Pensiero Notturno: LETTERA A MARIA

26 giugno 2017 by

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Cara mamma Celeste,

Quando recito il rosario la mattina davanti alla tua immagine, con Don Mario lì vicino a te.

Vedo che mi sorridi, e nel mio cuore mi dici  di avere fede, mi inviti a stare sotto la croce di tuo figlio Gesù, con la speranza della risurrezione,mi dici che tutto andrà bene, nonostante gli eventi mondani mi dicono il contrario.

Mi inviti a stare sotto la croce delle sofferenze umane e mi sorridi, continui a dirmi di avere fede di essere stabile e immobile sotto la croce, simbolo della salvezza umana, mi consoli nelle mie incertezze e difficoltà, non smetti mai di dirmi “abbi fede, figlia mia! Io sono con te”.

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Liturgia del giorno: Audio salmo (84) 85

26 giugno 2017 by

Lunedì, 26 _ Giugno _ 2017


 

Beato il popolo che Dio ha scelto come sua eredità.

[1] Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.

[2] Lodate il Signore con la cetra,
con l’arpa a dieci corde a lui cantate.

[3] Cantate al Signore un canto nuovo,
con arte suonate la cetra e acclamate,

[4] perché retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.

[5] Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.

[6] Dalla parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.

[7] Come in un otre raccoglie le acque del mare,
chiude in riserve gli abissi.

[8] Tema il Signore tutta la terra,
tremino davanti a lui gli abitanti del mondo,

[9] perché egli parlò e tutto fu creato,
comandò e tutto fu compiuto.

[10] Il Signore annulla i disegni delle nazioni,
rende vani i progetti dei popoli.

[11] Ma il disegno del Signore sussiste per sempre,
i progetti del suo cuore per tutte le generazioni.

[12] Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità.

[13] Il Signore guarda dal cielo:
egli vede tutti gli uomini;

[14] dal trono dove siede
scruta tutti gli abitanti della terra,

[15] lui, che di ognuno ha plasmato il cuore
e ne comprende tutte le opere.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo odierno:

 

Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?

(Mt 7,1-5)


 

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Il silenzio

L’uomo vive nel rumore
Nella civiltà delle parole;
non sa più cosa è il silenzio.

La vita nasce nel silenzio.
L’uomo muore nel silenzio,
Dio s’incontra nel silenzio.

Il silenzio è indispensabile
per la vita dell’uomo;
Esso ti stimola a pensare,
ti serve per non sbagliare,
ti dispone ad ascoltare,
ti aiuta a pregare.

Come celebrare Maria: Perchè celebrare Maria, di Ermanno M. Toniolo

26 giugno 2017 by

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Prima di parlare e vedere come si debba celebrare Maria è doveroso accennare al perché si celebra Maria: il fine che si intende conseguire precede ed accompagna la scelta dei mezzi. Il fine, insegna la filosofia, è la prima cosa che si ha in mente, l’ultima che si raggiunge.
Perché celebrare Maria? Potremmo rispondere, compendiando tutto in una sola frase: «Perché Dio lo vuole». Se infatti l’uomo, come insegna il nostro attuale Pontefice, è la strada della Chiesa, Maria-potremmo dire noi-è la strada di Dio, del suo eterno disegno ancora in atto fino alla fine dei tempi: è il nodo di tutte le strade che vengono da Dio e portano a Diodi Ermanno M. Toniolo. Ciò vale tanto per la professione di fede, quanto per l’espressione del culto. Insegna il Concilio: «Ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini non nasce da una necessità obbiettiva, ma dal beneplacito di Dio e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo» (LG 60). E altrove afferma: «Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione, con la quale è senza macchia e senza ruga, i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù a tutta la comunità degli eletti. La Chiesa, pensando a lei con pietà e contemplandola alla luce del Verbo fatto uomo, con venerazione penetra più profondamente nel mistero supremo dell’Incarnazione e si va ognor più con formando col suo Sposo. Maria infatti, la quale, per la sua intima partecipazione alla storia della salvezza, riunisce in qualche modo e riverbera in sé i massimi dati della lede, mentre viene predicata e onorata, chiama i credenti al Figlio suo, al suo sacrificio e all’amore del Padre» (LG 65).
Qui abbiamo, in breve, gli eleinenti costitutivi che riguardano la figura di Maria, la sua funzione e il culto che la Chiesa le rende.
1. Dio l’ha voluta per sé e per noi, l’ha data a se stesso e l’ha data a noi, afferma Paolo VI nella Marialis Cultus, sulla linea del Concilio (MC 56). I1 posto che Maria ha nella fede e nel culto non è invenzione della Chiesa: è scoperta lenta e stupenda del progetto del Padre su di lei e su di noi. E’ opera dello Spirito Santo, che guida la Chiesa verso la pienezza della verità e della vita. Per questo, il più delle volte, il sensus Ecclesiae, il sensus fidelium, occupano, nella dottrina e nel culto, il primo posto storico: ne sono come la prima radice, che germinerà poi in definizione precisa di fede e in più attenta e completa espressione di culto, nella Liturgia.
2. Maria, per esprimerci con parole diventate ormai comuni tra cattolici ed anche tra alcuni protestanti, come i Fratelli di Taizé, è l’elemento rivelatore della vera dottrina:’ «Compendia e riverbera-dice il Concilio-i massimi dati della fede» (LG 65). Rivela infatti Dio: il suo amore misericordioso, il suo piano storico-escatologico di salvezza. Rivela Cristo nel suo essere, nel suo agire, nel suo sovrabbondante influsso di grazia sulla Chiesa e sull’umanità: Maria è immersa, per così dire, nel mistero di Cristo, da cui attinge la sua pienezza, di cui esprime le componenti più alte e la forza operante. Rivela l’uomo nel suo stato di natura e nella sua vocazione di grazia, nel suo posto voluto dal Padre di partecipe della salvezza vniversale e di costruttore pacifico e solerte della città terrena, di discepolo fedele di Cristo (MC 37). Rivela la Chiesa: ciò che è, ciò che sarà; ciò che deve fare e come lo deve compiere: Maria non è solo la realizzazione della Chiesa, che in lei ha raggiunto la perfezione ontologica ed escatologica: ne è lo specchio vivente, l’immagine conduttrice, il segno certo della speranza.

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Omelia di Papa Francesco del 23.6.2017 – Per ascoltare la voce del Signore, bisogna farsi piccoli

26 giugno 2017 by

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Nella tenda di Abramo

Lunedì, 26 giugno 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Dovremmo avere tutti il dna di Abramo, padre nella fede, e vivere con lo stile cristiano dello «spogliamento», sempre «in cammino» senza mai cercare la comodità ma con la capacità di «bene dire». Sicuri che non servono oroscopi o negromanti per conoscere il futuro, perché basta fidarsi della «promessa di Dio». Ecco le coordinate «semplici» della vista cristiana che Papa Francesco ha riproposto nella messa celebrata lunedì 26 giugno a Santa Marta.

La prima lettura, ha fatto subito notare il Papa riferendosi al passo tratto dal libro della Genesi (12, 1-9), «ci parla dell’inizio della nostra famiglia, dell’inizio di noi cristiani come popolo». E «incominciò così, con Abramo — ha spiegato — e per questo noi diciamo che Abramo è nostro padre». Ma proprio «il modo come è stato chiamato Abramo segna anche lo stile della vita cristiana, lo stile». Abramo, infatti, risponde alla domanda su «come dobbiamo essere cristiani: se tu vuoi, facilmente vai lì, leggi questo e avrai lo stile». Uno stile che certo si trova «anche nei Vangeli». Ma proprio «come nel seme c’è la adn [l’acido deossiribonucleico, il dna] del frutto che verrà dopo, così in Abramo c’è lo stile della vita cristiana, lo stile di noi come popolo».

