Vangelo (Gv 1,6-8.19-28) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 17 Dicembre 2017) con commento comunitario

16 dicembre 2017 by

III DOMENICA DI AVVENTO – GAUDETE

Dal Vangelo secondo Giovanni  (Gv 1,6-8.19-28)

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Questo è il Vangelo del 17 Dicembre, quello del 16 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

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Bernardo di Clairvaux, Sermoni per l’Avvento. Sermone IV , Il duplice Avvento e le penne argentate

16 dicembre 2017 by

1. È cosa degna, fratelli, che voi celebriate con tutta devozione l’avvento del Signore, godendo per così grande consolazione, stupefatti per tanta degnazione, infiammati da tanta carità. E non pensate solo al primo avvento nel quale è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto (Lc 19, 10), ma anche al secondo, quando verrà e ci prenderà con sé. Voglia Iddio che meditiate costantemente su queste due venute, ruminando nei vostri cuori i benefici del primo e le promesse del secondo. Voglia Iddio che dormiate tra le due venute (Sal 68 (67), 14)! Queste sono infatti le due braccia dello Sposo, tra le quali la sposa dormiva e diceva: La sua sinistra è sotto il mio capo, e la sua destra mi abbraccerà (Ct 2, 6). Nella sinistra infatti, come leggiamo altrove, è significata la ricchezza e la gloria, nella destra la vita lunga. Nella sua sinistra, è detto, ricchezze e gloria (Pr 3, 16). Udite, figli di Adamo, gente avara e ambiziosa: perché affannarvi per procurarvi ricchezze terrene e gloria temporale che non sono né vere, né vostre? L’oro e l’argento (At 3, 6) non sono forse terra gialla e bianca, che solo l’errore degli uomini fa, o piuttosto considera preziosa? E se queste son cose vostre, portatevele con voi! Ma l’uomo quando muore con sé non porta nulla, né scende con lui la sua gloria (Sal 49 (48), 17-18).

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Preghiera del giorno: Tempo di Avvento/ Seconda Settimana16/12/17

16 dicembre 2017 by

NOVENA DI NATALE

Clicca qui per recitarla

IL VIAGGIO VERSO BETLEMME

Giovane e felice fu il matrimonio di Maria e Giuseppe. A Nazaret trascorrevano una vita pacifica, nella quiete di un villaggio, fra gente di poche pretese. Quand’ecco d’improvviso una notizia, un vero e proprio avvenimento, venne a fugare quella tranquillità. L’Imperatore di Roma, Ottaviano Augusto, aveva emanato un editto in cui si ordinava il censimento generale della popolazione su tutto il territorio dell’Impero. Fra gli Ebrei, da quando Mosé, liberandoli dall’Egitto, ne aveva fatto un popolo organizzato, era insorta la consuetudine di legare la giurisdizione legale di ogni persona alla patria della stirpe di appartenenza: in quel luogo occorreva dunque recarsi per rispondere al censimento. Poiché Giuseppe era “della casa e della famiglia di Davide” (Le 2, 4), si incamminò verso la Giudea, alla volta di Betlemme.
Sapessero o non sapessero, Maria e Giuseppe — e certo lo sapevano —, che nella Scrittura si diceva che il Messia sarebbe venuto dalla stirpe di Davide e dalla città di Betlemme, fatto sta che Giuseppe doveva ottemperare all’editto di censimento e recarsi a Betlemme. Se da qui sia nata la decisione che la Vergine lo accompagnasse per partorire nella città di Davide e dare così compimento alla Scrittura, o se invece Giuseppe, indipendentemente da questa considerazione, non abbia osato lasciarla sola nell’evidente imminenza del parto, preferendo piuttosto portarla con sé, è una questione tutto sommato ininfluente. Quel che accadde è che Giuseppe si spostò da Nazaret a Betlemme “per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta” (Lc 2,5).

Noi confessiamo con fede incrollabile
quel Dio che si è fatto uomo
e che una Vergine ha dato alla luce.
Prima dei tempi
un Padre incommensurabile l’aveva generato.
O Dio santo, ti sei degnato di nascere,
piccolo infante, da una Vergine.
O Dio santo e forte,
hai voluto riposare nelle braccia di Maria.
O Dio santo e immortale,
sei venuto a strappare Adamo dall’inferno.
O Vergine immacolata, Madre di Dio,
l’Emmanuele che tu hai portato
è frutto del tuo grembo.
Il tuo seno materno ha nutrito tutti gli uomini.
Tu sei superiore ad ogni lode e ad ogni gloria.
Salve, Madre di Dio, felicità degli Angeli.
La pienezza della tua grazia
va oltre l’annuncio dei profeti.
Il Signore è con te, Tu hai dato alla luce
il Salvatore del mondo.

(Antico inno cristiano)
IL VIAGGIO VERSO BETLEMME

Giovane e felice fu il matrimonio di Maria e Giuseppe. A Nazaret trascorrevano una vita pacifica, nella quiete di un villaggio, fra gente di poche pretese. Quand’ecco d’improvviso una notizia, un vero e proprio avvenimento, venne a fugare quella tranquillità. L’Imperatore di Roma, Ottaviano Augusto, aveva emanato un editto in cui si ordinava il censimento generale della popolazione su tutto il territorio dell’Impero. Fra gli Ebrei, da quando Mosé, liberandoli dall’Egitto, ne aveva fatto un popolo organizzato, era insorta la consuetudine di legare la giurisdizione legale di ogni persona alla patria della stirpe di appartenenza: in quel luogo occorreva dunque recarsi per rispondere al censimento. Poiché Giuseppe era “della casa e della famiglia di Davide” (Le 2, 4), si incamminò verso la Giudea, alla volta di Betlemme.
Sapessero o non sapessero, Maria e Giuseppe — e certo lo sapevano —, che nella Scrittura si diceva che il Messia sarebbe venuto dalla stirpe di Davide e dalla città di Betlemme, fatto sta che Giuseppe doveva ottemperare all’editto di censimento e recarsi a Betlemme. Se da qui sia nata la decisione che la Vergine lo accompagnasse per partorire nella città di Davide e dare così compimento alla Scrittura, o se invece Giuseppe, indipendentemente da questa considerazione, non abbia osato lasciarla sola nell’evidente imminenza del parto, preferendo piuttosto portarla con sé, è una questione tutto sommato ininfluente. Quel che accadde è che Giuseppe si spostò da Nazaret a Betlemme “per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta” (Lc 2,5).
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Vangelo (Mt 17,10-13) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 16 Dicembre 2017) con commento comunitario

15 dicembre 2017 by

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 17,10-13)

Mentre scendevano dal monte, i discepoli domandarono a Gesù: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elìa?».
Ed egli rispose: «Sì, verrà Elìa e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elìa è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro».
Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.

