Archive for the ‘Riflessioni personali e/o riflessioni riportate da altri autori’ Category

Un pensiero nella notte al Signore

16 agosto 2017

Ciò che porti nel cuore

Storia Zen

 

C’era una volta un vecchio saggio seduto ai bordi di un’oasi all’entrata di una città del Medio Oriente.
Un giovane si avvicinò e gli domandò: “Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città?”
L’uomo rispose a sua volta con una domanda: “Come erano gli abitanti della città da cui venivi?”
“Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di partire di là”.
“Così sono gli abitanti di questa città”, gli rispose il vecchio saggio.

Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all’uomo e gli pose la stessa domanda: “Sono appena arrivato in questo paese. Come sono gli abitanti di questa città?”
L’uomo rispose di nuovo con la stessa domanda: “Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?”
“Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a lasciarli!”
“Anche gli abitanti di questa città sono così”, rispose il vecchio saggio.

Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all’abbeveraggio aveva udito le conversazioni e quando il secondo giovane si allontanò si rivolse al vecchio in tono di rimprovero: “Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta da due persone?
“Figlio mio”, rispose il saggio, “ciascuno porta nel suo cuore ciò che è. Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui. Al contrario, colui che aveva degli amici leali nell’altra città, troverà anche qui degli amici leali e fedeli. Perché, vedi, ogni essere umano è portato a vedere negli altri quello che è nel suo cuore.”

 

 

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Un pensiero nella notte al Signore

15 agosto 2017

Signore, aiutaci a fidarci di te

don Angelo Saporiti

 

Signore, aiutaci a fidarci di te,
della tua Provvidenza.
Guardando a ciò che siamo e a ciò che abbiamo,
fa’ che ci sentiamo dei privilegiati,
appagati e pieni di gratitudine.

Fa’, o Signore,
che arriviamo a comprendere
che nel tuo amore c’è tutto ciò
di cui abbiamo bisogno per vivere
e per essere felici.

A noi, che desideriamo possedere sempre di più,
fa’ comprendere che il tuo amore
è la ricchezza più grande che possiamo avere
e che il sentirci amati da te
è il tesoro più prezioso che possiamo desiderare.

Donaci di capire che
non serve essere invidiosi di chi ha più di noi,
non serve essere tristi
se agli altri le cose vanno meglio che a noi.

Se noi abbiamo te,
se tu sei con noi,
noi abbiamo tutto.
Ma veramente tutto!
E questo ci deve bastare e… avanzare,
perché, tu, Signore,
sei il massimo che noi possiamo avere!

Tu sei il nostro bisogno appagato,
il nostro cuore riposato,
il nostro sogno realizzato.

 

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Un pensiero nella notte al Signore

14 agosto 2017

Preghiamo il Signore perché si faccia presente nella nostra vita e ci aiuti a riconoscerlo negli avvenimenti che animano la nostra quotidianità. 

Signore Gesù, vieni accanto a noi

(Tonino Lasconi, Paoline.it)

Signore Gesù,
vieni accanto a noi!
Come un pastore buono,
prendici in braccio e consolaci.
Parla al nostro cuore,
e scaccia da noi la paura
di camminare sulle tue strade.

Aiutaci a non trattenere per noi
i doni della tua bontà,
ma a trafficarli generosamente,
per colmare i vuoti dell’indifferenza
ed eliminare gli inciampi dell’egoismo.

Signore Gesù,
aiutaci a vivere
nella santità della condotta
e nelle preghiere,
affinché la misericordia e la verità,
la giustizia e la pace si incontrino
anche nella nostra vita.

 

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Un pensiero nella notte al Signore

12 agosto 2017

O Signore, sei tu la nostra vera ricchezza e la nostra eterna felicità. Donaci di portare volentieri ogni giorno la nostra croce, per condividere insieme a te la gloria del cielo. 

Gesù bussa al tuo cuore  

Vito Mangia

Forse siamo tutti un po’ come Giovanni Battista in carcere: quando sorgono i dubbi, le ansie, abbiamo bisogno di conferme.

Noi facciamo il nostro dovere: lavoriamo, studiamo, intratteniamo relazioni, diamo qualcosa di noi stessi agli altri; poi sentiamo bisogno di qualcos’altro, qualcosa di cui non sappiamo dire il nome…

Sarà troppo, sarà esagerato pensare che quel “qualcosa”, quel “qualcuno” è Dio? Si tratta di un’esigenza profonda, intima, viscerale.

Quando non capiamo cosa sia, riempiamo, copriamo, quasi annebbiamo questa esigenza.

La “imbottiamo” – per tenerla buona e al suo posto – e la ricopriamo di cose da fare. A volte la riconosciamo, questa benedetta esigenza di Dio, ma è troppo impegnativo seguire le sue indicazioni.

Meglio rimandare a domani, alla prossima settimana, o meglio: alla prossima adorazione, al prossimo ritiro, al prossimo incontro associativo e di gruppo, al prossimo rosario, alla prossima condivisione spirituale, alla prossima confessione, al prossimo silenzio. Cioè lontano, dopo, mai.

In fondo il “poi” è o non è – nei proverbi e nella realtà – parente del “mai”? È la nostra natura, siamo fatti così…

Signore, ci devi proprio capire, noi abbiamo bisogno di segni, di essere scossi, di vederti… sennò non ti seguiamo.

“Hai capito, Signore?”, diciamo dentro di noi. E il Signore non capisce. Fa il testardo lui.

Noi gli chiediamo se ne vale davvero la pena e lui risponde a modo suo. Arriva, passa, bussa al cuore, continua a camminare.

A volte ci destiamo, facciamo in tempo ad alzarci dalle comode poltrone dei nostri interessi, a spoltrirci dai comodi divani dei nostri divertimenti e narcisismi; a volte facciamo in tempo ad affacciarci dalla finestra del nostro cuore e lo vediamo. Lui, Gesù, che ci passa accanto ed opera prodigi: alcuni vedono con occhi diversi la realtà, altri sentono finalmente la sua Parola, i poveri in spirito si dicono beati, chi si dimenava negli stagni fangosi del peccato trova il coraggio e la forza di rialzarsi, di ripulirsi, di andare oltre.