E «una prima dimensione di questo stile è lo spogliamento» ha fatto presente Francesco. «La prima parola» che il Signore dice ad Abramo è: «Vattene». Dunque, «essere cristiano porta sempre questa dimensione di spogliamento che trova la sua pienezza nello spogliamento di Gesù nella croce». Per questo «c’è sempre un “vattene”, “lascia”, per dare il primo passo: “Lascia e vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre”» è il comando del Signore per Abramo.

Ma «se facciamo un po’ di memoria — ha proseguito il Papa — vedremo che nei Vangeli la vocazione dei discepoli è un “vattene”, “lascia” e “vieni”». Così è «anche nei profeti, pensiamo a Eliseo, lavorando la terra: “Lascia e vieni” —“Ma almeno permettimi di salutare i genitori” — “Ma va e torna”». È sempre lo stile del «lascia e vieni».

«Un cristiano deve avere questa capacità di essere spogliato» ha insistito il Pontefice. «Al contrario, non ci sono cristiani autentici» e certo «non lo sono quelli che non si lasciano, diciamo, spogliare e crocifiggere con Gesù in croce», come per esempio ha fatto san Paolo. E «Abramo, dice la lettera agli Ebrei, “per fede obbedì” partendo per una terra che doveva ricevere in eredità e partì senza sapere dove andava». Del resto, ha affermato il Papa, «il cristiano non ha oroscopo per vedere il futuro; non va dalla negromante con la sfera di cristallo» perché «vuole che gli legga la mano: no, non sa dove va, va guidato».

«Lo spogliamento», dunque, «è come una prima dimensione della nostra vita cristiana». E questo «perché? Per una ascesi ferma? No, per andare verso una promessa». Ed ecco, allora, «la seconda» dimensione indicata da Francesco: «Noi siamo uomini e donne che camminiamo verso una promessa, verso un incontro, verso qualcosa — una terra, dice ad Abramo — che dobbiamo ricevere in eredità».

«A me piace vedere — ha confidato il Pontefice — come si ripete in questo passo, e in quelli di questo capitolo che seguono, che Abramo non edifica una casa: pianta una tenda, perché sa che è in cammino e si fida di Dio, si fida». E «lui, il Signore, gli farà sapere quale sarà la terra. Abbiamo letto che l’ha fatta vedere: “Alla tua discendenza, io darò questa terra”». Da parte sua, «Abramo cosa edifica, una casa? No, un altare per adorare il Signore: fa il sacrificio e poi prende la tenda e continua a camminare».

È perciò «sempre in cammino». Un atteggiamento che ci ricorda che «il cristiano fermo non è vero cristiano: il cammino incomincia tutti i giorni al mattino, il cammino di affidarsi al Signore, il cammino aperto alle sorprese del Signore, tante volte non buone, tante volte brutte — pensiamo a una malattia, a una morte — ma aperto, perché io so che tu mi porterai a un posto sicuro, a una terra che tu hai preparato per me». Ecco allora, ha proseguito il Papa, «l’uomo in cammino, l’uomo che vive in una tenda, una tenda spirituale: l’anima nostra, quando si sistema troppo, si installa troppo, perde questa dimensione di andare verso la promessa e invece di camminare verso la promessa, porta la promessa e possiede la promessa». Ma «questo non va, non è propriamente cristiano».

«Un’altra caratteristica, un’altra dimensione della vita cristiana che vediamo qui, in questo seme dell’inizio della nostra famiglia, è la benedizione» ha spiegato Francesco. «Per cinque volte — ha fatto notare — va detta la parola “benedizione”, cinque volte in questo piccolo pezzo di nove versetti» tratto dalla Genesi. Perché «il cristiano è un uomo, una donna che “benedice”, cioè dice bene di Dio e dice bene degli altri, e che si fa benedire da Dio e dagli altri per il modo come va avanti».

Riepilogando, ha affermato il Papa, «questo è uno schema, diciamo così, della nostra vita cristiana: lo spogliamento, la promessa e la benedizione, sia quella che Dio ci dà sia quella che noi diamo agli altri». Perché, ha avvertito, «tutti, anche voi laici, dovete benedire gli altri, dire bene degli altri e dire bene a Dio degli altri. E questo è “benedire”». Ma «noi siamo abituati — ha messo in guardia Francesco — a non dire bene tante volte e la lingua si muove un po’ come vuole, no?».

Per questa ragione, ha aggiunto, «mi piace il comandamento che Dio dà al nostro padre Abramo, come sintesi della vita, come deve essere lui: “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”». Dunque, ha spiegato, «“cammina nella mia presenza”, cioè davanti a me, lasciandoti spogliare da me e prendendo le promesse che io ti faccio, fidandoti di me, “e sii irreprensibile”». In fondo, ha commentato Francesco, «la vita cristiana è così semplice». E ha suggerito di non dimenticare lo stile dello «spogliamento, la promessa con il fidarsi di Dio e la tenda — senza sistemarsi e installarsi troppo — e la benedizione».

Vangelo (Mt 7,6.12-14) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 27 Giugno 2017) con commento comunitario

26 giugno 2017 by

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 7,6.12-14)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».

Questo è il Vangelo del 27 Giugno, quello del 26 Giugno lo potete trovare qualche post più sotto.

IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

26 giugno 2017 by

Parte prima

IL SACERDOTE, CREAZIONE DELL’AMORE INFINITO

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CAPITOLO IV

Gesù consola

Il dolore non è stato affatto creato per l’uomo; doveva essere l’eredità soltanto degli angeli ribelli e decaduti che, separandosi dall’Amore eterno con un atto libero e abusivo della loro volontà, si erano votati per sempre a un odio eterno.

Dopo il peccato dell’uomo, quando il progetto divino, realizzato dall’Amore Infinito per la felicità della sua creatura prediletta, fu sconvolto e distrutto, il dolore, infrangendo le sue dighe, si precipitò sull’umanità come un torrente in piena.

L’uomo cominciò allora a soffrire in ogni parte del suo essere. Soffrire nel corpo: il lavoro e le sue fatiche, le intemperie del clima, le molestie delle malattie, gli accidenti improvvisi si unirono per fargli sperimentare la sofferenza. La meravigliosa struttura del suo corpo, la raffinatezza dei suoi organi, la perfezione dei suoi sensi, che dovevano servire a moltiplicare le sue gioie, contribuirono soltanto più, dopo il peccato, a moltiplicare i suoi tormenti. Nessuna delle sue membra, neppure una fibra della sua persona può essere, presto o tardi, risparmiata dal dolore.

Soffri nel suo cuore. Questo strumento armonioso dell’amore, che non doveva risuonare se non sotto il tocco delicato della mano di Dio, si trovò ad essere tormentato dalle mani inesperte delle creature. Le sue corde fragili e melodiose si spezzarono l’una dopo l’altra sotto i colpi dell’ingratitudine, dell’odio, dell’abbandono per gli strappi causati dalla morte, per le tristi infedeltà e le disillusioni amare.

Soffri nella sua anima. Creata a immagine di Dio, era stata dotata di possibilità meravigliose, il cui esercizio pieno e perfetto doveva offrire gioie sublimi. Ma il peccato, gettandovi le sue ombre, paralizzando i suoi slanci, vi fece entrare il dolore. L’intelligenza dell’uomo soffrì la sua impotenza a conoscere, a penetrare i misteri appena intravisti. La sua memoria soffrì il ricordo dei dolori passati o delle gioie perdute. La sua volontà soffrì le proprie ribellioni, incertezze e instabilità. L’uomo soffrì nella sua immaginazione i timori per il futuro; soffrì infine in tutto il suo essere e in ogni tempo della sua vita.

Già nella culla, piangeva; lacrime senza dubbio incoscienti, ma reali. E vagiva con gemiti di pianto. La sua infanzia, la sua adolescenza, la sua maturità ebbero le loro preoccupazioni e i loro lutti. La sua vecchiaia ebbe la solitudine, le infermità e i rimpianti. Poi venne la morte, con l’agonia e l’angoscia e le ultime lacrime, versate già sull’orlo della tomba.

