Archive for the ‘Santi’ Category

Sacro Cuore di Gesù e Maria, le cose da sapere

20 giugno 2017

23/06/2017

Questa solennità ha una data mobile e viene celebrata il venerdì dopo il Corpus Domini; il sabato che segue è dedicato al Cuore Immacolato di Maria. Fu la mistica francese santa Margherita Maria Alacoque la messaggera del culto che nel 1856 papa Pio IX estese a tutta la Chiesa cattolica.

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Dalla Liturgia delle ore (Ufficio delle letture)

13 giugno 2017

INNO

Frumento di Cristo noi siamo
cresciuto nel sole di Dio,
nell’acqua del fonte impastati,
segnati dal crisma divino.

In pane trasformaci, o Padre,
per il sacramento di pace:
un Pane, uno Spirito, un Corpo,
la Chiesa una-santa, o Signore.

O Cristo, pastore glorioso,
a te la potenza e l’onore
col Padre e lo Spirito Santo
nei secoli dei secoli.  Amen.


SECONDA LETTURA         

Dai «Discorsi» di sant’Antonio di Padova, sacerdote
(I, 226)
La predica è efficace quando parlano le opere
    Chi è pieno di Spirito Santo parla in diverse lingue. Le diverse lingue sono le varie testimonianze su Cristo: così parliamo agli altri di umiltà, di povertà, di pazienza e obbedienza, quando le mostriamo presenti in noi stessi. La predica è efficace, ha una sua eloquenza, quando parlano le opere. Cessino, ve ne prego, le parole, parlino le opere. Purtroppo siamo ricchi di parole e vuoti di opere, e così siamo maledetti dal Signore, perché egli maledì il fico, in cui non trovò frutto, ma solo foglie. «Una legge, dice Gregorio, si imponga al predicatore: metta in atto ciò che predica». Inutilmente vanta la conoscenza della legge colui che con le opere distrugge la sua dottrina.

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PREGHIERA ALLA SANTISSIMA TRINITÀ DI SANT’AGOSTINO

11 giugno 2017


L’anima mia vi adora, il mio cuore vi benedice e la mia bocca vi loda, o santa ed indivisibile Trinità: Padre Eterno, Figliuolo unico ed amato dal Padre, Spirito consolatore che procedete dal loro vicendevole amore.

O Dio onnipotente, benché io non sia che l’ultimo dei vostri servi ed il membro più imperfetto della vostra Chiesa, io vi lodo e vi glorifico.

Io vi invoco, o Santa Trinità, affinché veniate in me a donarmi la vita, e a fare del mio povero cuore un tempio degno della vostra gloria e della vostra santità. O Padre Eterno, io vi prego per il vostro amato Figlio; o Gesù, io vi supplico per il Padre vostro; o Spirito Santo, io vi scongiuro in nome dell’Amore del Padre e del Figlio: accrescete in me la fede, la speranza e la carità.

Fate che la mia fede sia efficace, la mia speranza sicura e la mia carità feconda. Fate che mi renda degno della vita eterna con l’innocenza della mia vita e con la santità dei miei costumi, affinché un giorno possa unire la mia voce a quella degli spiriti beati, per cantare con essi, per tutta l’eternità: Gloria al Padre Eterno, che ci ha creati; Gloria al Figlio, che ci ha rigenerati con il sacrificio cruento della Croce; Gloria allo Spirito Santo, che ci santifica con l’effusione delle sue grazie. Onore e gloria e benedizione alla santa ed adorabile Trinità per tutti i secoli. 

Così sia

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La missione dello Spirito Santo

4 giugno 2017

Dal trattato «Contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo (Lib. 3, 17, 1-3; SC 34, 302-306)


    Il Signore concedendo ai discepoli il potere di far nascere gli uomini in Dio, diceva loro: «Andate, ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28, 19).
    È questo lo Spirito che, per mezzo dei profeti, il Signore promise di effondere negli ultimi tempi sui suoi servi e sulle sue serve, perché ricevessero il dono della profezia. Perciò esso discese anche sul Figlio di Dio, divenuto figlio dell’uomo, abituandosi con lui a dimorare nel genere umano, a riposare tra gli uomini e ad abitare nelle creature di Dio, operando in essi la volontà del Padre e rinnovandoli dall’uomo vecchio alla novità di Cristo.
    Luca narra che questo Spirito, dopo l’ascensione del Signore, venne sui discepoli nella Pentecoste con la volontà e il potere di introdurre tutte le nazioni alla vita e alla rivelazione del Nuovo Testamento. Sarebbero così diventate un mirabile coro per intonare l’inno di lode a Dio in perfetto accordo, perché lo Spirito Santo avrebbe annullato le distanze, eliminato le stonature e trasformato il consesso dei popoli in una primizia da offrire a Dio.
    Perciò il Signore promise di mandare lui stesso il Paràclito per renderci graditi a Dio. Infatti come la farina non si amalgama in un’unica massa pastosa, né diventa un unico pane senza l’acqua, così neppure noi, moltitudine disunita, potevamo diventare un’unica Chiesa in Cristo Gesù senza l’«Acqua» che scende dal cielo. E come la terra arida se non riceve l’acqua non può dare frutti, così anche noi, semplice e nudo legno secco, non avremmo mai portato frutto di vita senza la «Pioggia» mandata liberamente dall’alto.
    Il lavacro battesimale con l’azione dello Spirito Santo ci ha unificati tutti nell’anima e nel corpo in quell’unità che preserva dalla morte.
    Lo Spirito di Dio discese sopra il Signore come Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di scienza e di pietà, Spirito del timore di Dio (cfr. Is 11, 2).
    Il Signore poi a sua volta diede questo Spirito alla Chiesa, mandando dal cielo il Paràclito su tutta la terra, da dove, come disse egli stesso, il diavolo fu cacciato come folgore cadente (cfr. Lc 10, 18). Perciò è necessaria a noi la rugiada di Dio, perché non abbiamo a bruciare e a diventare infruttuosi e, là dove troviamo l’accusatore, possiamo avere anche l’avvocato.
    Il Signore affida allo Spirito Santo quell’uomo incappato nei ladri, cioè noi. Sente pietà di noi e ci fascia le ferite, e dà i due denari con l’immagine del re. Così imprimendo nel nostro spirito, per opera dello Spirito Santo, l’immagine e l’iscrizione del Padre e del Figlio, fa fruttificare in noi i talenti affidatici perché li restituiamo poi moltiplicati al Signore.

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Dalla “sensa veneziana” al “grillo fiorentino”, i riti più famosi dell’Ascensione – it.aleteia.org

28 maggio 2017

Sacro e profano si mescolano nel giorno che ricorda l’ascensione al cielo di Gesù

Al giorno dell’Ascensione si collegano molte feste popolari italiane in cui rivivono antiche tradizioni, soprattutto legate al valore terapeutico, che verrebbe conferito da una benedizione divina alle acque.

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Ascensione del Signore Nostro Gesù Cristo

28 maggio 2017

ASCENSIONE DEL SIGNORE NOSTRO GESU’ CRISTO    – Solennità 
Nel giorno dell’Ascensione Gesù, prima di salire al Padre, manda nel mondo i suoi testimoni: saranno loro, e tutto il popolo profetico, a manifestare Gesù Cristo salv…
www.santiebeati.it/dettaglio/20263

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I Novissimi : Il Purgatorio, Santa Caterina da Genova

12 dicembre 2016
Santa Caterina da Genova la santa del puro amore.
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Fu dotata da Dio di eccezionali grazie ed è annoverata tra le più grandi mistiche.

Della sua esperienza personale di purificazione nacque il suo brillante “trattato del purgatorio”. Determinante fu il suo influsso nella vita ecclesiale del suo tempo, con il movimento del divino amore da lei inspirato, sulla spiritualità moderna attraverso la scuola francese dei secoli XVI-XVII che destò molta ammirazione per lei. Morì consumata per il fuoco divorante dell’amore all’alba del 15 di settembre di 1510. Fu canonizzata nel 1737 dal Papa Clemente XII. Pio, nel 1943, la proclamò “Patrona degli ospedali italiani”.

A dodici anni ebbe la sua prima visione dell’amore di Dio, nella quale Gesù spartì con lei alcune sofferenze della sua Santa Passione. A tredici anni decise di abbracciare la vita religiosa nel convento delle sorelle di Nostra Signora della Grazia, dove sua sorella Limbania era già una religiosa professa. Parlò con il direttore dell’Ordine, ma non accettavano bambine tanto giovani nella congregazione. Questo causò una forte ferita nel cuore di Caterina, ma non perse la sua fede nel Signore.