Questo è il Vangelo del 16 Dicembre, quello del 15 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Preghiera del giorno: Tempo di Avvento/ Venerdi , 15/12/17

15 dicembre 2017 by

E PRESE CON SE’ LA SUA SPOSA

Allora Giuseppe, uscito da quell’incubo, disse il suo «sì» e prese con sé Maria come sposa, e si preparò a dare al bimbo quel nome: Gesù! Per il «sì» di Maria e di Giuseppe, il Figlio di Dio è divenuto il Dio con noi, l’Emmanuele.

Lo stato che è definito come “sonno” cessa con il venir meno della voce dell’angelo. Quello stato, che era un profondo atteggiamento di ascolto in cui sembra davvero che le facoltà della mente si addormentino, per lasciare il posto al profondo silenzio dell’anima, ora viene meno.
Giuseppe ha ascoltato, ha accolto, ha compreso senza chiedere spiegazioni. Questo accade quando l’accoglienza del cuore precede ogni comprensione, quando la fede precede ogni dimostrazione e il cuore si dilata, aprendosi… all’inspiegabile.
Inspiegabile è infatti l’annuncio dell’angelo, ma radicato in Dio e nella sua fedeltà. Non si spiega come accadrà, ma è detto perché: perché colui che ha preso nelle sue mani la piccola esistenza di un uomo come Giuseppe, erede di Davide povero e sperduto in fondo alla Galilea, è il Signore Onnipotente, il Dio dei nostri padri.
Questa ragione è sufficiente, è anzi la ragione fondamentale di ogni intervento di Dio nella storia umana. È l’unica ragione di ogni chiamata e l’unica ragione di ogni sì.
E Giuseppe dà la sua risposta, il suo “amen”, che è il sì della sua vita. La sua risposta infatti non è una parola, ma un’azione: “fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore”. L’angelo gli aveva detto: “Non temere di prendere con te Maria…”.
E Giuseppe obbedisce. Obbedisce forse perché non temè? Anzi, obbedisce perché, avendo temuto ed essendo stato turbato, si apre all’accoglienza, prima alla parola di Dio portata dall’angelo, poi a tutta l’iniziativa divina che gli cambia la vita, a Maria stessa e al mistero della sua e della propria vocazione.
Giuseppe obbedisce come Maria: la sua obbedienza nasce dal cuore aperto all’ascolto. Egli è padre nel cuore prima ancora di assumere legalmente la responsabilità paterna. Egli non dice sì soltanto a Dio, obbedendo alla sua voce, ma dice sì anche alla vocazione misteriosa di Maria, anzi dice sì pienamente a Maria in quanto persona, accogliendo in sé e nella sua casa una creatura abitata da Dio.
Giuseppe ha aperto le porte a Dio, senza temere di perdere la sua identità: rispondendo alla chiamata che lo ha stupito, egli compie nella sua piccolezza proprio quella identità di cui forse aveva dubitato all’inizio, quando si era chiesto: “Chi sono io per te, o Dio?”.
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Vangelo (Mt 11,16-19) del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 15 Dicembre 2017) con commento comunitario

14 dicembre 2017 by

 Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 11,16-19)

In quel tempo, Gesù disse alle folle: «A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!. È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: È indemoniato. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».

Questo è il Vangelo del 15 Dicembre, quello del 14 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

 

Lectio Divina: La Preghiera

14 dicembre 2017 by

Abbiamo fatto l’esperienza di una vera amicizia? Non stiamo più nella pelle e gridiamo perché vogliamo essere chiamati con il nostro nome; per poter diventare noi stessi abbiamo bisogno che un altro ci venga incontro:
Quando avremo la grazia di una vera amicizia saremo cambiati, trasformati nel più intimo della nostra persona.
Quando un essere di carne ed ossa entra nella nostra vita, la sconvolge e le dà un senso nuovo.
Abbiamo incontrato qualcuno che ci è venuto incontro e ci ha detto delle parole che sollecitano una risposta e cambiano tutta la vita.

I nostri problemi e le nostre difficoltà rimangono, ma noi li vediamo in un modo nuovo. Lo stesso accade quando Dio ci viene incontro e ci rivolse una parola di amicizia.

L’amore di Dio è così forte, così potente, da essere capace di restituirci la verginità del cuore. San Agostino parlerà dell’amore verginizzante di Dio. Dio non ci ama perché siamo graziosi, ma ci ama perché possiamo diventarlo.

Noi possiamo cambiare, siamo cambiati, perché Lui, Dio, ci ha incontrato, ci ha parlato, perché il suo stesso amore ci ha cambiato.

L’amore di Dio per noi non è una parola vana, è una parola che realizza ciò che porta con sé, una parola efficace, operante. Come l’incontro con un altro ci cambia, così l’incontro con Dio, con Gesù ci trasforma nelle profondità del nostro essere.

Fra te e Me, dice Dio, vi è un legame che nulla potrebbe infrangere. Io sono il tuo Dio; tu sei il mio figlio. Metteremo in comune. Io la Mia eternità, la mia vita e la Mia santità, tu il tuo quotidiano, la tua vita terrena e la tua povertà. La tua esistenza si unirà alla Mia, e non saremo mai più separati, perché io sono Dio e non metterò più in questione la mia alleanza, in un certo modo, i nostri destini sono legati l’uno all’altro.

Fra te e Me vi è una comunione di essere sulla quale si radica una comunione di sguardi e di amore. È soprattutto in Gesù che questa alleanza sarà realizzata perfettamente.

Discendiamo nel profondo del nostro cuore per scoprirvi come alla sua sorgente, questa corrente di vita che irriga tutta la nostra persona.
Proprio nella sicurezza di essere l’alleato di Dio si radica profondamente la nostra preghiera. La quale sgorga semplice, affettuosa e serena, perché sentiamo che Dio per primo ci ha parlato e vuole legare il suo destino al nostro.

“II Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli – ma perché il Signore vi ama”.

L’orazione è quel momento privilegiato nel quale noi contempliamo l’amore del Padre che ci genera alla vita filiale. Vuole liberarci dal profondo della nostra umanità per svilupparsi liberamente in noi.

Non dovremo più allora cercare delle idee e delle parole per esprimere la nostra preghiera. Ci basterà esistere come figlio di Dio: il nostro essere stesso sarà una preghiera.