Attraverso i secoli, questo dolore umano salì come un grido disperato verso il cielo, chiamando un Consolatore, perché l’uomo, quando soffre, ha bisogno di essere consolato. è troppo debole per portare da solo il peso del dolore; ha bisogno di un aiuto, di un sostegno; ha bisogno di una mano per asciugare le sue lacrime e per fasciare le sue ferite; di un braccio per essere sorretto, di una voce che lo incoraggi e lo sollevi, di un cuore amico in cui possa rifugiarsi.

Dal seno dell’Amore Infinito un’eco rispose a questo appello, a questa supplica: l’incarnazione del Verbo. Gesù, l’Agnello di Dio, colmo di dolcezza e tenerezza, venne in mezzo alla nostra desolazione. Venne non solo per portare all’uomo ignorante la luce della verità e al peccatore il perdono delle colpe; all’uomo sofferente e solo portò il balsamo celeste della consolazione.

Nessuno meglio del Verbo incarnato poteva essere il consolatore. Abbraccia tutti i dolori e ha tanto amore da poterli alleviare. E’ Dio. Conosce, nella sua intelligenza infinita, ogni minima delicatezza delle sue creature, e sa bene i turbamenti che il peccato vi ha portato. Vede le lotte intime dell’uomo, i suoi dolori più segreti.

E’ Uomo. Ha sperimentato in se stesso tutte le sofferenze dell’umanità. Nella sua Passione, la sua carne, bagnata dal sangue dell’agonia, straziata dalla flagellazione, ferita dalle spine e dai chiodi, ha sofferto il martirio più doloroso. Il suo cuore così ricco di amore è stato spezzato da ingratitudini e gelosie, dall’odio e dall’abbandono. La sua anima ha conosciuto la tristezza e il terrore, torture indicibili e angosce mortali.

Conosce i nostri dolori. E questo illumina le sue parole: « Venite a me, voi tutti che soffrite e che siete oppressi, io vi consolerò ». Cristo chiama i sofferenti di questo mondo, gli addolorati, i disperati; tutti coloro che portano, nel corpo, nel cuore o nell’anima, una ferita sanguinante che deve essere guarita.

Sembra impossibile che possiamo essere consolati: le nostre sofferenze sono troppo numerose, i nostri dolori troppo profondi, fino a sembrare qualche volta senza rimedio. Cristo ci consola con il suo Cuore, in cui l’Amore Infinito si è stabilito, da cui si spandono su di noi le ondate della consolazione di Dio.

Durante la sua vita, abbiamo visto Gesù, tenero come una madre, chinarsi sull’umanità sofferente e versarvi il balsamo che allevia il dolore e guarisce la malattia. E dopo il suo ritorno trionfale nella gloria, quando non può più continuare la sua missione di consolatore in forma umana, non abbandona i suoi; invia lo Spirito Santo, lo Spirito di amore che procede dal Padre e dal Figlio. Cristo stesso consolerà gli uomini attraverso la conoscenza delle verità eterne, attraverso la consacrazione soprannaturale dell’Amore Infinito.

Ma questa azione di consolatore si manifesterà soprattutto attraverso la Chiesa, e nella Chiesa attraverso il prete. La Chiesa e il sacerdozio sono i grandi doni che Cristo consolatore ha fatto al suo popolo. La Chiesa, autenticamente madre, sempre pronta ad asciugare le lacrime; sempre pronta ad accogliere nelle sue braccia, a cullare sul suo cuore i figli che soffrono. Il sacerdote, rappresentante di Gesù, colmo della grazia dello Spirito Santo, che si china, come Gesù, su ogni dolore umano, e su ogni sofferenza versa la consolazione…

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Preghiera del giorno: Tu sei per me madre spirituale

26 giugno 2017 by

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O Maria, figlia prediletta del Padre, madre ammirabile del Figlio, sposa fedele dello Spirito Santo! Tu sei per me madre spirituale, maestra di vita, regina potente. Tu, Maria, riempi la mia vita di gioia, di luce, di amore. Spesso non sono stato disponibile alla tua azione materna: ora mi affido a te, per sempre.

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Lunedi della XII settimana , Tempo Ordinario (Anno Dispari)

26 giugno 2017 by

Prima Lettura

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Gn, 12, 1-9

Abram, parti come gli aveva ordinato il Signore

Dal libro della Gènesi
In quei giorni, il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan. Arrivarono nella terra di Canaan e Abram la attraversò fino alla località di Sichem, presso la Quercia di Morè. Nella terra si trovavano allora i Cananei. Il Signore apparve ad Abram e gli disse: «Alla tua discendenza io darò questa terra». Allora Abram costruì in quel luogo un altare al Signore che gli era apparso. Di là passò sulle montagne a oriente di Betel e piantò la tenda, avendo Betel ad occidente e Ai ad oriente. Lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore. Poi Abram levò la tenda per andare ad accamparsi nel Negheb.

Maria a Medjugorje , messaggio del 25 Giugno 2017, a Mirjana

26 giugno 2017 by

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Cari figli! Oggi desidero ringraziarvi per la vostra perseveranza ed invitarvi ad aprirvi alla preghiera profonda. Figlioli, la preghiera è il cuore della fede e della speranza nella vita eterna. Perciò pregate col cuore fino a che il vostro cuore canti con gratitudine a Dio Creatore che vi ha dato la vita. Figlioli, io sono con voi e vi porto la mia benedizione materna della pace. Grazie per aver risposto alla mia chiamata

 

la chiesa sembra guardare con favore ma non si è ancora espressa ufficialmente sui fatti di Medjugorje

Liturgia del giorno: Audio salmo (68) 69

25 giugno 2017 by

Domenica, 25 _ Giugno _ 2017


 

Nella tua grande bontà rispondimi, o Dio.

[1] Al maestro del coro. Su “I gigli”. Di Davide.

[2] Salvami, o Dio:
l’acqua mi giunge alla gola.

[3] Affondo in un abisso di fango,
non ho nessun sostegno;
sono caduto in acque profonde
e la corrente mi travolge.

[4] Sono sfinito dal gridare,
la mia gola è riarsa;
i miei occhi si consumano
nell’attesa del mio Dio.

[5] Sono più numerosi dei capelli del mio capo
quelli che mi odiano senza ragione.
Sono potenti quelli che mi vogliono distruggere,
i miei nemici bugiardi:
quanto non ho rubato, dovrei forse restituirlo?

[6] Dio, tu conosci la mia stoltezza
e i miei errori non ti sono nascosti.

[7] Chi spera in te, per colpa mia non sia confuso,
Signore, Dio degli eserciti;
per causa mia non si vergogni
chi ti cerca, Dio d’Israele.

[8] Per te io sopporto l’insulto
e la vergogna mi copre la faccia;

[9] sono diventato un estraneo ai miei fratelli,
uno straniero per i figli di mia madre.

[10] Perché mi divora lo zelo per la tua casa,
gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me.

[11] Piangevo su di me nel digiuno,
ma sono stato insultato.

[12] Ho indossato come vestito un sacco
e sono diventato per loro oggetto di scherno.

[13] Sparlavano di me quanti sedevano alla porta,
gli ubriachi mi deridevano.

[14] Ma io rivolgo a te la mia preghiera,
Signore, nel tempo della benevolenza.
O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi,
nella fedeltà della tua salvezza.

[15] Liberami dal fango, perché io non affondi,
che io sia liberato dai miei nemici e dalle acque profonde.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo odierno:

«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.

(Mt 10,26-33)


 

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Inondami del tuo Spirito

John Henry Newman

O Gesù,
inondami del tuo Spirito e della tua vita.
Penetra in me e impossessati del mio essere,
così pienamente, che la mia vita
sia soltanto un’irradiazione della tua.
Aiutami a spargere
il profumo di te, ovunque vada.
Che io cerchi e veda non più me,
ma soltanto te.
Fa’ che io ti lodi, nel modo
che a te più piace,
effondendo la tua luce
su quanti mi circondano.
Che io predichi te senza parlare,
non con la parola, ma col mio esempio,
con la forza che trascina,
con l’amore che il mio cuore
nutre per te. Amen.