All’età di 16 anni andò sposa a Giuliano Adorno; matrimonio non per amore, ma per opportunismo politico a quello fu sommessa. I primi anni furono tristi e desolati, per il carattere difficile dello sposo. Caterina riuscì a superare la crisi, dopo la visione di Cristo che sparge sangue e d’allora si dedicò anche all’esercizio della carità.

Poi, il Nostro Signore durante un’altra apparizione, fece reclinare la testa di Caterina nel suo petto, dandogli la grazia di potere vedere tutto attraverso i suoi occhi e sentimento attraverso il Suo cuore trapassato.

Sempre mostrò grande riverenza e amore per l’Eucaristia. Durante la celebrazione della Santa Messa, il suo spirito rimase sempre raccolto, soprattutto ricevendo la sacra comunione, molta volte gli capitò di cadere in estasi e piangendo pregava Dio di perdonare i suoi peccati.

La penitenza che Caterina praticò era molto forte, così tanto che il nostro Signore in una occasione gli ordinò che cessasse di praticare queste mortificazioni e penitenze tanto severe, a questo lei ubbidì.

Caterina morì il 14 settembre 1507, giorno dell’Esaltazione della Croce. Il suo corpo fu sepolto nell’ospedale dove servì per più di 40 anni. Quando anni più tardi si aprì la sua tomba, i suoi vestiti non presentavano segni di decomposizione, il suo corpo era intatto, uguale al giorno in cui era stato sepolto.

Gesù rivela a Santa Caterina da Genova, il Purgatorio e l’inferno.

Attraverso il Divino fuoco con il quale fu purificata nella vita mortale, lei poté capire lo stato delle anime del Purgatorio. Gesù gli disse: “L’anima è come l’oro, deve essere purificata nel fuoco.”

Gli rivelò che come il sole non può penetrare in una superficie coperta, così e allo stesso modo anche la fiamma del suo amore, non può penetrare nelle anime che bloccano o resistono a ricevere il suo Amore Purificatore, perché Lui rispetta la libertà dell’uomo.

L’anima che non desidera essere purificata nella vita terrena e non trova diletto nella purificazione, dovrà patire una purificazione più forte nel Purgatorio. Perché qui nella terra trova compiacenza e consolazione nel Signore.

Le fiamme con le quali l’anima è purificata qui nella terra, sono le fiamme dell’amore divino, nel Purgatorio le fiamme che bruciano e purificano tutti i nostri peccati non sono fiamme dell’amore divino per questo causano dolore, angoscia; non c’è compassione. E sebbene il nostro amore per il Signore cresce, non toglie né diminuisce il tormento che si patisce, anche quando si percepiscono i raggi dell’Amore di Dio.

Fonte:http://digilander.libero.it/monast/purga/caterina.htm

Preghiera del giorno: Gli occhi della Fede, del Beato Charles Di Foucauld

1 dicembre 2016

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Gesù, mio Dio,

se credessi veramente alle tue parole,

quale rispetto e amore,

quale adorazione appassionata,

quale contemplazione profonda e infinita

davanti al Santo Sacramento!

come sarebbe lontana da me questa mediocrità,

questa indifferenza, questa sonnolenza,

questa dissipazione, questo stato d’animo

che non sa cosa dire e fare,

questa pigrizia e questa aridità spirituale

che mostro così spesso ai piedi del tuo altare!

Soccorrimi, mio Dio,

fammi vedere ciò che è,

aprimi gli occhi della fede!

Mio Salvatore, se guardassi con fede il tabernacolo,

la santa ostia, come mi immergerei nel tuo amore,

come mi ci perderei,

come mi lascerei attrarre da te

tanto da restare tutti i momenti dei miei giorni

e delle mie notti in questa ebbrezza

che è quella della verità….

Mio Dio, dammi questa fede,

una fede molto viva,

per farmi morire d’amore

ai piedi del tuo corpo divino.

in te, con te e per te. Amen

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L’albero del Carmelo

22 novembre 2016

· Ad Avignone beatificato Maria Eugenio del Bambino Gesù ·

21 novembre 2016

Dal «rigoglioso albero carmelitano della santità» dopo «Teresa di Gesù, Giovanni della Croce, Teresa di Lisieux, Elisabetta della Trinità, solo per citare alcuni» è germogliata anche la figura di Maria Eugenio del Bambino Gesù (1894-1967). Lo ha sottolineato il cardinale Angelo Amato, durante la beatificazione del fondatore dell’istituto Notre Dame de Vie, presieduta sabato 19 novembre ad Avignone, in rappresentanza di Papa Francesco.

All’omelia il prefetto della Congregazione delle cause dei santi ha ricordato che se i santi carmelitani risaltano «come maestri riconosciuti della vita in Cristo, in continuità con questa tradizione anche il beato Maria Eugenio, chiamato apostolo della preghiera, trasmette il messaggio della chiamata universale alla santità e alla intimità con Dio mediante la fede e la contemplazione». Inoltre — ha aggiunto — «egli richiama un elemento di grande attualità oggi: la vita battesimale può essere vissuta nella sua totalità e integralità da tutti i fedeli, sacerdoti, consacrati e laici».

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‘Dai il meglio di te’ – La bellissima preghiera di Santa Teresa di Calcutta

17 novembre 2016

Di seguito troverete uno dei più bei scritti di Madre Teresa di Calcutta: ‘Dai il meglio di te’. Al secolo Anjezë Gonxhe Bojaxhiu, è stata una religiosa albanese alla nascita, poi naturalizzata indiana, di fede cattolica, fondatrice della congregazione religiosa delle Missionarie della carità. E’ stata canonizzata da Papa Francesco il 4 Settembre.

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L’uomo è irragionevole, illogico, egocentrico

NON IMPORTA, AMALO

Se fai il bene, ti attribuiranno secondi fini egoistici

NON IMPORTA, FA’ IL BENE

Se realizzi i tuoi obiettivi, troverai falsi amici e veri nemici

NON IMPORTA, REALIZZALI

Il bene che fai verrà domani dimenticato

NON IMPORTA, FA’ IL BENE

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L’onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile

NON IMPORTA, SII FRANCO E ONESTO

 

Quello che per anni hai costruito può essere distrutto in un attimo

NON IMPORTA, COSTRUISCI

Se aiuti la gente, se ne risentirà

NON IMPORTA, AIUTALA

Da’ al mondo il meglio di te, e ti prenderanno a calci

NON IMPORTA, DA’ IL MEGLIO DI TE

Madre Teresa di Calcutta

‘Dai il meglio di te’ – La bellissima preghiera di Santa Teresa di Calcutta

Santa Geltrude , Perdutamente Innamorata di Cristo , di   MARIO SCUDU SDB

16 novembre 2016

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Questo mese vi presento una donna vissuta per quarant’anni, cioè quasi  tutta la vita, in un monastero medievale. Mi sono chiesto prima se ha ancora un significato oggi alle soglie del Terzo Millennio fare un simile esercizio di memoria storica o, se preferite, un po’ di “archeologia agiografica”. Certo il mondo delle quattro mura del suo monastero non era come il nostro oggi. Qualcuno aggiungerà: è una donna che ha conosciuto una realtà che non è la vera realtà, quella di tutti i giorni. Ha vissuto una vita che non è la nostra vita. Allora perdiamo tempo? Non direi.

La donna (e monaca) in questione è santa Geltrude di Helfta. Per i tedeschi è “die Heilige Gertrud die Grosse”. “Die Grosse” cioè “la Grande”: non è una donna “santa” (“heilige”) qualsiasi quindi: è l’unica donna nella storia tedesca ad essere chiamata “die Grosse”. Come titolo non c’è male. Con la sua esperienza spirituale e con i suoi scritti si è conquistata inoltre altri due titoli importanti: primo quello di “Teresa di Germania” perché sotto molti aspetti richiama la grande Teresa di Avila e, secondo, di “Teologa del Sacro Cuore” perché con la sua particolare devozione al Cuore divino del Cristo preannunciava e preparava santa Margherita Maria Alacoque che ne sarà la grande apostola. Anche l’iconografia ama rappresentare Geltrude con un cuore visibile nel petto, sul quale si può vedere il Bambino Gesù, in conformità alle parole attribuite a Gesù medesimo: “In Corde Gertrudis invenietis Me” cioè “Nel cuore di Geltrude troverete Me”.