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Preghiera del giorno: Tempo d’Avvento/Seconda Settimana, Giovedi 14/12/17

14 dicembre 2017 by

UN ANGELO DEL SIGNORE

Mentre però [Giuseppe] stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». (Mt 1,20-21)

Giuseppe è sospeso, trattiene il fiato, la sua vita ha una battuta d’arresto: ecco che si immerge nella riflessione, o meglio sprofonda nel suo stesso stupore. “Pensare”, nel linguaggio biblico, non vuol dire “ragionare”, ma ascoltare il cuore, chinarsi sul proprio intimo più segreto, per cercare di avvertire il germe del pensiero divino che sta spuntando.
Pensare dunque vuol dire ascoltare quel che Dio dice al mio cuore. Niente di strano che questo stato possa essere paragonato al sonno: nel sonno la ragione tace e si abbandona… Il sonno di Adamo, il sonno di Abramo, quello dei discepoli di fronte al mistero di Gesù, è il ritrarsi della mia ragione, insufficiente a spiegare ciò che accade, e della mia natura ridotta al silenzio. Ed ecco perché il “sogno” è una visione del segreto di Dio.
Questo accade nella preghiera. Infatti si può dire che l’uomo in ascolto della voce che parla al suo cuore, sta pregando e Dio gli apre il suo stesso cuore per condividere con lui il suo segreto.
Il messaggero celeste porta la parola di Dio, è egli stesso una parola di Dio che si rivolge sempre all’uomo reale, che ha un’identità precisa:. “Giuseppe, figlio di Davide…”, tu che sei l’erede della promessa fatta a Davide, figlio secondo la discendenza, ma ancor più perché in te si compie quella promessa, “… non temere!”: ecco la parola decisiva, quella che ogni profeta ha ascoltato. Perché il profeta è uomo, come Giuseppe, e si riconosce del tutto inadeguato a compiere la volontà di Dio.
Non temere… perché, infatti, tu potresti temere, se questo fosse un tuo progetto, ma non è così, e il tuo timore incontra la presenza dello Spirito Santo che agisce in Maria, in lei per la sua maternità, in te per quella che sarà la tua paternità. Infatti, come prescrive la Legge, darai il nome al figlio che ricevi come dono di Dio: non temere, proprio perché chi compie ogni cosa è Dio. Tu sei affidato a colui che è sceso in Maria. Consegnati a lui, che compirà la sua opera anche in te, che sarai padre di questo figlio, riconoscendo in lui il salvatore atteso da tutto Israele.
Non temere… perché, anche se è sconvolgente per la mente umana e causa di turbamento per il cuore, questa chiamata è per te e attendeva proprio te, figlio di Davide.
figlio che il re Davide ebbe secondo la carne, Salomone, costruì il tempio di Gerusalemme, grandiosa dimora per l’Arca dell’Alleanza e segno per tutti i popoli che Dio vuole dimorare in mezzo ai suoi. Ma tu sarai, con la tua stessa vita, con il tuo lavoro e il tuo silenzio, la casa in cui l’Arca dell’Alleanza troverà dimora. Maria è questa Arca, tabernacolo del Dio vivente, e tu la casa per lei e per colui che è con lei, il redentore del suo popolo.
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Vangelo (Mt 11,11-15) del giorno dalle letture della Messa (Giovedì 14 Dicembre 2017) con commento comunitario

13 dicembre 2017 by

S. GIOVANNI DELLA CROCE, sacerdote e dottore della Chiesa

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 11,11-15)
In quel tempo, Gesù disse alle folle:
«In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.
Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono.
Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. E, se volete comprendere, è lui quell’Elìa che deve venire.
Chi ha orecchi, ascolti!».

Questo è il Vangelo del 14 Dicembre, quello del 13 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Bernardo di Clairvaux, Sermoni per l’Avvento:Sermone III, Le Sette Colonne

13 dicembre 2017 by

 

Nell’Avvento del Signore che celebriamo, se considero la persona di colui che viene, non riesco a farmi un’idea dell’eccellenza della sua maestà. Se guardo quelli ai quali è venuto, rimango spaventato dalla grandezza della degnazione. Certamente gli Angeli sono pieni di stupore per la novità, in quanto vedono al di sotto di sé colui che sempre adorano sopra di sé, e manifestamente ormai salgono e scendono al Figlio dell’uomo (Gv 1, 51). Se considero a fare che cosa egli sia venuto, abbraccio, per quanto posso, l’ampiezza inestimabile della sua carità. Se penso al modo, constato l’esaltazione della condizione umana. Viene infatti il Creatore e Signore di tutto il creato, viene agli uomini, viene per gli uomini, viene uomo. Ma dirà qualcuno: «Come mai si dice che sia venuto, lui che è sempre stato dappertutto? Era nel mondo, e il mondo per lui è stato fatto, e il mondo non lo conobbe» (Gv 1, 10). Non è dunque venuto, lui che era presente, ma è apparso, lui che era nascosto. Perciò ha preso la natura umana nella quale poter essere conosciuto, lui che abita la luce inaccessibile (1 Tm 6, 16). E veramente non era cosa ingloriosa apparire nella sua somiglianza che aveva fatto all’inizio (Mt 19, 4), né indegno di Dio mostrarsi nella sua somiglianza (Gen 1, 26) a coloro che non avrebbero potuto conoscerlo nella sua
sostanza, affinché, lui che aveva fatto l’uomo ad immagine e somiglianza sua, egli stesso apparisse agli uomini come uomo.

2. La Chiesa intera dunque celebra una volta all’anno la solennità di questo avvento di tanta maestà, di tanta umiltà, di tanta carità, di tanta nostra glorificazione. Ma volesse Dio che questa celebrazione si facesse sì una sola volta, ma che (nei suoi effetti) durasse sempre. Questo sarebbe molto giusto. Quanta incongruenza infatti c’è nel fatto che, dopo l’avvento di un così grande Re, gli uomini vogliano od osino occuparsi in altri svariati affari, mentre piuttosto, lasciato tutto il resto, dovrebbero occuparsi unicamente nel culto di lui, e, in sua presenza, non ricordarsi di tutte le altre cose. Ma non a tutti si possono applicare le parole del Profeta: Erutteranno il ricordo della tua bontà immensa (Sal 145 (144), 7), in quanto non tutti fanno di questo ricordo il loro cibo. In verità, nessuno può eruttare quello che non ha gustato, e neppure se l’ha solamente gustato. Il rutto non può procedere se non dalla pienezza e dalla sazietà. Perciò coloro che hanno una mente e una vita secolare, anche se celebrano questa memoria, non la eruttano, osservando questo periodo di avvento senza devozione e affezione, per una certa arida consuetudine. Infine, e questo è ancor più da condannare, la memoria di questa degnazione diventa per certuni occasione per la vita carnale (Gal 5, 13), e potresti vedere questi tali tanto solleciti in questi giorni per preparare vesti sontuose e cibi prelibati, come se queste cose cercasse Cristo venendo a nascere tra noi, e venga ricevuto in modo tanto più degno, quanto con maggior cura vengono preparate queste cose. Ma ascolta quello che dice lui: Chi ha occhi altezzosi e cuore superbo, con un tale non prendevo cibo (Sal 101 (100), 5). Perché con tanta ambizione prepari abiti per il mio Natale? Io detesto la superbia, non l’accolgo. Perché con tanta sollecitudine prepari vivande abbondanti per quell’occasione? Io condanno le delizie della carne, non le gradisco. Davvero il tuo cuore è insaziabile, mentre prepari tante cose, facendole venire anche da lontano, mentre per il corpo basterebbero poche cose, e quali si possono con più comodo trovare. Celebrando dunque il mio avvento, tu mi onori con le labbra, ma il tuo cuore è lontano da me (Mt 15, 8). Tu non rendi culto a me, ma il ventre è il tuo dio (Fil 3,19), e tu ti vanti di quello di cui dovresti vergognarti. Proprio infelice colui che cerca il piacere del corpo e la vanità della gloria secolare; beato invece il popolo il cui Dio è il Signore (Sal 144 (143), 15).

