intendo muovermi in questo solco, preparando una Lettera per l’Anno della Famiglia: essa sarà resa pubblica tra non molto. La Santa Famiglia di Nazaret è per noi una sfidapermanente, che ci obbliga ad approfondire il mistero della “chiesa domestica” e di ogni famiglia umana. Essa ci è di stimolo apregare per le famigliee con le famiglie e a condividere tutto ciò che per loro costituisce gioia e speranza, ma anche preoccupazione e inquietudine.

6 L’esperienza familiare, infatti, è chiamata a diventare, nella vita cristiana, il contenuto di un offertorioquotidiano, come un’offertasanta, un sacrificio a Dio gradito (cf. 1 Pt2, 5; Rm 12, 1). Ce lo suggerisce anche il Vangelo della presentazione di Gesù al tempio. Gesù, che è “la luce del mondo” (Gv 8, 12), ma anche “segno di contraddizione” (Lc 2, 34), desidera accogliere questo offertorio di ogni famiglia come accoglie il pane e il vino nell’Eucaristia. Queste umane gioie e speranze, ma anche le inevitabili sofferenze e preoccupazioni, proprie di ogni vita di famiglia, egli vuole unire al pane e al vino destinato alla transustanziazione, assumendole così in certo modo nel mistero del suo Corpo e del suo Sangue. Questo Corpo e questo Sangue egli poi dona nella comunione come fonte di energia spirituale, non soltanto per ogni singola persona ma anche per ogni famiglia.

7 La Santa Famiglia di Nazaret voglia introdurci ad una comprensione sempre più profonda della vocazione di ogni famiglia, che trova in Cristo la fonte della sua dignità e della sua santità. Nel Natale Dio ha incontrato l’uomo e lo ha unito indissolubilmente a sé: questo “admirabile consortium” include anche il “familiare consortium”. Contemplando questa realtà, la Chiesa piega le ginocchia come di fronte a un “grande mistero” (cf. Ef 5, 32): essa vede nell’esperienza di comunione a cui è chiamata la famiglia un riflesso nel tempo della comunione trinitaria e sa bene che il matrimonio cristiano non è soltanto una realtà naturale, ma anche il sacramento dell’unità sponsale di Cristo con la sua Chiesa. È questa sublime dignità della famiglia e del matrimonio che il Concilio Vaticano II ci ha invitato a promuovere. Benedette le famiglie, che sapranno cogliere e realizzare questo originario e meraviglioso progetto di Dio, camminando per le vie indicate da Cristo.

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III Domenica di Avvento “Gaudete”. Omelia di San Giovanni Paolo II

13 dicembre 2015

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VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA DI SAN CARLO DA SEZZE IN ACILIA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 13 dicembre 1987

 

Il mio spirito esulta in Dio mio salvatore” (Lc 1, 47).

1 La terza domenica d’Avvento ha sempre in sé una nota particolare di gioia. Quest’anno la liturgiaprende a prestito l’espressionedi questa gioia prima di tutto dalle parole della Madre del Redentore: il suo “Magnificat” manifesta in modo singolarmente intenso e profondo la gioia dell’Avvento. Oggi queste parole ispirano il salmo responsoriale della Chiesa:

“Il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore . . . perché grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente” (Lc 1, 47.49).

La gioia della Vergine-Madre sgorga dalla consapevolezza di essere stata particolarmente gratificata da Dio. Questa è la gioia nello Spirito Santo, nel significato più pieno della parola.

La Vergine di Nazaret porta in sé l’inesprimibile Dono di Dio: è Madre del Verbo-Figlio eterno. Lo porta già sotto il suo cuore. E, parimenti, questo è Dono per tutti noi. Veramente: il Signore è vicino! (Fil 4, 5).

Così noi che ci troviamo al centro stesso del mondo creato, siamo chiamati ad una gioia che supera questo mondo. Questa è propriamente la gioia dell’Avvento.

2 Nello stesso tempo, dal profondo della liturgia della domenica odierna ci è indirizzata la domanda.

Sappiamo gioire con la stessa gioia, con la quale esultava lo Spirito della Vergine di Nazaret?

Per dare una risposta a questa domanda bisogna – seguendo il pensiero del “Magnificat” – fare un’altra domanda:

Sappiamo scoprire con gli occhi dell’anima, con gli occhi della fede, le grandi cose che ha fatto per noi l’Onnipotente?

La domanda è di enorme importanza per ogni uomo. L’uomo può trovare gioia soltanto nel bene. Il male lo rattrista e abbatte. Il bene lo rallegra e incoraggia. Per partecipare a questa gioia, preannunciata dalla liturgia odierna per bocca della stessa Madre del Redentore, bisogna vedere il bene, la cui sorgente è in Dio:

il bene della creazione
il bene della redenzione
il bene dell’incarnazione: quale grande cosa ha fatto Dio per noi, divenendo uomo!

Sappiamo guardare alle sorgenti di questa gioia come a un punto centrale! Sappiamo, ritornare ad esse!

3 Sì. Sappiamo ritornare sulla via dell’Avvento.

Su questa via ci conduce – nella prospettiva dell’antica alleanza – il profeta Isaia.

È proprio lui che parla del Messia, di Colui che deve venire da Dio come portatore del lieto annunzio, come medico dei cuori spezzati, come ministro della liberazione e della misericordia (cf. Is 61, 1-2).

Questo aspetta continuamente l’uomo. Questo aspettano pure la società e le nazioni. Il “preannunzio” di Isaia sul Messia è attuale, di generazione in generazione.

4 Sulla via dell’Avvento ci conduce oggi anche un altro protagonista di questo periodo liturgico: Giovanni il Battista, nei pressi del Giordano. Il precursore del Messia.

“Chi sei tu?”, gli domandavano i contemporanei.

“Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore” (Gv 1, 22-23). Così aveva già detto il profeta Isaia. Giovanni è un’eco potente di quel profeta del divino Avvento.

Egli non era la luce” – scriverà poi di lui un altro Giovanni, l’evangelista -, “ma doveva rendere testimonianza alla luce” (Gv 1, 8).

Così, dunque, la via della liturgia odierna ci conduce dal “preannunzio” di Isaia alla “testimonianza” di Giovanni, nei pressi del Giordano.

Mediante l’uno e l’altro giungiamo al cuore della Vergine. In lei l’Avvento significa non soltanto attesa, ma anche compimento: Dio ha guardato “l’umiltà” della sua serva . . . tutte le generazioni La chiameranno “beata” (cf. Lc 1, 48). Veramente, “grandi cose” l’Onnipotente ha fatto per Maria e, in lei, per noi tutti!

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San Damaso I. Discorso di San Giovanni Paolo II

11 dicembre 2015

Durante la visita alla parrocchia di San Damaso a Monteverde (6 marzo 1988) | Giovanni Paolo II

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1988/march/documents/hf_jp-ii_spe_19880306_parrocchia-san-damaso.html

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Beata Vergine Maria di Loreto. Omelia di San Giovanni Paolo II

10 dicembre 2015

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Festa della Madonna di Loreto – Aeroporto di Fiumicino
Martedì, 10 dicembre 1991

1 “Nulla è impossibile a Dio” (Lc1, 37).

Queste parole, che abbiamo ora ascoltato, sono tratte dal Vangelo di Luca. Le rivolge l’angelo Gabriele a Maria, “vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe” (Lc 1, 27).

Si compie in lei, per opera dello Spirito Santo, il disegno salvifico a lungo atteso, che Jahvè porta a compimento superando ogni resistenza ed ostacolo.

“Nulla è impossibile a Dio”!

Siamo di fronte, carissimi Fratelli e Sorelle, al mistero dell’Incarnazione di Cristo, che ha cambiato la storia del mondo.

Lo contempliamo più intensamente, in questo tempo di Avvento, mentre ci prepariamo a celebrare la solennità del Natale. Lo meditiamo con gli occhi rivolti verso la Madre del Signore, colei che “ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1, 45).

2 “Non temere, Maria” (Lc1, 30). Così l’angelo la rassicura nel momento in cui le reca un annuncio di gioia e di consolazione per tutte le generazioni. Il Messia, aspettato da secoli, sarà re di pace e di giustizia: “regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc1, 33).

Il Regno di Dio è, dunque, già fra di noi.

Non temere, allora, popolo cristiano, che hai riposto la tua fiducia nel Signore!

In Cristo, ti è stata offerta la luce che illumina i tuoi passi; si è dischiusa la porta del Regno di Dio, che non è di questo mondo (cf.Gv 8, 36), e ti è stato reso possibile l’accesso alla fonte inesauribile della santità.

3 Maria rispose: “avvenga di me quello che hai detto” (Lc1, 38). Carissimi Fratelli e Sorelle, l’odierna festa ci invita a guardare a Maria: acontemplarla ed a seguirla.

Maria è l’umile serva del Signore che, come opportunamente ricorda il Concilio Vaticano II, brilla ora sulla terra “innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore” (Lumen gentium, 68).

Essa ci ricorda che, se vogliamo dare valore autentico ad ogni nostro personale progetto e costruire insieme una società più giusta e fraterna, possiamo attingere la luce e la forza necessarie dal mistero che la pagina evangelica oggi ci presenta. Si tratta, come fece Maria, di accogliere la parola di Dio e proclamare con sincerità: “eccomi . . . avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38).

Proprio in questa disponibilità all’azione divina consiste la vocazione di ogni credente: di ciascuno di noi che, con il Battesimo, siamo chiamati ad annunciare e testimoniare all’umanità dei nostri giorni il Vangelo della speranza e della carità. È una missione urgente, come emerge pure dai lavori del Sinodo dei Vescovi per l’Europa: una nuova, coraggiosa evangelizzazione, che richiede l’apporto di ciascuno.

4 Carissimi Fratelli e Sorelle, accogliamo l’invito dell’odierna liturgia, che rende ancor più solenne la ricorrenza della Giornata Mondiale del Trasporto Aereo.

Oggi veneriamo Maria sotto il titolo di Madonna di Loreto, patrona e protettrice della “gente in volo”. La invochiamo perché vigili sulle attività, talora rischiose e pesanti, del lavoro vostro e di tutti coloro che a vario titolo contribuiscono al buon funzionamento dei servizi aeroportuali.

Il complesso mondo del trasporto aereo costituisce di certo una grande e solida realtà del nostro tempo. Fornendo un’occupazione ad oltre venti milioni di lavoratori e lavoratrici e trasportando mediamente in un anno circa un miliardo di passeggeri, esso incide profondamente sulla vita e le abitudini della gente.

5 Rivolgo dall’altare il mio cordiale saluto a questa vostra grande comunità di lavoro.

Ringrazio ciascuno di voi per la presenza e per la vostra calda accoglienza.

Il termine “Aeroporto” richiama alla memoria la storia di Porto, l’antica cittadina che per tanti secoli ha costituito il punto di approdo delle persone e delle merci dirette alla città di Roma. Anche adesso, voi continuate a svolgere un analogo servizio, utile alla crescita della comunicazione fra i popoli: un servizio all’uomo, cittadino del mondo.

Grazie al potenziamento dell’utilizzo del mezzo aereo, il globo terrestre sembra, infatti, essere diventato un “villaggio” facilmente percorribile, dove le distanze si riducono e i contatti fra le persone e i popoli si fanno più facili e frequenti. E con la vostra attività, con l’attività di ciascuno, voi cooperate, in maniera determinante, a questo progresso tecnico e sociale. Sentitevi, pertanto, tutti impegnati in tale compito che, mentre cresce in efficienza, non deve trascurare di difendere e promuovere gli irrinunciabili valori dell’uomo.

6 “Al di sopra di tutto vi sia la carità” (Col3, 14).

L’apostolo Paolo, nella lettera ai Colossesi poc’anzi proclamata, ci invita a nutrire i nostri rapporti interpersonali e intercomunitari di reciproco amore, ispirato alla misericordia e alla bontà, all’umiltà, alla mansuetudine e alla pazienza. Si tratta di un programma di vita esigente.

Carissimi Fratelli e Sorelle, fate in modo che mai il vostro contatto con la gente sia freddo e sbrigativo: sappiate piuttosto offrire a quanti incontrate attenzione e comprensione, rispetto e simpatia.

Impariamo da Cristo ad ascoltare e comprendere, perdonare ed accogliere, amare e aiutare sul serio i fratelli.

Nell’Aeroporto esiste una piccola cappella, che ne costituisce il centro spirituale. Quando vi è possibile, sostate in preghiera dinanzi al tabernacolo, ove è realmente presente il divino Salvatore. Nel silenzio egli parlerà al vostro cuore: vi aiuterà ad essere artefici di serenità, di pace e di solidarietà, in questo luogo, crocevia di popoli di ogni razza, cultura e religione.

Qui giungono da ogni parte del mondo persone che portano nei loro animi gioie e speranze, ma anche preoccupazioni e problemi. Quanto si desidera, in tali circostanze, incontrare un volto amico, ascoltare una parola serena, ricevere un gesto di cortesia e di concreta comprensione!

L’Aeroporto “Leonardo da Vinci” è stato purtroppo in passato, teatro di atti di sconsiderata violenza. Mentre per le vittime di tali gesti imploriamo la pace e la misericordia celeste, preghiamo perché mai venga a mancare l’assistenza di Dio su tutti voi che qui operate e su quanti qui transitano.

7 Vi protegga la Vergine Maria che oggi veneriamo in modo particolare. A lei rivolgiamo ancora il nostro pensiero.

Maria è la via di Cristo, la via verso Cristo, è la speranza e il sostegno della nostra esistenza.

Maria è la “serva del Signore” che ci incoraggia a ripetere anche noi come lei, ogni giorno: “avvenga di me, Signore, secondo la tua Parola” (Lc 1, 38).

Aiutaci, Maria, Madre nostra, Madonna di Loreto.

Assistici in terra e in cielo.

Amen!

© Copyright 1991 – Libreria Editrice Vaticana

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San Juan Diego Cuauhtlatoatzin. Omelia di San Giovanni Paolo II

9 dicembre 2015

VIAGGIO APOSTOLICO A TORONTO,
A CIUDAD DE GUATEMALA E A CIUDAD DE MÉXICO

CANONIZZAZIONE DI JUAN DIEGO CUAUHTLATOATZIN

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Città del Messico
Mercoledì, 31 luglio 2002

1 “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te” (Mt, 11,25-26).