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Dedicazione della Basilica San Giovanni in Laterano

9 novembre 2016
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Quando l’imperatore romano Costantino si convertì alla religione cristiana, verso il 312, donò al papa Milziade il palazzo del Laterano, che egli aveva fatto costruire sul Celio per sua moglie Fausta. Verso il 320, vi aggiunse una chiesa, la chiesa del Laterano, la prima, per data e per dignità, di tutte le chiese d’Occidente. Essa è ritenuta madre di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe.
Consacrata dal papa Silvestro il 9 novembre 324, col nome di basilica del Santo Salvatore, essa fu la prima chiesa in assoluto ad essere pubblicamente consacrata. Nel corso del XII secolo, per via del suo battistero, che è il più antico di Roma, fu dedicata a san Giovanni Battista; donde la sua corrente denominazione di basilica di San Giovanni in Laterano. Per più di dieci secoli, i papi ebbero la loro residenza nelle sue vicinanze e fra le sue mura si tennero duecentocinquanta concili, di cui cinque ecumenici. Semidistrutta dagli incendi, dalle guerre e dall’abbandono, venne ricostruita sotto il pontificato di Benedetto XIII e venne di nuovo consacrata nel 1726.
Basilica e cattedrale di Roma, la prima di tutte le chiese del mondo, essa è il primo segno esteriore e sensibile della vittoria della fede cristiana sul paganesimo occidentale. Durante l’era delle persecuzioni, che si estende ai primi tre secoli della storia della Chiesa, ogni manifestazione di fede si rivelava pericolosa e perciò i cristiani non potevano celebrare il loro Dio apertamente. Per tutti i cristiani reduci dalle “catacombe”, la basilica del Laterano fu il luogo dove potevano finalmente adorare e celebrare pubblicamente Cristo Salvatore. Quell’edificio di pietre, costruito per onorare il Salvatore del mondo, era il simbolo della vittoria, fino ad allora nascosta, della testimonianza dei numerosi martiri. Segno tangibile del tempio spirituale che è il cuore del cristiano, esorta a rendere gloria a colui che si è fatto carne e che, morto e risorto, vive nell’eternità.
L’anniversario della sua dedicazione, celebrato originariamente solo a Roma, si commemora da tutte le comunità di rito romano.

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Tweet del Papa

22 ottobre 2016

“Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!” – San Giovanni Paolo II, 22 ottobre 1978

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Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 – 22 ott 2016

San Giovanni Paolo II prega per me!

22 ottobre 2016

O nostro amatissimo padre Giovanni Paolo II
aiutaci ad amare la Chiesa con la stessa
gioia e intensità con cui tu l’amasti in vita.
Fortificati dall’esempio di vita cristiana
che ci hai donato guidando la Santa Chiesa
quale successore di Pietro
fa’ che possiamo anche noi rinnovare il nostro
“totus tuus” a Maria la quale amorevolmente
ci condurrà al suo diletto Figlio Gesù

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PREGHIERA DI RINGRAZIAMENTO A DIO

PER IL DONO DI GIOVANNI PAOLO II

Ti ringrazio, Dio Padre,
per il dono di Giovanni Paolo II.
Il suo “Non abbiate paura: spalancate le porte a Cristo”
ha aperto il cuore di tanti uomini e donne,
abbattendo il muro della superbia,
della stoltezza e della menzogna,
che imprigiona la dignità dell’uomo.
e, come un’aurora, il suo ministero ha fatto sorgere
sulle strade dell’umanità
il sole della Verità che rende liberi.
Ti ringrazio, o Maria,
per il tuo figlio Giovanni Paolo II.
La sua fortezza e il suo coraggio, traboccanti d’amore,
sono stati un’eco del tuo “eccomi”.
Egli, facendosi “tutto tuo”,
si è fatto tutto di Dio:
riflesso luminoso del volto misericordioso del Padre,
trasparenza viva dell’amicizia di Gesù.
Grazie, caro Santo Padre,
per la testimonianza d’innamorato di Dio che ci hai donato:
il tuo esempio ci strappa dalle strettoie delle cose umane
per elevarci alle vette della libertà di Dio.

Fr. Stefano Vita FFB

I Santi di oggi – 22 ottobre – San Giovanni Paolo II

22 ottobre 2016

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Wadowice, Cracovia, 18 maggio 1920 – Vaticano, 2 aprile 2005 (Papa dal 22/10/1978 al 02/04/2005 ). Nato a Wadovice, in Polonia, è il primo papa slavo e il primo Papa non italiano dai tempi di Adriano VI. Nel suo discorso di apertura del pontificato ha ribadito di voler portare avanti l’eredità del Concilio Vaticano II.

Il 13 maggio 1981, in Piazza San Pietro, anniversario della prima apparizione della Madonna di Fatima, fu ferito gravemente con un colpo di pistola dal turco Alì Agca.

Al centro del suo annuncio il Vangelo, senza sconti. Molto importanti sono le sue encicliche, tra le quali sono da ricordare la “Redemptor hominis”, la “Dives in misericordia”, la “Laborem exercens”, la “Veritatis splendor” e l’”Evangelium vitae”. Dialogo interreligioso ed ecumenico, difesa della pace, e della dignità dell’uomo sono impegni quotidiani del suo ministero apostolico e pastorale.

Dai suoi numerosi viaggi nei cinque continenti emerge la sua passione per il Vangelo e per la libertà dei popoli. Ovunque messaggi, liturgie imponenti, gesti indimenticabili: dall’incontro di Assisi con i leader religiosi di tutto il mondo alla preghiere al Muro del pianto di Gerusalemme. Così Karol Wojtyla traghetta l’umanità nel terzo millennio. La sua beatificazione ha luogo a Roma il 1° maggio 2011.

Era il secondo dei due figli di Karol Wojtyła e di Emilia Kaczorowska, che morì nel 1929. Suo fratello maggiore Edmund, medico, morì nel 1932 e suo padre, sottufficiale dell’esercito, nel 1941.

A nove anni ricevette la Prima Comunione e a diciotto anni il sacramento della Cresima. Terminati gli studi nella scuola superiore Marcin Wadowita di Wadowice, nel 1938 si iscrisse all’Università Jagellónica di Cracovia.

Quando le forze di occupazione naziste chiusero l’Università nel 1939, il giovane Karol lavorò (1940-1944) in una cava ed, in seguito, nella fabbrica chimica Solvay per potersi guadagnare da vivere ed evitare la deportazione in Germania.

A partire dal 1942, sentendosi chiamato al sacerdozio, frequentò i corsi di formazione del seminario maggiore clandestino di Cracovia, diretto dall’Arcivescovo di Cracovia, il Cardinale Adam Stefan Sapieha. Nel contempo, fu uno dei promotori del “Teatro Rapsodico”, anch’esso clandestino.

Dopo la guerra, continuò i suoi studi nel seminario maggiore di Cracovia, nuovamente aperto, e nella Facoltà di Teologia dell’Università Jagellónica, fino alla sua ordinazione sacerdotale a Cracovia il 1 novembre 1946. Successivamente, fu inviato dal Cardinale Sapieha a Roma, dove conseguì il dottorato in teologia (1948), con una tesi sul tema della fede nelle opere di San Giovanni della Croce. In quel periodo, durante le sue vacanze, esercitò il ministero pastorale tra gli emigranti polacchi in Francia, Belgio e Olanda.

Nel 1948 ritornò in Polonia e fu coadiutore dapprima nella parrocchia di Niegowić, vicino a Cracovia, e poi in quella di San Floriano, in città. Fu cappellano degli universitari fino al 1951, quando riprese i suoi studi filosofici e teologici. Nel 1953 presentò all’Università cattolica di Lublino una tesi sulla possibilità di fondare un’etica cristiana a partire dal sistema etico di Max Scheler. Più tardi, divenne professore di Teologia Morale ed Etica nel seminario maggiore di Cracovia e nella Facoltà di Teologia di Lublino.

Il 4 luglio 1958, il Papa Pio XII lo nominò Vescovo titolare di Ombi e Ausiliare di Cracovia. Ricevette l’ordinazione episcopale il 28 settembre 1958 nella cattedrale del Wawel (Cracovia), dalle mani dell’Arcivescovo Eugeniusz Baziak.

Il 13 gennaio 1964 fu nominato Arcivescovo di Cracovia da Paolo VI che lo creò Cardinale il 26 giugno 1967.

Partecipò al Concilio Vaticano II (1962-65) con un contributo importante nell’elaborazione della costituzione Gaudium et spes. Il Cardinale Wojtyła prese parte anche alle 5 assemblee del Sinodo dei Vescovi anteriori al suo Pontificato.

Viene eletto Papa il 16 ottobre 1978 e il 22 ottobre segue l’inizio solenne del Suo ministero di Pastore Universaledella Chiesa.

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Dall’inizio del suo Pontificato, Papa Giovanni Paolo II ha compiuto 146 visite pastorali in Italia e, come Vescovo di Roma, ha visitato 317 delle attuali 332 parrocchie romane. I viaggi apostolici nel mondo – espressione della costante sollecitudine pastorale del Successore di Pietro per tutte le Chiese – sono stati 104.