PAPA FRANCESCO ANGELUS 25 GIUGNO 2017

25 giugno 2017 by

 

 

 

 

preghiera del giorno:Come non amarti, Maria?

25 giugno 2017 by

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O Vergine immacolata, tenerissima Madre! Tu sei piena di gioia perché Gesù ci dona la sua vita e gli infiniti tesori della sua divinità. O Maria, come non amarti e non benedirti per il tuo grande amore verso di noi? Tu davvero ci ami, come ci ama Gesù! Amare è dare tutto, anche se stessi, e tu ti sei donata totalmente per la nostra salvezza Il Salvatore conosceva i segreti del tuo cuore materno e l’immensa tua tenerezza. Gesù morente, prima dell’ultimo respiro, ci affida a te, rifugio dei peccatori.

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Maria a Medjugorje, messaggio del 2 giugno 2017 (Apparizione a Mirjana)

25 giugno 2017 by

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http://radiomaria.it/archivio-medjugorje.aspx

La chiesa sembra guardare con favore, ma non si è ancora espressa ufficialmente sui fatti di Medjugorje

 

Tweet del Papa

25 giugno 2017 by

​Ciascuno di noi è prezioso; ciascuno di noi è insostituibile agli occhi di Dio.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 del 25 giugno 2017

Vangelo (Mt 7,1-5) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 26 Giugno 2017) con commento comunitario

25 giugno 2017 by

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 7,1-5)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Questo è il Vangelo del 26 Giugno, quello del 25 Giugno lo potete trovare qualche post più sotto.

Tweet del Papa

24 giugno 2017 by

​La misericordia riscalda il cuore e lo rende sensibile alle necessità dei fratelli con la condivisione e la partecipazione.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 del 24 giugno 2017

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Vangelo (Mt 10,26-33) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 25 Giugno 2017) con commento comunitario

24 giugno 2017 by

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 10,26-33)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Questo è il Vangelo del 25 Giugno, quello del 24 Giugno lo potete trovare qualche post più sotto.

Liturgia del giorno: Audio salmo (102) 103

23 giugno 2017 by

Venerdì, 23 _ Giugno _ 2017


 

L’amore del Signore è per sempre.

[1] Di Davide.
Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.

[2] Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tanti suoi benefici.

[3] Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue malattie;

[4] salva dalla fossa la tua vita,
ti corona di grazia e di misericordia;

[5] egli sazia di beni i tuoi giorni
e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza.

[6] Il Signore agisce con giustizia
e con diritto verso tutti gli oppressi.

[7] Ha rivelato a Mosè le sue vie,
ai figli d’Israele le sue opere.

[8] Buono e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.

[9] Egli non continua a contestare
e non conserva per sempre il suo sdegno.

[10] Non ci tratta secondo i nostri peccati,
non ci ripaga secondo le nostre colpe.

[11] Come il cielo è alto sulla terra,
così è grande la sua misericordia su quanti lo temono;

[12] come dista l’oriente dall’occidente,
così allontana da noi le nostre colpe.

[13] Come un padre ha pietà dei suoi figli,
così il Signore ha pietà di quanti lo temono.

[14] Perché egli sa di che siamo plasmati,
ricorda che noi siamo polvere.

[15] Come l’erba sono i giorni dell’uomo,
come il fiore del campo, così egli fiorisce.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo odierno:

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero.

(Mt 11,25-30)


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Troppo facile

Troppo facile, Signore, ringraziarti
perché mi offri l’acqua.
Io vorrei ringraziarti per la sete.
Non ti rendo grazie per il pane, ma per la fame.
Non ti lodo per la luce, ma per il bisogno di essa.
Non ti dico grazie per l’amore,
ma perché non posso fare a meno dell’amore “vero”.
Non ti benedico per la strada,
ma per i passi che mi dai la voglia di fare.
Non ti sono riconoscente per le spiegazioni,
ma per le domande.
Ti ringrazio non per l’incontro,
ma per la veglia nel cuore della notte.
Non per il riposo, ma per l’inquietudine.
Non per l’appagamento, ma per l’insoddisfazione.
Non per il conforto, ma per la scomodità.
Non per le sicurezze e le evidenze, ma per il mistero.
Non per la scoperta, ma per l’avventura esaltante.
Non per le certezze, ma per la ricerca rischiosa.
Non per i risultati, ma per la pazienza ostinata.
Non per la terra promessa, ma per l’esodo.
Non per il dono, ma per l’attesa.
Non per la parola, ma per il silenzio
che la prepara e la esige.
Non per il traguardo raggiunto,
i risultati conseguiti,
ma per le infinite partenze.

IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

23 giugno 2017 by

Parte prima

IL SACERDOTE, CREAZIONE DELL’AMORE INFINITO

Risultato immagine per Madre Luisa Margherita Claret de la Touche

CAPITOLO III

Gesù perdona

Dio è Amore. La sua vita è l’amore: ogni suo movimento, sia nella profondità del suo intimo che fuori di sé, è un movimento d’amore. Se genera nel suo seno, è il Verbo, sublime parola d’amore che Dio dice a se stesso. Se la bellezza e la grandezza del suo Figlio increato lo rapiscono e provocano un movimento d’amore, e se il Figlio, allo stesso tempo, rapito d’amore per il Padre, ha un moto simile, ne procede lo Spirito Santo, sospiro d’amore esalato dal Padre e dal Figlio.

Tutto ciò che Dio crea fuori di sé è creazione di amore, perché crea soltanto per amore, e ogni suo moto verso le creature è un moto d’amore. Comandi; proibisca, punisca, perdoni, assecondi o riprenda, è sempre l’amore.

Ma questo amore ineffabile prende nomi diversi, secondo il suo agire: quando comanda, è potenza; quando asseconda, bontà; quando punisce, giustizia; quando perdona, misericordia. Così l’amore vive, agisce in Dio, e quale che sia la sua forma, è un unico amore, un’unica azione, un’unica forza. Dio, nella sua unità assoluta, immensa, profonda, senza limite, incommensurabile, eterna.

L’uomo è stato creato dall’amore, un amore fecondo, generoso, abbondante, che chiede solo di espandersi; amore di un Padre che vuole comunicare la sua vita; amore di artista che vuole generare capolavori. L’amore che asseconda colmò l’uomo innocente dei suoi doni. Dopo il peccato, l’amore che punisce, la giustizia, stava per colpire; ma l’amore che perdona, la misericordia, era pronto a fermare il braccio già alzato per colpire.

Il Verbo di Dio, generato dall’amore, che viveva nel seno dell’amore, l’Amore stesso, si offrì per pagare il debito del colpevole. Fu amore che perdona e, durante una lunga catena di secoli, questo amore misericordioso si innalzò come un baluardo nel seno stesso di Dio, per riparare l’uomo peccatore dai colpi della giustizia irritata.

Dopo che l’umanità ebbe per molto tempo sofferto e pianto, dopo aver più volte bussato con una lunga attesa alla pietà di Dio, e averla commossa, il Verbo discese sulla terra. Si rivestì della nostra carne. Prese su di sé le nostre debolezze e la nostra mortalità: fu il nostro Cristo, il nostro Gesù. Venne, Amore ineffabile, Misericordia incarnata, non solo per insegnare la verità, non solo. per illuminare con la luce di Dio l’intelligenza umana, ma soprattutto per portare sulla terra il perdono del Padre, lavare nel proprio sangue le iniquità del mondo, spezzare i legami che trattenevano l’anima dell’uomo prigioniero del peccato. Gesù era lui stesso il grande perdono di Dio, perdono sostanziale e vivo, perdono efficace e salvatore.