A volte ci viene la tentazione di andare alla porta, spalancarla, uscire per strada e gridare: “Aspetta, Gesù, aspettami! Faccio ancora in tempo a seguirti?”.

E lui si volta da lontano, guarda con tenerezza infinita dentro i nostri occhi. E si ferma.

 

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Un pensiero nella notte al Signore

10 agosto 2017

 … se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 

 

 

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Incontrare Gesù  

Henri J. M. Nouwen

Tu cerchi il modo di incontrare Gesù. Cerchi di incontrarlo non solo con la mente, ma anche nel tuo cuore. Ricerchi il suo affetto, e sai che questo affetto implica tanto il suo cuore quanto il tuo. Ma rimane in te qualcosa che impedisce questo incontro.

Vi sono ancora tanta vergogna e tanta colpa incrostate nel tuo cuore, che bloccano la presenza di Gesù. Non ti senti pienamente a tuo agio nel tuo cuore; lo guardi come se non fosse un luogo abbastanza buono, abbastanza bello o abbastanza puro per incontrare Gesù.

Quando guardi con attenzione alla tua vita, vedi quanto sia stata afflitta dalla paura. Non riuscirai ad incontrare Gesù finché il tuo cuore rimane pieno di dubbi e di paure. Gesù viene a liberarti da questi legami e a creare in te uno spazio nel quale puoi stare con lui. Egli vuole che vivi la libertà dei figli di Dio.

Non disperarti, pensando di non poter cambiare te stesso dopo tanti anni. Entra semplicemente come sei alla presenza di Gesù. Tu non puoi renderti diverso. Gesù viene a darti un cuore nuovo, uno spirito nuovo, una nuova mente e un nuovo corpo. Lasciati trasformare dal suo Amore solo così sarai capace di ricevere il suo affetto nell’interezza del tuo essere.

 

 

Un pensiero nella notte al Signore

10 agosto 2017

Chi vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, 
prenda la sua croce e mi segua, dice il Signore.

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Nel deserto  

Dio, tu mi conduci nel deserto,
dove la vita è difficile,
dove domina il dubbio,
dove regna l’oscurità, dove manchi Tu.
Il deserto è un passaggio per chi Ti ha scelto,
un passaggio per chi Ti ama,
un passaggio necessario alla vita,
un passaggio che mette alla prova.
Tu mi dai la prova
ma anche la forza di superarla,
mi dai il deserto
ma anche la forza di proseguire.
Ho paura del deserto,
ho paura di mancare,
ho paura di abbandonarti.
E’ facile sentirti nella gioia,
è semplice scoprirti nella natura,
è difficile amarti nel deserto.
Nella notte del dolore,
nell’oscurità del dubbio,
nel deserto della vita non farmi dubitare di Te.
Non Ti chiedo di liberarmi dal deserto,
ma aiutami a comunicare con Te,
non Ti prego di togliermi il deserto,
ma fammi camminare verso di Te.

L’EUCARISTIA ATTUALIZZA L’EVENTO «Diede alla luce il Figlio primogenito» (Lc 2, 7) Angelo Amato, s.d.b.

12 luglio 2017

4. L’EUCARISTIA COME COMPIMENTO DELL’INCARNAZIONE

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L’Eucaristia è anzitutto «l’estensione e il compimento della Incarnazione; Cristo, figlio di Dio e vero uomo, vi continua lasua reale presenza in mezzo a noi e vi estende l’opera di mediazione che egli, unico mediatore tra Dio e gli uomini, ha compiuto “nei giorni della sua carne”; mediazione ascendente nell’offerta a Dio del sacrificio che ne riconosce l’infinita maestà e il supremo dominio e ringrazia; mediazione discendente soprattutto nel sacramento, che porta alle anime la ricchezza delle grazie divine e il pegno della futura gloria».15 Alla luce del mistero dell’Incarnazione, l’Eucaristia costituisce l’ultimo grado della kénosi del Verbo. Il Figlio di Dio, infatti,
«pur essendo di natura divina […], spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2, 6-9).
Ora, pur essendo glorioso in cielo, resta nella storia con noi, nascosto nell’Eucaristia sotto le apparenze del pane e del vino. E così continua la sua opera di redenzione e di salvezza dell’umanità. Sulla croce si nascondeva solo la divinità, qui nell’Eucaristia anche l’umanità viene nascosta. Ecco come si esprime la celebre preghiera di S. Tommaso d’Aquino nell’Adoro te devote:

«Ti adoro devotamente, o nascosta divinità, che sotto questi segni veramente ti celi […]. La vista, il tatto, il gusto in te si ingannan0 ma solo con l’udito si crede con fermezza […]. Nella croce solo la divinità si nascondeva, ma qui insieme si nasconde anche l’umanità: tuttavia, credendo e confessando l’una e l’altra, chiedo ciò che chiese il ladrone pentito. Non vedo, come Tommaso, le piaghe, tuttavia ti confesso come mio Dio: fa’ che io creda sempre più in te, in te speri, te ami».16

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L’EUCARISTIA ATTUALIZZA L’EVENTO «Diede alla luce il Figlio primogenito» (Lc 2, 7) Angelo Amato, s.d.b.

10 luglio 2017

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2.INCARNAZIONE ED EUCARISTIA

Il nesso tra Maria e l’Eucaristia è il nesso che c’è tra madre e figlio. Si tratta di una relazione inscindibile. Maria, la madre del Gesù storico, continua a essere la Madre di Gesù eucaristico, così come è la madre del Cristo glorioso e la madre del corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa. L’Eucaristia è un’estensione dell’Incarnazione. Per cui la maternità di Maria si estende anche alla presenza eucaristica del Figlio nella Chiesa. Come a Betlemme, ancora oggi Maria, Madre della Chiesa, continua a deporre Gesù eucaristico sull’altare.

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L’EUCARISTIA ATTUALIZZA L’EVENTO «Diede alla luce il Figlio primogenito» (Lc 2, 7) Angelo Amato, s.d.b.