Tra i suoi documenti principali si annoverano 14 Encicliche, 15 Esorta-zioni apostoliche, 11 Costituzioni apostoliche e 45 Lettere apostoliche. A Papa Giovanni Paolo II si ascrivono anche 5 libri: “Varcare la soglia della speranza” (ottobre 1994); “Dono e mistero: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio” (novembre 1996); “Trittico romano”, meditazioni in forma di poesia (marzo 2003); “Alzatevi, andiamo!” (maggio 2004) e “Memoria e Identità” (febbraio 2005).

Papa Giovanni Paolo II ha celebrato 147 cerimonie di beatificazione – nelle quali ha proclamato 1338 beati – e 51 canonizzazioni, per un totale di 482 santi. Ha tenuto 9 concistori, in cui ha creato 231 (+ 1 in pectore) Cardinali. Ha presieduto anche 6 riunioni plenarie del Collegio Cardinalizio.

Dal 1978 ha convocato 15 assemblee del Sinodo dei Vescovi: 6 generali ordinarie (1980, 1983, 1987, 1990; 1994 e 2001), 1 assemblea generale straordinaria (1985) e 8 assemblee speciali (1980, 1991, 1994, 1995, 1997, 1998 [2] e 1999).

Nessun Papa ha incontrato tante persone come Giovanni Paolo II: alle Udienze Generali del mercoledì (oltre 1160) hanno partecipato più di 17 milioni e 600mila pellegrini, senza contare tutte le altre udienze speciali e le cerimonie religiose (più di 8 milioni di pellegrini solo nel corso del Grande Giubileo dell’anno 2000), nonché i milioni di fedeli incontrati nel corso delle visite pastorali in Italia e nel mondo; numerose anche le personalità governative ricevute in udienza: basti ricordare le 38 visite ufficiali e le altre 738 udienze o incontri con Capi di Stato, come pure le 246 udienze e incontri con Primi Ministri.

Muore a Roma, nel suo alloggio nella Città del Vaticano, alle ore 21.37 di sabato 2 aprile 2005. I solenni funerali in Piazza San Pietro e la sepoltura nelle Grotte Vaticane seguono l’8 aprile.

La festa liturgica è iscritta nel Calendario Romano generale al 22 ottobre, con il grado di memoria facoltativa.

 

 

 

 

Papa messa canonizzazione 16-10-2016

16 ottobre 2016
Pubblicato il 16 ott 2016

Saldi nella fede e con il cuore fedele

In piazza San Pietro, Papa Francesco ha celebrato la messa per la proclamazione di sette nuovi santi: uomini e donne che hanno lottato con la preghiera fino al limite ma con accanto il Signore. Esempi che invitano a non stancarci di chiedere a Dio.

Servire Cristo nei poveri

27 settembre 2016

Da alcune «Lettere e conferenze spirituali» di san Vincenzo de’ Paoli, sacerdote (Cfr. lett. 2546, ecc.; Correspondance, entretiens, documents, Paris 1922-1925, passim)

Non dobbiamo regolare il nostro atteggiamento verso i poveri da ciò che appare esternamente in essi e neppure in base alle loro qualità interiori. Dobbiamo piuttosto considerarli al lume della fede. Il Figlio di Dio ha voluto essere povero, ed essere rappresentato dai poveri. Nella sua passione non aveva quasi la figura di uomo; appariva un folle davanti ai gentili, una pietra di scandalo per i Giudei; eppure egli si qualifica l’evangelizzatore dei poveri: «Mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio» (Lc 4, 18).
Dobbiamo entrare in questi sentimenti e fare ciò che Gesù ha fatto: curare i poveri, consolarli, soccorrerli, raccomandarli. (more…)

Santi del 5 Settembre. Novena a Santa Teresa di Calcutta

5 settembre 2016

IL SANTO DEL GIORNO
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I santi del 05 Settembre 2016
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Santa TERESA DI CALCUTTA (AGNES GONXHA BOJAXIU) Vergine, Fondatrice
Skopje, Macedonia, 26 agosto 1910 – Calcutta, India, 5 settembre 1997
Agnes Gonxhe Bojaxhiu, nata nell’attuale Macedonia da una famiglia albanese, a 18 anni concretizzò il suo desiderio di diventare suora missionaria ed entrò nell…
http://www.santiebeati.it/dettaglio/90013

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Sacro Cuore di Gesù: Alla scuola di Claudio la Colombière

4 settembre 2016

Paray le Monial 15 febbraio 2004 Padre Gerard Dufour Maison La Colombiere Editore 

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Perché festeggiare oggi un religioso che è vissuto in un’epoca così lontana e differente dalla nostra? Ci si potrebbe anche domandare: perché Giovanni Paolo II ha sentito il bisogno di canonizzare, il 31 maggio 1992, 310 anni dopo la morte, colui che Pio XI aveva beatificato nel 1929, dopo 9 anni dalla canonizzazione di Margherita Maria da parte di Benedetto XV? è certamente per il fortissimo legame che univa il gesuita alla Visitandina nel compimento di una missione particolare: stabilire il culto del Cuore di Gesù per rispondere ai bisogni di un mondo inquieto e tormentato. 

 

Il ruolo di Claudio La Colombière in quest’opera divina non è sempre valutato nel suo giusto valore. Non lo si dice abbastanza: la sua breve missione a Paray le Monial, che non è durata che 18 mesi, ha evitato una catastrofe e senza di lui, Paray senza dubbio non avrebbe avuto il titolo di «Città del S. Cuore di Gesù». Ma guardiamo i fatti. 

 

Quando Claudio arriva a Paray, all’inizio del 1675, si parla molto di una religiosa che sostiene di avere avuto delle visioni di Gesù. Ciò era cominciato molto tempo prima del suo ingresso in monastero. Naturalmente la sua superiora si preoccupa: verità o immaginazione? Allora si ricorre a uomini di dottrina (è così che li designa la storia) che ascoltare le confidenze di Margherita Maria e concludono rapidamente per delle allucinazioni, con una sentenza crudele e definitiva: «bisogna far mangiare della zuppa a questa ragazza!». Ecco che la questione è regolata, non se ne parlerà più… e il messaggio del Cuore di Gesù sarà sepolto! Non esagero: negli scritti di Margherita Maria leggiamo che essa temeva di essere mandata via dal monastero! 

 

è a questo punto che interviene Claudio La Colombière al quale la Madre de Saumaise, superiora alla Visitazione, riporta il fatto. Formato, attraverso gli Esercizi Spirituali, al discernimento degli Spiriti, egli ha il cuore puro. La scienza teologica del gesuita viene a confrontarsi con l’umiltà di una giovane che ignora la via mistica, ma è immersa suo malgrado, fin dall’infanzia in questo cammino inconsueto. L’incontro e le confidenze non vengono spontanei, ma finalmente, incoraggiata da Gesù stesso che chiama Claudio suo «perfetto servitore e fedele amico», essa si decide a dire tutto. Il religioso non esita a contestare il giudizio negativo e sommario pronunciato frettolosamente su Margherita Maria dai pretesi uomini di dottrina, è conquistato dall’umiltà e dall’obbedienza della Visitandina, la sua conclusione si impone: essa dice la verità! 

 

Da quel momento, avendo rassicurato la superiora del monastero, Claudio sarà associato al messaggio del Cuore di Gesù, in particolare alla grande apparizione del giugno 1675 nella quale Gesù dirà: «Ecco il Cuore che ha tanto amato gli uomini» e chiederà l’instaurazione di una festa per onorare il suo Cuore e riparare gli oltraggi di cui è oggetto nella santa Eucaristia. Claudio non ha beneficiato di questa apparizione, ma ne ha ricevuto la confidenza il giorno seguente ed ha avuto l’idea geniale di domandarne una relazione scritta a Margherita Maria, documento che egli custodirà gelosamente e riporterà negli appunti del ritiro che farà a Londra due anni dopo. Due anni dopo la morte di Claudio, nel 1684, gli appunti del suo ritiro sono pubblicati e ottengono un successo considerevole. Se ne dà lettura nel refettorio della Visitazione e le religiose sono stupite nell’ascoltare questa dichiarazione: “Ho compreso che Dio voleva che lo servissi procurando il compimento dei suoi desideri, riguardanti la devozione che egli aveva suggerito a una persona alla quale egli si era rivelato molto confidenzialmente e per la quale egli ha voluto servirsi della mia debolezza. Essendosi dunque Dio aperto a una persona che vi è motivo di credere sia secondo il suo cuore per le grandi grazie che le ha fatto, essa me ne ha parlato e io l’ho obbligata a mettere per iscritto quello che mi aveva detto, ho poi riportato questo nel diario dei miei esercizi, affinché il buon Dio voglia, nel compimento dei suoi disegni, servirsi delle mie deboli cure». Segue il racconto della grande apparizione. Le religiose si rendono conto che si tratta di Margherita Maria. Ormai ella potrà propagare la devozione al Cuore di Gesù molto più liberamente, anche se non mancheranno le opposizioni e le difficoltà. Ma Gesù aveva promesso: «Se tu credi, vedrai la potenza del mio Cuore». 