3. Fratelli, non adiratevi contro gli empi, né invidiate i malfattori (Sal 37 (36), 1). Considerate piuttosto qual è la loro fine (Sal 73 (72), 17), e compatiteli di cuore, e pregate per loro che sono trovati nel peccato (Gal 6, 1). Essi fanno così perché ignorano Dio (1 Cor 15, 34), perché se lo conoscessero, non avrebbero mai provocato stoltamente contro di sé il Signore della gloria (1 Cor 2, 8). Ma noi, dilettissimi, non abbiamo la scusa dell’ignoranza (Gv 15, 22). Voi lo conoscete bene, e se diceste che non lo conoscete, sareste, come i secolari, bugiardi (1 Gv 4, 20). Del resto, se non lo conoscete, chi vi ha condotti qui, o come vi siete venuti? (Mt 22, 12).
E come avresti potuto deciderti a rinunziare spontaneamente all’affetto delle persone care, ai piaceri del corpo, alle vanità del mondo, e gettare nel Signore ogni tuo pensiero (Sal 55 (54), 23) e ogni preoccupazione (1 Pt 5, 7), dal quale non meritavi nulla di bene, anzi, tanto male, come te lo dice la coscienza? Chi, ripeto, ti avrebbe persuaso a fare queste cose, se non avessi saputo che il Signore è buono per quelli che sperano in lui, per l’anima che lo cerca (Lam 3, 25), se non avessi conosciuto anche tu che dolce è il Signore e mite, molto misericordioso e verace? (Sal 86 (85), 5 e 15). E queste cose di dove le hai sapute, se non perché, non solo è venuto a te, ma in te?

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Preghiera del giorno: Tempo di Avvento / Seconda Settimana, Mercoledi 13/12/2017

13 dicembre 2017 by

GIUSEPPE, UOMO GIUSTO

A Giuseppe è attribuita la qualità del “giusto” che, secondo la Scrittura e così come appare soprattutto nei Salmi e nei Profeti, è l’uomo della fede in Dio.
“Giusto” è quell’uomo che vede in Dio il protagonista della sua vita e lo riconosce anche nella sventura, come Giobbe. Il giusto non attribuisce a se stesso il bene che pure si sforza di compiere, né pretende di giudicare il comportamento di Dio.
“Giusto” è proprio l’uomo che non giudica nessuno, né Dio né gli uomini.
Così Giuseppe agisce verso Dio e verso Maria: egli si comporta come il popolo ebraico alle falde del monte Sinai, quando il Signore si manifestava con tuoni e fulmini, mentre parlava con Mosè. Gli Ebrei nel loro accampamento, si prostravano con la faccia a terra ed erano ben contenti che ci fosse qualcuno a parlare con Dio per loro! Non è viltà, ma la consapevolezza dell’abisso che ci separa dall’immensità di Dio.
Così Giuseppe: non è vile, ma un uomo retto che è consapevole della sua piccolezza. Proprio perché egli riconosce la presenza di Dio nella sua vita, così bruscamente sospesa, proprio perché vede il sigillo di Dio nell’innocenza luminosa di Maria e nel mistero di quella fecondità verginale, proprio per questo Giuseppe vuole tirarsi indietro, come allora gli Ebrei: “Non ci parli Dio, altrimenti moriremo!” (Es 20,19).
Giuseppe, nella sua piccolezza, non sa che il mistero si compie proprio perché Dio scende nell’abisso che lo separa dall’uomo, e per parlare agli uomini dall’interno della loro vita la sua stessa Parola, il Verbo eterno, si fa uomo nel seno di Maria!
E allora vorrebbe ritirarsi dal progetto di Dio, senza far rumore, e al tempo stesso dovrebbe sciogliersi dal patto nuziale con Maria, la prescelta del Signore, come se anche lei improvvisamente diventasse per lui una persona irraggiungibile e inaccessibile, come Dio stesso.
Non si è chiesto che cosa avverrà di lei dopo, né come potrà sopravvivere con quel suo misterioso bambino non ancora visibile, non perché è superficiale o non gli importa di Maria, ma proprio perché sa che lei appartiene a Dio. Giuseppe, ritirandosi, consegna Maria non alla giustizia degli uomini – che la condannerebbero come adultera – ma alla giustizia di Dio, che l’ha scelta.
Una sola cosa Giuseppe non sa ancora: che anche lui è consegnato a quello stesso mistero, che lo avvolge come le ali dell’angelo che già si affaccia alla sua casa
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Vangelo (Mt 11,28-30) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 13 Dicembre 2017) con commento comunitario

12 dicembre 2017 by

SANTA LUCIA, vergine e martire – memoria

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 11,28-30)
In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
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Lectio Divina: Gesù e la nostra santificazione

12 dicembre 2017 by

“Io non conosco nulla di meglio per staccarci dal mondo di ciò che eleva; ne conosco nulla che tanti ci elevi come lo studio, la contemplazione e la scienza di Gesù.” Ed ancora “Siate Gesù: Gesù nell’orazione, Gesù nella conversazione, Gesù nella prova, Gesù per Iddio, Gesù per il prossimo, Gesù unicamente e sempre”.

Debbiamo pensare a Gesù come un vivente, attualmente vivente che è nel mondo, e che ci ha scelto nel mondo tra mille.

Ha le sue vedute su di noi. Egli conosce il Santo differente tra Tutti gli altri santi cui portiamo il germe, e che Egli creerà con il peggio e con il meglio di noi stessi, se non resistiamo al suo amore. Il dramma della nostra vita sta in questa resistenza che noi opponiamo al paziente lavorio di Gesù.