Carissimi fratelli e sorelle: queste parole di Gesù nel Vangelo di oggi costituiscono per noi un invito speciale a lodare e a rendere grazie a Dio per il dono del primo santo indigeno del Continente americano.

Con grande gioia sono venuto in pellegrinaggio a questa Basilica di Guadalupe, cuore mariano del Messico e dell’America, per proclamare la santità di , l’indio semplice ed umile che contemplò il volto dolce e sereno della Vergine del Tepeyac, tanto caro alle popolazioni del Messico.

2 Ringrazio per le affettuose parole che mi ha rivolto il Signor Cardinale Norberto Carrera Rivera, Arcivescovo di Messico, così come per la calorosa accoglienza degli uomini e delle donne di questa Arcidiocesi Primaziale: a tutti va il mio più cordiale saluto. Saluto con affetto anche il Cardinale Ernesto Corripio Ahumada, Arcivescovo emerito di Messico, e gli altri Cardinali, i Vescovi messicani, dell’America, delle Filippine e di altre parti del mondo. Allo stesso tempo ringrazio in modo particolare il Signor Presidente e le Autorità civili per la loro partecipazione a questa celebrazione.

Rivolgo oggi un saluto particolarmente affettuoso ai numerosi indigeni giunti dalle varie regioni del Paese, rappresentanti delle diverse etnie e culture che costituiscono la ricca e multiforme realtà messicana. Il Papa esprime loro la sua vicinanza, il suo profondo rispetto e ammirazione, e li accoglie fraternamente nel nome del Signore.

3 Come era Juan Diego? Perché Dio fissò il suo sguardo su di lui? Il libro dell’Ecclesiastico, come abbiamo ascoltato, ci insegna che “grande è la potenza del Signore e dagli umili egli è glorificato” (3, 20). Ugualmente, le parole di san Paolo proclamate in questa celebrazione illuminano questo modo divino di realizzare la salvezza: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio” (1 Cor1, 28.29).

È commovente leggere le narrazioni guadalupane, scritte con delicatezza ed intrise di tenerezza. In esse la Vergine Maria, la serva “che glorifica il Signore” (Lc 1, 46), si manifesta a Juan Diego come la Madre del vero Dio. Ella gli dona, come segno, alcune rose preziose e lui, quando le mostra al Vescovo, scopre raffigurata sul suo mantello la benedetta immagine di Nostra Signora.

“L’evento Guadalupano – come ha rilevato l’Episcopato Messicano – significò l’inizio dell’evangelizzazione con una vitalità che superò ogni aspettativa. Il messaggio di Cristo, attraverso sua Madre, riprese gli elementi centrali della cultura indigena, li purificò e diede loro il definitivo significato di salvezza” (14.05.2002, n. 8). Pertanto, Guadalupe e Juan Diego possiedono un profondo significato ecclesiale e missionario e sono un modello di evangelizzazione perfettamente inculturata.

4 “Il Signore guarda dal cielo, egli vede tutti gli uomini” (Sal32, 13), abbiamo proclamato col salmista, confessando ancora una volta la nostra fede in Dio, che non fa distinzioni di razza o di cultura. Juan Diego, nell’accogliere il messaggio cristiano senza rinunciare alla sua identità indigena, scoprì la profonda verità della nuova umanità, nella quale tutti sono chiamati ad essere figli di Dio. In tal modo facilitò l’incontro fecondo di due mondi e si trasformò in protagonista della nuova identità messicana, intimamente unita alla Vergine di Guadalupe, il cui volto meticcio esprime la sua maternità spirituale che abbraccia tutti i messicani. Attraverso di esso, la testimonianza della sua vita deve continuare a dare vigore alla costruzione della nazione messicana, a promuovere la fraternità tra tutti i suoi figli e a favorire sempre di più la riconciliazione del Messico con le sue origini, i suoi valori e le sue tradizioni.

Questo nobile compito di edificare un Messico migliore, più giusto e solidale, richiede la collaborazione di ciascuno. In particolare è necessario sostenere oggi gli indigeni nelle loro legittime aspirazioni, rispettando e difendendo gli autentici valori di ciascun gruppo etnico. Il Messico ha bisogno dei suoi indigeni e gli indigeni hanno bisogno del Messico!

Amati Fratelli e Sorelle di tutte le etnie del Messico e dell’America, nell’esaltare oggi la figura dell’indio Juan Diego, desidero esprimere la vicinanza della Chiesa e del Papa a tutti voi, abbracciandovi con affetto ed esortandovi a superare con speranza le difficili situazioni che attraversate.

5 In questo momento decisivo della storia del Messico, già oltrepassata la soglia del nuovo millennio, affido all’efficace intercessione di San Juan Diego le gioie e le speranze, i timori e le angustie del diletto popolo messicano, che porto nel mio cuore.

Benedetto Juan Diego, indio buono e cristiano, che il popolo semplice ha sempre considerato come un vero santo! Ti chiediamo di accompagnare la Chiesa pellegrina in Messico, perché ogni giorno sia sempre più evangelizzatrice e missionaria. Incoraggia i Vescovi, sostieni i sacerdoti, suscita nuove e sante vocazioni, aiuta tutti coloro che offrono la propria vita per la causa di Cristo e per la diffusione del suo Regno.

Felice Juan Diego, uomo fedele ed autentico! Ti affidiamo i nostri fratelli e sorelle laici, perché sentendosi chiamati alla santità, impregnino tutti gli ambiti della vita sociale con lo spirito evangelico. Benedici le famiglie, sostieni gli sposi nel loro matrimonio, appoggia gli sforzi dei genitori per educare cristianamente i loro figli. Guarda benigno il dolore di quanti soffrono nel corpo e nello spirito, di quanti patiscono povertà, solitudine, emarginazione o ignoranza. Che tutti, governanti e sudditi, agiscano sempre secondo le esigenze della giustizia e il rispetto della dignità di ogni uomo, perché così si consolidi la vera pace.

Amato Juan Diego, “l’aquila che parla”! Insegnaci il cammino che conduce alla Virgen Morena del Tepeyac, affinché Ella ci accolga nell’intimo del suo cuore, giacché Ella è la Madre amorosa e compassionevole che ci conduce fino al vero Dio. Amen.

A conclusione della Santa Messa il Papa ha pronunciato le seguenti parole: 

Al termine di questa canonizzazione di Juan Diego, desidero rinnovare il saluto a tutti voi che avete potuto parteciparvi, alcuni da questa basilica, altri dalle aree vicine e molti altri ancora attraverso la radio e la televisione. Ringrazio di cuore per l’affetto di quanti ho incontrato lungo le strade che ho percorso. Nel nuovo santo avete un meraviglioso esempio di un uomo buono, dai retti costumi, leale figlio della Chiesa, docile ai Pastori, amante della Vergine, buon discepolo di Gesù. Che egli sia un modello per voi che lo amate tanto e che interceda per il Messico perché sia sempre fedele. Portate a tutti il messaggio di questa celebrazione e il saluto e l’affetto del Papa a tutti i messicani.

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da qui

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San Nicola di Mira (di Bari). Discorso di San Giovanni Paolo II

6 dicembre 2015

 

 

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II 
IN OCCASIONE DEL IX CENTENARIO DELLA TRASLAZIONE
DELLE RELIQUIE DI SAN NICOLA DA MYRA A BARI

Sala del Trono – Lunedì, 6 luglio 1987

 

Signor cardinale,
Venerato fratello nell’episcopato,
signor ministro per i Beni Culturali,
illustri signori e signore
.

1 Le celebrazioni per il IX centenario della traslazione delle reliquie di san Nicola da Myra a Bari hanno suscitato grande entusiasmo, con la partecipazione fervorosa di numerosissimi fedeli, che nutrono verso il loro santo patrono sentimenti di sempre viva e profonda devozione. Sono lieto di ricevervi stamane in qualità di membri dei vari Organismi – il Comitato Nazionale, la Consulta Nazionale della Giunta esecutiva, il Comitato feste Patronali, l’Associazione per il IX Centenario – a cui va il merito della promozione delle iniziative, in cui si sono articolati i festeggiamenti indetti per la circostanza.

A tutti rivolgo il mio saluto deferente e cordiale. Ringrazio in particolare il card. Opilio Rossi per l’indirizzo rivoltomi, nel quale egli ha efficacemente richiamato lo svolgimento delle celebrazioni e i frutti che se ne sono ricavati. Siano rese grazie a Dio, che continua a operare meraviglie per mezzo dei suoi santi.

2 L’Anno Nicolaiano, in questi mesi felicemente in atto, ha assunto una connotazione chiaramente ecumenica, ravvivando il desiderio di quella piena unione tra i cristiani, di cui si avvertono ogni giorno di più la doverosità e l’urgenza.

San Nicola ci è di stimolo in questo cammino. Egli fu costruttore di unità durante la sua vita, nella quale si prodigò per edificare la Chiesa di Myra sulla salda roccia che è Cristo (cf. 1 Cor 10, 4). E costruttore di unità fu pure dopo la morte, quando, grazie all’evento, che appare a noi oggi provvidenziale, della traslazione delle sue reliquie a Bari, egli è diventato segno eloquente di riconciliazione tra Oriente e Occidente.

Il ricordo del grande vescovo, mentre suscita in noi la nostalgia di quell’unità che era felice possesso della Chiesa del suo tempo, ravviva nei nostri animi l’impegno a non risparmiare sforzi perché la Chiesa di oggi si muova verso quel traguardo, e giunga così finalmente a recuperare nell’incontro delle due grandi tradizioni d’Oriente e d’Occidente tutta la ricchezza che lo Spirito di Cristo vuole in essa riversare.

3 Ci soccorra in questo impegno l’intercessione di san Nicola, di questo antico testimone dell’unico Vangelo di Cristo, che le celebrazioni del centenario ci hanno reso più vicino e familiare. Ci guidi in ogni iniziativa ecumenica l’esempio di quella sua carità mite e comprensiva, che ne ha reso simpatica e amata la figura in ogni parte del mondo.

E nell’impegno ecumenico continui a distinguersi la Chiesa di Bari, che ha legato indissolubilmente il proprio nome a quello del grande vescovo orientale. La sua esperienza religiosa e liturgica la rendono particolarmente preparata a fare da ponte tra Oriente e Occidente e a recare un contributo decisivo all’avvento di quel giorno sospirato, in cui le due Chiese sorelle potranno di nuovo sentirsi totalmente unite nella pace di Cristo.

Affido questi voti alla Vergine Odigitria, amatissima patrona di Bari e delle Puglie, a lei chiedendo di voler guidare anche i cristiani di oggi sul cammino che conduce verso il suo figlio divino. E nel nome di Maria santissima imparto con affetto la mia benedizione a voi qui presenti e a tutti i fedeli della Chiesa di Bari, il cui ricordo conservo indelebilmente nel cuore.

© Copyright 1987 –  Libreria Editrice Vaticana
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San Francesco Saverio. Omelia di San Giovanni Paolo II

3 dicembre 2015

VISITA ALLA PARROCCHIA DI SAN FRANCESCO SAVERIO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 3 dicembre 1978

 

Dilettissimi Fratelli e Sorelle. 

1 Sono qui oggi per visitare la vostra parrocchia dedicata a San Francesco Saverio; lo faccio con grande commozione e intima gioia. Questa è la mia Prima visita a una parrocchia nella diocesi di Roma, che Cristo mi ha affidato mediante l’elezione a Vescovo di Roma, avvenuta il sedici ottobre in seguito ai voti dei Cardinali, riuniti in conclave. Nel prendere possesso della Basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale del Vescovo di questa Città, ho detto che in quel momento entravo, in un certo modo, in tutte le parrocchie della diocesi di Roma. Naturalmente, quest’ingresso nelle parrocchie di Roma, durante le cerimonie al Laterano del dodici novembre, era piuttosto intenzionale. Le visite effettive alle parrocchie romane debbono invece essere fatte gradualmente. Spero che tutti lo comprendano e siano con me indulgenti, in considerazione della mole immensa di impegni connessi col mio ministero.

È una grande gioia per me poter visitare come prima parrocchia romana proprio la vostra, a cui mi unisce un ricordo particolare. Infatti, negli anni dell’immediato dopoguerra, come studente a Roma, mi recavo quasi ogni domenica proprio alla Garbatella, per aiutare nel servizio pastorale. Alcuni momenti di quel periodo sono ancora vivi nella mia memoria, benché mi sembri che, nel corso di più di trent’anni, molte cose qui siano enormemente cambiate.

2 Tutta Roma è cambiata. Allora vi erano poche borgate. Oggi ci troviamo al centro di un grande quartiere abitato. Gli edifici occupano ormai tutto il terreno del verde suburbano. Essi stessi parlano della gente che li abita. Voi, carissimi parrocchiani, siete questi abitanti. Costituite la cittadinanza di Roma e, in pari tempo, una definita comunità del Popolo di Dio. La parrocchia è proprio una tale comunità. Lo è, e sempre più lo diventa attraverso il Vangelo, la Parola di Dio, che viene qui regolarmente annunziata e anche per il fatto che qui si vive la vita sacramentale. Venendo oggi da voi, nel nome di Cristo, penso soprattutto a ciò che Cristo stesso trasmette a voi per mezzo dei suoi sacerdoti, vostri pastori. Ma non soltanto per mezzo loro. Penso a quanto Cristo opera per mezzo di voi tutti.

3 A chi va il mio pensiero in modo particolare e a chi mi rivolgo? Mi rivolgo a tutte le famiglie che vivono in questa comunità parrocchiale e che costituiscono una parte della Chiesa di Roma. Per visitare le parrocchie, come parte della Chiesa-diocesi, bisogna raggiungere tutte le “chiese domestiche”, cioè tutte le famiglie; così infatti erano chiamate le famiglie dai Padri della Chiesa. “Fate della vostra casa una chiesa”, raccomandava San Giovanni Crisostomo ai suoi fedeli in un suo sermone. E l’indomani ripeteva: “Quando ieri vi dissi: fate della vostra casa una chiesa, voi prorompeste in acclamazioni di giubilo e manifestaste in maniera eloquente quanta gioia avesse inondato il vostro animo all’udire quelle parole” (San Giovanni Crisostomo,In Genesim Serm., VI, 2; VII, 1: PG 54,607ss., cf. Lumen Gentium, 11; Apostolicam Actuositatem, 11). Perciò, trovandomi oggi qui tra voi, davanti a questo altare, come Vescovo di Roma, mi reco in spirito in tutte le famiglie. Molte sono certamente qui presenti: ad esse rivolgo il mio cordiale saluto; ma, col pensiero e col cuore, ricerco tutte.