 

Ecco i fatti, che parlano da soli. Claudio La Colombière è stato uno strumento senza il quale Paray le Monial e tutte le sue conseguenze sarebbero stati soffocati. Non è inutile sottolinearlo allo scopo di dare a questo servo di Dio il posto che merita tra i santi patroni della Diocesi di Autun Chalon e Mâcon. 

 

Ma non vorrei limitarmi semplicemente a questa retrospettiva. Si tratta di sapere quello che oggi Claudio La Colombière può portare alla Chiesa. I Santi a volte ci sono presentati come intercessori e come modelli. Occorre dunque pregare san Claudio, ma anche ispirarci al suo esempio. 

 

Una parola di Claudio mi ha sempre colpito, è una preghiera che mi sembra riassumere la sua vita, eccola: “Sacro Cuore di Gesù, insegnami l’oblio di me stesso, poiché è la sola via attraverso la quale si può entrare in te”. 

 

Essa costituirà il `filo rosso’ del nostro incontro. 

 

Questa parola si trova nell’Offerta al Sacro Cuore, un testo abbastanza lungo, ma molto bello. Non si sa quando Claudio abbia composto tale offerta: alcuni pensano immediatamente dopo la grandiosa apparizione di Gesù a Margherita Maria, nel giugno del 1675, altri la pongono al termine degli Esercizi che Claudio fece a Londra due anni più tardi. Poco importa, una cosa è sicura: questo testo è largamente ispirato dal messaggio del Cuore di Gesù a Margherita Maria e, per mezzo di essa, al mondo. Del resto l’espressione «Cuore di Gesù» ritorna nove volte in questa offerta. 

 

Ora, perché Claudio si offre così al Cuore di Gesù e non semplicemente a Gesù? Senza dubbio perché nel Cuore divino egli trova la sorgente e l’espressione più perfetta dell’amore gratuito di Dio per noi, un amore che si offre a tutti gli uomini, ma spesso non trova che rifiuto, disprezzo, indifferenza si riconoscono qui le parole della grande apparizione del Cuore di Gesù a Margherita Maria. Claudio lo dice con forza a modo suo: “Egli ama e non è per niente amato”, sofferenza dell’amico che si affligge per il discredito del suo amico e che desidererebbe ardentemente che una tale sorgente di benevolenza non restasse inutilizzata. è con ragione che la statua di Claudio lo mostra con un libro quello degli Esercizi spirituali, con la scritta ben leggibile: «Egli ama e non è amato». Gesù è venuto ad accendere il fuoco sulla terra, il fuoco dell’amore divino. Come non essere addolorati constatando quanto esso sia ignorato da tanti nostri contemporanei? 

 

Claudio, dunque, si rivolge al Cuore di Gesù per presentargli una richiesta. Che cosa gli chiede? La risposta è sorprendente: «Insegnami il perfetto oblio di me stesso». Ecco un valore che lo spirito del mondo non sembra apprezzare. Quali sono i nostri desideri più profondi? Riuscire, essere considerati, essere influenti, avere una buona salute, ricchezze, approfittare al massimo dei beni mondani, il che non è necessariamente cattivo, ma noi sappiamo a che punto tutto questo sia ambiguo e fragile. 

 

Nel Vangelo, Gesù non parla mai di oblio di se stessi, ma esprime in modo diverso questa necessità, per esempio nella prima beatitudine: “Beati i poveri in spirito”. O, ancora, quando spiega che per seguirlo bisogna rinunciare a se stessi e prendere la propria croce tutti i giorni; oppure che il regno di Dio è simile ad un tesoro nascosto e che per impossessarsene bisogna essere pronti a privarsi di tutto ciò che si ha; o ancora quando esalta il dono della povera vedova, che ha dato due monetine, tutto ciò che possedeva per vivere; o quando gli apostoli, udito il suo appello, lasciano tutto per seguirlo. Sarebbe interessante rileggere il Vangelo per ritrovarvi tutte queste specie di oblio di sé per un bene maggiore che, in definitiva, altro non è che l’Amore di Dio: essere capaci di accogliere questo amore e, in questo modo, avere un cuore libero, non è un programma di vita? 

 

In una delle sue meditazioni sulla passione Claudio si stupisce che Gesù abbia voluto tanto soffrire e chiede: “Ci si deve stupire che un cuore ingombro non possa dare spazio al tuo amore che vuole regnare da solo? Sono sicuro che quando ti offrirò il mio cuore (vuoto) non rifiuterai di riempirlo con il tuo amore, di venirci ad abitare tu stesso, di farne un paradiso terrestre e di renderlo disponibile alla carità perfetta”. 

 

Nulla di più vero: l’amore perfetto suppone il perfetto oblio di sé. 

 

Se cerchiamo delle espressioni affini a questo oblio, pensiamo: offerta, consacrazione, rinuncia, sacrificio, generosità, gratuità, compassione, abbandono, fiducia: altrettante risonanze di una risposta ad un Dio che ama e che non è amato. 

 

Claudio scrive: “Sacro Cuore di Gesù, insegnami…”. Si trova dunque nello stato d’animo di un discepolo che ricerca costantemente la verità accanto ad un maestro stimato, che trova nella vista del suo maestro un esempio da imitare. Nel Vangelo Gesù invita spesso i suoi discepoli ad ascoltare i suoi insegnamenti, una volta sola dice loro: “Imparate da me”, “imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Il Salvatore si rivolge a delle persone stanche, forse da una ricerca di ragioni di vita che non trova risposta o da una religione troppo esigente. “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo”. Il percorso cristiano è proprio il “venire a Gesù” riconoscendolo come maestro affascinante e credibile. è appunto ciò che Claudio realizza quando domanda al Salvatore: “Insegnami”. è sempre mediante la preghiera e la meditazione del Vangelo che si esprime la ricerca dell’unico Salvatore. 

 

Ora, egli che cosa ci insegna? “Seguite me perché sono mite ed umile di cuore e troverete riposo per le vostre anime”. C’è un rapporto tra l’oblio di sé di cui parla Claudio e la mitezza e l’umiltà che propone il Cristo? Certamente, dal momento che nulla è più contrario allo Spirito di Gesù della durezza e dell’orgoglio. 

 

All’inizio della sua offerta Claudio riassume ciò che ha scoperto nella contemplazione del Cuore di Gesù. Questo passaggio merita di essere citato integralmente: 

 

“Le virtù principali che si vogliono onorare nel Cuore di Gesù sono: primo, un amore molto ardente per Dio, suo Padre, unito ad un rispetto immenso e ad una umiltà sconfinata; secondo, una pazienza infinita nelle sofferenze, una contrizione ed un dolore estremi per i peccati di cui egli si è caricato; la fiducia di un figlio molto tenero, unita alla confusione di un grandissimo peccatore; terzo, una profonda compassione per le nostre miserie; uno sconfinato amore malgrado queste miserie… una costanza immutabile dovuta ad una aderenza così perfetta alla volontà di Dio che non avrebbe potuto essere offuscata da alcun evento, per quanto contrario esso avesse potuto apparire al suo zelo, alla sua umiltà, al suo amore stesso e a tutte le disposizioni d’animo in cui si trovava”. 

 

Gesù è il perfetto esempio di oblio di sé: nel suo totale amore del Padre, caratterizzato da rispetto ed umiltà, nella sua completa adesione alla Sua volontà di salvare tutti gli uomini, nella sua perfetta compassione per le nostre miserie che egli ha assunto su di sé. 

 

Questi sentimenti del Cuore di Gesù, scrive Claudio, sono sempre attuali, pensando senza dubbio al testo della lettera agli Ebrei, che ci mostra il Cristo che intercede incessantemente per noi. Oggi, nella gloria del Padre, Gesù non cessa di amare gli uomini, di diffondere su di loro le sue grazie e le sue benedizioni, di compatire tutte le loro miserie, di darsi ad essi e di accoglierli, di offrire loro asilo, dimora e paradiso sulla terra. 