Sono convinto che sono uno scelto fra mille? Se è così, a che punto è il mio dramma?
Sento, con impegno sentito e sereno il germe del santo che è in me?
Perché dopo tante comunioni, tante promesse, sono incapace di diventare santo?
Senza sfiduciarci, rinnoviamo a Gesù la promessa di diventarlo.

Il Desurmont descrive con finezza il procedimento secondo il quale giunge alla santità un imitatore di Gesù. L’operazione dello Spirito Santo assecondata dalla buona volontà dell’individuo, forma, conserva, matura nell’anima il gusto celeste della rassomiglianza con Gesù.

Quando lo Spirito Santo ha stabilito di formare in un’anima questo istinto celeste, comincia con l’ispirarle un interesse vivo per la persona del Salvatore. Poco a poco senza conoscere le cause, l’anima sente attrattiva per tutto ciò che si riferisce a Lui; prova il bisogno di dargli piacere, di conversare con Lui, di unirsi a Lui, poiché è legge di natura che si sia felici e fieri di rassomigliare a colui che stimiamo e amiamo, presto l’anima concepisce il desiderio di imitare Gesù.

Insensibilmente arriva ad una specie di passione per Gesù: i suoi desideri, la sua gioia, la sua gloria, la soddisfazione di tutte le sue aspirazioni, il termine di tutti i suoi progetti, la luce di tutti i suoi passi sono in Gesù e in tutti i suoi esempi divini.

L’abate Chautard suggeriva spesso il quarto d’ora di santità: lo spazio di quindici minuti, lungo la giornata, in cui ci si propone di vivere da santi, con più tenacia del solito.
Farà bene anche a me; stabilirò, circa dieci muniti durante i quali agirò alla presenza di Gesù, in stretta dipendenza da Lui ascoltando, chiedendo, non negandogli nulla, ripetendo sovente l’esercizio.

Il P. Doyle sceglieva una giornata nel corso della quale si proponeva di essere più attento a non dire mai di no a Gesù.

Chi torna dalla comunione e subito si abbandona ai propri e soliti pensieri, o parla di cose inutili, o parla con asprezza ecc. costui non dimostra di essere stato vicino alla Persona di Gesù; di averlo visto confitto in Croce durante la Santa Messa; non si è stupito di averlo ricevuto nel cuore, forse anche nelle mani, non dà a vedere che sente quell’adorabile Persona presente in lui con l’umanità sacrosanta.

La sua comunione non è stata un incontro personale: ne resta molto ridotta l’efficacia santificante. Se noi avessimo la fede viva, la fede che hanno i Santi, come loro vedremmo Gesù. “Ci sono dei sacerdoti che lo vedono tutti i giorni nella Messa” (San Curato Dars).

Chi si è comunicato con Gesù deve vivere come parla, eseguire per primo ciò che chiede agli altri perché cosi appunto, ha fatto Gesù. Quale fortuna per le anime che vedono nel consacrato una vita conforme ai principi del Vangelo, una esatta imitazione di Gesù.

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Preghiera del giorno , Tempo di Avvento / Seconda Settimana, Martedi 12/12/17

12 dicembre 2017 by

Risultato immagine per magnificat di maria

IL “MAGNIFICAT” DI MARIA

Nessuna pagina del Vangelo esprime tanta gioia quanto questa.
Maria non prega il Magnificai nel tempio, o nella sinagoga, o nell’intimità della casa; loda Dio al termine di un lungo viaggio, mentre sta per iniziare un servizio a una vita che nasce.
Il suo canto risuona ancora nelle Chiese del mondo; ma quando anche il tempo sarà giunto alla fine il Magnificat continuerà a echeggiare nella eternità.
Certamente non fu questa l’unica preghiera di Maria, ma è l’unica che conosciamo e che ripetiamo anche noi: nelle sue meditazioni attinge dalla Scrittura, ma lo fa con tono e calore nuovo; mentre contempla le grandezze di Dio non dimentica il suo lavoro quotidiano; lancia un messaggio personale al mondo più alto e più sicuro di tutte le rivelazioni private.
La scuola di preghiera di Maria orante insegna a tutti non un testo da recitare ma una missione da compiere. Questo canto viene definito «rivoluzionario»; la Vergine di Nazaret, pur discepola dei profeti, non assume però atteggiamenti rivoluzionari: la sua è la contemplazione ammirata di chi sa leggere le grandi cose fatte da Dio onnipotente, è l’azione divina che continua nella storia del mondo, le potenze terrene sono rovesciate, gli umili sono innalzati e i poveri ricolmati di beni.  Nella storia i rivoluzionari tutt’al più cambiano le strutture;
Dio invece vuole aiutarci a cambiare i cuori.
L’«umile ancella» ringrazia Dio per essere stata scelta a portarlo tra gli uomini come salvatore, e anticipa, con ardita profezia, anche la gloria che Dio prepara per lei: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata».
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Il mistero dell’eucaristia. Perché Gesù non ha scritto

11 dicembre 2017 by

http://www.lastampa.it/2017/12/12/vaticaninsider/ita/commenti/un-dio-di-amore-non-delle-regolette-astratte-FVH9TqSa8D0MsALuUHQu2K/pagina.html

Preghiera del giorno: Tempo di Avvento, Seconda Settimana : Lunedi 11/12/2017

11 dicembre 2017 by

“BEATA TU CHE HAI CREDUTO”

Ad Ain-Karim raggiunge la cugina, che «nella sua vecchiaia ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei…» (Lc 1,36).
Elisabetta, chiusa nella sua casa e nella sua maternità, rimane sorpresa perché sente all’improvviso che il bimbo si muove in lei: «Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo». Allora, investita anch’essa dallo Spirito Santo, esclama a gran voce: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,40-44). Le due madri si incontrano e si salutano; ma i due figli, il Figlio della Vergine e il figlio della sterile, entrambi generati in modo mirabile, già operano avvolti dalla presenza dello Spirito Santo. «Il bambino le sussultò nel grembo», e quel sussulto è già una preghiera, la prima preghiera di Giovanni. Anche Elisabetta, «piena di Spirito Santo», proclama una profezia che sarà ripetuta in tutto il mondo-«Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!»; è un chiaro riconoscimento della divina maternità di Maria.
Poi, con meraviglia, stupore e riverenza, aggiunge: «A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?». L’anziana Elisabetta già riconosce che il bimbo nel seno di Maria è il Figlio di Dio. E anticipando le beatitudini evangeliche, esclama: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,40-45).
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Bernardo di Clairvaux Sermoni per l’Avvento/SERMONE II , Della lettura di Isaia: «Disse il Signore ad Achaz: Chiedi per te un segno», e della via dell’avversario