9 luglio 2017

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1.UNA PRIMA SPIEGAZIONE DEL TITOLO
Offriamo anzitutto una spiegazione del titolo, che, nel suo insieme, non è per niente facile. La prima parte è una citazione evangelica: «Diede alla luce il suo Figlio primogenito» (Lc 2, 7). Nei dintorni di Betlemme, la «casa del pane», Maria partorisce Gesù. Contempliamo questo evento che da duemila anni illumina la storia dell’umanità in modo straordinario. Il Figlio di Dio, generato eternamente dal Padre, viene ora generato nel tempo da una donna, la Beata Vergine Maria. Se nella generazione eterna egli è «nato dal Padre»1 senza madre, nella nascita terrena egli è «nato da donna» (Gal 4, 4), senza il concorso di un padre umano. Maria, infatti, concepisce e partorisce Gesù in modo verginale per la potenza dello Spirito Santo (cf. Lc 1, 35). Il bambino nato a Betlemme ha un Padre celeste e una madre terrena. La sua umanità è quindi tutta da Dio e tutta dalla Vergine Madre. Si tratta di una autentica umanità, ma ricreata in Maria dalla SS. Trinità. È la nuova umanità. Il bambino che nasce a Betlemme è il nuovo Adamo. Se il primo Adamo si trova all’origine dell’umanità peccatrice, il nuovo Adamo è il primogenito della nuova creazione (Col 1, 15), l’artefice della salvezza dell’intera umanità. Il «nuovo Adamo» (1Cor 15, 45), nato dalla nuova Eva, è l’«uomo nuovo» (cf. Ef 4, 22-24; Col 3, 10).

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L ’UOMO SACERDOTE DELL ’UNIVERSO A IMMAGINE DI MARIA Don Sante Babolin

7 luglio 2017

PARTE II

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A IMMAGINE DI MARIA, MADRE DEL SIGNORE

Il sacerdozio regale e universale di Gesù opera nella Ma dre in tutta la sua pienezza, perché Lei è la dimora che la Sapienza di Dio ha costruito in vista dell’incarnazione del Verbo di Dio;4 e Maria continua questa sua partecipazione al sacerdozio regale del Figlio nel tempo della misericordia, nel quale si
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4 SANT’ANSELMO, Discorsi, n. 52; PL 158, 955-956; seconda lettura dell’Immacolata: «Cielo, stelle, terra, fiumi, giorno, notte e tutte le creature che sono sottoposte al potere dell’uomo o disposte per la sua utilità si rallegrano, o Signora, di essere stati per mezzo tuo in certo modo risuscitati allo splendore che avevano perduto, e di avere ricevuto una grazia nuova inesprimibile. Erano tutte come morte le cose, poiché avevano perduto la dignità originale, alla quale erano state destinate. Loro fine era di servire al dominio o alle necessità delle creature cui spetta di elevare la lode a Dio. Erano schiacciate dall’oppressione e avevano perso vivezza per l’abuso di coloro che s’erano fatti servi degli idoli. Ma agli idoli non erano destinate. Ora invece, quasi risuscitate, si rallegrano di essere rette dal dominio e abbellite dall’uso degli uomini che lodano Dio. Hanno esultato come di una nuova e inestimabile grazia sentendo che Dio stesso, lo stesso loro Creatore non solo invisibilmente le regge dall’alto, ma anche, presente visibilmente tra di loro, le santifica servendosi di esse. Questi beni così grandi sono venuti dal frutto benedetto del grembo benedetto di Maria benedetta. O donna piena e sovrabbondante di grazia, ogni creatura rinverdisce, inondata dal traboccare della tua pienezza. O vergine benedetta e più che benedetta, per la cui benedizione ogni creatura è benedetta dal suo Creatore, e il Creatore è benedetto da ogni creatura. A Maria Dio diede il Figlio suo unico che aveva generato dal suo seno uguale a se stesso e che amava come se stesso, e da Maria plasmò il Figlio, non un altro, ma il medesimo, in modo che secondo la natura fosse l’unico e medesimo figlio comune di Dio e di Maria. Dio creò ogni creatura, e Maria generò Dio: Dio, che aveva creato ogni cosa, si fece lui stesso creatura di Maria, e ha ricreato così tutto quello che aveva creato. E mentre aveva potuto creare tutte le cose dal nulla, dopo la loro rovina non volle restaurarle senza Maria».
attende il ritorno del Signore, che verrà a giudicare i vivi e i morti. Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto. Sì, Amen! (Ap 1, 7).
° ognuno lo vedrà: riferimento all’Incarnazione del Fi glio di Dio: «Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo, uno simile a un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto» (Dan 7, 13-14). ° anche quelli che lo trafissero: riferimento alla Croce (Gv 19, 37): «Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Ge rusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guar
deranno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito» (Zac 12, 10).
1. MARIA NELLA SUA VITA TERRENA
All’annunciazione è riconosciuta dall’angelo «piena di grazia». Nella visita a santa Elisabetta innalza il canto di lode al Salvatore: il Magnificat. Nella vita pubblica di Gesù Maria appare: – «quando alle nozze in Cana di Galilea, mossa a compassione, indusse con la sua intercessione Gesù a dar inizio ai miracoli (cfr. Gv 2 1-11).
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Come Celebrare Maria: Il Clima della Preghiera di Roberto Moretti