 

Ora la risposta degli uomini non è all’altezza del dono di Dio: a fronte di tanta generosità, Gesù non riceve che durezza, oblio, disprezzo, ingratitudine (riconosciamo le parole della grande apparizione) e Claudio non può che constatare: 

 

“Egli ama e non è amato, e non si conosce neanche il suo amore perché non ci si degna di ricevere i doni attraverso i quali egli vorrebbe testimoniarlo, né ascoltare le tenere e segrete dichiarazioni che vorrebbe farne al nostro cuore”. 

 

è da questa tristezza del Cuore di Gesù che scaturisce l’offerta di Claudio: “A riparazione di tanti oltraggi e crudeli ingratitudini… ti offro il mio cuore, con tutte le emozioni cui è capace, mi dò interamente a te … desidero dimenticarmi di me stesso… per eliminare l’ostacolo che potrebbe impedirmi l’accesso a questo Cuore Divino che hai la bontà di aprirmi, e in cui spero di entrare per viverci e morire, insieme ai tuoi più fedeli servitori, completamente pervaso ed infiammato dal tuo amore”. 

 

Il grande desiderio di Claudio è vivere nel cuore di Gesù. L’immagine può stupirci, ma si trova tale e quale nel vangelo di San Giovanni, al cap. 15, in cui Gesù parla della vite e dei tralci e lancia questo appello: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me… Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla… Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato … Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. 

 

Si tratta dunque di una comunione assolutamente abituale e molto profonda tra il discepolo ed il suo Maestro: accoglienza senza riserve della Buona Novella, sottomissione totale ai comandamenti e soprattutto al duplice comandamento della carità verso Dio everso il prossimo, condivisione dei sentimenti del Cuore di Gesù nella sua missione di Salvatore, in conclusione identificazione del cristiano a Cristo, al punto da poter dire, come San Paolo: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me”. 

 

Ma questo suppone il “perfetto oblio di se stessi”!… 

 

Possiamo tentare di scoprire come Claudio si sia sforzato di vivere questa espropriazione. Per far questo abbiamo gli appunti dei suoi esercizi spirituali, le sue omelie, la sua corrispondenza. Uno studio esaustivo non è possibile nell’ambito di questa esposizione, ma possiamo sempre spigolare qua e là qualche `perla’, tale da incoraggiare la nostra offerta, il nostro oblio di noi stessi. Pensiamo forse che tale offerta sia soltanto delle persone consacrate? Non dobbiamo dimenticare che, attraverso il Battesimo, noi siamo consacrati al Signore, gli apparteniamo, perciò dobbiamo vivere questa appartenenza che suppone un certo oblio di sé. Dunque il messaggio di Claudio tocca tutti noi, quale che sia il nostro stato di vita. 

 

Secondo il padre MarieEugène del Bambino Gesù, fondatore dell’Istituto NotreDame de Vie, il dono di sé, per essere genuino, dev’essere senza riserve, senza condizioni e di frequente rinnovato. 

 

Quest’oblio di sé si manifesta sia nella vita personale di Claudio che nell’esercizio del suo ministero. Studieremo in successione questi due aspetti, lasciandogli spesso la parola. 

 

Anzitutto, la vita personale, spirituale, del religioso, del consacrato. 

 

Nei suoi esercizi Claudio scrive: “Dio mi ha troppo amato perché ormai io mi risparmi nei suoi confronti: il solo pensiero mi fa orrore. Potrei mai non essere interamente suo, dal momento che egli ha usato verso di me tanta misericordia? Potrò mai riservare qualcosa per me dopo tutto quello che ho ricevuto da lui? Mai il mio cuore acconsentirà a questa decisione” (R 37). 

 

Sembra che il motto della famiglia La Colombière fosse “Senza riserve”. Ma l’amore vero può accontentarsi di mezze misure? Il comandamento più grande non chiede di amare il Signore con TUTTO il nostro cuore, TUTTA la nostra anima e TUTTE le nostre forze? Si può pretendere di amare se si riserva qualche cosa per sé? 

 

Le stesse disposizioni d’animo si trovano nelle note di Claudio riguardanti la contemplazione “per giungere all’amore”, che conclude gli Esercizi Spirituali: “Nella meditazione dell’amore di Dio sono stato molto colpito, considerando i beni che ho ricevuto da lui dal mio primo momento di vita fino ad ora. Che bontà! Che cura! Che provvidenza e per il corpo e per l’anima! Che pazienza! Che dolcezza! Certamente non ho avuto difficoltà nel darmi tutto a lui o, almeno, di desiderare con tutto il cuore di appartenergli, poiché non oso ancora illudermi di aver compiuto il sacrificio… La verità è che mi giudicherei il più ingrato, il più infelice degli uomini se mi riservassi qualcosa per me. Mi rendo conto che devo assolutamente appartenergli e non potrei mai acconsentire ad alcuna divisione del mio cuore” (R 71). 

 

In una delle sue lettere Claudio affermerà ancora: “Dobbiamo abituarci a fare a meno di tutto tranne che di Lui” (L 147). 

 

Il primo ambito in cui si è chiamati a vivere l’oblio di sé è la preghiera. Accade che nella vita di preghiera, soprattutto agli inizi, si provino delle consolazioni sensibili, degli slanci di generosità, delle illuminazioni su qualche passaggio del Vangelo, la sensazione della presenza di Dio. Il Signore permette questo all’inizio della vita spirituale, ma ben presto viene il momento in cui occorre perseverare anche senza il minimo fervore sensibile, perché grande è il pericolo di ricercare le consolazioni, il che ha per effetto di ricercare se stessi, di desiderare i doni di Dio piuttosto che lui. In questi suoi appunti Claudio scrive: “Ritengo che di tutte le esperienze dello spirito nella preghiera, quella dell’aridità e della desolazione sia la più adatta per acquisire dei meriti. Un’anima che cerca soltanto Dio sopporta senza difficoltà questo stato e si eleva facilmente al di sopra di tutto quello che passa nell’immaginazione e nella parte inferiore dell’anima, ove sono la maggior parte delle consolazioni. Essa non si stanca di amare Dio, di umiliarsi, di accettare questa situazione, anche per sempre. Niente è tanto sospetto quanto queste dolcezze e niente di più pericoloso di esse; ci si attacca ad esse, qualche volta, e spesso, dopo che sono passate, non si prova più fervore per il bene, al contrario. Ma è per me una forte consolazione pensare di avere un cuore libero e che soltanto attraverso questo cuore posso meritare o demeritare” (R 12). 

 

Claudio tocca qui un punto capitale della vita spirituale: sapere cioè che quello che importa non è ciò che proviamo ma ciò che noi vogliamo nel più intimo di noi stessi, quello che noi decidiamo liberamente anche senza provare nulla. 

 

Nello stesso ambito della preghiera portiamo in noi il desiderio insoddisfatto di una preghiera tranquilla e senza intralci, il che è certamente un’illusione. In questa prospettiva Claudio affronta il problema delle distrazioni, di cui noi ci affliggiamo così volentieri. Certo, non si tratta di abbandonarvisi volontariamente per evitare la noia di una preghiera arida, ma quando esse si presentano nostro malgrado non bisogna colpevolizzarsi. Così Claudio consiglia: 

 

“E’, la grande illusione e quanto è comune di immaginarsi di avere poche o molte virtù, a seconda che si abbiano molte o poche distrazioni nella preghiera. Ho conosciuto delle religiose che erano giunte ad un grado elevato di contemplazione e che erano spesso distratte dall’inizio della preghiera sino alla fine. La maggior parte di queste persone che provano così gran pena per questi smarrimenti di spirito sono delle anime piene di amor proprio, che non possono sopportare la confusione che questo provoca loro davanti a Dio e davanti agli uomini” (L 74). 

 

Dimenticarsi di se stessi significa accettare la preghiera che lo Spirito ci dà… 

 

Claudio evoca appunto l’amor proprio (la parola che egli usa è «lâché») che è l’esatto contrario dell’oblio di sé. All’inizio è un movimento naturale, legato all’istinto di conservazione, ma se non è temperato da un amore che si dona, diventa rapidamente egocentrismo ed orgoglio. Questa tendenza minaccia particolarmente le persone più dotate. Ora noi sappiamo che Claudio la Colombière era uno spirito particolarmente brillante, che aveva esercitato dei ministeri che l’avevano messo molto in vista. Ma era ben consapevole di questa tendenza contro la quale la sua corrispondenza ne fa fede egli lotterà tutta la vita. 