11 dicembre 2017 by

1. Abbiamo udito come Isaia consigliava ad Achaz di chiedere al Signore un segno, sia nel profondo dell’inferno, sia lassù in alto (Is 7, 10-12). Abbiamo sentito la sua risposta, che ha un’apparenza di pietà, ma non la virtù (2 Tm 3, 5). Perciò ha meritato il rimprovero da colui che scruta il cuore (1 Sam 16, 7), e davanti al quale è manifesto ogni pensiero umano. Non chiederò, dice, non tenterò il Signore (Is 7, 12). Achaz era gonfio d’orgoglio per il fastigio del trono regale, astuto nelle parole secondo l’umana sapienza (1 Cor 2, 4). Perciò il Signore aveva detto a Isaia: «Va’ a dire a quella volpe (Lc 13, 32) di chiedere per sé un segno nel profondo (Is 7, 11)». Hanno infatti le volpi una tana (Mt 8, 20), ma anche se scendesse negli inferi (Sal 139 (138), 8), là vi è colui che prende i sapienti al laccio della loro astuzia (Gb 5, 13; 1 Cor 3, 19). E ancora: «Va’ a dire a quell’uccello, dice il Signore, di chiedere per sé un segno lassù in alto». L’uccello ha infatti un nido (Mt 8, 20); ma se anche salirà in cielo, là c’è colui che, resistendo ai superbi (1 Pt 5, 5), schiaccia con la sua forza il collo dei superbi e degli orgogliosi. Tuttavia Achaz rifiuta di chiedere un segno di potere eccelso ovvero di sapienza di incomprensibile profondità; e perciò il Signore stesso promette alla casa di David un segno di bontà (Is 7, 13), per attirare con l’espressione della carità coloro che non erano stati smossi né dal terrore del potere, né dalla prova di sapienza. La carità può essere significata non a torto in quelle parole: Nel profondo dell’inferno (Is 7, 11), la carità stessa cioè della quale nessuno ebbe una più grande (Gv 15, 13), che fece sì che morisse per gli amici e scendesse nell’inferno, così che ad Achaz venga ordinato di riverire con timore la maestà di colui che regna nei cieli altissimi, o abbracciare la carità di colui che sarebbe sceso negli inferi. Non solo dunque stanca la pazienza degli uomini, ma anche quella di Dio (Is 7, 13) chiunque né pensa alla maestà con timore, né con amore ripensa alla carità. Per questo, dice, il Signore stesso vi darà un segno, nel quale apparisca chiaramente la maestà e la carità. Ecco una vergine concepirà e partorirà un figlio, e sarà chiamato con il nome di Emmanuele (Is 7, 14), che significa Dio con noi (Mt 1, 23). Non fuggire, Adamo; perché il Signore è con noi. Non temere, uomo (Lc 1, 30), e udendo il nome di Dio non restare terrorizzato, perché Dio è con noi. Con noi per la somiglianza della carne (Rm 8, 3), con noi per nostra utilità: per noi è venuto, come uno di noi (Gen 3, 22), simile a noi (Gc 5, 17), passibile.

2. Mangerà burro e miele, dice (Is 7, 15), come per dire: Sarà piccolo, e si nutrirà di alimenti adatti ai bambini. Perché impari, dice ancora, a rigettare il male e scegliere il bene (ibid.). Anche qui senti parlare di male e di bene (Gen 3, 22), come a riguardo dell’albero proibito (Gen 2, 17), come si parla dell’albero della trasgressione. Ma questo secondo Adamo fa la sua scelta molto meglio del primo. Scegliendo il bene, egli rigetta il male, non come il primo Adamo che amò la maledizione e venne su di lui, e ricusò la benedizione, e da lui si è allontanata (Sal 109 (108), 17). Nelle parole, infatti, che precedono: Mangerà panna e miele (Is 7, 15) lascia intendere la scelta di questo bambino. Solo ci assista la sua grazia, onde siamo in grado di capire in qualche modo e di esporre in modo degno e adatto alle intelligenze queste cose. Due sono i prodotti del latte della pecora: il burro e il formaggio. Il burro è grasso, il formaggio invece è secco e duro. Bene dunque il nostro pargolo sa scegliere, mangiando il burro e lasciando il cacio. Quale è infatti quella centesima pecora che si è spersa (Mt 18, 12), e di cui si parla nel salmo: Come pecora smarrita vado errando (Sal 119 (118), 176)? È sicuramente il genere umano, che il benignissimo Pastore cerca, lasciando le altre novantanove pecorelle sui monti. In questa pecora pertanto si possono trovare due cose, la natura dolce, la natura buona, come il burro, e la corruzione del peccato, come il formaggio. Vedi dunque come il nostro bambino ha scelto molto bene, prendendo la nostra natura, ma senza la corruzione del peccato. Dei peccatori invece è detto: Si è coagulato come latte il loro cuore (Sal 119 (118), 70); in essi infatti il fermento della malizia, il caglio dell’iniquità (1 Cor 5, 8) ha corrotto la purità del latte.

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AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro Decimo: Dopo la ricerca e l’incontro con Dio

11 dicembre 2017 by

La memoria ( Parte Terza)