27 giugno 2017

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Il n. 65 della Costituzione conciliare Lumen Gentium, che tratta molto profondamente dei rapporti tra la Chiesa e Maria, specialmente dell’influsso che la Vergine esercita sul cammino spirituale e sulla santificazione della Chiesa, mi sembra ricco di insegnamenti per il mio tema. Vi leggiamo, infatti, questa significativa affermazione: «La Chiesa, pensando a Lei con pietà e contemplandola alla luce del Verbo fatto uomo, con venerazione penetra più profondamente nel mistero supremo dell’incarnazione e si va ognor più conformando al suo Sposo».
      Qui è la giustificazione dell’importanza di creare un clima di preghiera e della finalità e dei frutti che in esso devono maturare in rapporto alla celebrazione di Maria.
Il clima naturale è costituito dalle condizioni nelle quali il nostro organismo vive, si sviluppa, si muove, lavora. Il clima favorevole si ha quando i vari elementi quali l’aria, i venti, l’umidità, il calore si vengono a trovare in condizioni tali c
he rispondano ai bisogni e all’attività dell’organismo, al suo benessere vitale. La preghiera può costituire il clima ideale per una degna celebrazione di Maria. La celebrazione infatti non è una commemorazione o rievocazione; non si ferma allo studio e alle riflessioni teologiche, anche se l’approfondimento dottrinale è sempre un grande valore; risponde piuttosto ad un’attività religiosa prima di tutto interiore e vitale, che
ci porta a vivere con Maria e in Maria in un rapporto personale, ma anche comunitario.
      Maria è un grande mistero di grazia e di salvezza, operato dall’azione della Trinità per glorificarsi in Lei in modo mirabile e per diffondere torrenti di virtù e di spirituale bellezza in tutto il mondo creato. Maria nella sua persona, nelle sue virtù e perfezioni, nella sua missione, nei suoi interventi e nella sua presenza materna costituisce questo grande mistero, che ci viene comunicato dalla divina Rivelazione non tanto per farci conoscere, quanto per farci vivere questa realtà salvifica.
      A questo scopo è ordinata ogni celebrazione per la quale si deve creare il clima della preghiera. Non dobbiamo infatti dimenticare che la preghiera cristiana è una realtà vitale; è in noi il fiorire della stessa vita soprannaturale che ci viene data nel battesimo, che ci viene aumentata dai Sacramenti; è la realtà della nostra filiazione adottiva vissuta intensamente, consapevolmente; quindi è l’esplicitazione, l’attuazione di tutto il nostro essere soprannaturale di figli di Dio.
In questo mondo soprannaturale, il mistero di Maria, come afferma la Lumen Gentium, contiene e riverbera i massimi dati della salvezza, della fede, della Rivelazione; ne segue che penetrando nel suo mistero, pensandola e contemplandola con pietà filiale, noi penetriamo sempre più profondamente nel mistero del Verbo incarnato, penetriamo cioè nel nucleo essenziale del mistero della salvezza, entriamo nella luce della vita trinitaria, della Chiesa, della grazia.
      Questa penetrazione si fa certamente con lo studio, la riflessione, la lettura, l’insegnamento; ma se ci fermassimo qui saremmo ancora in superficie; il livello più profondo che corrisponde più da vicino a quello della Rivelazione divina e della realtà stessa del mistero, si attinge unicamente con la preghiera; specialmente con quelle forme di preghiera in cui la nostra realtà di figli adottivi di Dio vibra più intensamente. È l’esperienza di Dio, la preghiera contemplativa, la preghiera profonda in cui l’uomo si sente avvolto nella presenza di Dio, portato dall’azione dello Spirito, immerso nel mistero trinitario che è mistero di salvezza; e pertanto immerso anche nel mistero mariano, che è parte importantissima della complessa realtà del mondo soprannaturale.
      Creare il clima di preghiera da questo punto di vista, significa perciò creare in noi un insieme di disposizioni spirituali: il desiderio, la purificazione del cuore, il raccoglimento, ma soprattutto quel silenzio interiore che è attesa e concentrazione di desiderio profondo; è come una invocazione del cuore dell’uomo, del cuore del figlio adottivo di Dio che si mette in sintonia con il dinamismo dello Spirito Santo, perché dal dono personale dello Spirito nasce e dalla sua azione si sviluppa la nostra condizione di figli adottivi.
       È bene sottolineare qui che nei testi di Paolo, sia nella Lettera ai Romani (8,15) che ai Galati (4,6) lo Spirito della filiazione adottiva è nello stesso momento e per la stessa ragione lo Spirito della nostra preghiera filiale. Come dice l’Apostolo: «Segno che siete figli è che il Padre ha mandato in voi lo Spirito del Figlio suo, nel quale gridiamo: Abbà, Padre» (Gal 4,6).
      Quindi, dal dono dello Spirito del Figlio che il Padre manda nel nostro cuore, cioè nella profondità del nostro essere, nascono simultaneamente nel cuore, cioè nella profondità dell’uomo, la filiazione adottiva e la preghiera.
      Creare il clima della preghiera è creare questo mondo di riflessioni, di silenzio, di attesa; è, per così dire, porsi sotto il flusso dello Spirito, mettersi a disposizione dello Spirito perché compia in noi l’intima rivelazione del mistero soprannaturale del quale Maria è parte tanto
importante. Il bisogno del clima di preghiera è come un invito ad entrare in quell’atteggiamento contemplativo interiore per cui ci poniamo in una riflessione autocosciente su noi stessi e

«prendiamo possesso» di quello che siamo, impadronendoci della nostra personalità, vivendo il nostro rapporto veramente personale, profondo, tutti aperti al cospetto di Dio; o meglio, immersi nel mistero di Dio perché Dio è in noi, lo Spirito è in noi ed opera in noi. Il clima della preghiera pertanto è donarsi allo Spirito, dare la mano allo Spirito per essere guidati da Lui, perché ci introduca nel mondo delle meraviglie di Dio, che è il mondo di Maria. (more…)