 

Per questo Claudio predilige l’ubbidienza, rinuncia alla propria volontà. è noto che nel corso degli Esercizi egli fa un voto di obbedienza più esteso del voto di religione, che non si applica se non quando il superiore ordina “in nome della santa ubbidienza”, il che è comunque molto raro. La sua promessa riguarda le Costituzioni e le diverse regole della Compagnia, che non sono in realtà altro che consigli. Più tardi confesserà a delle religiose orsoline che quest’oblio di se stesso nell’ubbidienza è stato una liberazione: “Riconosco che la perseveranza nella pratica dell’ubbidienza ha costituito tutta la felicità della mia vita, che devo ad essa tutte le grazie ricevute da Dio e che preferirei rinunciare ad ogni sorta di mortificazioni, di preghiere, di opere buone, piuttosto che allontanarmi di una sola virgola non dico dai comandamenti, ma anche dalla volontà di coloro che mi governano, purché possa intravvedere questa volontà. Oh mio Dio! Come si può avere un solo momento di riposo quando si fa la propria volontà?”. 

 

Nei suoi appunti degli esercizi spirituali, contemplando Gesù morente sulla Croce, Claudio chiedeva la morte di quello che San Paolo chiama “l’uomo vecchio”, cioè l’uomo peccatore, centrato su se stesso (R 64): “Considerando Gesù Cristo morente sulla Croce, mi sono reso conto che l’uomo vecchio vive tuttora in me e che se Dio non mi sostiene con una grande grazia mi ritroverei, dopo trenta giorni di esercizi e di meditazione, debole quanto all’inizio. Occorre che Dio faccia un grosso miracolo per farmi completamente morire a me stesso”.  

 

Nella stessa prospettiva, Claudio, in una delle sue lettere (49), parla dei tanti legami che gli impediscono di essere totalmente del Signore e la cui liberazione sarà innanzitutto opera di Dio stesso: “Da quando sono malato non ho appreso altro che questo: noi imprigioniamo noi stessi con piccoli, impercettibili legami; ho compreso pure che, se Dio non vi mette mano, noi non li spezziamo, anzi, neppure li riconosciamo; e poi ho capito che la nostra santificazione è soltanto opera sua; che non è cosa da poco desiderare sinceramente che Dio faccia tutto ciò che è necessario a questo scopo; poiché noi non abbiamo né abbastanza luce né abbastanza forza da riuscirci”. 

 

Nota pure nei suoi esercizi: “Ho deciso di essere tra quelli che vogliono guarire a qualunque prezzo. E dal momento che ho riconosciuto che la mia passione dominante è la vanagloria, ho fatto il fermo proposito di non tralasciare alcuna di tutte le umiliazioni che posso procurarmi… Dio ci richiede questo per amicizia; noi ci applichiamo in quest’esercizio come un buon amico, in ogni occasione, cerca di far piacere al suo amico” (R 36). 

 

Ma chi è questo amico? Claudio risponde che ce n’è uno solo: Gesù, il vero amico. Per condividere in pieno questa amicizia Claudio si sente chiamato a rinunciare a tutte le altre amicizie terrene tra le quali troverebbe conforto, il che non avviene senza lacerazioni: 

 

“I miei amici mi amano, io li amo; tu lo vedi e lo sento, Dio mio! Tu solo bene, tu solo amabile! Devo sacrificarteli dal momento che mi vuoi tutto per te? Farò questo sacrificio, che mi costerà più caro del primo, quello che ho fatto lasciando mio padre e mia madre. Lo faccio, quindi, questo sacrificio, e di buon grado, dal momento che mi impedisci di condividere la mia amicizia con una creatura… Ma in cambio, mio Divino Salvatore, sii loro amico. Come tu vuoi prendere in me il loro posto, prendi tu tra loro il posto mio; te li ricorderò tutti i giorni nelle mie preghiere”. (JS 117) 

 

E bisognerebbe citare anche la magnifica preghiera che conclude una delle sue riflessioni cristiane (39): “Gesù, sei il solo e vero amico…”. 

 

Questa lotta contro l’amor proprio durerà tutta la vita. In una lettera a Margherita Maria, ormai indebolito a causa della malattia, Claudio constata: “Non riesco a giungere a quest’oblio di me stesso che mi farebbe penetrare nel Cuore di Gesù Cristo, dal quale, perciò, sono ben lontano. Vedo bene che, se Dio non ha pietà di me, morjrò essendo ancora molto imperfetto. Sarebbe per me una grande dolcezza se potessi infine, dopo tanto tempo trascorso nella vita religiosa, scoprire attraverso quale mezzo potrei raggiungere un completo oblio di me stesso. Domandate per me al nostro buon Maestro che io non faccia nulla contro la sua volontà e che per tutto il resto disponga a suo piacere. Ringraziatelo, per favore, della condizione in cui mi ha posto. La malattia era per me una cosa assolutamente necessaria; senza di essa non so che cosa sarei diventato; sono convinto che sia una delle più grandi misericordie che egli abbia esercitato su di me” (L 50). 

 

Ritorneremo su questa purificazione del desiderio attraverso la malattia. Una parola ancora sui sensi di colpa che esprimono una certa ricerca di sé e che possono portare ad una mancanza di speranza. All’inizio degli Esercizi spirituali è normale fare un esame di coscienza, specialmente attraverso la meditazione sulla morte: bisogna avere paura o fiducia? Claudio risponde (R 9): “Riflettendo su ciò che fa paura della morte, sui peccati passati e i castighi futuri, si è presentata una risposta al mio spirito, che ho accettato di tutto cuore e con una grande consolazione. Ed è stata che, all’ultimo istante, di tutti peccati che mi si presenteranno ne farò un fagotto che getterò ai piedi del nostro Salvatore, perché sia consumato dal fuoco della sua misericordia; più il loro numero sarà grande, più mi sembreranno enormi, tanto più volentieri glieli offrirò da consumare, perché quello che gli chiederò sarà altrettanto degno di essa” (cioè della sua misericordia). 

 

Ad una religiosa troppo portata all’introspezione dà un consiglio analogo (L 90): ‘Temo che abbiate lo sguardo un po’ troppo appuntato su di voi. Mi sembra che sarebbe bene dimenticarsi di se stessi, talvolta, e di preoccuparsi delle proprie miserie soltanto in quanto esse ci fanno conoscere l’immensa misericordia di Dio verso di noi. Inoltre credo che non bisognerebbe molto stupirsi di trovarsi tanto miserabili. Che altro potremmo aspettarci da noi stessi? Ma bisogna ammirare con soddisfazione ed amare la bontà di Dio, che vi ama così come siete e che vuole fare di voi un trofeo a gloria della sua misericordia infinita”. 

 

Va da sé che tali consigli non si rivolgono a cuori induriti, ma a delle persone che, nella loro ricerca di Dio, rischiano di chiudersi in se stesse, alla ricerca di una santità che sarebbe opera loro, non del Signore. Dimenticarsi di se stessi è accettare che la nostra giustizia ci venga data, che essa sia grazia e non retribuzione dei nostri meriti. 

 

Ecco qualche approccio all’oblio di sé nella vita personale e spirituale. Ora vediamo come Claudio esamina l’oblio di sé nell’esercizio del ministero, perché questo è un ambito in cui l’amor proprio può facilmente insinuarsi. 

 

Nei suoi esercizi prima della professione, egli annota: “Credo che ciò che mi raffredda sia il timore che ho, nelle circostanze in cui questo zelo si manifesta, di cercare me stesso. Infatti non c’è nessuno nel quale la natura non cerchi di raggiungere il suo scopo, soprattutto quando ci si riesce, come ci si deve augurare per la gloria di Dio. è necessaria una grande grazia e una grande forza per resistere al fascino che si prova a cambiare i cuori ed alla fiducia che nutrono in voi le persone avvicinate” (R 4). 

 

Claudio scriverà ancora, poco dopo: “Per fare molto per Dio bisogna appartenergli completamente: per poco che vi tiriate indietro, diventerete poco adatti a fare grandi cose per il prossimo”. 

 

Essere tutto di Dio vuol dire non cercare che la volontà di Dio, quindi rinunciare alla propria volontà. Per questo un cambiamento di responsabilità costituisce uno sradicamento spesso penoso, ma salutare. Nel suo diario spirituale Claudio annota: “Un mezzo eccellente per distaccare il proprio cuore da tutto è cambiare spesso luogo e mansioni; ci si attacca insensibilmente e ci si radica, il che provoca afflizione al momento della separazione. è quasi una morte uscire da un luogo dove si è conosciuti e dove si ha qualche amico. Quello che mi farà sempre sopportare questa separazione senza smarrimento è il pensiero che Dio mi accompagnerà ovunque e che troverò il medesimo Signore ovunque debba recarmi… è lo stesso Dio che prego qui, che mi conosce, che mi ama e che unicamente voglio amare” (JS 118). 