Dico a tutti gli sposi e ai genitori, giovani e adulti: datevi le mani come avete fatto il giorno delle vostre Nozze, nel ricevere gioiosamente il sacramento del matrimonio. Immaginate che il vostro Vescovo, oggi di nuovo vi chieda il consenso e voi pronunciate come allora, le parole della promessa matrimoniale, il giuramento del vostro matrimonio.

Sapete perché lo ricordo? perché dall’osservanza di questi impegni dipendono la “chiesa domestica”, la qualità e la santità della famiglia, l’educazione dei vostri figli. Tutto ciò Cristo ha affidato a voi, carissimi Sposi, nel giorno in cui, mediante il ministero del sacerdote, ha unito per sempre le vostre vite, nel momento in cui avete pronunciato le parole che non dovete mai dimenticare: “fino alla morte”. Se le ricordate, se le osservate, miei carissimi Fratelli e Sorelle, siete anche apostoli di Cristo e contribuite all’opera della Salvezza (cf. Lumen Gentium, 35 e 41; Gaudium et Spes, 52).

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Preghiera della sera. A Maria Immacolata

2 dicembre 2015

maria medaglia miracolosa

PREGHIERE a MARIA IMMACOLATA

(di Giovanni Paolo II)

Regina della pace, prega per noi!

Nella festa della tua Immacolata Concezione

torno a venerarti, o Maria,

ai piedi di quest’effigie, che da Piazza di Spagna consente

al tuo sguardo materno di spaziare su questa antica,

e a me tanto cara, città di Roma.

Sono venuto qui, stasera, a renderti l’omaggio

della mia devozione sincera. E’ un gesto nel quale

si uniscono a me, in questa Piazza, innumerevoli romani,

il cui affetto mi ha sempre accompagnato

in tutti gli anni del mio servizio alla Sede di Pietro.

Sono qui con loro per iniziare il cammino

verso il cento cinquantesimo anniversario del dogma

che oggi celebriamo con gioia filiale.

Regina della pace, prega per noi!

A Te si volge il nostro sguardo con più forte trepidazione,

a Te ricorriamo con più insistente fiducia

in questi tempi segnati da non poche incertezze e timori

per le sorti presenti e future del nostro Pianeta.

A Te, primizia dell’umanità redenta da Cristo,

finalmente liberata dalla schiavitù del male e del peccato,

eleviamo insieme una supplica accorata e fidente:

Ascolta il grido di dolore delle vittime

delle guerre e di tante forme di violenza,

che insanguinano la Terra.

Dirada le tenebre della tristezza e della solitudine,

dell’odio e della vendetta.

Apri la mente e il cuore di tutti alla fiducia e al perdono!

Regina della pace, prega per noi!

Madre di misericordia e di speranza,

ottieni per gli uomini e le donne del terzo millennio

il dono prezioso della pace:

pace nei cuori e nelle famiglie, nelle comunità e fra i popoli;

pace soprattutto per quelle nazioni

dove si continua ogni giorno a combattere e a morire.

Fa’ che ogni essere umano, di tutte le razze e culture,

incontri ed accolga Gesù,

venuto sulla Terra nel mistero del Natale

per donarci la “sua” pace.

Maria, Regina della pace,

donaci Cristo, pace vera del mondo!

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Beata Vergine Maria della Medaglia Miracolosa. Preghiera di San Giovanni Paolo II

27 novembre 2015

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VISITA PASTORALE A PARIGI E LISIEUX

PREGHIERA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II 
NELLA CAPPELLA DELLA MEDAGLIA MIRACOLOSA

Parigi (Francia), 31 maggio 1980

 

Ave Maria,
piena di grazia,
il Signore è con te,
tu sei benedetta fra tutte le donne,
e benedetto è il frutto del ventre tuo,
Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio,
prega per noi poveri peccatori,
adesso e nell’ora della nostra morte.
Amen.

O Maria, concepita senza peccato,
prega per noi che ci rivolgiamo a te.

Questa è la preghiera che hai ispirato, Maria, a Santa Catherine Labouré, in questo stesso luogo, 150 anni fa; e questa invocazione, ormai impressa nella mente di tutti, è pronunciata da moltissimi fedeli in tutto il mondo!

In questo giorno nel quale la Chiesa celebra la visita che tu feci ad Elisabetta quando il figlio di Dio viveva già nel tuo grembo, la nostra prima preghiera sarà per lodarti e benedirti!. Sei benedetta fra tutte le donne! Beata te, che hai creduto! L’Onnipotente fece meraviglie per te! La meraviglia della maternità divina! Ed in vista di questo evento, l’Immacolata Concezione! La meraviglia del tuo Fiat! Sei stata intimamente associata a tutta l’opera della nostra Redenzione, associata alla Croce del nostro Salvatore; il tuo cuore è stato trafitto assieme al suo. E ora, nella gloria di tuo Figlio, non cessi d’intercedere per noi, poveri peccatori. Vegli sulla chiesa di cui tu sei madre. Vegli su di ognuno dei tuoi figli. Ottieni da Dio, per noi, tutte quelle grazie che simboleggiano i raggi di luce che si irradiano dalle tue mani aperte. L’unica condizione è che noi osiamo chiedertelo, che noi ci avviciniamo a te con la fiducia, il coraggio, la semplicità di un bambino. È così che ci conduci incessantemente verso il tuo Figlio divino.

In questo luogo benedetto, voglio ripeterti, oggi, la fiducia, l’affetto profondissimo di cui tu mi hai sempre fatto grazia. Totus tuus. Vengo come pellegrino, dopo tutti quelli che sono venuti in questa cappella in 150 anni, come tutti i cristiani che si accalcano qui ogni giorno per esprimerti la loro gioia, la loro fiducia e le loro suppliche. Vengo come il beato Massimiliano Kolbe: prima del suo viaggio missionario in Giappone, proprio cinquant’anni fa, venne qui per cercare il tuo sostegno per propagare quella che chiamò in seguito “la Milizia dell’Immacolata” ed intraprendere la sua prodigiosa opera di rinnovamento spirituale sotto il tuo patrocinio, prima di donare la sua vita per i fratelli. Cristo chiede oggi alla sua Chiesa una grande opera di rinnovamento spirituale. Ed io, umile Successore di Pietro, vengo per confidarti questa grande opera, come ho già fatto a Jasna Gora, a Notre-dame di Guadalupa, a Knoch, a Pompei, ad Efeso, come farò l’anno prossimo a Lourdes.

Ti consacriamo le nostre forze e le nostre disponibilità per servire il disegno di salvezza operato da tuo Figlio. Ti preghiamo affinché, grazie allo Spirito Santo, la fede si approfondisca e si affermi in tutto il popolo cristiano, affinché la comunione vinca tutti i germi di divisione, affinché la speranza si ravvivi presso coloro che sono scoraggiati. Noi ti preghiamo in particolar modo per questo popolo francese, per i suoi Pastori, per le anime consacrate, per i padri e le madri di famiglia, per i bambini e i giovani, per gli anziani. Ti preghiamo per quelli che soffrono per una difficoltà particolare, fisica o morale, che conoscono la tentazione dell’infedeltà, che sono corrosi dal dubbio in un clima di scetticismo, per quelli che sono perseguitati a causa della loro fede. Ti affidiamo l’apostolato dei laici, il ministero dei sacerdoti, la testimonianza dei religiosi. Ti preghiamo perché la chiamata alla vocazione sacerdotale e religiosa sia ampiamente sentita e seguita, per la gloria di Dio e la vitalità della Chiesa in questo paese, e nei paesi che aspettano sempre un aiuto missionario.

Ti raccomandiamo particolarmente le numerose Figlie della Carità, al cui Casa Madre sorge qui e che, nello spirito del fondatore San Vincenzo de Paoli e di Santa Louise de Marillac, sono sempre pronte a servire la Chiesa e i poveri in tutte le situazioni ed in tutti i paesi. Ti preghiamo per quelle che abitano in questa Casa e che accolgono, nel cuore di questa capitale febbricitante, tutti i pellegrini che conoscono il valore del silenzio e della preghiera.

Ave Maria,
piena di grazia,
il Signore è con te,
tu sei benedetta fra tutte le donne,
e benedetto è il frutto del ventre tuo,
Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio,
prega per noi poveri peccatori,
adesso e nell’ora della nostra morte.
Amen.

  © Copyright 1980 –  Libreria Editrice Vaticana 

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Santi Martiri Vietnamiti (Andrea Dung Lac e 116 compagni). Omelia di San Giovanni Paolo II

24 novembre 2015

CANONIZZAZIONE DI 117 MARTIRI VIETNAMITI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 19 giugno 1988

 

1 “Noi predichiamo Cristo crocifisso” (1 Cor1, 23).

Con queste parole di san Paolo apostolo la Chiesa di Roma saluta oggi la Chiesa in Vietnam, che, se pur geograficamente lontana, è tanto vicina al nostro cuore; e saluta, nello stesso tempo, l’intera nazione vietnamita, alla quale, con tutto l’affetto, augura ogni bene.

(…)

2 Nella grande comunità della Chiesa io vi saluto in modo speciale cari fratelli e sorelle vietnamiti venuti qui da tutte le parti del mondo, dall’America e dall’Asia, dall’Australia e da tutti i Paesi d’Europa. So che siete animati dal desiderio di onorare i vostri fratelli martiri ma anche dal bisogno di ricostruire attorno alla loro memoria la fraternità, l’amicizia, l’affetto di cui i vostri cuori sono colmi, dal momento che voi tutti siete originari dalla stessa patria. Ravvivando i vostri ricordi, è verso la vostra patria che voi rivolgete con amore, con nostalgia, con il desiderio di vivere qui, voi che vi trovate nella diaspora, un istante di comunione ricco di speranza. Proclamando con voi il Cristo crocifisso, vogliamo oggi rendere grazie a Dio per la particolare testimonianza che gli hanno offerto i martiri della vostra Chiesa, siano essi stati i molti figli e figlie del Vietnam o i missionari venuti da Paesi nei quali la fede in Cristo aveva già posto le sue radici.

La vostra tradizione ci ricorda che la storia del martirio della Chiesa vietnamita dalle sue origini è ben più ampia e più complessa. Dal 1533, cioè dall’inizio della predicazione cristiana nel sud-est asiatico, la Chiesa in Vietnam ha subito, nel corso di tre secoli, diverse persecuzioni che si sono succedute, con qualche tregua, come quelle che hanno colpito la Chiesa in Occidente nei primi tre secoli di vita. Ci furono migliaia di cristiani mandati al martirio, e moltissimi sono coloro che sono morti sulle montagne, nelle foreste, nei territori insalubri dove erano stati esiliati.

Come ricordarli tutti? Anche se ci limitassimo a quelli canonizzati oggi, non potremmo soffermarci su ciascuno di loro. Sono 117, tra cui otto vescovi, cinquanta sacerdoti, cinquantanove laici, e tra di essi troviamo una donna, Agnese Le Thi Thành, madre di sei bambini.

È sufficiente richiamare una o due figure, come quella del padre Vincent Liem, domenicano, mandato al martirio nel 1773; è il primo di 96 martiri di nazionalità vietnamita. E poi un altro sacerdote, Andrè Dung-Lac, i cui genitori, pagani, erano poverissimi; affidato dall’infanzia ad un catechista, diventa prete nel 1823, e fu parroco e missionario in diverse località del Paese. Salvato dalla prigione più di una volta, grazie ai riscatti generosamente pagati dai fedeli, desiderava ardentemente il martirio. “Chi muore per la fede” diceva “sale in cielo; al contrario, noi che ci nascondiamo continuamente, spendiamo del denaro per sottrarci ai persecutori! Sarebbe molto meglio lasciarci arrestare e morire”. Sostenuto da un grande zelo e dalla grazia del Signore, subì il martirio della decapitazione ad Hanoi il 21 dicembre 1839.

3 Il Vangelo di oggi ci ha ricordato le parole con le quali Cristo Gesù ha annunciato ai suoi discepoli le persecuzioni che avrebbero subito: “Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani” (Mt10, 17-18). Gesù ha parlato agli apostoli e ai discepoli di tutti i tempi; ha parlato con grande franchezza! Non ha fatto baluginare davanti a loro delle false promesse ma, nella pienezza della verità che caratterizzava sempre le sue parole, li ha preparati al peggio: “II fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato” (Mt10, 21-22).

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San Carlo Borromeo. Omelia di San Giovanni Paolo II

4 novembre 2015

VISITA PASTORALE IN LOMBARDIA E IN PIEMONTE

SANTA MESSA IN ONORE DI SAN CARLO BORROMEO
NEL IV CENTENARIO DELLA MORTE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Piazza del Duomo  (Milano) – Domenica, 4 novembre 1984

 

1 “Il Signore è il mio pastore” (Sal23, 1).

Carissimi fratelli e sorelle riuniti nel cuore di questa prestigiosa e laboriosa città per la quale san Carlo si dedicò come pastore!

Il 3 novembre 1584 il cardinale Carlo Borromeo, arcivescovo della Chiesa milanese, rese la sua anima a Dio. Morì all’età di 46 anni.Gli occhi fissi sul Crocifisso, diede l’ultima testimonianza a colui al quale aveva consacrato completamente la vita.

Un profilo sintetico di questa vita ci è stato presentato dall’odierna liturgia in rito ambrosiano.

Il moribondo, fissando lo sguardo su Cristo crocifisso, sembrava ripetere: “Il Signore è il mio pastore”.

2 E insieme col suo vescovo morente, tutta la Chiesa milanese sembrava ripetere le stesse parole.

Il Signore si era già rivelato – un tempo – in questa comunità ecclesiale come il Buon Pastore mediante il grande sant’Ambrogio e, nel corso dei secoli, mediante molti altri vescovi.