Come celebrare Maria: Perchè celebrare Maria, di Ermanno M. Toniolo

26 giugno 2017

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Prima di parlare e vedere come si debba celebrare Maria è doveroso accennare al perché si celebra Maria: il fine che si intende conseguire precede ed accompagna la scelta dei mezzi. Il fine, insegna la filosofia, è la prima cosa che si ha in mente, l’ultima che si raggiunge.
Perché celebrare Maria? Potremmo rispondere, compendiando tutto in una sola frase: «Perché Dio lo vuole». Se infatti l’uomo, come insegna il nostro attuale Pontefice, è la strada della Chiesa, Maria-potremmo dire noi-è la strada di Dio, del suo eterno disegno ancora in atto fino alla fine dei tempi: è il nodo di tutte le strade che vengono da Dio e portano a Diodi Ermanno M. Toniolo. Ciò vale tanto per la professione di fede, quanto per l’espressione del culto. Insegna il Concilio: «Ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini non nasce da una necessità obbiettiva, ma dal beneplacito di Dio e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo» (LG 60). E altrove afferma: «Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione, con la quale è senza macchia e senza ruga, i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù a tutta la comunità degli eletti. La Chiesa, pensando a lei con pietà e contemplandola alla luce del Verbo fatto uomo, con venerazione penetra più profondamente nel mistero supremo dell’Incarnazione e si va ognor più con formando col suo Sposo. Maria infatti, la quale, per la sua intima partecipazione alla storia della salvezza, riunisce in qualche modo e riverbera in sé i massimi dati della lede, mentre viene predicata e onorata, chiama i credenti al Figlio suo, al suo sacrificio e all’amore del Padre» (LG 65).
Qui abbiamo, in breve, gli eleinenti costitutivi che riguardano la figura di Maria, la sua funzione e il culto che la Chiesa le rende.
1. Dio l’ha voluta per sé e per noi, l’ha data a se stesso e l’ha data a noi, afferma Paolo VI nella Marialis Cultus, sulla linea del Concilio (MC 56). I1 posto che Maria ha nella fede e nel culto non è invenzione della Chiesa: è scoperta lenta e stupenda del progetto del Padre su di lei e su di noi. E’ opera dello Spirito Santo, che guida la Chiesa verso la pienezza della verità e della vita. Per questo, il più delle volte, il sensus Ecclesiae, il sensus fidelium, occupano, nella dottrina e nel culto, il primo posto storico: ne sono come la prima radice, che germinerà poi in definizione precisa di fede e in più attenta e completa espressione di culto, nella Liturgia.
2. Maria, per esprimerci con parole diventate ormai comuni tra cattolici ed anche tra alcuni protestanti, come i Fratelli di Taizé, è l’elemento rivelatore della vera dottrina:’ «Compendia e riverbera-dice il Concilio-i massimi dati della fede» (LG 65). Rivela infatti Dio: il suo amore misericordioso, il suo piano storico-escatologico di salvezza. Rivela Cristo nel suo essere, nel suo agire, nel suo sovrabbondante influsso di grazia sulla Chiesa e sull’umanità: Maria è immersa, per così dire, nel mistero di Cristo, da cui attinge la sua pienezza, di cui esprime le componenti più alte e la forza operante. Rivela l’uomo nel suo stato di natura e nella sua vocazione di grazia, nel suo posto voluto dal Padre di partecipe della salvezza vniversale e di costruttore pacifico e solerte della città terrena, di discepolo fedele di Cristo (MC 37). Rivela la Chiesa: ciò che è, ciò che sarà; ciò che deve fare e come lo deve compiere: Maria non è solo la realizzazione della Chiesa, che in lei ha raggiunto la perfezione ontologica ed escatologica: ne è lo specchio vivente, l’immagine conduttrice, il segno certo della speranza.

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Le beatitudini oggi

29 gennaio 2017

Alle porte del regno

Tonino Bello

Ce l’hanno spiegata con mille sfumature, e vien quasi da pensare che ogni biblista abbia un suo modo di leggere questa pagina delle beatitudini: l’unica che vorremmo salvare, se di tutti i libri della terra si dovesse sottrarre all’incendio solo il Vangelo e di tutto il Vangelo si dovesse preservare dalle fiamme soltanto una sequenza di venti righe.

Si intuisce subito che queste parole pronunciate da Gesù nascondono promesse ultraterrene.

Alludono a quegli appagamenti di gioia completa che andiamo inseguendo da tutta una vita, senza essere riusciti mai ad afferrare per intero. Fanno riferimento a quel senso di benessere pieno di gioia totalizzante che esiste solo nei nostri sogni. Traducono, come nessun altro frasario umano, le nostre nostalgie di futuro, e ci proiettano verso quei cieli nuovi e terre nuove in cui la settimana si accorcia a tal punto da conoscere solo il sabato eterno.

Imprigionano il “non ancora” – sempre abbozzato e mai esploso pienamente – di quel “risus paschalis” che ora sperimentiamo solo nella smorfia delle nostre troppo rapide convulsioni di letizia per cedere subito il posto all’amarezza del pianto.

Non ci vuol molto a capire, insomma, che sotto queste sentenze veloci del discorso della montagna c’è qualcosa di grande. E che, di quel misterioso “regno dei cieli”, la cosa più ovvia che si possa dire è che rappresenta il vertice della felicità. Sì, Gesù vuol dare una risposta all’istanza primordiale che ci assedia l’anima da sempre. Noi siamo fatti per essere felici. La gioia è la nostra vocazione. E’ l’unico progetto, dai nettissimi contorni, che Dio ha disegnato per l’uomo. Una gioia raggiungibile, vera, non frutto di fabulazioni fantastiche, e neppure proiezione utopica del nostro decadentismo spirituale.

Beati: provocazione all’impegno

Che cosa significhi il termine “beati” è difficile spiegarlo.

C’è chi ha voluto specularci sopra, capovolgendo addirittura il senso delle parole del Signore per utilizzarle a scopi di imbonimento sociale. Quasi Gesù avesse inteso dire: state buoni, poveri, perché la misura della vostra felicità futura sarà inversamente proporzionale alla misura della vostra felicità presente. Anzi, quante più sofferenze potete collezionare in questa vita, tanto più vi garantite il successo nell’altra.

E’ questo un modo blasfemo di leggere le beatitudini, perché spinge i poveri all’inerzia, narcotizza i diseredati della terra con le lusinghe dei beni del cielo, contribuisce a mantenere in vigore un ordine sociale ingiusto e, in un certo senso, legittima la violenza di chi provoca il pianto degli oppressi dal momento che a costoro, proprio per mezzo delle lacrime, viene offerto il prezzo per potersi pagare, in contanti, il regno di Dio. C’è invece, chi ha visto nella formulazione delle beatitudini un incoraggiamento rivolto ai poveri, agli afflitti, agli umili, ai piangenti, ai perseguitati… per sostenerli con la speranza dei beni del cielo. Quasi Gesù avesse inteso dire: se a un certo punto vi sentite sfiniti per le ingiustizie che patite, tirate avanti lo stesso e consolatevi con le promesse della felicità futura. Guardate a quel che vi toccherà un giorno, e questo miraggio di beatitudine vi spronerà a camminare, così come il desiderio del riposo accelera e sostiene i passi di chi, stanchissimo, sta tornando verso casa.