 

Stesso ragionamento per quanto riguarda le persone affidate al ministero dell’apostolo. Potrebbe ricercare se stesso nella frequentazione di persone ricche, istruite, virtuose. Scrive: “Ringrazio Dio di non aver trovato in me alcuna ripugnanza ad occuparmi dell’istruzione dei bambini e dei poveri; mi sembra, al contrario, che affronterò questi ruoli con piacere; non sono esposti alla vanità e sono, in genere, più fruttuosi. Dopo tutto, l’anima di un povero è tanta cara a Gesù Cristo quanto quella di un re e poco importa chi sia a riempire il paradiso. Tra i segni che Gesù Cristo dà della sua missione, questo è uno dei principali: i poveri sono evangelizzati” (R 44). 

 

Parimenti, nei suoi esercizi a Londra Claudio constata: “Non provo più tanta passione per la vanagloria. è un miracolo che soltanto Dio poteva fare in me. I ruoli prestigiosi non mi toccano più come un tempo. Mi sembra di non cercar altro che le anime e quelle dei luoghi piccoli e dei villaggi mi sono ugualmente care delle altre”. 

 

Altro oggetto di oblio di sé nel ministero: sapere che l’opera da realizzare non è nostra, ma del Signore, nelle cui mani noi non siamo altro che degli strumenti. Claudio scrive: “Non essere altro che lo strumento quando si è l’operaio, questo facilita l’esecuzione dei compiti e serve all’umiltà… Che illusione pensare di servire Dio e il prossimo in modo maggiore o diverso da quello che a lui è gradito!” (R 30). Annota ancora, poco dopo: “Quando si capisce che cosa significhi salvare un’anima e che cosa siamo noi, ci si persuade ben presto che non è in nostro potere. Che follia pensare che con qualche parola detta di sfuggita si possa fare quello che tanto è costato a Gesù Cristo! Voi parlate ed un’anima si converte; è come il gioco delle marionette: il servo ordina alla bambola di ballare ed il maestro la scuote mediante una molla. Non è questione di ciò che si dice, quanto piuttosto dei buoni sentimenti per mezzo della quale Dio opera qualcosa di straordinario in un’anima!” (R 51). 

 

La meditazione sulla scelta degli apostoli contiene la medesima verità (R 35): “Gesù sceglie come apostoli della povera gente, della gente analfabeta e, giudicando da un punto di vista meramente umano, molto poco adatta al suo progetto. Non che si debba essere di natali oscuri e ignoranti per lavorare alla salvezza delle anime; ma per far capire a tutti quelli che vi sono chiamati quanto i loro talenti, naturali o acquisiti, sono poco necessari e che non sono essi il motivo del successo che possono avere nel loro utilizzo”. 

 

Questa certezza di non essere che servitori è anche motivo di conforto: l’oblio di sé consiste nell’affidarsi alla Provvidenza, alla grazia di Dio. Claudio scrive, mentre si trova in Inghilterra, nel bel mezzo di molte difficoltà: “Cerco di abbandonarmi alla Provvidenza perché mi sembra che, oltre che alla pace dell’anima e alla dolcezza della vita, in tale abbandono si trovi ogni cosa. Senza questo aiuto non saprei vivere il ruolo che rivesto; perché la cura delle anime produce mille inquietudini, a causa della resistenza che esse oppongono alla grazia o dell’incostanza dello spirito umano, su cui non si può fare affidamento. Occorre necessariamente affidare il successo a Colui che può rendere efficaci le nostre fatiche”. 

 

Il che comporta la necessità della preghiera: questo è un altro aspetto dell’oblio di sé nell’offerta del proprio tempo e nel riconoscimento di essere uno strumento. Nel suo diario spirituale Claudio racconta la sua esperienza: “La predicazione è inutile senza la grazia; e la grazia non si ottiene se non con la preghiera… Se ci sono poche conversioni tra i cristiani è perché ci sono poche persone che pregano, benché ve ne siano molte che predicano. Quanto queste preghiere sono gradite a Dio! è come quando si prega una madre di perdonare suo figlio!” (JS 89). 

 

Tuttavia Claudio riconosce che non sempre vi è il piacere della preghiera, ancora un motivo di oblio di sé. In fondo, egli conserva in sé il desiderio di una vita del tutto contemplativa ed è tentato di invidiare la sorella, visitandina a Condrieu. Ma anche in quel caso l’oblio di sé lo porta ad accettare la volontà di Dio: “Quanto invidierei il tuo ritiro, se non fossi ben persuaso che non esiste al mondo alcun bene più grande del fare la volontà di Colui che ci governa, ma è proprio questa la difficoltà di essere eternamente in mezzo agli uomini e non cercarvi che Dio; d’avere sempre più cose da fare di quante se ne possano fare, senza nondimeno perdere questo riposo dello spirito, al di fuori del quale non si può possedere Dio; d’avere a stento qualche istante per rientrare in se stessi e raccogliersi in preghiera, e non essere pur tuttavia mai fuori di se stessi. Tutto questo è possibile; ma ammetti che non è molto facile. Sono dove Dio vuole che sia, faccio ciò che Dio vuole che faccia: non conosco altra felicità nella vita, si può essere santi ovunque, quando lo si vuole veramente” (L 3). 

 

Giustamente, la santità non è estranea alla missione dell’apostolo. Ma essa suppone notevoli sacrifici. Leggiamo ancora qualche riga del diario spirituale (113): “Che meraviglia, Dio tanto amabile, se un giorno volessi servirti della mia debolezza per allontanare dei miserabili dalle porte della morte! Se basta volerlo, lo voglio con tutto il cuore. E vero che bisogna essere santi per fare dei santi, e i miei considerevoli difetti mi fanno capire quanto sia lontano dalla santità. Ma fammi santo, mio Dio, e non risparmiami pur di rendermi buono; perché voglio diventarlo, costi quel che costi”. 

 

La santità è opera di largo respiro. Abbiamo la tendenza a volere tutto e subito, a bruciare le tappe. Ora è lungo tutta la nostra vita che Dio ci modella all’immagine di suo Figlio. Bisogna dunque dar prova di pazienza e di perseveranza. è un itinerario che Claudio descrive lungamente, ma con molta immaginazione: la marcia verso la santità (R 17): “C’è una lunga strada da percorrere per giungere alla santità e ad ogni passo che si fa si pensa di essere progrediti assai di più di quanto non sia; ma ben presto si constata che non è nulla, e che non si è ancora iniziato. Un uomo che lascia il mondo guarda questa decisione come qualcosa dopo la quale non gli resta più nulla da fare. Ma si ritrova nella vita (religiosa) conservando tutte le sue passioni, e che ha semplicemente cambiato di posto e che è mondano pur essendo fuori dal mondo, si rende conto di essere ben lontano dal suo obiettivo. Si presenta allora un altro passo da fare, il distaccarsi da tutto quanto non si è ancora distaccato nel suo stato, di ritirarsi dal mondo fin nell’intimo del suo cuore e di non provare amore per alcuna cosa creata. Diventare religioso è ben altro che lasciare il mondo. Quando ciò è fatto, vi è ancora un passo da fare, che è distaccarsi da se stessi, non cercare che Dio in Dio stesso, non solamente di non cercare nella santità alcun interesse personale il che sarebbe una grossolana imperfezione ma di non cercarvi neanche i nostri interessi spirituali, di non cercarvi che il puro interesse di Dio. Per giungere a questo punto, mio Dio, bisogna che lavori alacremente tu stesso”. 

 

Quest’azione purificatrice di Dio può concretizzarsi nella malattia, scuola di distacco da sé se viene accolta con generosità. Essa permette di scoprire i piccoli vincoli che ci rinviano a noi stessi e ci impediscono di essere interamente di Dio. Claudio ne dà testimonianza ad una religiosa (L 49 è un testo che abbiamo già letto, ma che merita di essere ripreso): “Per quanto riguarda i consigli che mi chiede, le dirò che da quando sono malato non ho appreso altro che questo: noi imprigioniamo noi stessi con piccoli, impercettibili legami; ho compreso pure che, se Dio non vi mette mano, noi non li spezziamo, anzi, neppure li riconosciamo; e poi ho capito che la nostra santificazione è soltanto opera sua; che non è cosa da poco desiderare sinceramente che Dio faccia tutto ciò che è necessario a questo scopo; perché da parte nostra noi non abbiamo né sufficiente luce né sufficiente forza per riuscirci”. 

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Piazza San Pietro, canonizzazione Madre Teresa di Calcutta, 04-09-2016

4 settembre 2016

 

Pubblicato il 04 set 2016

Madre Teresa, santa degli ultimi e dei volontari

Papa Francesco ha proclamato santa la piccola religiosa albanese che ha difeso ogni vita e denunciato ai potenti “i crimini della povertà da loro creata”,  e l’ha consegnata ai volontari come modello di santità.