Ed ecco nuovamente, nell’arco del XVI secolo, il Buon Pastore trovò un suo nuovo riflesso – della statura di Ambrogio – in Carlo, della famiglia dei Borromeo, del quale commemoriamo i quattrocento anni della morte.

Chi è il Buon Pastore? È colui, che offre la vita per le pecore.

È colui, che conosce le sue pecore ed esse conoscono lui.

È colui, la cui voce ascoltano, divenendo una sola comunità di Dio, un solo gregge.

È colui che il Padre ama.

È Cristo.

Carlo Borromeo morente su un duro giaciglio s’immerge con lo sguardo e con il cuore in Cristo crocifisso, e sembra dire: “Il Signore è il mio pastore”.

La Chiesa milanese, raccolta intorno al letto del moribondo, sembra dire:

– il buon pastore

– era con noi, durante questi anni,

il pastore modellato su Cristo.

– Ecco, il buon pastore ci lascia.

Il Vangelo vera Parola di Vita

3 San Carlo Borromeo fu grande pastore della Chiesa, prima di tutto perché egli stesso seguì Cristo-Buon Pastore.

Lo seguì con costanza, ascoltando le sue parole e attuandole in modo eroico. Il Vangelo divenne per lui la vera parola di vita, plasmandone i pensieri e il cuore, le decisioni e il comportamento.

Nel sacramento del Battesimo viene concepita in noi una nuova vita. “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita”, sembrava ripetere Carlo Borromeo come l’apostolo, fin dalla fanciullezza . . . “siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” (1 Gv 3, 14).

Proprio quest’amore ha fatto di lui uno straordinario discepolo e seguace di Cristo-Buon Pastore.

In giovane età egli venne nominato cardinale di santa romana Chiesa e arcivescovo di Milano; fu chiamato ad essere pastore della Chiesa, perché egli stesso si lasciò guidare dal Buon Pastore.

“Il Signore è il mio pastore . . . / ad acque tranquille mi conduce. / Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino / per amore del suo nome” (Sal 23,1-3).

4 Quanto era importante, proprio in quell’epoca, andare “per il giusto cammino”. Quant’era importante avere in se stessi quella “alacrità” e la potenza dello Spiritoda comunicare poi agli altri! Quant’era importante trovare riposonel Signore stesso mediante la preghiera, la contemplazione e la stretta unione con lui tra le fatiche, i compiti e le sofferenze di questa vocazione straordinaria!

Non si impaurì per le minacce ed i pericoli

In mezzo a queste fatiche e lotte, proprie del servizio pastorale, Carlo Borromeo poteva ripetere, fissando gli occhi su Cristo: “Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Sal 23, 4).

E così egli entrava nel suo popolo di Dio, nella sua Chiesa come vescovo e pastore, partecipando al mistero imperscrutabile di Cristo, eterno e unico pastore delle anime immortali, che abbraccia i secoli e le generazioni, innestando in essi la luce del “secolo futuro”.

5 Il secolo e la generazionein cui fu dato a Carlo di vivere e operare, non erano facili. Essi anzi appartenevano a tempi particolarmente difficili della storia della Chiesa.

Gli occhi fissi al suo Redentore e Sposo, il cardinale Borromeo sembrava ripetere col salmista: “Se dovessi camminare in una valle oscura, / non temerei alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23, 4).

San Carlo non si impaurì per le minacce e i pericoli che sovrastavano allora la Chiesa. Li seppe affrontare. Ebbe l’umiltà e la grandezza di vedute necessarie per dare un valido contributo al fine di portare a termine l’opera allora indispensabile del Concilio di Trento.

Come è noto infatti, fin da quando era a Roma, chiamato dalla zio, il papa Pio IV, fu creato cardinale e, divenuto capo della segreteria papale, si adoperò perché il Concilio, interrotto nel 1552, riprendesse i suoi lavori e giungesse a compimento, stabilendo le linee della vera, grande riforma della quale la Chiesa aveva bisogno (H. Jedin, Carlo Borromeo, Roma 1971, p. 9). Fu un’attività intensa, che rivelò le sue eccezionali capacità di lavoro e alla quale si dedicò con ardore, nella coscienza di operare per il bene della Chiesa. Al termine del Concilio, scriveva al cardinale Morone: “È tanto il desiderio mio che ormai si attenda ad eseguire, appena sarà confermato, questo santo Concilio, conforme al bisogno che ne ha la cristianità tutta” (J. Susta, Die römische Kurie und das Konzil von Trient, Wien 1904, IV, p. 454).

6 La via del rinnovamento indicata allora dal Concilio di Trento fu da lui accolta come normaper la sua attività nella sede milanese.

Una volta che a Roma, come membro di un’apposita commissione cardinalizia, aveva contribuito alla determinazione delle direttive generali per l’applicazione del Concilio, sentì poi urgente il bisogno, quando fu investito della responsabilità pastorale per la Chiesa milanese, di tradurre nei fatti quelle direttive secondo le possibilità e le esigenze particolari di quella comunità ecclesiale. Dopo aver quindi dato prova, a Roma, della vastità e profondità dei suoi disegni di rinnovamento, seppe anche mostrare, a Milano, una straordinaria capacità di calare quei principi nella concretezza delle situazioni (Ivi). Come scrisse di lui il cardinale Seripando, egli era “uomo di frutto e non di fiore, di fatti e non di parole” (M. De Certau, Dizionario biografico degli italiani, 20, Roma 1977, p. 263). Perciò volle applicare i canoni della riforma passando immediatamente all’azione; e bisogna dire che egli seppe incontrare nel clero, nei religiosi e soprattutto nel popolo di Dio una generosa disponibilità alle sue aspettative pastorali.

La premura di san Carlo di realizzare le disposizioni del Concilio Tridentino appare innanzitutto dal suo impegno per l’istituzione deiseminari, oggetto di uno dei più importanti decreti dell’assemblea conciliare. Tale decreto era stato approvato il 15 luglio del 1563 e appena l’anno successivo san Carlo, ancora residente a Roma, fondò a Milano il primo seminario, affidandolo ai padri della Compagnia di Gesù. Negli anni seguenti istituì altri seminari minori.

Un altro campo, in cui san Carlo appare per eccellenza il “vescovo del Concilio di Trento”, è quello dell’istituzione dei concili provinciali e dei sinodi diocesani, voluti appunto a Trento, e che risorgevano dopo una lunga dimenticanza risalente al medioevo. Anche da queste assemblee ecclesiali appare chiarissima nel Borromeo la consapevolezza, del tutto conforme all’ispirazione tridentina, che la riforma dovesse cominciare dalla testimonianza di buoni pastori e buoni sacerdoti: “Io sono deciso – scriveva a papa Pio IV (citato da C. Orsenigo, Vita di Carlo Borromeo, Milano 1911, pp. 107-108) – di incominciare dai prelati la riforma prescritta a Trento: è questa la strada migliore per ottenere l’obbedienza nelle nostre diocesi. Noi dobbiamo marciare per i primi: i nostri soggetti ci seguiranno più facilmente”.

La legislazione conciliare e sinodale fece di san Carlo il creatore di un nuovo diritto ecclesiastico locale, che ha lasciato la sua impronta, nella vostra diocesi, fino ad oggi. Egli però voleva essere innanzitutto pastore, e per questo corredò le norme emanate con una serie minuziosa di disposizioni, che mostrarono la concretezza del suo senso pastorale. Aveva poi acquistato una conoscenza precisa dei bisogni del suo popolo mediante un gran numero di visite pastorali, durante le quali cercò di valorizzare la funzione delle parrocchie.

A questo proposito, il mio predecessore papa Paolo VI ebbe a dire giustamente che una delle note più caratteristiche del di lui episcopato fu l’intento di “creare una santità di popolo, una santità collettiva, di fare santa tutta la comunità” (G. B. Montini,Discorsi sulla Madonna e sui Santi, Milano 1965, p. 346).

7 Dice la liturgia odierna: “Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me”.

Carlo Borromeo ha avuto un cuore sempre largamente aperto ai poveri e ai bisognosi.

Ha saputo soffrire con i sofferenti.

L’amore di Cristo, che praticava verso ciascuno di essi, gli permise di non temere alcun male.

Ciò si manifestò in modo particolare quando Milano, durante la peste, che ivi infierì, divenne veramente quella “valle oscura” della disgrazia umana, di cui parla il salmista. In quell’occasione egli volle, come Cristo, “amare i suoi fino alla fine” (cf. Gv 13, 1), ed essere pronto a dare la vita per le pecorelle. Di fatto corse effettivamente questo rischio, esponendosi al contagio con la sua presenza in mezzo agli appestati, ai quali portava il suo aiuto e il suo conforto della sua parola e dei sacramenti.

Con il suo zelo e il suo prestigio finì per trovarsi alla direzione dell’opera di soccorso, provvedendo alla pubblicazione di un direttorio per l’assistenza dei malati e portando ordine e disciplina in simile drammatico frangente” (citato dal M. Bendiscioli, in Storia di Milano, X, Milano 1957, p. 245).

La peste fu così per lui occasione per rinsaldare la sua unione con la popolazione milanese, più che mai amata in quel momento. Ne aveva visto la sciagura, quando era “affamata, angustiata e bisognosa di essere continuamente soccorsa per vivere”; ne vide poi, grazie anche alla sua opera, la risurrezione: “O bontà e grazia di Dio – disse nell’omelia della fine del 1576 – come sono ora mutate le cose? Come sono subito reparate quelle rovine nostre? Come restituita la sanità, rinnovata la speranza della prima grandezza?”. Si vede qui l’umiltà del santo che in questo ritorno della vita riconosce la potenza del dito di Dio, come prima, nell’evento della peste, aveva riconosciuto un salutare richiamo alla penitenza e ai valori eterni.

8 Quando il 3 novembre 1584 la Chiesa milanese si strinse accanto al suo cardinale morente, i pensieri e i cuori di tutti si concentrarono sull’immagine del Buon Pastore. “Abbiamo conosciuto l’amore”.

“Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi” (1 Gv 3, 16).

E Carlo Borromeo, con gli occhi fissi sulla croce di Cristo, rese fino alla fine testimonianza a colui che era la sua “via, la verità e la vita” (Gv 14, 6).

“Il Signore è il mio pastore . . .

Felicità e grazia mi saranno compagne / tutti i giorni della mia vita, / e abiterò nella casa del Signore / per lunghissimi anni” (Sal23, 6).

Quattrocento anni fa Carlo Borromeo lasciava questi luoghi, e la sua dipartita divenne l’inizio di quella pienezza di vita, che i santi trovano in Dio stesso.

Dopo quattrocento anni tutta la Chiesa, ricordando la vita e la morte di san Carlo, adora e ringrazia la santissima Trinità,

– perché “l’uomo vivente è gloria di Dio” (Ireneo, Adversus haereses, IV, 20, 7): l’uomo in tutta la pienezza di vita che si raggiunge nel Dio vivente.

Signor cardinale arcivescovo di questa città! Venerati fratelli vescovi! Autorità qui presenti, sacerdoti, religiosi, sorelle e fratelli tutti del popolo di Dio che è in diocesi di Milano!

L’intercessione di san Carlo continui a proteggere questa amatissima comunità ecclesiale per la quale egli si prodigò come pastore e il suo esempio sia ancor oggi d’incoraggiamento e di sprone per tutti.

Sia lodato Gesù Cristo.

Al termine della Santa Messa, Giovanni Paolo II si rivolge ai fedeli presenti pronunciando le seguenti parole

Carissimi fratelli e sorelle, figli e figlie di questa Chiesa che quattro secoli fa ha avuto come pastore il cardinale Carlo Borromeo, vi ringrazio per questo invito a celebrare insieme con voi il suo quarto centenario. Mi è stato dato di far conoscenza di luoghi meravigliosi. Ho potuto conoscere meglio la sua spiritualità fondata sui diversi carismi, cominciando da quel carisma fondamentale che proviene dal Battesimo. Mi è stato dato di visitare i diversi luoghi della sua nascita e della sua morte, della sua preghiera, dei suoi studi. Devo dire che quest’anno ho potuto celebrare in un modo veramente eccezionale la solennità di san Carlo Borromeo, che è anche il mio patrono.

Alla luce di questo quarto centenario della sua morte benedetta e santa, abbiamo potuto insieme con il vostro attuale arcivescovo, cardinale Carlo Maria Martini, contemplare questo esempio che la Chiesa, tramite i nostri genitori, ci ha dato nel Battesimo, per seguirne le orme. Voglio indirizzare ancora una parola di augurio al nostro amatissimo cardinale decano del Sacro Collegio, che con i suoi 92 anni ha voluto essere insieme con noi per questa solenne circostanza.

“Mirabilis Deus in sanctis suis”. Ecco queste sono le meraviglie di Dio, del nostro Creatore e Redentore, dello Spirito Santo. È meraviglia del Signore, san Carlo Borromeo. “Et Sanctus in omnibus operibus”. La santità espressa, in modo possiamo dire stupendo, nella vita di un uomo come san Carlo Borromeo ci porta verso la santità di Dio stesso, la santità che trascende ogni santità nella creatura, ma che nella creatura ha voluto trovare la sua immagine e somiglianza in ciascuno di noi. “Sanctus in omnibus operibus suis”. Che questo solenne centenario di san Carlo Borromeo, pastore e patrono della Chiesa di Milano, porti a ciascuno di noi, una profonda conferma della dignità che tutti portiamo nella nostra stessa umanità e ci faccia pronti a portare questa dignità che proviene da Dio come fondamento del nostro cammino. Ecco il nucleo stesso del messaggio che san Carlo Borromeo ci lascia nel quarto anniversario della sua benedetta, santa morte. Sia lodato Gesù Cristo.

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Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Udienza di San Giovanni Paolo II

2 novembre 2015

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 2 novembre 1994

1 Abbiamo celebrato ieri la solennità diTutti i Santi, che, usciti da questo mondo, vivono nella comunione senza fine con Dio. La loro sorte beata è anche il destino di noi che siamo ancora sulla terra, chiamati a seguire le loro orme nella fedele imitazione di Cristo, nostro Salvatore.