Non ci stupirà allora se diremo che l’inclinazione di Gesù fu la Misericordia, che il movimento soprannaturale, ma naturale per il suo cuore, fu sempre perdonare e assolvere.

Se noi seguiamo Cristo nei tre anni della sua vita pubblica; se noi camminiamo dietro di lui durante questo periodo così laborioso e fecondo del suo apostolato, lo vedremo senza sosta alla ricerca dei peccatori, continuamente impegnato a spezzare i legami di iniquità che avvolgono gli uomini. « Dio dirà Gesù non ha inviato il suo unico Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui »?

La missione di Cristo sarà compiuta in pienezza: sarà ardente nella ricerca delle anime, saprà abbassarsi fino alla miseria più profonda del peccatore, per sollevarlo, fino alla santità di Dio.

Gesù ama coloro che vuole perdonare, che assolve. E tuttavia i peccatori, di fronte a Dio, sono i nemici mortali. Innanzittuto sono ingrati: avevano ricevuto tutto da Dio e, disprezzando la sua generosità divina, hanno dimenticato la sua bontà e calpestato il suo cuore. Poi sono ribelli: obbligati dal loro essere creature alla dipendenza e alla docilità, hanno scosso da sé il giogo dell’autorità di Dio, così legittima e dolce, e si sono fatti da se stessi maestri. Infine sono traditori: era stato loro affidato il governo del mondo; dovevano custodire, per condurle a Dio, le creature inferiori e, tradendo la fiducia di Dio, hanno distolto le creature dal loro fine, costringendole quasi ad abbandonare il loro Maestro, loro Creatore, loro Signore.

E Gesù li ama, questi peccatori. E’ il suo amore per loro che l’ha fatto scendere dal cielo e venire sulla terra a faticare, soffrire e morire nel dolore e nell’ignominia.

Mentre cammina sulla terra che presto sarà arrossata dal suo sangue, guardate come frequenta volentieri i peccatori, come s’intrattiene con loro, come accoglie con gioia tutti quelli che si presentano a lui. è spesso in mezzo a loro e testimonia loro tale e tanta bontà che i farisei gelosi dicono ai suoi discepoli: « Perché il vostro Maestro mangia con pubblicani e peccatori? ». E prendono pretesto per negare la divinità della sua missione dalla sua bontà misericordiosa: « Se fosse davvero un profeta dicevano nella amarezza del loro cuore egoista e privo di compassione saprebbe che questa donna che lo tocca è una peccatrice », e non ne sopporterebbe il contatto. Erano ben lontani dal conoscere Gesù quelli che credevano che la miseria dovesse disgustarlo, e che il peccatore che piange fosse indegno della sua misericordia.

Un’espressione di Gesù, semplice e profonda, ci rivela, in poche parole, sia l’inclinazione tutta misericordiosa del suo cuore, sia la missione affidatagli dal Padre, di perdonare e di assolvere: « Sono venuto disse un giorno a cercare e a salvare ciò che era perduto ».

Difatti, non è venuto solo per accogliere quelli che andavano a lui, per perdonare chi era pentito: ma per andare incontro ai peccatori, per cercare dappertutto quelle anime accecate dal peccato, trattenute dalla vergogna o dominate dalla viltà.

Durante questi tre anni di apostolato non farà altro che cercare le anime: girerà senza sosta città e villaggi della Giudea e della Galilea; dirigerà la sua barca su tutte le rive del lago di Genezareth; si spingerà nel deserto; passerà per i territori pagani di Tiro e Sidone, seguirà le rive del Giordano e le coste del mare; andrà a mescolarsi, rischiando la vita, alle folle dei pellegrini per le feste di Gerusalemme, frequenterà il portico del tempio dove discutono i dottori, la piscina delle pecore dove i malati si affollano.

Niente lo scoraggerà nelle sue ricerche; nulla spegnerà il suo desiderio inesauribile di trovare uomini da salvare. L’ardente passione per la salvezza dell’uomo trasporta Gesù, raddoppia le sue forze, gli fa accettare fatiche innumerevoli, fino a condurlo al Pretorio e al Golgota.

Colui che Gesù ha scelto per continuare la sua vita sulla terra, questo privilegiato che una partecipazione all’unzione di Cristo Salvatore rende salvatore e liberatore delle anime, il sacerdote, deve avere nel suo cuore questa fiamma ardente, questo veemente desiderio, questa passione santa per la salvezza dei fratelli. Investito da Cristo del potere altissimo di perdonare e assolvere, non deve desiderare altro che di poter servirsene e, con ardore generoso, deve andare alla ricerca degli uomini con tutto lo slancio del suo cuore e, se necessario, anche con lunghi cammini o viaggi pericolosi.

Deve tentare tutto per salvare un’anima: dimenticarsi di se stesso, abbandonare vedute personali, cacciare lontano da sé ogni desiderio di riposo e ogni ricerca di soddisfazioni. Gesù non ha calcolato le sue forze e il suo tempo, li ha consumati interamente. Si è donato completamente, non ha sognato gioie troppo umane, una vita calma, la tranquillità assicurata. Non ha pensato di poter essere salvatore risparmiandosi, o di poter dare vita a molti senza gettare e perdere la propria.

Il prete di Cristo, erede dei suoi sentimenti, ha il cuore grande, l’anima ardente. Mietitore infaticabile nel raccogliere, per darli a Dio, molti covoni di uomini, vuole versare in abbondanza il perdono del Padre. Non gli importa se il sole brucia, se il sudore bagna il suo corpo stanco. Lo sa: quando sarà giunta la sera della sua vita, quando sarà finita l’ora del lavoro, troverà nell’amore di Cristo un refrigerio inesprimibile.

La Maddalena e Zaccheo

Nel suo cammino Gesù, sempre teso a perdonare e assolvere, incontrò tipi diversi di persone. Alcune, come Maddalena, venivano da lui di propria iniziativa.

La nausea del peccato si era un giorno impadronita della donna di Magdala. Una grazia interiore aveva spinto il suo cuore a tornare al bene; una parola di Gesù, udita quasi per caso, aveva vinto le sue ultime resistenze. Era venuta a prostrarsi ai piedi del Cristo. In mezzo alle lacrime aveva fatto la confessione umiliante dei suoi errori. Addolorata, ma anche piena di fiducia, era rimasta là, baciando i piedi di Gesù e attendendo quell’assoluzione che doveva liberarla dalle sue catene, quel perdono che l’avrebbe resa per sempre la felice conquista dell’Amore Infinito.

Cristo aveva riconosciuto in lei un’anima di elezione, uno di quei cuori ardenti che il piacere può affascinare per qualche istante, ma per i quali gli amori terreni sono troppo freddi, instabili e brevi. Questi cuori, attratti dall’Amore Infinito ma all’oscuro della via che vi conduce, si lasciano qualche volta ingannare dal miraggio degli affetti umani; scendono a poco a poco fino in fondo, ma non sanno rassegnarsi a rimanervi.

Maddalena era fatta così. La sorella di Marta e di Lazzaro, tradita dal suo cuore, aveva dimenticato le tradizioni sante del suo popolo e gli esempi dei suoi; era caduta nel peccato, gettando la sua famiglia nel dolore e nella vergogna. Ma la sua anima era troppo alta per sentirsi soddisfatta nel male; il suo cuore era troppo grande per accontentarsi dell’amore delle creature; doveva appartenere a Cristo, e Cristo la conquistò.

Una dolce emozione penetrò il cuore di Cristo quando vide davanti a sé questa donna, che era sì caduta ma che una sua sola parola avrebbe rialzato, rendendola bella con il perdono. Gesù vedeva in lei virtù ammirevoli: la fede, giacché di sua iniziativa veniva a chiedere perdono; la speranza, una fiducia senza limiti la trattenevano ai piedi di Gesù; l’amore l’aveva soggiogata e vinta. La parola di Gesù « Ti sono rimessi i tuoi peccati » è la risposta alle lacrime e alla fiducia amorosa di Maria.