Amore universale per la verità
23. 33. Dunque non è certo che tutti vogliono essere felici: quanti non cercano il godimento di chi, come te, è l’unica felicità della vita, in realtà non vogliono la felicità. O forse tutti la vogliono, ma, poiché le brame della carne sono opposte allo spirito, e quelle dello spirito alla carne, sì che non fanno ciò che vogliono, cadono là dove possono, e ne sono paghi, perché ciò che non possono, non lo vogliono quanto occorrerebbe per volerlo? Chiedo a tutti: “Preferite godere della verità o della menzogna?”. Rispondono di preferire la verità, con la stessa risolutezza con cui affermano di voler essere felici. Già, la felicità della vita è il godimento della verità, cioè il godimento di te, che sei la verità, o Dio, mia luce, salvezza del mio volto, Dio mio. Questa felicità della vita vogliono tutti, questa vita che è l’unica felicità vogliono tutti, il godimento della verità vogliono tutti. Ho conosciuto molte persone desiderose di ingannare; nessuna di essere ingannata. Dove avevano avuto nozione della felicità, se non dove l’avevano anche avuta della verità? Amano la verità, poiché non vogliono essere ingannate; e amando la felicità, che non è se non il godimento della verità, amano certamente ancora la verità, né l’amerebbero senza averne una certa nozione nella memoria. Perché dunque non ne traggono godimento? Perché non sono felici? Perché sono più intensamente occupati in altre cose, che li rendono più infelici di quanto non li renda felici questa, di cui hanno un così tenue ricordo. C’è ancora un po’ di luce fra gli uomini. Camminino, camminino dunque, per non essere sorpresi dalle tenebre.
23. 34. Ma perché la verità genera odio, e l’uomo che predica il vero in tuo nome diventa per loro un nemico, mentre amano pure la felicità, che non è se non il godimento della verità? In realtà l’amore della verità è tale, che quanti amano un oggetto diverso pretendono che l’oggetto del loro amore sia la verità; e poiché detestano di essere ingannati, detestano di essere convinti che s’ingannano. Perciò odiano la verità: per amore di ciò che credono verità. L’amano quando splende, l’odiano quando riprende. Non vogliono essere ingannati e vogliono ingannare, quindi l’amano allorché si rivela, e l’odiano allorché li rivela. Questo il castigo con cui li ripagherà: come non vogliono essere scoperti da lei, lei contro il loro volere scoprirà loro, rimanendo a loro coperta. Così, così, persino così cieco e debole, volgare e deforme è l’animo umano: vuole rimanere occulto, ma a sé non vuole che rimanga occulto nulla. E viene ripagato con la condizione opposta: non rimane lui occulto alla verità, ma la verità rimane occulta a lui. Eppure anche in questa condizione infelice preferisce il godimento della verità a quello della menzogna. Dunque sarà felice allorché senza ostacoli né turbamento godrà dell’unica Verità, grazie alla quale sono vere tutte le cose.

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Vangelo (Mt 18,12-14) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 12 Dicembre 2017) con commento comunitario

11 dicembre 2017 by

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,12-14)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?

In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite.

Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».

Questo è il Vangelo del 12 Dicembre, quello dell’ 11 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Vangelo (Lc 5,17-26) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 11 Dicembre 2017) con commento comunitario

10 dicembre 2017 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 5,17-26)

Un giorno Gesù stava insegnando. Sedevano là anche dei farisei e maestri della Legge, venuti da ogni villaggio della Galilea e della Giudea, e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni.

Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza.

Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere, dicendo: «Chi è costui che dice bestemmie? Chi può perdonare i peccati, se non Dio soltanto?».

Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Perché pensate così nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire “Ti sono perdonati i tuoi peccati”, oppure dire “Àlzati e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio.

Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose».

Questo è il Vangelo dell’11 Dicembre, quello del 10 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Bernardo di Clairvaux Sermoni per l’Avvento/SERMONE I Sei circostanze dell’Avvento

9 dicembre 2017 by

1. Oggi, fratelli, celebriamo l’inizio dell’Avvento. Questo nome, come quello delle altre solennità, è abbastanza celebre e noto al mondo, ma il suo significato non è forse altrettanto conosciuto. Infatti, i poveri figli di Adamo, trascurando di studiare le cose importanti e salutari, cercano piuttosto le cose caduche e transitorie. A chi paragoneremo gli uomini di questa generazione (Mc 4, 30; Lc 7, 31) che vediamo incapaci di staccarsi e separarsi dalle consolazioni terrene e caduche? Sono certamente simili a quei naufraghi che, in procinto di venir sommersi dalle acque, si aggrappano a qualsiasi cosa, la prima che capiti loro tra mano, e la tengono fortemente stretta, anche se si tratta di cose che in nessun modo possono portare aiuto (Is 30, 5), come radici di erbe e cose simili. E se qualcuno viene in loro aiuto, capita talvolta che lo trascinano con sé, sicché non può più aiutare né loro, né se stesso. Così periscono in questo mare grande e spazioso (Sal 104 (103), 25), così periscono i miseri, mentre, seguendo le cose periture, perdono quelle solide, attaccandosi alle quali potrebbero riemergere e salvare la loro vita (Gc 1, 21). Non infatti della vanità, ma della verità è detto: La conoscerete ed essa vi farà liberi (Gv 8, 32). Voi dunque, fratelli, ai quali, in quanto piccoli, Dio rivela quelle cose che tiene nascoste ai sapienti e prudenti (Mt 11, 25), occupatevi di quelle cose che sono veramente salutari, facendone oggetto dei vostri assidui pensieri. Riflettete con cura al significato di questo avvento, investigando chi sia colui che viene, donde venga, dove vada, che cosa venga a fare, quando e per quale via egli venga. Certamente è questa una curiosità degna di lode e salutare: infatti la Chiesa universale non celebrerebbe questo Avvento con tanta devozione, se non si nascondesse in esso un qualche grande sacramento (Ef 5, 32).

2. Innanzitutto pertanto, insieme con l’Apostolo, pieno di stupore e di ammirazione (At 2, 12), considerate anche voi la grandezza di costui che viene: egli è infatti, secondo la testimonianza di Gabriele, il Figlio del Dio Altissimo (Lc 1, 32), e conseguentemente Altissimo anche lui. Non possiamo infatti pensare ad un Figlio di Dio degenere, ma dobbiamo confessarlo di uguale altezza e della medesima dignità. Chi non sa infatti che i figli di principe sono anch’essi principi, e i figli di re sono re anch’essi? Ma perché mai delle tre Persone che crediamo e confessiamo e adoriamo nell’eccelsa Trinità, non il Padre, non lo Spirito Santo, ma il Figlio è venuto? Io penso che questo sia stato fatto non senza una ragione. Ma chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore. O chi mai è stato suo consigliere (Rm 11, 34)? E certamente non fu senza il consiglio della Trinità che venisse il Figlio; e se consideriamo la causa del nostro esilio, forse possiamo capire, almeno un poco, come fosse conveniente che fosse soprattutto il Figlio a liberarci. Lucifero infatti, che si levava al mattino (Is 14, 12), per il fatto di aver tentato di usurpare la somiglianza dell’Altissimo, e di essersi attribuito ingiustamente di essere uguale a Dio (Fil 2, 6), il che è prerogativa del Figlio, venne punito all’istante e precipitato nell’inferno (Is 14, 12), perché il Padre vendicò l’onore del Figlio, e fu come dicesse: A me la vendetta, io darò il dovuto castigo (Rm 12, 19). E subito avresti potuto vedere Satana che come fulmine cadeva dal cielo (Lc 10, 18). Come osi insuperbirti tu, terra e cenere (Sir 10, 9)? Se Dio non ha perdonato agli angeli insuperbiti (Rm 11, 21), quanto più userà lo stesso rigore a tuo riguardo, putredine e verme (Sir 19, 3) che sei. Lucifero non ha fatto nulla, nessuna azione esterna: ha solo avuto un pensiero di superbia e in un istante, in un batter d’occhio (1 Cor 15, 52) fu irreparabilmente precipitato, perché, secondo il Profeta, egli non stette nella verità (Gv 8, 44).