Oggi, due novembre, commemoriamo i fedeli defunti, che, compiuto il loro pellegrinaggio terreno, dormono il sonno della pace. È una ricorrenza particolarmente sentita nelle famiglie. È la festa umanissima degli affetti che oltrepassano la misura del tempo e si innestano nella dimensione del mistero dell’amore di Dio, che tutto restituisce a vita nuova.

L’uomo sorge dalla terra e alla terra ritorna (cf. Gen 3, 19): ecco una realtà evidente da non dimenticare mai. Egli sperimenta però anche l’insopprimibile desiderio di vita immortale. Per questa ragione i vincoli di amore che uniscono genitori e figli, mariti e mogli, fratelli e sorelle, come pure i legami di vera amicizia tra le persone, non si disperdono né finiscono con l’ineluttabile evento della morte. I nostri defunti continuano a vivere fra di noi, non solo perché i loro resti mortali riposano nel camposanto e il loro ricordo fa parte della nostra esistenza, ma soprattutto perché le loro anime intercedono per noi presso Dio.

2 Carissimi Fratelli e Sorelle, la commemorazione odierna ci invita a ravvivarela fede nella vita eterna. L’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, porta iscritto nelle profondità del proprio essere il nome stesso, primordiale ed eterno, di Dioche è comunione perfetta del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Proprio per questo il suo Io profondo non soccombe alla morte, ma oltrepassando i confini del tempo entra nell’eternità.

I cristiani, raccolti attorno al ricordo dei loro cari defunti, proclamano quest’oggi: “Regem cui omnia vivunt, venite, adoremus”, “Venite adoriamo il Signore, per il quale tutti vivono”. Nell’amore di Cristo, che tutto redime dalle conseguenze del peccato e della morte, risplende la santità di Dio e si manifesta il suo disegno provvidenziale di “fare famiglia” con l’uomo. Egli non vuole che alcuno si perda (cf. Gv 6,39), ma che ognuno, trasformato dalla sua santità, viva per sempre alla sua presenza in compagnia di tutti i fratelli e le sorelle che formano la sua casa (cf. 2Cor 4,14).

Possiamo dire che la memoria di oggi è naturale prolungamento della solennità di ieri. Insieme, esse formano la grande festa della comunione della Chiesa che è al di qua e insieme al di là della morte.

3 La certezza della vita, che continua in altro modo da quello che i nostri occhi vedono, conduce i credenti ai cimiteri. Stare accanto alle tombe dei propri cari diviene per le famiglie occasione per riflettere e per alimentare la speranza nell’eternità. Si raccolgono silenziosi ed oranti quanti ancora stanno compiendo il terreno pellegrinaggio della vita accanto a quelli che già si trovano nella Patria eterna del cielo.

È quanto avviene oggi nei cimiteri di Roma e in tutti i cimiteri del mondo. In particolare, oggi si prega nelle Grotte della Basilica vaticana per i Papi defunti, non solo per quelli recenti, ma per tutti i successori di Pietro. E si prega pure per i successori degli Apostoli, per tutti i Vescovi che nel corso dei secoli hanno servito la Chiesa nel nome di Cristo.

Di generazione in generazione essi si sono impegnati a guidare i credenti nella verità e nell’amore. Assieme ai fedeli battezzati, ora formano il corteo dei discepoli ammessi alla gioia del divino Maestro.

Si ritrovano sulle sponde del gran fiume della Redenzione, e prendono parte alla pienezza di vita e di amore del Figlio di Dio.

4 Il mio pensiero va ora, nel contesto di questa catechesi sui defunti, ad alcuni eventi drammatici della nostra storia. Cade quest’anno il cinquantesimo anniversario della battaglia di Montecassino, dell’insurrezione di Varsavia e dello sbarco in Normandia: sono state vicende di grande rilevanza per l’Europa della seconda metà del XX secolo (cf. Giovanni Paolo II,Messaggio nel 50 anniversario della insurrezione di Varsavia, 1° ago.1994).

La memoria di questi eroici eventi, che hanno contribuito a far trionfare nello spirito dell’Europa cristiana la causa della libertà e della dignità dell’uomo, deve indurci alla riconoscenza verso quanti hanno sofferto e sono caduti in così tragiche circostanze. La loro testimonianza ci spinge ad impegnarci tutti nel promuovere la pace, il rispetto e la concordia tra le Nazioni. In questo senso “il loro eroico gesto impegna!”.

Tali ricorrenze, ancora tanto vive nella mente di molti, ci richiamano, oggi soprattutto, al dovere della preghiera per i caduti di ogni guerra. Essi sono sepolti in innumerevoli cimiteri del mondo; alcuni di loro addirittura non hanno avuto la sorte di essere deposti in un luogo circondato da pietà, ma sono rimasti abbandonati in anonime località. Anche per essi si eleva la nostra affettuosa preghiera, affinché il Dio della vita mostri loro il suo volto e doni loro la sua pace.

Né possiamo dimenticare le tante, troppe vittime di ogni crimine e di ogni forma di violenza. Tutti vogliamo abbracciare nella nostra carità implorando per loro da Dio il riposo eterno.

La memoria dei nostri cari scomparsi ravvivi in ognuno di noi l’impegno quotidiano nelle opere della fede e ci renda vigilanti nell’attesa della venuta del Signore, quando, asciugata ogni lacrima, potremo contemplarlo così come egli è in compagnia di quanti ci hanno preceduto nel pellegrinaggio della fede. L’intercessione di Maria, la Madre dei redenti, ci guidi e ci sostenga in questo cammino di quotidiana fatica e di soprannaturale speranza.

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Solennità di Tutti i Santi. Angelus di San Giovanni Paolo II con la Preghiera a Maria “Regina dei Santi”

1 novembre 2015

GIOVANNI PAOLO II

ANGELUS

Solennità di Tutti i Santi
Lunedì, 1° novembre 1993

 

1 “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”(Mt 5, 8).

Questa beatitudine evangelica risuona nell’odierna liturgia della solennità di Tutti i Santi, e ci pone in spirituale sintonia con quella moltitudine di “puri di cuore” che in Paradiso fissano il loro sguardo in Dio e ne cantano le lodi.

Vedere Dio è il grande anelito del cuore umano. Spesso l’uomo non ne prende coscienza, perché frastornato dal vortice delle realtà che passano. E’ la sua stessa struttura spirituale che lo proietta verso l’infinito, rendendolo non solo “capace di Dio”, ma bisognoso di Lui. “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”. Scrivendo queste parole, sant’Agostino non ripercorreva solo la sua personale esperienza di convertito, ma si faceva interprete della condizione umana.

2 L’odierna celebrazione, mentre ci fa condividere la gioia dei Santi, ci aiuta a prendere rinnovata coscienza della nostra vocazione alla santità: “Tutti i fedeli di qualsiasi stato e grado – ha ricordato il Concilio – sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità” (LG, 40).

Il cammino di avvicinamento a tale traguardo passa attraverso la generosa osservanza della legge di Dio (cfr. Mt 7, 21). Nella recente Enciclica “Veritatis Splendor”, ho ricordato che “i comandamenti non devono essere intesi come un limite minimo da non oltrepassare, ma piuttosto come una strada aperta per un cammino morale e spirituale di perfezione, la cui anima è l’amore” (n. 15).

Il cristiano è essenzialmente un chiamato alla santità e la norma della sua vita è Cristo stesso: “L’agire di Gesù e la sua parola, le sue azioni e i suoi precetti costituiscono la regola morale della vita cristiana” (ibid., 20).

3 Vergine Maria,
Regina dei Santi e modello di santità!

Tu oggi esulti con l’immensa schiera
di coloro che hanno lavato le vesti
nel “sangue dell’Agnello” (Ap 7, 14).

Tu sei la prima dei salvati,
la tutta Santa, l’Immacolata.

Aiutaci a vincere la nostra mediocrità.
Mettici nel cuore il desiderio
e il proposito della perfezione.
Suscita nella Chiesa,
a beneficio degli uomini d’oggi,
una grande primavera di santità.

© Copyright 1993 – Libreria Editrice Vaticana
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Sant’Antonio Maria Claret. Lettera di San Giovanni Paolo II

24 ottobre 2015

LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II
AL SUPERIORE GENERALE DEI MISSIONARI FIGLI
DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA

 

Al Reverendissimo Padre Aquilino Bocos Merino, C.M.F.,
Superiore Generale dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria

1. Sono molto lieto di rivolgervi questo messaggio, in occasione dei 150 anni di fondazione della vostra Congregazione, in ricordo del 16 luglio 1849, giorno in cui in un’umile cella del Seminario di Vic, sant’Antonio Maria Claret, insieme ad altri cinque giovani sacerdoti, diede inizio alla vostra famiglia religiosa. In questa circostanza mi unisco alla vostra azione di rendimento di grazie al Signore per tutte le generazioni di Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria che sono stati testimoni della fede e fedeli collaboratori della missione evangelizzatrice che il Divino Redentore ha affidato alla sua Chiesa.

In questo anno che la Chiesa sta dedicando al Padre celeste, il vostro Fondatore ci offre la sua eloquente testimonianza di amore appassionato a Dio, in quanto la sua vita fu un consumarsi di zelo apostolico affinché Egli fosse conosciuto, amato e servito (cfrAutobiografia, 233). L’amore per il Padre port ò san Antonio Maria Claret a voler seguire e imitare sempre Gesù Cristo pregando, lavorando e soffrendo (Ibidem, 494), e ad aprirsi all’azione dello Spirito Santo, che gli ispirò la missione di evangelizzare i poveri (Ibidem, 687).

2. Il Concilio Vaticano II insegna: «fedelmente si interpretino e si osservino lo spirito e le finalità proprie dei fondatori, come pure le sane tradizioni: tutto ciò costituisce il patrimonio di ciascun istituto» (Perfectae caritatis, n. 2). L’attuale momento di grazia che la vostra Congregazione si dispone a vivere pertanto invita a volgere lo sguardo verso san Antonio Maria Claret. In una società che si apriva ai cambiamenti dell’industrializzazione, egli si scoprì missionario, anteponendo le esigenze del Vangelo alle normali attrattive che una vita comoda poteva offrire. La sua arma fu la Parola di Dio, vissuta e annunciata come messaggio di salvezza per tutti. La diffuse attraverso pubblicazioni, catechesi e predicazioni, convinto che in essa si trovasse la consolazione per i tristi, la forza per i deboli, la salute per i malati, il perdono per i peccatori. Mediante la preghiera costante, lo studio e una vita misericordiosa si trasformò in un autentico evangelizzatore, prima nella sua Catalogna natale, poi nelle Isole Canarie, per poi esserlo, come Arcivescovo, a Cuba e in Spagna.

Questa esperienza di rapporto vitale con la Parola di Dio deve essere per voi un autentico patrimonio, un’ispirazione unificatrice e un impegno ineludibile nelle diverse situazioni della vita che l’invio missionario vi fa affrontare nel momento attuale dell’evangelizzazione.

3. La disponibilità verso il ministero della Parola senza frontiere, guidato da ragioni di urgenza, opportunità ed efficacia al servizio del Regno di Dio è una caratteristica dell’essere missionario di sant’Antonio Maria Claret che voi avete ereditato. Così, superando frontiere umane e geografiche, celebrate questo centocinquantesimo anniversario, restando presenti in tutti i Continenti e dedicandovi alla missione «ad gentes» per suscitare la nascita di nuove comunità cristiane. Senza dimenticare la cosiddetta «missione interna» con la predicazione rinnovatrice nelle antiche Chiese, portate avanti la vostra opzione per i popoli che hanno bisogno di ricevere la Buona Novella di Gesù Cristo, poiché, come insegnava il vostro Fondatore, il missionario apostolico ha ricevuto le diverse parti della terra come i cinque talenti che occorre far fruttificare (cfr Avisos a un sacerdote, Appendice).

Nell’esercizio di questa azione evangelizzatrice, siate fermento di unità e di fraternità, insegnando a tutti gli uomini e a tutte le donne a sentirsi figli dello stesso Dio e Padre. È incoraggiante constatare che la consolidata universalità della Congregazione vi ha arricchito anche con vocazioni provenienti dalle più diverse parti del mondo; si tratta di un evento di grazia che accresce la gioia e la gratitudine nella vostra celebrazione giubilare.

4. D’altro canto, la vita in comune è un tratto distintivo della vostra vita consacrata. Nelle Costituzioni si indica che la collaborazione nel ministero della Parola appartiene all’origine stessa della vostra vita comunitaria (cfr Constituciones, 13). Padre Claret voleva fare con altri ciò che da solo non gli era possibile fare (cfr Carta al Nuncio, 12.VIII.1849, in Cartas selectas, p. 74). Questa celebrazione vi deve portare a incrementare la spiritualità della comunione e a promuovere la collaborazione di tutti per trasformare il mondo secondo il disegno di Dio.

La vostra vocazione viene definita nelle Costituzioni come «dono di seguire Cristo in comunione di vita e di proclamare il Vangelo a ogni creatura» (r. 4). Nel corso della storia, è stato questo il tratto che ha distinto i figli di Padre Claret, che hanno brillato per la loro testimonianza all’interno della Chiesa.

5. Sant’Antonio Maria Claret seppe anche trasmettere ai suoi figli, come segno distintivo del loro carisma, una profondo «senso ecclesiale », del quale diede chiara prova durante il suo ministero sacerdotale ed episcopale nelle non facili circostanze vissute dalla Chiesa del suo tempo. Questo vivo amore per la Chiesa, che si manifesta nella piena comunione e nella diligente obbedienza ai Pastori, soprattutto al Romano Pontefice, ha recato abbondanti frutti nel corso della storia della vostra Congregazione.

Di fronte alle grandi sfide evangelizzatrici del futuro, i Missionari Claretiani, in particolare quelli impegnati nella ricerca teologica, nell’insegnamento, nella catechesi e nell’uso dei mezzi di comunicazione sociale, sono chiamati a vivere con lealtà la comunione ecclesiale, con adesione di mente e di cuore al Magistero della Chiesa, e a rendere testimonianza del sentire cum Ecclesia, visto che dall’amore filiale nei suoi confronti scaturiscono la forza e l’incisività dell’azione apostolica (cfr Vita consecrata, n. 46).