Anche questo è un modo stravolto di leggere le beatitudini. Meno delittuoso del primo, ma pur sempre alienante e banale. Perché punta sull’idea della compensazione. Perché con la lusinga della meta, non spinge la gente a mutare le condizioni della strada. Perché se non proprio a rassegnarsi, induce a relativizzare la lotta, ad arrendersi senza troppa resistenza, a vedere i segni della ineluttabilità perfino dove sono evidenti le prove della cattiveria umana e a leggere i soprusi dell’uomo come causa di forza maggiore.

E c’è finalmente, il modo legittimo di leggere le beatitudini. Che consiste, essenzialmente, nel felicitarsi con i senzatetto e i senza pane, come per dire: complimenti, c’è una buona notizia! Se tutti si son dimenticati di voi, Dio ha scritto il vostro nome sulla palma della sua mano, tant’è che i primi assegnatari delle case del regno siete voi che dormite sui marciapiedi, e i primi a cui verrà distribuito il pane caldo di forno siete voi che ora avete fame.

Felicitazioni a voi che, a causa della vostra mitezza, vi vedete sistematicamente scavalcati dai più forti o dai più furbi: il Signore non solo non vi scavalca nelle sue graduatorie ma vi assicura i primi posti nella classifica generale dei meriti.

Auguri a tutti voi che state sperimentando l’amarezza del pianto e la solitudine dei giorni neri: c’è qualcuno che non rimane insensibile al gemito nascosto degli afflitti, prende le vostre difese, parteggia decisamente per voi, e addirittura si costituisce parte lesa ogni volta che siete perseguitati a causa della giustizia.

Rallegratevi voi che, in un mondo sporco di doppi sensi e sovraccarico di ambiguità camminate con cuore incontaminato, seguendo una logica che appare spesso in ribasso nella borsa valori della vita terrena ma che sarà un giorno la logica vincente.

Su con la vita voi che, sfidando le logiche della prudenza carnale, vi battete con vigore per dare alla pace un domicilio stabile anche sulla terra: non lasciatevi scoraggiare dal sorriso dei benpensanti, perché Dio stesso avalla la vostra testardaggine.

Gioia a voi che prendete batoste da tutte le parti a causa della giustizia: le vostre cicatrici splenderanno un giorno come le stimmate del Risorto!

Perché di essi sarà…

Il significato preciso della parola “beati”, comunque, lasciamolo spiegare agli studiosi. Così pure lasciamo agli studiosi la fatica di spiegarci il significato dei destinatari delle beatitudini.

Se i miti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli oppressi, gli operatori di pace… siano categorie distinte di persone o variabili dell’unica categoria dei “poveri”, ci interessa fino a un certo punto.

E neppure ci interessa molto sapere se i poveri “in spirito” siano una sottospecie aristocratica di miserabili o coincidano con quei poveri banalissimi che ci troviamo ogni giorno tra i piedi.
Tre cose, comunque, ci sembra di poter dire con sicurezza.

Anzitutto, che il discorso delle beatitudini ha a che fare col discorso della felicità. Non solo perché sembra quasi che ci presenti le uniche porte attraverso le quali è possibile accedere nello stadio del regno.

Sicché chi vuole entrare nella “gioia” per realizzare l’anelito più profondo che ha sepolto nel cuore, deve necessariamente passare per una di quelle nove porte: non ci sono altri ingressi consentiti nella dimora della felicità Ma anche perché la croce, la sofferenza umana, la sconfitta… vengono presentate come partecipazione all’esperienza pasquale di Cristo che, attraverso la morte, è entrato nella gloria.

E allora; se il primo titolare delle beatitudini è lui, se è il Cristo l’archetipo sul quale si modellano tutti i suoi seguaci, è chiaro che il dolore dei discepoli, come quello del maestro, è già contagiato di gaudio, il limite racchiude in germe i sapori della pienezza, e la morte profuma di risurrezione!

La seconda cosa che ci sembra di poter affermare è che, in fondo, queste porte, pur differenti per forma, sono strutturate sul medesimo telaio architettonico, che è il telaio della povertà biblica. A coloro che fanno affidamento nel Signore, e investono sulla sua volontà tutte le “chances” della loro realizzazione umana, viene garantita la felicità da una cerniera espressiva che non lascia dubbi interpretativi: “…perché di essi sarà…”

Quel “…perché di essi sarà…” rappresenta il titolo giuridico di possesso incontestabile, che garantisce tutti i poveri nel diritto nativo di avere non solo la “legittima” ma l’intero asse patrimoniale del regno. E’ un passaggio indicatore di una disposizione testamentaria così chiara che nessuno può avere il coraggio di impugnare. E’, insomma, il timbro a secco che autentica in modo indiscutibile il contenuto di uno straordinario rogito notarile.

La terza cosa che possiamo dire è che, se vogliamo avere parte all’eredità del regno, o dobbiamo diventare poveri, o, almeno, i poveri dobbiamo tenerceli buoni, perché un giorno si ricordino di noi.

Insomma, o ci meritiamo l’appellativo di “beati” facendoci poveri, o ci conquistiamo sul campo quello di “benedetti”, amando e servendo i poveri.

Ce lo suggerisce il capitolo venticinque di Matteo, con quel “Venite, benedetti dal Padre mio: ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo”.

E’ la scena del giudizio finale, pilastro simmetrico a quello delle beatitudini, che sorregge quell’arcata di impegno che ha la chiave di volta nell’opzione dei poveri.