In seguito Gesù non l’abbandona. Continua a formare la sua anima, le chiede a volte atti di eroismo. La conduce lentamente verso l’eterna beatitudine, da Magdala a Betania, da Betania al Calvario e di lì al cielo, passando per l’abnegazione del « Noli me tangere » e per le persecuzioni di Gerusalemme.

Gesù fa di questa peccatrice un miracolo di amore. Sarà la santa, l’amante, la prediletta del suo cuore e l’opera del suo perdono misericordioso.

Tra le persone che Cristo ha incontrato, altre, come Zaccheo, avevano peccato seguendo la strada larga e facile che traccia lo spirito del mondo. Il ricco pubblicano di Gerico, arrivato all’opulenza con mezzi più o meno onesti, gioiva dei piaceri della vita, senza fastidi e senza rimorsi. Una grazia segreta aveva però una volta messo in lui un vago desiderio di una vita migliore. Ma non era stato che un pensiero momentaneo, su cui l’urgenza degli affari, l’amministrazione delle sue ricchezze non gli avevano permesso di soffermarsi. La fama dei miracoli di Gesù era comunque arrivata fino a lui; improvvisamente viene a sapere che presto arriverà nella sua città. Una curiosità che lui pensa naturale e che non è altro che un tocco benefico della grazia lo spinge a desiderare di vederlo. Non ci tiene a parlargli. Gli sembra di non avere niente da dirgli, vuole solo vederlo, studiare quest’uomo straordinario il cui nome è sulla bocca di tutti, e che le folle acclamano.

Le critiche e il disprezzo dei Giudei non avevano affatto turbato Zaccheo nella sua vita lussuosa e comoda; e il rispetto umano non lo ostacola molto, quando vuole vedere Gesù. Sale su uno dei sicomori che crescono lungo la via principale di Gerico, e da lassù aspetta il passaggio del Maestro.

Mentre lo guarda avanzare lentamente, circondato dalla folla, sente all’improvviso lo sguardo di Gesù fissato su di lui. Quello sguardo profondo e dolce, luminoso, che penetra fino in fondo all’anima, lo scuote stranamente; ed ecco che si sente chiamare per nome: « Zaccheo, sbrigati a scendere, perché oggi vengo a pranzo a casa tua ». A casa sua! Non riusciva a convincersi di aver capito bene. Sconvolto fin nel profondo del cuore per questa delicatezza del Maestro, non poteva nemmeno rispondere. Corse a casa sua; diede ordini, fece preparare tutto: voleva che Gesù trovasse da lui un’ospitalità abbondante e magnifica.

Ben presto, il Figlio di Davide, il grande profeta di Israele, sempre seguito dalla folla, si presenta alla porta della sua sontuosa abitazione. Nell’animo di Zaccheo si succedono varie emozioni: una viva luce gli fa vedere l’ingiustizia della sua vita. La bontà di Gesù, che si è degnato di sceglierlo come ospite, malgrado il disprezzo generale di cui è oggetto da parte dei Gìudei, gli sembra così misericordiosa e dolce che il suo cuore ne è profondamente toccato. Vedendo il Cristo poveramente vestito, che vive di elemosina, che passa facendo del bene, diffondendo la luce e la pace, il viso sereno, lo sguardo colmo di misericordia e la mano sempre alzata per benedire, il ricco pubblicano capisce la vanità delle false ricchezze in cui fino allora ha riposto la propria felicità. Capisce di essere fatto per qualcosa di più grande, più utile, migliore.

In piedi di fronte a Gesù, che ha accolto come un re nella sua casa, con il cuore aperto, con la volontà interamente volta al bene, Zaccheo inizia a dire: « Ecco, io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho fatto torto a qualcuno in qualche cosa, gli renderò quattro volte tanto ».

Non dice che « darà »: dà, ha già deciso, e se ha commesso ingiustizie (è facile commetterne quando l’amore delle ricchezze domina il cuore), le ripara generosamente.

è grande la gioia di Gesù quando Zaccheo risponde così fedelmente alla sua grazia. Il suo sguardo misericordioso non si è posato invano su quell’uomo; i suoi approcci pieni d’amore questa volta non sono stati respinti. Vedendo l’opera sublime compiuta dalla sua misericordia, Gesù esclama: « Oggi la salvezza è veramente entrata in questa casa! ». E, tuffando di nuovo il suo sguardo limpido nelle profondità intime di quell’anima rigenerata dal suo amore, dice: « Quello è davvero un figlio di Abramo ».

Poi aggiunge, splendida sintesi della sua vita: « Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto ».

La Samaritana

Gesù non incontrava tutti i giorni sul suo cammino anime facili da conquistare. A volte doveva bussare per molto tempo alla porta degli uomini, stancarsi a cercarli, lottare con loro. Ne vediamo un esempio nella conversione della Samaritana. Il Signore, nel suo amore preveniente, aveva visto nella città di Sichar molti che attendevano la salvezza. In mezzo a loro, aveva vista una donna peccatrice e, nella sua misericordia, aveva deciso non solo di allontanarla dal male, ma di farne l’apostolo dei suoi concittadini.

Molto spesso Gesù aveva preso di fronte al Padre l’atteggiamento umile di chi supplica; molto spesso aveva donato la grazia del suo amore a persone che colpevolmente avevano resistito alla sua volontà di salvezza. Un giorno, tuttavia, volle tentare una specie di ultimo assalto, e prese con i discepoli la via della Samaria. Si avvicinavano a Sichar. Il sole di mezzogiorno splendeva sulla pianura, coprendo di luce dorata il Garizim, laggiù all’orizzonte. Il grano, non ancora maturo, ondeggiava lontano sotto il soffio del vento. Sul bordo della strada, la fontana del Patriarca, all’ombra dei palmizi. Gesù si fermò, stanco. Lasciò che i discepoli continuassero il cammino verso la città, e andò a sedersi, pensoso e triste, accanto al pozzo di Giacobbe.

Ci dobbiamo stupire di fronte a questa debolezza di un Dio, a questa stanchezza che è anch’essa un mistero? Senza dubbio, non era solo la fatica del viaggio che pesava su Gesù. Era piuttosto il peso dei peccati degli uomini che premeva sulle spalle di colui che per questi peccati si offriva come vittima di amore. Era un peso che lo piegava. Le lunghe resistenze della peccatrice di Sichar, l’avvertire che molti lottavano contro la sua misericordia, gettavano Gesù in una tristezza profonda. Anche il battito del suo cuore, pieno di amore, risentiva di questo dolore; anche il suo corpo era piegato, indebolito.

Ben presto, vide venirgli proprio quella donna per la cui salvezza aveva già molto sofferto e pianto. Cosa si poteva ancora fare? Dottrine piene di errori, di cui era stata nutrita fin dall’infanzia nella sua terra di Samaria, in cui qualche brandello della rivelazione di Dio si mescolava all’idolatria più grossolana; influenze diverse esercitate su di lei dai molti uomini cui si era di volta in volta data; tutto questo aveva falsato il suo animo e corrotto il suo giudizio. Un carattere tenace, razionale, portato all’ironia; una natura sensuale, nemica del lavoro e dello sforzo erano altrettanti ostacoli sul cammino della sua conversione. Gesù non si lascia scoraggiare. Non è venuto per i sani, ma per i malati. E’ la risurrezione e la vita, e vuole risuscitare questa donna, che vede con chiarezza morta al suo amore.

Gesù inizia dunque con la peccatrice il colloquio che ci ha trasmesso il Vangelo. Il rispetto di Gesù per la persona, la prudenza che accompagna tutte le sue parole e tutte le sue azioni, la sua dolcezza e pazienza, la sua umiltà si rivelano qui altrettanto che la sua profonda conoscenza del cuore dell’uomo. Chiede dapprima alla Samaritana un piccolo servizio. Sopporta, senza scomporsi, le sue impertinenze. Penetra a poco a poco nel suo cuore, stimolando abilmente la sua naturale curiosità. La porta anche a dichiarare l’irregolarità della sua posizione. è soltanto quando lei stessa dice « Non ho marito » e che Gesù le mostra di conoscere il peccato in cui lei vive. Ma lo fa semplicemente, senza traccia di rimproveri, sapendo bene che lei non può accoglierli; senza ferirla con il disprezzo, senza umiliarla con parole dure.