Come ben sapete, l’evangelizzazione nel prossimo millennio richieder à un nuovo discernimento del vostro apostolato missionario, soprattutto nella proposta vocazionale ai giovani e nella formazione delle future generazioni di Claretiani, seguendo gli insegnamenti del Fondatore, per il quale la santità e la scienza erano i due piedi, entrambi necessari, del missionario (cfr Costituzione del 1865, 104, 4°). È quindi degno di nota lo sforzo che la Congregazione dedica alla formazione permanente dei suoi membri e ai mezzi comunitari per coltivare la propria spiritualità, fondata sull’esperienza ascetica e mistica di sant’Antonio Maria, raccolta principalmente nella sua «Autobiografia », magna charta della spiritualità claretiana e del vostro servizio al Regno di Dio nella Chiesa.

6. Fra gli elementi che configurano la vostra identità religiosa vi è la presenza di Maria. Dal suo Cuore Immacolato i figli di Claret hanno appreso l’atteggiamento contemplativo nell’accogliere la Parola, la carità e la semplicità nel trasmetterla e l’affettuosa cordiale adesione al piano misericordioso di Dio, che porta a stare vicino ai poveri e ai bisognosi. I Missionari Claretiani devono quindi continuare ad essere forieri del messaggio profetico di speranza che, con il linguaggio del cuore, Maria oggi propone alla famiglia umana, tanto ferita nei suoi valori e nelle sue aspirazioni più profonde.

Mentre la Chiesa si prepara a celebrare il grande Giubileo dell’Incarnazione, desidero affidare al Cuore della Madre di Dio i vostri progetti apostolici, la vostra ansia missionaria e le speranze che vi animano, affinché vi conceda la gioia di essere strumenti docili e generosi nell’annuncio del Vangelo agli uomini e alle donne del nostro tempo.

7. Confidando nell’efficace intercessione di sant’Antonio Maria Claret, elevo la mia azione di rendimento di grazie al Padre celeste per tanti Missionari Claretiani esemplari che, in questi centocinquanta anni, si sono distinti per il loro dinamismo, per la loro abnegazione e per l’impulso missionario al servizio della Chiesa nei cinque continenti. A tale proposito, desidero ricordare in modo particolare i 51 Martiri Claretiani di Barbastro, che ho avuto la gioia di beatificare nel 1992, modello di sequela comunitaria ed entusiastica di Cristo.

Al Cuore Immacolato di Maria affido il presente e il futuro di tutta la Congregazione, affinché Ella, donna docile allo Spirito e modello di intima adesione a Gesù, vi colmi del suo amore materno e di zelo per le anime. Che in questa celebrazione giubilare, riuniti in preghiera attorno a Maria, come gli Apostoli nel Cenacolo, possiate rivivere l’esperienza della Pentecoste rafforzando il vostro ardore missionario per andare e annunciare il Vangelo fino ai confini della terra! Con questi vivi sentimenti, imparto di cuore a tutti i Missionari Claretiani, Figli del Cuore Immacolato di Maria, la Benedizione Apostolica.

Varsavia, 12 giugno 1999 Festa del Cuore Immacolato di Maria.

GIOVANNI PAOLO PP. II

 © Copyright 1999 – Libreria Editrice Vaticana

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San Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla). Omelia del Card. Tarcisio Bertone (Segretaria di Stato del Santo Padre fino al 15 ottobre 2013)

22 ottobre 2015

SANTA MESSA DI RINGRAZIAMENTO 
PER LA BEATIFICAZIONE DI GIOVANNI PAOLO II

OMELIA DEL CARD. TARCISIO BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO DEL SANTO PADRE

Piazza San Pietro
Lunedì, 2 maggio 2011

 

“Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene? (…) Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene” (Gv 21,17). Il dialogo fra il Risorto e Pietro. E’ il dialogo che precede il mandato: “Pasci le mie pecore”, ma è un dialogo che prima scruta tutta la vita dell’uomo. Non sono forse queste la domanda e la risposta che hanno segnato tutta la vita e la missione del BeatoGiovanni Paolo II? Egli stesso lo ha espresso a Cracovia, nel 1999, affermando: “Oggi mi sento chiamato in modo particolare a ringraziare questa comunità millenaria di pastori di Cristo, chierici e laici, perché grazie alla testimonianza della loro santità, grazie a questo ambiente di fede, che per dieci secoli essi formarono e formano a Kraków, è diventato possibile che al termine di questo millennio, proprio sulle rive della Vistola, ai piedi della Cattedrale di Wawel cadesse l’esortazione di Cristo: «Pietro, pasci i miei agnelli» (Gv 21, 15). E’ diventato possibile che la debolezza dell’uomo si poggiasse sulla potenza dell’eterna fede, speranza e carità di questa terra, e desse la risposta: «Nell’obbedienza della fede davanti a Cristo mio Signore, affidandomi alla Madre di Cristo e della Chiesa – consapevole delle grandi difficoltà – accetto»”.

Sì, è questo dialogo di amore tra Cristo e l’uomo che ha segnato tutta la vita di Karol Wojtyła e lo ha condotto non solo al fedele servizio alla Chiesa, ma anche alla personale totale dedizione a Dio e agli uomini che ha caratterizzato il suo cammino di santità.

Tutti ricordiamo come il giorno dei funerali ad un certo momento il vento chiuse dolcemente le pagine del Vangelo posto sulla sua bara. Era come se il vento dello Spirito avesse voluto segnare la fine dell’avventura umana e spirituale di Karol Wojtyła, tutta illuminata dal Vangelo di Cristo. Da questo Libro egli scopriva i disegni di Dio per l’umanità, per se stesso, ma soprattutto imparava Cristo, il suo volto, il suo amore, che per Karol era sempre una chiamata alla responsabilità. Alla luce del Vangelo leggeva la storia dell’umanità e le vicende di ogni uomo e di ogni donna che il Signore aveva posto sulla sua strada. Da qui, dall’incontro con Cristo nel Vangelo, scaturiva la sua fede.

Era un uomo di fede, un uomo di Dio, che viveva di Dio. La sua vita era una preghiera continua, costante, una preghiera che abbracciava con amore ogni singolo abitante del pianeta terra, creato ad immagine e somiglianza di Dio, e per questo degno di ogni rispetto; redento con la morte e risurrezione di Cristo, e per questo diventato veramente gloria vivente di Dio (Gloria Dei vivens homo – Sant’Ireneo). Grazie alla fede che si esprimeva soprattutto nella preghiera, Giovanni Paolo II era un autentico difensore della dignità di ogni essere umano e non mero combattente per ideologie politico-sociali. Per Lui, ogni donna, ogni uomo, era una figlia, un figlio di Dio, indipendentemente dalla razza, dal colore della pelle, dalla provenienza geografica e culturale, e persino dal credo religioso. Il suo rapporto con ogni persona è sintetizzato in quella stupenda frase che scrisse: “L’altro mi appartiene”.

Ma la sua preghiera era anche una costante intercessione per tutta la famiglia umana, per la Chiesa, per ogni comunità di credenti, in tutta la terra – forse tanto più efficace, quanto più segnata dalla sofferenza che ha marcato varie fasi della sua esistenza. Non è forse da qui – dalla preghiera, dalla preghiera legata a tante dolorose vicende sue e degli altri – che scaturiva la sua preoccupazione per la pace nel mondo, per la pacifica convivenza dei popoli e delle nazioni? Abbiamo sentito nella prima lettura del Profeta Isaia: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace” (Is 52, 7).

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San Paolo della Croce. Lettera di San Giovanni Paolo II

19 ottobre 2015

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Lettera al Preposito Generale dei Passionisti, José A. Orbegozo Jáuregui, per il III centenario della nascita di San Paolo della Croce (14 settembre 1994) | Giovanni Paolo II

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1994/documents/hf_jp-ii_let_19940914_jose-jauregui.html

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San Bruno (Brunone). Discorso di San Giovanni Paolo II

6 ottobre 2015

VISITA PASTORALE IN CALABRIA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II 
AI MONACI CERTOSINI

Certosa di Serra San Bruno – Venerdì, 5 ottobre 1984

 

1 Ringrazio vivamente il padre priore per le calde parole di saluto che mi ha rivolto a nome della comunità in questo incontro per me – e, sono certo, anche per voi – tanto significativo. Sono venuto molto volentieri tra voi per manifestarvi l’affetto e la stima che nutro per il vostro ordine e per ricordare, altresì, nel IX centenario della sua fondazione, gli stretti legami che esso intrattiene con la Sede apostolica fin dalle sue origini, quanto a san Bruno e ai suoi primi discepoli vennero affidate alcune missioni dal mio venerato predecessore Urbano II.

Per la data giubilare ho inviato al padre André Poisson, ministro generale dell’ordine, una mia lettera nella quale, richiamando il carisma della vostra benemerita istituzione, rilevavo che, pur nel dovuto e giusto adattamento ai tempi, “ad spiritum primigenium Ordinis vestri semper redeuntes, in sancto proposito vestro inconcussa cum voluntate perstetis oportet”. Ora che la Provvidenza ha permesso questa sosta, vorrei riprendere il discorso in essa avviato, meditando con voi sul ruolo che avete nella Chiesa e sulle attese del popolo di Dio nei vostri confronti.

A voi è dato di vivere la vocazione contemplativa in questa oasi di pace e di preghiera, che già san Bruno, scrivendo all’amico Radolfo le Verd, così descriveva: “In finibus autem Calabriae . . . heremum incolo, ab hominum habitatione undique satis remotam. De cuius amoenitate aerisque temperie ac sospitate, vel de planitie ampla et grata, inter montes in longum porrecta, ubi sunt virentia prata et florida pascua, quid dignum dicam? Aut collium undique se leniter erigentium prospectum, opacarumque vallium recessum, cum amabili fluminum, rivorum fontiumque copia, quid sufficienter explicem?” (S. Brunonis, Ep. ad Radulphum, «Lettres des premiers Chartreux», Sources chrétiennes, Paris 1962, p. 68). È necessario che voi, odierni seguaci di quel grande uomo di Dio, ne raccogliate gli esempi, impegnandovi ad attuare lo spirito di amore a Dio nella solitudine, nel silenzio e nella preghiera, come coloro che “espectant reditum domini sui ut, cum pulsaverit, confestim aperiant ei” (Lc 12, 36). Voi, infatti, siete chiamati a vivere come per anticipazione quella vita divina che san Paolo descrive nella prima Lettera ai Corinzi, quando osserva: “Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem: nunc cognosco ex parte, tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum” (1 Cor 13, 12).

2 Il fondatore vi invita a riflettere sul senso profondo della vita contemplativa, alla quale Dio chiama, in ogni epoca della storia, anime generose. Lo spirito della Certosa è per uomini forti: già san Bruno notava come l’impegno contemplativo fosse riservato a pochi (“pauciores enim sunt contemplationis quam actionis filii”: San Brunonis,Ep. ad Radulphum,«Lettres des premiers Chartreux», Sources chrétiennes, Paris 1962, pp. 70. 72). Ma questi pochi sono chiamati a formare una sorta di “scolta avanzata” nella Chiesa. Il lavorio sul carattere, l’apertura alla grazia divina, l’assidua preghiera, tutto serve per forgiare nel Certosino uno spirito nuovo, temprato nella solitudine a vivere per Iddio in atteggiamento di disponibilità totale, Alla Certosa ci si impegna a ottenere il pieno superamento di se stessi e a coltivare i germi di ogni virtù, nutrendosi copiosamente dei frutti celesti. V’è in ciò tutto un programma di vita interiore, a cui allude san Bruno quando scrive: “Hic oculus ille conquiritur, cuius sereno intuitu vulneratur sponsus amore, quo mundo et puro conspicitur Deus. Hic otium celebratur negotiosum et in quieta pausatur actione” (Ibid.).

L’uomo contemplativo è costantemente proteso verso Dio e può a ragione esprimere l’anelito del salmista: “Quando veniam et apparebo ante faciem Dei?” (Sal 41, 5). Egli vede il mondo e le sue realtà in modo assai diverso da chi in esso vive: la “quies” è cercata solo in Dio e san Bruno a più riprese invita i suoi discepoli a fuggire “le molestie e le miserie” di questo mondo e a trasferirsi “a tempestate mundi huius in tutam et quietam portus stationem”. Nella pace e nel silenzio del monastero si trova la gioia di lodare Dio, di vivere in lui, di lui e per lui. San Bruno, che è vissuto in questo monastero per circa dieci anni, scrivendo ai suoi fratelli della comunità di Chartreuse, apre il suo animo traboccante di gioia e senza retorica alcuna li sprona a godere del loro stato contemplativo: “Gaudete, fratres mei carissimi, – scrive – pro sorte beatitudinis vestrae et pro larga manu gratiae Dei in vos. Gaudete quia evasistis fluctuantis mundi multimoda pericula et naufragia. Gaudete quia quietam et tutam stationem portus secretioris obtinuistis” (San Brunonis, Ep. ad Radulphum, «Lettres des premiers Chartreux», Sources chrétiennes, Paris 1962, pp. 70. 72).

3 Questa vostra specifica ed eroica vocazione non vi pone, tuttavia, ai margini della Chiesa; essa vi colloca anzi nel cuore stesso di essa. La vostra presenza è un richiamo costante alla preghiera, che è il presupposto di ogni autentico apostolato. Come ho avuto modo di scrivervi, il “sacrificium laudis . . . vestra indiget pia solertia, qui cotidie “in excubiis persistitis divinis”” (Cf. S. Bruno). La Chiesa vi stima, conta molto sulla vostra testimonianza, confida sulle vostre preghiere. Anch’io affido a voi il mio ministero apostolico di Pastore della Chiesa universale.

Date con la vita testimonianza del vostro amore a Dio. Il mondo vi guarda e, forse inconsapevolmente, molto si attende dalla vostra vita contemplativa. Continuate a porre sotto i suoi occhi la “provocazione” di un modo di vivere che, pur intriso di sofferenza, di solitudine e di silenzio, fa zampillare in voi la sorgente di una gioia sempre nuova. Non scrive forse il vostro fondatore: “Quid vero solitudo heremique silentium amatoribus suis utilitatis incunditatisque divinae conferat, norunt hi soli qui experti sunt”? (S. Brunonis, Ep. ad Radulphum, «Lettres des premiers Chartreux», Sources chrétiennes, Paris 1962, p. 70). Che questa sia anche la vostra esperienza lo si può dedurre dall’entusiasmo con cui perseverate nella strada intrapresa. Dai vostri volti si vede come Iddio doni la pace e la gioia dello Spirito quale mercede a chi ha abbandonato ogni cosa per vivere di lui e cantare in eterno la sua lode.