Beati o benedetti

Veniamo a sapere, dunque, che, come titolo valido per l’usufrutto del regno, esiste un’alternativa al titolo di “povertà”: quello della “solidarietà” con i poveri. Diventare, cioè, così solidali con loro da esserne il prolungamento. Fare tutt’uno con loro, così da esserne considerati quasi la protesi.

Se si vuole entrare nel regno della felicità perciò occorre vistare il passaporto o col titolo di “beati” o col titolo di “benedetti”.

E’ splendida l’esortazione che al termine della messa nuziale viene pronunciata sugli sposi: “Sappiate riconoscere Dio nei poveri e nei sofferenti, perché essi vi accolgano un giorno nella casa del Padre”.
“Beati… perché di essi sarà…”.
“Venite, benedetti, nel regno preparato per voi…”

Non potrà mai dimenticare lo stupore di Mons. Gasparini, vescovo missionario nel Sidamo, quando un giorno, indicandomi un gruppo di bambini etiopi, dagli occhi sgranati per fame, dalle gambe filiformi, devastati dalle mosche sul corpo scheletrito, mi disse quasi sottovoce: “Vedi: che questi bambini siano figli di Dio non mi sorprende più di tanto. E neppure che siano fratelli di Gesù Cristo. Ma ciò che mi sconcerta e mi esalta è che questi poveri siano eredi del paradiso! Sembra un assurdo. Ma è proprio per annunciare quest’assurdo, che sono felice di aver speso tutta la mia vita in mezzo a questa gente”. “Beati… perché di essi…”
“Venite, benedetti, nel regno preparato per voi…”.

Il Signore ci conceda che, nel mazzo delle carte d’identità racchiuse da quei due pronomi personali, un giorno, col visto d’ingresso, poco importa se con la sigla “beati” o con la sigla “benedetti”, egli possa trovare anche la nostra.
E ci riconosca. Alle porte del regno.

Gli altri siamo noi

23 agosto 2016


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Come mendicanti bussando alle porte di Dio | Avvenire.it

10 luglio 2016

Le prediche di Spoleto / 7

Come mendicanti bussando alle porte di Dio

Renato Boccardo
09/07/2016

Subito dopo aver donato ai discepoli il «Padre nostro», Gesù raccomanda loro la perseveranza, caratteristica indispensabile della preghiera, e lo fa raccontando la parabola dell’amico importuno (Lc 11, 5-13). In effetti, uno dei maggiori ostacoli alla preghiera è la mancanza di costanza. Ci si scoraggia e si dimentica così presto di pregare! Bisogna invece domandare, cercare, bussare «senza stancarsi mai» (Lc 18, 1). Dunque Gesù non ci dice solo di pregare come figli, ma ci chiede di insistere. Tutti i particolari di questa breve parabola mostrano la situazione reale di credenti che faticano a vivere la preghiera in verità.

Mezzanotte è il tempo in cui si è stanchi e normalmente si dorme. Proprio in quel momento giunge un amico da un lungo viaggio e la tentazione è di non accoglierlo, di non aprire la porta, perché di fatto disturba. Tuttavia si vorrebbe rispondere ai doveri dell’ospitalità e, non avendo nulla da dargli da mangiare, ci si fa coraggio e si va a bussare da un altro amico. Ovviamente chi importuna un altro a mezzanotte lo fa con fatica, non con animo tranquillo. Gesù dice a noi: «Anche se siete titubanti, insistete nel chiedere. Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento, andate comunque, insistete ».

L’amico va e bussa; ma la risposta non è buona, e deve continuare a bussare. È disagevole insistere, così come è disagevole continuare a chiedere al Signore. Quando la nostra preghiera è apparentemente inascoltata, ci immaginiamo che Dio sia un po’ sordo e viviamo l’imbarazzo dell’uomo che sta fuori nella speranza che l’altro si muova, che gli apra la porta. Più passa il tempo, più perdiamo la fiducia in Dio. Ma Gesù ci ripete: «Continua a chiedere, perché già il chiedere è una grazia, già il chiedere ti fa figlio; (more…)

Il buon SEMINATORE fa fiorire anche le pietre | Avvenire.it

9 luglio 2016

Le prediche di Spoleto/6

Il buon SEMINATORE fa fiorire anche le pietre

ANTONIO SCIORTINO
08/07/2016

A un primo impatto, l’impressione che si ha leggendo la parabola del seminatore (Lc 8, 5-8.11 15), è che siamo di fronte a un contadino quanto meno sprovveduto e poco accorto, che non conosce il proprio mestiere. Getta il seme a caso, sprecando in abbondanza un bene prezioso e mettendo a rischio il buon esito del raccolto. Quale sapiente contadino, uscito a seminare, farebbe cadere il seme sulla pietra, sulla strada o tra le spine? Avrebbe prima arato e ripulito il terreno di erbacce, rovi e sassi.

La semina del grano era un lavoro da «uomini adulti, da gente che avesse masticato la fatica della terra, gente che nelle mani dure e nella schiena avesse memoria di quanto fosse costato portare quella terra a essere pronta a custodire, e poi a crescere il grano», scrive Gianmaria Testa, il «cantautore dei contadini», nel suo bel libro Da questa parte del mare (Einaudi). Un lavoro che richiedeva coordinazione, calma, attenzione, ritmo, passo regolare, mano ferma e testa sgombra da altri pensieri: «Ci si metteva il sacco di iuta a tracolla, con l’apertura verso la mano destra e poi si partiva. Al primo passo s’infilava la mano nel sacco cercando di prendere sempre la stessa quantità di grano, al secondo si faceva un largo gesto con il braccio e si apriva il pugno in maniera da spargere i semi in modo uniforme davanti e a lato del proprio corpo in movimento. La semina del grano a mano assomigliava a una preghiera, una specie di rosario fatto di gesti invece che di Avemaria e Paternoster.