Questa dolcezza, questo sguardo che legge nel profondo del suo cuore, danno alla donna il coraggio di confidarsi con Gesù. E lui, con bontà, risponde alle sue domande, chiarisce i suoi dubbi, illumina i suoi pensieri. E le annuncia la sua missione. La Samaritana, tutta agitata, ritorna in fretta in città. Un turbamento strano si è impadronito di lei, è assalita da pensieri che non ha mai avuto. Sotto l’influenza della grazia si opera in lei, che ancora non ne ha coscienza, un cambiamento. Quando entra in Sichar, si sente spinta a dire a tutti quelli che incontra: « Venite, venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto: non sarà il Cristo? ». Non sa ancora se deve credere; ma capisce che quest’uomo così puro, così solenne e dolce insieme, che le ha parlato lungo la strada, non è un uomo qualunque. La Samaritana vuole che gli altri giudichino.

La sera di quello stesso giorno, quando, chiamato dagli abitanti, Gesù entra in Sichar, ritrova la peccatrice. L’amore l’ha trasformata. Viene incontro al suo Salvatore, non per confessare delle colpe che Gesù già conosce, ma per ricevere un perdono che la sua fede e il suo pentimento reclamano, e che Gesù è impaziente di darle. La misericordia aveva vinto ancora una volta. Aveva fatto di una creatura miserabile in cui tutto sembrava impuro e viziato una persona arricchita dall’amore, un apostolo della verità, un trofeo di gloria per il Cristo. Era un miracolo nuovo. E quando, due giorni più tardi, Gesù partì dalla città, proprio coloro che aveva attirato verso il suo amore, illuminato con la sua verità e salvato con la sua misericordia, gli diedero per la prima volta, a una sola voce, il nome di Salvatore.

Già diciannove secoli hanno ripetuto questa parola di gioia dei Samaritani: « è veramente il Salvatore del mondo ». E Molti altri secoli, forse, la ripeteranno; gli echi dell’eternità la faranno risuonare senza fine. Gesù è il Salvatore del mondo perché è la Misericordia; e il mondo ha molto bisogno di una misericordia che perdona…

L’indemoniato

Gesù passava di città in città, di villaggio in villaggio facendo del bene. Si trovò spesso di fronte a una categoria di uomini le cui sofferenze lo colpivano in modo particolare e profondo.

Le folle, entusiasmate dai suoi prodigi, gli portavano da ogni parte una moltitudine di ammalati e di indemoniati perché li liberasse. Molti fra loro, senza dubbio, potevano anche non essere in stato di peccato; il diavolo può, per un permesso di Dio, possedere i corpi; ma è soltanto con la volontà dell’uomo che può possedere la sua anima. Altri tuttavia soffrivano sotto il giogo pesante di una duplice possessione: del corpo, e anche dell’anima. Possiamo immaginare il dolore di Gesù vedendo gli orribili stravolgimenti operati nel cuore dell’uomo dalla presenza dello spirito del male. Guardiamo allora con quale dolcezza e pietà, con quale premura rendeva presente la sua potenza divina per scacciare lo spirito delle tenebre. A prima vista, quando leggiamo i Vangeli, Gesù sembra fare uso soltanto della sua autorità sovrana e dell’onnipotenza della sua parola per liberare gli indemoniati. Ma un passo del Vangelo ci fa vedere che utilizzava anche altri mezzi.

Un giorno, Gesù scendeva dal Tabor. Tornava dall’aver lasciato apparire ai suoi tre discepoli prediletti un riflesso splendente della sua gloria, e il suo volto conservava ancora le tracce della luce divina della Trasfigurazione. Una grande folla era raccolta ai piedi della montagna; alcuni discepoli discutevano; l’atmosfera era eccitata. Gesù, arrivando, si preoccupò della causa di tanta agitazione. Gli risposero che un giovane, posseduto dal diavolo, era stato portato ai discepoli perché facessero su di lui gli esorcismi, ma che questi non avevano risolto nulla. Ed ecco che Gesù chiama a sé il padre del giovane indemoniato. Gli chiede anzitutto un gesto di fede e di confidenza; poi si fa portare il giovane, parla con potenza allo spirito maligno, libera l’indemoniato e lo rende, guarito, a suo padre. La folla si ritira. Gesù entra in una casa vicina con i discepoli, e questi lo interrogano sul loro insuccesso, che li ha stupiti. E Gesù fa vedere loro l’insufficienza della loro fede. Li invita a non fidarsi soltanto delle loro azioni, ma ad entrare nella potenza divina per una confidenza umile, senza limite, nella bontà infinita di Dio. Poi aggiunge: « Sono necessari preghiera e digiuno per cacciare questo genere di demoni ».

Una piccola frase. Ci dice che Gesù pregava, che faceva penitenza per la salvezza degli uomini. Quelle lunghe preghiere che occupavano un’intera notte, quelle privazioni di ogni genere cui si sottoponeva volontariamente; quei lunghi viaggi a piedi, quei digiuni prolungati, quel dormire sulla nuda terra: sono i mezzi che servivano a Gesù per liberarci dalla schiavitù di satana.

Possiamo chiederci se ce n’era bisogno. Verbo del Padre, per cui tutte le cose sono state fatte, una sola parola uscita dalla sua bocca, un solo moto della sua volontà sarebbe stato più che sufficiente a cacciare qualunque demonio. Non dimentichiamo però che Gesù si era fatto nostro modello. Quello che lui poteva fare per virtù divina, non lo possiamo certo fare noi, per quanta ricchezza possiamo avere di doni divini.

L’umanità di Gesù priva di peccato non era di nessun ostacolo all’azione della sua divinità. Poteva sempre agire in Dio. Non aveva certo bisogno di ricorrere ad altri mezzi. La nostra umanità, macchiata dal peccato, oscurata da quella moltitudine innumerevole di imperfezioni e debolezze in cui cadiamo ogni giorno, è un ostacolo permanente all’azione dell’amore di Dio in noi, e alla piena effusione dei suoi doni nella nostra vita.

Il prete è rivestito, in Cristo, dei suoi poteri di Dio e, chiunque e comunque sia come persona, resta sempre un prete. Dal giorno in cui il carattere del sacerdozio è stato impresso in lui, ha potuto compiere gli atti del sacerdote. è entrato nella partecipazione della potenza divina per consacrare, assolvere, sacrificare. Può peccare: è sempre prete; prete indegno, è vero, oggetto d’orrore per Dio e di scandalo per il mondo. Il suo carattere sacro, splendente sulla sua fronte, non farà che illuminare la profondità della sua miseria e il triste naufragio d’ogni sua grandezza: ma è sempre prete: Tu es saceddos in aeternum.

Può consacrare, assolvere, sacrificare; ma la pioggia di grazie speciali che Dio offre al prete; la potenza d’amore sugli uomini per condurli a Dio; l’autorità sugli spiriti malvagi per metterli in fuga; la luce interiore per discernere la voce di ogni uomo, i disegni di Dio su di lui, la via lungo la quale condurlo; il coraggio per sostenere le fatiche dell’apostolato o i rigori della persecuzione; la sapienza per difendere la verità; la forza per conservarsi casto; i privilegi, i doni, le grazie destinate da Dio al suo sacerdote, gli sono date soltanto in misura del suo amore e della sua purezza.