4 L’attualità del vostro carisma è dinanzi alla Chiesa e mi auguro che tante anime generose vi seguano nella vita contemplativa. La vostra è una via evangelica di sequela di Cristo. Essa esige la donazione totale nella segregazione dal mondo, come conseguenza di una scelta coraggiosa che ha alla sua origine la sola chiamata di Gesù. È lui che vi ha rivolto questo invito di amicizia e di amore a seguirlo sul monte, per restare con lui.

Il mio augurio è che da questo luogo parta un messaggio verso il mondo e raggiunga specialmente i giovani, aprendo dinanzi ai loro occhi la prospettiva della vocazione contemplativa come dono di Dio. I giovani, oggi, sono animati da grandi idealità e se vedono uomini coerenti, testimoni del Vangelo, li seguono con entusiasmo. Proporre al mondo di oggi di praticare “vitam absconditam cum Christo” (Col 3, 3), significa ribadire il valore dell’umiltà, della povertà, della libertà interiore. Il mondo, che in fondo ha sete di queste virtù, vuole vedere degli uomini retti che le praticano con eroismo quotidiano, mossi dalla coscienza di amare e di servire con questa testimonianza i fratelli.

Voi da questo monastero siete chiamati ad essere lampade che illuminano la via su cui camminano tanti fratelli e sorelle sparsi nel mondo; sappiate sempre aiutare chi ha bisogno della vostra preghiera e della vostra serenità. Pur nella felice condizione di aver scelto con la sorella di Marta, Maria, “optimam partem . . . quae non auferetur” (Lc 10, 42), non siete posti al di fuori delle situazioni dei fratelli, che bussano al vostro luogo di solitudine. Essi portano a voi i loro problemi, le loro sofferenze, le difficoltà che accompagnano questa vita: voi – pur nel rispetto delle esigenze della vostra vita contemplativa – date loro la gioia di Dio, assicurandoli che pregherete per loro, che offrirete la vostra ascesi, perché anche loro attingano forza e coraggio alla fonte della vita che è Cristo. Essi vi offrono l’inquietudine dell’umanità: voi fate loro scoprire che Dio è la sorgente della vera pace. Infatti, per usare ancora un’espressione di san Bruno, “Quid aliud tam bonum quam Deus? Imo quid aliud bonum nisi solus Deus?” (S. Brunonis, Ep. ad Radulphum, «Lettres des premiers Chartreux», Sources chrétiennes, Paris 1962, p. 78)).

5 Ho voluto con voi leggere alcuni pensieri del vostro fondatore per rivivere in questo luogo, testimone della sua intensa vita eremitica, lo spirito che lo animava. Qui egli volle, dopo un lungo servizio alla Chiesa, chiudere la sua esistenza terrena. Qui voi restate per mantenere viva la lampada che egli accese nove secoli or sono.

Io porto con me, in questa visita pastorale alla Calabria, l’esperienza di un momento di pace e di gioia, che mi ha recato profondo conforto. La natura, il silenzio, la vostra preghiera rimangono scolpite nel mio animo: continuate la vostra missione. A conforto del vostro impegno imparto a ciascuno la mia benedizione apostolica, propiziatrice dei doni che vengono da Dio, fonte di ogni consolazione.

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Santa Maria Faustyna Kowalska. Omelia di San Giovanni Paolo II

5 ottobre 2015

CAPPELLA PAPALE PER LA CANONIZZAZIONE
DELLA BEATA MARIA FAUSTYNA KOWALSKA

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 30 aprile 2000

1 “Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia” (Sal118, 1). Così canta la Chiesa nell’Ottava di Pasqua, quasi raccogliendo dalle labbra di Cristo queste parole del Salmo; dalle labbra di Cristo risorto, che nel Cenacolo porta il grande annuncio della misericordia divina e ne affida agli apostoli il ministero: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi… Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv20, 21-23).

Prima di pronunciare queste parole, Gesù mostra le mani e il costato. Addita cioè le ferite della Passione, soprattutto la ferita del cuore, sorgente da cui scaturisce la grande onda di misericordia che si riversa sull’umanità. Da quel cuore suor Faustina Kowalska, la beata che d’ora in poi chiameremo santa, vedrà partire due fasci di luce che illuminano il mondo: “I due raggi – le spiegò un giorno Gesù stesso – rappresentano il sangue e l’acqua” (Diario, Libreria Editrice Vaticana, p. 132).

2 Sangue ed acqua! Il pensiero corre alla testimonianza dell’evangelista Giovanni che, quando un soldato sul Calvario colpì con la lancia il costato di Cristo, vide uscirne “sangue ed acqua” (cfrGv 19, 34). E se il sangue evoca il sacrificio della croce e il dono eucaristico, l’acqua, nella simbologia giovannea, ricorda non solo il battesimo, ma anche il dono dello Spirito Santo (cfr Gv 3,5; 4,14; 7,37-39).

Attraverso il cuore di Cristo crocifisso la misericordia divina raggiunge gli uomini: “Figlia mia, dì che sono l’Amore e la Misericordia in persona”, chiederà Gesù a Suor Faustina (Diario, 374). Questa misericordia Cristo effonde sull’umanità mediante l’invio dello Spirito che, nella Trinità, è la Persona-Amore. E non è forse la misericordia un “secondo nome” dell’amore (cfr Dives in misericordia, 7), colto nel suo aspetto più profondo e tenero, nella sua attitudine a farsi carico di ogni bisogno, soprattutto nella sua immensa capacità di perdono?

E’ davvero grande oggi la mia gioia, nel proporre a tutta la Chiesa, quasi dono di Dio per il nostro tempo, la vita e la testimonianza di Suor Faustina Kowalska. Dalla divina Provvidenza la vita di questa umile figlia della Polonia è stata completamente legata alla storia del ventesimo secolo, il secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle. E’, infatti, tra la prima e la seconda guerra mondiale che Cristo le ha affidato il suo messaggio di misericordia. Coloro che ricordano, che furono testimoni e partecipi degli eventi di quegli anni e delle orribili sofferenze che ne derivarono per milioni di uomini, sanno bene quanto il messaggio della misericordia fosse necessario.

Disse Gesù a Suor Faustina: “L’umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla divina misericordia” (Diario, p.132). Attraverso l’opera della religiosa polacca, questo messaggio si è legato per sempre al secolo ventesimo, ultimo del secondo millennio e ponte verso il terzo millennio. Non è un messaggio nuovo, ma si può ritenere un dono di speciale illuminazione, che ci aiuta a rivivere più intensamente il Vangelo della Pasqua, per offrirlo come un raggio di luce agli uomini ed alle donne del nostro tempo.

3 Che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l’avvenire dell’uomo sulla terra? A noi non è dato di saperlo. E’ certo tuttavia che accanto a nuovi progressi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Ma la luce della divina misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo attraverso il carisma di suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del terzo millennio.

Come gli Apostoli un tempo, è necessario però che anche l’umanità di oggi accolga nel cenacolo della storia Cristo risorto, che mostra le ferite della sua crocifissione e ripete: Pace a voi! Occorre che l’umanità si lasci raggiungere e pervadere dallo Spirito che Cristo risorto le dona. E’ lo Spirito che risana le ferite del cuore, abbatte le barriere che ci distaccano da Dio e ci dividono tra di noi, restituisce insieme la gioia dell’amore del Padre e quella dell’unità fraterna.

4 E’ importante allora che raccogliamo per intero il messaggio che ci viene dalla parola di Dio in questa seconda Domenica di Pasqua, che d’ora innanzi in tutta la Chiesaprenderà il nome di “Domenica della Divina Misericordia”. Nelle diverse letture, la liturgia sembra disegnare il cammino della misericordia che, mentre ricostruisce il rapporto di ciascuno con Dio, suscita anche tra gli uomini nuovi rapporti di fraterna solidarietà. Cristo ci ha insegnato che “l’uomo non soltanto riceve e sperimenta la misericordia di Dio, ma è pure chiamato a «usar misericordia» verso gli altri: Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia (Mt5, 7)” (Dives in misericordia, 14). Egli ci ha poi indicato le molteplici vie della misericordia, che non perdona soltanto i peccati, ma viene anche incontro a tutte le necessità degli uomini. Gesù si è chinato su ogni miseria umana, materiale e spirituale.

Il suo messaggio di misericordia continua a raggiungerci attraverso il gesto delle sue mani tese verso l’uomo che soffre. E’ così che lo ha visto e lo ha annunciato agli uomini di tutti i continenti suor Faustina, che nascosta nel suo convento di Lagiewniki, in Cracovia, ha fatto della sua esistenza un canto alla misericordia: Misericordias Domini in aeternum cantabo.

5 La canonizzazione di Suor Faustina ha un’eloquenza particolare: mediante questo atto intendo oggi trasmettere questo messaggio al nuovo millennio. Lo trasmetto a tutti gli uomini perché imparinoa conoscere sempre meglio il vero volto di Dio e il vero volto dei fratelli.

Amore di Dio e amore dei fratelli sono infatti indissociabili, come ci ha ricordato la prima Lettera di Giovanni: “Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti” (5, 2). L’Apostolo qui ci richiama alla verità dell’amore, additandocene nell’osservanza dei comandamenti la misura ed il criterio.

Non è facile, infatti, amare di un amore profondo, fatto di autentico dono di sé. Questo amore si apprende solo alla scuola di Dio, al calore della sua carità. Fissando lo sguardo su di Lui, sintonizzandoci col suo cuore di Padre, diventiamo capaci di guardare ai fratelli con occhi nuovi, in atteggiamento di gratuità e di condivisione, di generosità e di perdono. Tutto questo è misericordia!

Nella misura in cui l’umanità saprà apprendere il segreto di questo sguardo misericordioso, si rivela prospettiva realizzabile il quadro ideale proposto nella prima lettura: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune” (At 4, 32). Qui la misericordia del cuore è divenuta anche stile di rapporti, progetto di comunità, condivisione di beni. Qui sono fiorite le «opere della misericordia», spirituali e corporali. Qui la misericordia è divenuta concreto farsi «prossimo» verso i fratelli più indigenti.

Suor Faustina Kowalskaha lasciato scritto nel suo Diario: “Provo un dolore tremendo, quando osservo le sofferenze del prossimo. Tutti i dolori del prossimo si ripercuotono nel mio cuore; porto nel mio cuore le loro angosce, in modo tale che mi annientano anche fisicamente. Desidererei che tutti i dolori ricadessero su di me, per portare sollievo al prossimo” (Diario, p. 365). Ecco a quale punto di condivisione conduce l’amore quando è misurato sull’amore di Dio!

E’ a questo amore che l’umanità di oggi deve ispirarsi per affrontare la crisi di senso, le sfide dei più diversi bisogni, soprattutto l’esigenza di salvaguardare la dignità di ciascuna persona umana. Il messaggio della divina misericordia è così, implicitamente, anche un messaggio sul valore di ogni uomo. Ogni persona è preziosa agli occhi di Dio, per ciascuno Cristo ha dato la sua vita, a tutti il Padre fa dono del suo Spirito e offre l’accesso alla sua intimità.

7 Questo messaggio consolante si rivolge soprattutto a chi, afflitto da una prova particolarmente dura o schiacciato dal peso dei peccati commessi, ha smarrito ogni fiducia nella vita ed è tentato di cedere alla disperazione. A lui si presenta il volto dolce di Cristo, su di lui arrivano quei raggi che partono dal suo cuore e illuminano, riscaldano, indicano il cammino e infondono speranza. Quante anime ha già consolato l’invocazione “Gesù, confido in Te“, che la Provvidenza ha suggerito attraverso Suor Faustina! Questo semplice atto di abbandono a Gesù squarcia le nubi più dense e fa passare un raggio di luce nella vita di ciascuno.

8 Misericordias Domini in aeternum cantabo(Sal 88 [89], 2). Alla voce di Maria Santissima, la «Madre della misericordia», alla voce di questa nuova Santa, che nella Gerusalemme celeste canta la misericordia insieme con tutti gli amici di Dio, uniamo anche noi, Chiesa pellegrinante, la nostra voce.

E tu, Faustina, dono di Dio al nostro tempo, dono della terra di Polonia a tutta la Chiesa, ottienici di percepire la profondità della divina misericordia, aiutaci a farne esperienza viva e a testimoniarla ai fratelli. Il tuo messaggio di luce e di speranza si diffonda in tutto il mondo, spinga alla conversione i peccatori, sopisca le rivalità e gli odi, apra gli uomini e le nazioni alla pratica della fraternità. Noi oggi, fissando lo sguardo con te sul volto di Cristo risorto, facciamo nostra la tua preghiera di fiducioso abbandono e diciamo con ferma speranza: Gesù, confido in Te!