Era una lunga e sudata giaculatoria». È forte il contrasto con il seminatore della parabola di Luca. Ma le vie del Signore non sono le nostre. Quel che è stoltezza per gli uomini, è saggezza agli occhi di Dio. (more…)

L’abbraccio del Padre, per rialzarsi sempre | Avvenire.it

2 luglio 2016

Le prediche di Spoleto/4
L’abbraccio del Padre, per rialzarsi sempre

ANGELO COMASTRI
02/07/2016

Pascal, uomo intelligentissimo, acutamente ha osservato: «Non soltanto conosciamo Dio unicamente per mezzo di Gesù Cristo, ma conosciamo noi stessi unicamente per mezzo di Gesù Cristo. Noi non conosciamo la vita e la morte se non per mezzo di Gesù Cristo. Fuori di Gesù Cristo, non sappiamo che cosa sia la nostra vita e la nostra morte, non sappiamo chi è Dio e chi siamo noi stessi». E arriva a concludere: «Non solo è impossibile, ma è inutile conoscere Dio senza Gesù Cristo». È vero. Infatti, senza Gesù, noi rischiamo di produrre pericolose caricature di Dio. Come accade anche ai nostri giorni. Pensate, per fare solo un esempio, alle famigerate SS naziste: sui loro cinturoni portavano questa scritta: “ Got mit uns”, “Dio è con noi”, evidentemente non si trattava del Dio vero, ma di una terribile e offensiva caricatura di Dio.

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Il Cuore di Cristo. Riflessioni per un mese

30 giugno 2016

30 giugno

Fine dei mese

Siamo giunti al termine del mese di giugno dedicato al Sacro Cuore di Gesù.
Abbiamo presentato l’amore di Cristo sotto vari aspetti, ritornando però sempre alle sorgenti bibliche. Abbiamo posto un’attenzione più viva al rapporto PersonaCuore di Cristo, sia per una maggiore precisione di linguaggio, sia per dare al cuore il significato di un richiamo agli atteggiamenti profondi della Persona (amore, oblazione…).
Abbiamo anche accennato alla dimensione sociale come stile di presenza e solidarietà ai problemi dell’uomo «nella tenerezza del Cuore di Cristo» (LG 46).
Abbiamo sottolineato:
1) il mistero significato dal Cuore trafitto e glorioso del Cristo; lo stretto rapporto tra il mistero del Cuore di Cristo con il mistero della Chiesa, sacramento del progetto di Dio nella storia del mondo. Cuore della Chiesa, cuore del mondo, come Cristo.
E il pensiero corre alla celebre pagina di Teresa di Lisieux: ho trovato il mio posto nella Chiesa; nel cuore della Chiesa io sarò l’amore (Storia d’un’anima).
2) L’influsso che il richiamo del Cuore di Cristo deve esercitare sulle realtà della vita come “storia della salvezza”, cammino di comunione con Dio e fra gli uomini. (…)
Ecco allora il nostro impegno: manifestare chiaramente agli occhi degli uomini il primato dell’amore di Dio; diventare testimoni eccezionali della trascendenza dell’amore di Cristo; essere, insomma, i testimoni dell’amore.
Questo mondo oggi più che mai ha bisogno di vedere in noi uomini che hanno creduto alla parola del Signore, degli impegnati a vivere come immagine viva della carità divina e artefici della fraternità umana.

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Il Cuore di Cristo. Riflessioni per un mese

29 giugno 2016

29 giugno

Condizioni richieste

Per ottenere il fine della “GRANDE PROMESSA” chiedeva delle condizioni e riparazioni:
1) Accostarsi alla comunione con le dovute disposizioni, cioè: essere in grazia di Dio. Gesù chiede non proprio comunioni fervorose, ma comunioni ben fatte.
2) Fare la comunione ogni primo venerdì del mese, iniziando il mese che si desidera e proseguendo ininterrottamente per nove mesi. Si può aggiungere un atto di offerta.
Ecco un esempio:
In unione con tutte le anime consacrate, io ti offro, o mio Dio, per il Cuore immacolato di Maria, rifugio dei peccatori, le espiazioni e l’amore infinito del Cuore di Gesù in riparazione delle colpe, che feriscono più amaramente il tuo amore, perché commesse da quelli che maggiormente hai amati, in riparazione dei peccati miei, dei peccati di color che io amo, dei peccati degli agonizzanti e per la liberazione delle anime del Purgatorio.
O Cuore di Gesù, vittima di carità, fa’ di me un’ostia viva, santa, a Dio gradevole.
Distaccato da me stesso e dalle creature, in ispirito di penitenza e di riparazione io voglio con te, che ogni giorno ti immoli per amor mio sul santo altare, abbandonarmi interamente sulla tua volontà, per essere una vittima del lavoro, della preghiera e della sofferenza, secondo le intenzioni che ti sono più care: la gloria della SS. Trinità e la salvezza delle anime.

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Il Cuore di Cristo. Riflessioni per un mese

28 giugno 2016

28 giugno

La grande promessa

Diamo un risalto più accentuato all’ultima promessa che i fedeli stessi hanno definito “GRANDE”. «A coloro che si comunicheranno per nove primi venerdì del mese consecutivi, concederò la grazia della penitenza finale. Essi non morranno in mia disgrazia, ma sarà data la possibilità di ricevere i santi sacramenti ed il mio Cuore sarà sicuro asilo in quel momento estremo».
In che consiste? Grande promessa perché presenta il massimo dei doni: la perseveranza finale.
Non è però un talismano dal momento che l’ingresso al cielo non è determinato da nessuna pratica, ma esclusivamente dallo stato di grazia.
Certo, chi si accosta alla comunione con viva fede e accetta e vive l’amore di Cristo ha già un passaporto per il cielo.
Il dono é grande: ma la ricchezza del donatore è immensa; é un privilegio che è accordato dall’amore onnipotente nell’eccessiva misericordia. Però chiede anche la collaborazione per la salvezza dei peccatori: «Pregherai con me per mitigare l’ira divina e per chiedere misericordia verso i peccatori» (s. Margherita Maria).
E domanda pure spirito di amore per contraccambiare con il nostro fervore l’immenso amore del Cuore divino verso di noi, e spirito di riparazione per consolarlo delle freddezza e delle indifferenze con cui gli uomini ripagano tanto amore.

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