Per ottenere, per conservare, per accrescere in sé l’amore e la purezza, il prete deve ricorrere alla preghiera e alla penitenza. è per questo che Gesù disse ai discepoli: « per cacciare questo genere di demoni… »; per avere una potenza, in tutto simile alla mia; per fare ciò che io faccio, alla grande grazia del sacerdozio che io vi comunicherò e di cui siete già in parte rivestiti, aggiungete ancora la preghiera e la penitenza.

Il sacerdote perdona con Gesù

Il prete, seguendo Gesù, incontra gli uomini che Gesù stesso ha incontrato. Qualche volta, trova sulla sua strada anche qualcuno posseduto da uno spirito malvagio. Potrà tentare molte strade: convincerlo, ad esempio. Ma questi uomini sono ormai troppo lontani dal prete perché possa loro giungere la sua voce. Potrà cercare di conquistarseli con benefici e gesti di amicizia, ma essi fuggono la sua presenza e respingono i suoi doni.

Non resterà allora che inginocchiarsi in preghiera, chiedere misericordia, importunare l’amore di Dio; bisognerà aggiungere alle proprie suppliche le opere della penitenza, rinnovare nella propria carne le sofferenze di Cristo o, almeno, imporre ai propri sensi il giogo salutare della mortificazione che Gesù ha costantemente portato su di sé. Così, unendo la preghiera e la penitenza alla fermezza di una fede illuminata e di una confidenza senza limiti, il prete acquisterà la potenza per scacciare i demoni da coloro che ne sono posseduti, e per distruggere l’influenza nefasta che essi esercitano sul mondo.

Altre volte il prete incontrerà qualcuno come la Samaritana, che bisognerà saper attendere per molto tempo, e presso cui bisognerà agire con molta prudenza. Incontrando persone così, pregherà per loro. Sarà paziente per attenderle, coglierà con attenzione ogni occasione per far loro un po’ di bene. Trattando con loro, imporrà il rispetto con una modesta gravità. Le convincerà non con discussioni violente o con infuocate controversie, ma con parole misurate, benevole, semplici e luminose, sempre umili. Toccherà il loro cuore con una bontà senza debolezza e un autentico interessamento. Come Gesù, non si stupirà mai del male (questo genere di stupori fa soffrire molto i peccatori… ). Non sembrerà mai stanco di ascoltare, e nemmeno scandalizzato dalle loro confessioni. E arriverà così, poco alla volta, a rivelare loro Cristo, il Salvatore.

Se il prete incontra degli Zaccheo, di quegli uomini cioè in fondo buoni, ma senza luce, che non vedono altro che i loro affari, sciupati dai piaceri e irritati dall’intolleranza di qualche cristiano con lo spirito del fariseo, si avvicini a loro a cuore aperto e dia, con la propria vita, l’esempio di quel che è un cristiano, fino a far vedere in sé Gesù: Gesù con il suo amore grande, con la sua semplicità; e questi uomini riconosceranno da se stessi la miseria della loro vita, la vanità dei beni cui sono attaccati. Guadagnati dalla mansuetudine e dagli esempi del prete, torneranno a Gesù, Unico Sacerdote.

E se Cristo mette sulla strada qualche Maddalena, il prete la accolga come un dono dalle sue mani. La purifichi, la istruisca, la circondi di attenzioni vigilanti. La coltivi con amore, perché produca quei frutti squisiti di virtù perfette che Cristo attende da lei. Persone così sono un dono divino che Gesù fa al sacerdote, ed egli può amarle, docili sotto la sua mano e obbedienti alla sua voce, e le può aver care più delle altre; ma sempre e soltanto con l’amore di Cristo.

Questo amore di Cristo, tenero come il cuore di una madre, ardente come il cuore di una vergine, puro come il cuore di un bambino, forte, generoso e fedele come il cuore di un padre! Come il prete partecipa alla potenza di Cristo, così deve anche partecipare a questo amore. Non è autenticamente sacerdote se non vive della vita di Gesù, se non agisce attraverso le azioni di Gesù, se non ama attraverso l’amore di Gesù. Deve aderire a Cristo, ispirarsi ai suoi esempi, consigliarsi con lui, lasciarsi istruire da lui.

La missione del prete è difficile. è una missione tutta di amore e di misericordia. Esige illuminazioni profonde, molta prudenza, una dedizione senza limiti e una pazienza che non si stanca. Solo Gesù Cristo, Dio e Uomo, poteva realizzarla completamente; e lo possono fare coloro che, trasformati da Cristo e viventi di lui, non hanno, con lui, che un solo cuore e un’anima sola.

Gesù, abbiamo detto, è l’amore che perdona. Per questo, anche se è particolarmente unito alle anime belle e pure che hanno sempre conservato lo splendore della somiglianza con Dio, ha una inclinazione, forse ancora più affettuosa, per quelle che ha purificato. « C’è più gioia in cielo per un peccatore che si converte che per novantanove giusti ». Questo cielo è il cuore di Cristo, tabernacolo dell’Amore Infinito da cui prorompe la gioia quando in un uomo si realizza la missione del Salvatore.

Gesù ha spesso pianto sui peccati del mondo. Ha versato lacrime amare e lacrime di sangue su chi rifiutava la sua misericordia. Molte volte ha sparso il suo dolore sull’infedeltà di Gerusalemme. Molte volte, prosternato al cospetto del Padre, ha prolungato la sua preghiera e pianto per ottenere a un uomo la grazia preziosa del pentimento. Al Getsemani, non solo i suoi occhi ma il suo corpo intero piangeva lacrime di sangue. La terra era impregnata di questa rugiada d’amore che Gesù versava su di essa per fecondarla. Gesù ha pianto spesso su di noi.

Il Vangelo non parla del suo sorriso; tuttavia ha sorriso spesso. Sorrideva a Maria, sua madre immacolata. Sorrideva all’innocenza dei bambini che gli si avvicinavano a frotte. Sorrideva ai discepoli, alla sera di giornate faticose, per riconfortarli e rallegrarli. Sorrideva alla sofferenza come a una sposa molto amata attraverso cui generava popoli di salvati e di eletti.

Ma il sorriso più dolce di Cristo, quello che riservava al Padre e di cui nessuno ha sorpreso la gioia, veniva la sera, quando Gesù si ritirava in solitudine a pregare: in quelle sere che venivano dopo un giorno in cui aveva perdonato, in cui aveva spezzato le catene ai prigionieri del male. E’ allora che viveva la gioia. E là, sotto la volta del cielo in cui scintillavano le stelle, di fronte al suo Padre dei cieli che lo stringeva con amore, sorrideva estaticamente, in un rapimento divino.

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Catechismo della Chiesa Cattolica , Parte prima della Professione di Fede

23 giugno 2017 by

SEZIONE SECONDA: 

LA PROFESSIONE DELLA FEDE CRISTIANA

CAPITOLO TERZO

Risultato immagine per spirito santo

CREDO NELLO SPIRITO SANTO

 

ARTICOLO 9

«CREDO LA SANTA CHIESA CATTOLICA»

748 « Cristo è la luce delle genti, e questo sacro Concilio, adunato nello Spirito Santo, ardentemente desidera che la luce di Cristo, riflessa sul volto della Chiesa, illumini tutti gli uomini, annunziando il Vangelo a ogni creatura ». 118 Con queste parole si apre la « Costituzione dogmatica sulla Chiesa » del Concilio Vaticano II. Con ciò il Concilio indica che l’articolo di fede sulla Chiesa dipende interamente dagli articoli concernenti Gesù Cristo. La Chiesa non ha altra luce che quella di Cristo. Secondo un’immagine cara ai Padri della Chiesa, essa è simile alla luna, la cui luce è tutta riflesso del sole.

749 L’articolo sulla Chiesa dipende anche interamente da quello sullo Spirito Santo, che lo precede. « In quello, infatti, lo Spirito Santo ci appare come la fonte totale di ogni santità; in questo, il divino Spirito ci appare come la sorgente della santità della Chiesa ». 119 Secondo l’espressione dei Padri, la Chiesa è il luogo « dove fiorisce lo Spirito ». 120

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