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Santi Michele, Gabriele e Raffaele Arcangeli. Omelia di San Giovanni Paolo II

29 settembre 2015

14 settembre 1986, Concelebrazione Eucaristica ai piedi della statua di San Michele Arcangelo ad Aprilia | Giovanni Paolo II

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1986/documents/hf_jp-ii_hom_19860914_aprilia.html

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Santi Lorenzo Ruiz di Manila e 15 compagni. Omelia di San Giovanni Paolo II

28 settembre 2015

18 febbraio 1981: Beatificazione di Lorenzo Ruiz, Manila (Filippine) | Giovanni Paolo II

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1981/documents/hf_jp-ii_hom_19810218_beatificazione-ruiz.html

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San Vincenzo de’ Paoli. Omelia di San Giovanni Paolo II

27 settembre 2015

27 settembre 1987, Concelebrazione della Messa per i 250 anni dalla Canonizzazione di San Vincenzo de’ Paoli | Giovanni Paolo II

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1987/documents/hf_jp-ii_hom_19870927_anniv-san-vincenzo.html

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San Pio da Pietrelcina. Discorso di San Giovanni Paolo II

23 settembre 2015

Ai pellegrini convenuti per la Canonizzazione di San Pio da Pietrelcina (17 giugno2002) | Giovanni Paolo II

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/2002/june/documents/hf_jp-ii_spe_20020617_canonization-padre-pio.html

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Santi Martiri coreani. Omelia di San Giovanni Paolo II

20 settembre 2015

6 maggio 1984, Santa Messa per la Canonizzazione di 103 martiri coreani | Giovanni Paolo II

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1984/documents/hf_jp-ii_hom_19840506_martiri-coreani.html

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San Giuseppe da Copertino. Discorso di San Giovanni Paolo II

18 settembre 2015

Ai pellegrini convenuti a Roma in occasione del IV Centenario della nascita di San Giuseppe da Copertino (25 ottobre 2003) | Giovanni Paolo II

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/2003/october/documents/hf_jp-ii_spe_20031025_st-joseph-copertino.html

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Beata Vergine Maria Addolorata. Angelus di San Giovanni Paolo II

15 settembre 2015

Angelus, 15 settembre 1991 | Giovanni Paolo II

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/angelus/1991/documents/hf_jp-ii_ang_19910915.html

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Esaltazione della Santa Croce. Omelia di San Giovanni Paolo II

14 settembre 2015

14 settembre 1984, Messa della esaltazione della Santa Croce | Giovanni Paolo II

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1984/documents/hf_jp-ii_hom_19840914_messa-halifax.html

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Santissimo Nome di Maria. Omelia di San Giovanni Paolo II

12 settembre 2015

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1984/documents/hf_jp-ii_hom_19840509_nome-maria.html
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San Pietro Claver. Udienza Generale di San Giovanni Paolo II

9 settembre 2015

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_i/audiences/documents/hf_jp-i_aud_27091978_it.html
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Natività della beata Vergine Maria. Omelia di San Giovanni Paolo II

8 settembre 2015

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1985/documents/hf_jp-ii_hom_19850908_liechtenstein.html

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Beata Teresa di Calcutta. Omelia di San Giovanni Paolo II

5 settembre 2015

http://www.vatican.va/…/john_paul_ii/homilies/2003/documents/hf_jp-ii_hom_20031019_mother-theresa_it.html

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San Giuseppe d’Arimatea. Il cristiano discepolo di Cristo: Udienza Generale di San Giovanni Paolo II

31 agosto 2015

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2000/documents/hf_jp-ii_aud_20000906.html

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Madonna di Czestochowa. Omelia e preghiera di san Giovanni Paolo II

26 agosto 2015

SANTA MESSA PER LA FESTA DELLA MADONNA DI CZESTOCHOWA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Castel Gandolfo – Sabato, 26 agosto 1989

 

Carissimi fratelli e sorelle, leggerò ora le parole pronunciate nel 1983 a Jasna Gora in occasione del seicentesimo anniversario della presenza dell’immagine della Madonna: “Cristo presente insieme alla sua madre in una Cana polacca pone davanti a noi, di generazione in generazione, la grande causa della libertà. La libertà viene data all’uomo da Dio come misura della sua dignità. Tuttavia, al tempo stesso, essa gli viene data come un compito: “La libertà non è un sollievo, bensì la fatica della grandezza” (L. Staff, “Ecco il tuo canto”). L’uomo, infatti, può usare la libertà bene o male. Può per mezzo di essa costruire o distruggere. Nell’evangelizzazione di Jasna Gora è contenuta la chiamata all’eredità dei figli di Dio. La chiamata a vivere la libertà. A fare buon uso della libertà. Ad edificare e non a distruggere”.

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Santo Stefano di Ungheria Re. Omelia di San Giovanni Paolo II

16 agosto 2015

VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA E UNGHERIA

SANTA MESSA NEL GIORNO DELLA FESTA
DI SANTO STEFANO PATRONO D’UNGHERIA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Piazza degli Eroi (Budapest)  – Martedì, 20 agosto 1991

 

Ha costruito la sua casa sulla roccia” (Mt 7, 24).

1 Ecco Stefano, il re di Ungheria, il santo che ha posto le fondamenta per la vostra casa. A lui, infatti, si possono riferire le parole di Cristo, tratte dal Discorso della montagna, che ci parlano dell’uomo saggio, il quale ha costruito la sua casa sulla roccia. La sua casa è la vostra. Il re, infatti, proprio perché governa, è chiamato ad essere il primo servitore del bene comune di tutta la Nazione.

Con gioia saluto il Signor Presidente della Repubblica, il Primo Ministro e altri membri del Governo, il Corpo Diplomatico e tutti coloro che hanno voluto essere presenti a questa solenne celebrazione in onore di Santo Stefano. Uno speciale saluto rivolgo anche ai fratelli Cardinali e Vescovi qui giunti da molti Paesi d’Europa.

Il re Santo Stefano ha costruito questa casa per i vostri antenati mille anni fa e, in loro, l’ha costruita per tutte le generazioni degli Ungheresi che, da allora, si sono succedute sulla vostra terra. Esse vivono e continuano a costruire la stessa casa, le cui fondamenta sono state poste da Santo Stefano.

Proprio la verità del Discorso della montagna è lo stabile fondamento, su cui il vostro grande re ha edificato la Nazione. La verità del Vangelo di Cristo, che racchiude in sé la forza divina data agli uomini, è la roccia su cui egli s’è basato. Dopo un millennio rendiamo grazie a Dio onnipotente per tale fondamento: perché la casa della vostra Nazione, la casa della storia ungherese, è stata costruita sulla roccia . . . e non sulla sabbia.

Oggi il Vescovo di Roma, successore di san Pietro, saluta tutti i figli e le figlie della vostra Nazione; saluta gli Ungheresi che vivono nel Paese e fuori delle sue frontiere. Tutti coloro che spiritualmente sono legati alla comune eredità della corona di Santo Stefano. Saluta in particolare il venerato fratello Presule dell’arcidiocesi di Esztergom, il Cardinale Laszló Paskai, e tutti i Vescovi presenti. Saluta i sacerdoti, i religiosi e le religiose e le varie componenti della comunità ecclesiale. Il suo deferente pensiero va, inoltre, alle Autorità intervenute ed a quanti hanno reso possibile questa visita pastorale, che ormai volge al suo termine. Saluta cordialmente anche i pellegrini provenienti dai diversi Paesi: slovacchi, polacchi e tedeschi. Un saluto particolare rivolgo ai numerosi pellegrini slovacchi, venuti nella capitale ungherese per unirsi al Successore di Pietro, per implorare la benedizione di Dio e pregare assieme. Come il Danubio è un legame naturale tra i popoli dell’Europa Centrale e il Sud-Est del Continente, così sia la nostra fede un vincolo che ci unisce come fratelli e sorelle nella comprensione reciproca e nella promozione della pace e della riconciliazione.

Rivolgo un cordiale saluto ai fedeli polacchi che sono giunti qui, nella terra di Santo Stefano. Cari fratelli, ringraziate con i vostri fratelli ungheresi e con i fedeli delle altre popolazioni per il dono della libertà che vi è stata concessa.

Utilizzate questa nuova condizione della vita sociale per impegnarvi a favore di una società i cui fondamenti etici si basino sui valori cristiani, quelli che hanno caratterizzato da sempre il nostro Continente. Saluto cordialmente i pellegrini tedeschi. Carissimi, in questa nobile capitale, la cui storia e tradizione sono state spesso caratterizzate da un continuo scambio fra popoli e culture, avete desiderato associarvi al Successore di Pietro e ai vostri fratelli e sorelle ungheresi nella preghiera, affinché il Signore vi conforti nella fede e nella testimonianza cristiana della vita quotidiana.

Cari fratelli e sorelle, ascoltate le parole di Cristo! Cercate di riscoprire la verità delle vostre origini e di tutta la vostra storia in queste semplici e forti espressioni che la liturgia odierna riferisce al santo Re Stefano. Davvero, egli era e rimane nella memoria delle generazioni come quell’“uomo saggio” (cf. Mt 7, 24) che ascolta le parole della Sapienza divina e le mette in pratica. Questa sapienza del Re, del padre della Nazione, è la vostra grande eredità.

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Assunzione della Beata Vergine Maria. Omelia di San Giovanni Paolo II

15 agosto 2015

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’ASSUNZIONE
DELLA BEATA VERGINE MARIA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Cortile del Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo
Venerdì, 15 agosto 1997

 

1. “Risplende la Regina, Signore, alla tua destra” (Sal. resp.).

L’odierna Liturgia ci pone dinanzi la fulgida icona della Vergine assunta al cielo nell’integrità dell’anima e del corpo. Nello splendore della gloria celeste brilla Colei che, in virtù della sua umiltà, si è resa grande davanti all’Altissimo al punto che tutte le generazioni la chiamano beata (cfr Lc 1, 48). Ora siede Regina, accanto al Figlio, nell’eterna beatitudine del paradiso e dall’alto guarda i suoi figli.

Con questa consolante certezza, ci rivolgiamo a Lei e la invochiamo per coloro che sono suoi figli: per la Chiesa e per l’intera umanità, perché tutti, imitandola nella fedele sequela di Cristo, possano giungere alla definitiva patria del cielo.

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San Massimiliano Maria Kolbe. Omelia di San Giovanni Paolo II

14 agosto 2015

CANONIZZAZIONE DI MASSIMILIANO MARIA KOLBE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Piazza San Pietro, 10 ottobre 1982

 

1 “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv15,13).

Da oggi la Chiesa desidera chiamare “santo” un uomo al quale è stato concesso di adempiere in maniera assolutamente letterale le suddette parole del Redentore.

Ecco infatti, verso la fine di luglio del 1941, quando per ordine del capo del campo si fecero mettere in fila i prigionieri destinati a morire di fame, quest’uomo, Massimiliano Maria Kolbe, si presentò spontaneamente, dichiarandosi pronto ad andare alla morte in sostituzione di uno di loro.

Questa disponibilità fu accolta, e al padre Massimiliano, dopo oltre due settimane di tormenti a causa della fame, fu infine tolta la vita con un’iniezione mortale, il 14 agosto 1941.

Tutto questo successe nel campo di concentramento di Auschwitz, dove furono messi a morte durante l’ultima guerra circa 4.000.000 di persone, tra cui anche la Serva di Dio Edith Stein (la carmelitana suor Teresa Benedetta della Croce), la cui causa di Beatificazione è in corso presso la competente Congregazione. La disobbedienza contro Dio, Creatore della vita, il quale ha detto “non uccidere”, ha causato in questo luogo l’immensa ecatombe di tanti innocenti.

Contemporaneamente dunque, la nostra epoca è rimasta così orribilmente contrassegnata dallo sterminio dell’uomo innocente.

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San Lorenzo Diacono e martire. Omelia di San Giovanni Paolo II

10 agosto 2015

VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA DI
SAN LORENZO FUORI LE MURA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Roma, 1 novembre 1981

1 “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello” (Ap7,14).

È uno dei vegliardi che stanno davanti al trono dell’Altissimo a pronunciare queste parole: le persone biancovestite, che Giovanni vede con occhio profetico, sono i redenti e costituiscono una “moltitudine immensa”, il cui numero è incalcolabile e la cui provenienza è quanto mai varia. Il sangue dell’Agnello, che per tutti si è immolato, ha esercitato in ogni angolo della terra la sua universale ed efficacissima virtù redentiva, apportando grazia e salvezza a questa “moltitudine immensa”. Dopo esser passati attraverso le prove di questa vita ed essersi purificati nel sangue di Cristo, essi – i redenti – sono al sicuro nel Regno di Dio e lo lodano e benedicono nei secoli.

La parole della prima lettura dell’odierna liturgia esprimono così la gioia escatologica della salvezza ormai raggiunta: salvezza che viene partecipata da persone “di ogni nazione, razza, popolo e lingua” (Ap 7,9). È la gioia di tutti i santi, che stanno in piedi “davanti all’Agnello” ed a gran voce gridano: “La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello” (Ap 7,9-10).

Per opera dell’Agnello, che toglie i peccati del mondo, tutti essi partecipano della santità di Dio stesso.

“Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazia, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen” (Ap 7,12).

Partecipando della santità di Dio stesso, tutti coloro che oggi la Chiesa ricorda come tra loro intimamente associati nella Comunione dei santi (Communio Sanctorum), partecipano al tempo stesso della gloria di Dio. E godono della sua gloria.

2 Tra di essi si trova il grande santo, a cui è dedicata questa storica Basilica: Lorenzo, diacono e martire, di cui si vanta la Chiesa Romana così come la Chiesa gerosolimitana si vanta di santo Stefano, pure diacono e protomartire. Ha scritto in proposito san Leone Magno: il Signore “ha voluto esaltare a tal punto il suo nome glorioso in tutto il mondo che dall’Oriente all’Occidente, nel fulgore vivissimo della luce irradiata dai più grandi diaconi, la stessa gloria che è venuta a Gerusalemme da Stefano e toccata anche a Roma per merito di Lorenzo” (S. Leone Magno,Homilia, 85, 4: PL 54,486).

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Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein). Omelia di San Giovanni Paolo II

9 agosto 2015

SANTA MESSA PER LA CANONIZZAZIONE DI EDITH STEIN

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 11 ottobre 1998

   

Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo (cfr Gal 6,14).

Le parole di San Paolo ai Galati, che poc’anzi abbiamo ascoltato, ben si addicono all’esperienza umana e spirituale di Teresa Benedetta della Croce, che oggi solennemente viene iscritta nell’albo dei santi. Anche lei può ripetere con l’Apostolo: Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo.

La croce di Cristo! Nella sua costante fioritura l’albero della Croce porta sempre rinnovati frutti di salvezza. Per questo, alla Croce guardano fiduciosi i credenti, traendo dal suo mistero di amore coraggio e vigore per camminare fedeli sulle orme di Cristo crocifisso e risorto. Il messaggio della Croce è così entrato nel cuore di tanti uomini e di tante donne cambiandone l’esistenza.

Un esempio eloquente di questo straordinario rinnovamento interiore è la vicenda spirituale di Edith Stein. Una giovane donna in cerca della verità, grazie al lavorio silenzioso della grazia divina, è diventata una santa ed una martire: è Teresa Benedetta della Croce, che quest’oggi dal cielo ripete a tutti noi le parole che hanno segnato la sua esistenza: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce di Gesù Cristo”.

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