3. Fuggite la superbia, fratelli miei, ve ne prego; fuggitela con orrore. La superbia è alla base di ogni peccato, essa che ha sprofondato nelle tenebre eterne (Gb 3, 9) così velocemente lo stesso Lucifero che rifulgeva più splendido di tutte le stelle, e da primo degli angeli lo mutò in diavolo. E così, subito ardente d’invidia per l’uomo, ingenerò in lui l’iniquità che aveva concepito in se stesso (Gb 15, 35; Sal 7, 15), persuadendolo a mangiare il frutto proibito, per diventare così simile a Dio, mediante la conoscenza del bene e del male (Gen 3, 5-6). Che cosa offri, che cosa prometti, disgraziato, dal momento che il Figlio dell’Altissimo (Lc 1, 32) ha la chiave della scienza (Lc 11, 52), anzi, è egli stesso la chiave, la chiave di Davide che chiude e nessuno può aprire (Ap 3, 7)? In lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2, 3); tu saresti capace di rubarli per darli all’uomo? Vedete che veramente, come dice il Signore, costui è bugiardo e padre della menzogna (Gv 8, 44). Fu infatti bugiardo quando disse: Sarò simile all’Altissimo (Is 14, 14), e padre della menzogna allorché trasfuse anche nell’uomo il germe avvelenato della sua falsità, dicendo: Sarete come dei (Gen 3, 5). Anche tu, o uomo, vedendo un ladro, corri con lui (Sal 50 (49), 18). Avete notato fratelli, quello che è stato letto questa notte nel profeta Isaia, che riferisce le parole del Signore: I tuoi principi sono infedeli, ovvero, secondo un’altra versione: disobbedienti, compagni dei ladri (Is 1, 23).

4. In realtà i nostri principi Adamo ed Eva, capostipiti della nostra razza, sono stati disobbedienti, soci di ladri; essi tentano per consiglio del serpente, anzi del diavolo che si serve del serpente, di rubare quello che appartiene al Figlio di Dio. E il Padre non dissimula l’ingiuria (Pr 12, 16) fatta al Figlio — egli infatti ama il Figlio (Gv 5, 20) —, ma subito anche nell’uomo vendica questa ingiuria (Dt 32, 43), e appesantisce la sua mano su di noi (Sal 32 (31), 4). Tutti infatti in Adamo abbiamo peccato (Rm 3, 23; 1 Cor 15, 22), e in lui tutti abbiamo ricevuto la sentenza di dannazione. Che cosa farà il Figlio vedendo che il Padre prende le sue difese, e non perdona ad alcuna delle sue creature? «Ecco, dice, per causa mia il Padre perde le sue creature. Prima l’Angelo ha ambito la mia eccellenza, e ha trovato compagni che lo seguissero; ma subito la gelosia del Padre si è scagliata contro di lui e contro i suoi seguaci, percuotendoli tutti con piaga incurabile (2 Mac 9, 5), con crudele castigo (Ger 30, 14). L’uomo ha voluto rubarmi anche la scienza, che appartiene a me, e neppure di lui ha avuto compassione (Dt 7, 16; Ez 16, 5), né gli ha perdonato. Dio si cura forse dei buoi (1 Cor 9, 9)? Aveva Dio fatto soltanto due nobili creature dotate di ragione, capaci di beatitudine, l’angelo cioè e l’uomo; ma per causa mia perse molti angeli e tutto il genere umano. Dunque, perché sappiano che anch’io amo il Padre (Gv 14, 31), riabbia per mezzo mio quelli che in qualche modo per causa mia sembra aver perduto. Se questa tempesta, dice Giona, è sorta per causa mia, prendetemi e buttatemi in mare (Gn 1, 12 sec. ant. vers.). Tutti mi portano invidia. Vengo, e tale mostro me stesso, che chiunque vorrà invidiarmi, chiunque desidererà di imitarmi, questa emulazione vada a bene suo. So tuttavia che gli angeli disertori si sono dati completamente alla malizia e alla nequizia (1 Cor 5, 8), e non hanno peccato per una qualche ignoranza o fragilità; perciò, non volendo essi pentirsi, è inevitabile che periscano. L’amore del Padre e l’onore del Re esigono la giustizia (Sal 99 (98), 4)».

5. Per questo infatti egli ha creato da principio gli uomini (Gen 1, 27-28; Mt 19, 4) affinché da essi fossero riempiti i posti rimasti vuoti, e venissero restaurate le rovine della (celeste) Gerusalemme (Is 61, 4). Sapeva infatti che per gli angeli era impossibile una via di ritorno. Conosce infatti la superbia di Moab (Is 16, 6; Ger 48, 29), che è grande, e non ammette rimedio di pentimento, e per questo esclude anche il perdono. Ma per gli uomini non ha creato nessuna creatura per sostituirli, dando a vedere con ciò che per l’uomo c’era ancora redenzione, essendo egli stato soppiantato dalla malizia altrui; per questo gli poteva giovare la carità di un altro. Così, Signore, ti supplico (Es 34, 9), ti piaccia di liberarmi (Sal 40 (39), 14) perché io sono infermo (Sal 6, 3), perché dalla mia terra sono stato dolorosamente strappato (Gen 40, 15), e buttato in questo carcere. Non del tutto innocente, a dire il vero, ma rispetto a colui che mi ha sedotto, un poco innocente. La menzogna mi è stata suggerita, o Signore: venga la verità, onde si scopra la falsità, e io conosca la verità, e la verità mi darà la libertà (Gv 8, 32), a condizione che, scoperta la falsità, io rinunzi completamente ad essa ed aderisca alla verità conosciuta. Diversamente non sarebbe più una umana tentazione (1 Cor 10, 13), né un peccato umano, ma sarebbe ostinazione diabolica: perseverare nel male, infatti, è cosa diabolica, e giustamente meritano di perire con il diavolo (Ap 12, 9) coloro che si ostinano nel peccato (Rm 6, 1).

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

9 dicembre 2017 by

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO

ELEVAZIONE 14
L’amore e la giustizia

« Dio è troppo buono; non può punire in eterno ». E’ così che molti ti giudicano, Signore. E sotto questo sciocco pretesto, preferiscono servire le loro cattive passioni e le loro cattive inclinazioni piuttosto che rinunciare a se stessi e seguirti.
Nulla tuttavia è più contrario alla dottrina della tua Chiesa: l’inferno è ben lontano dall’essere opposto alla tua bontà, ed è precisamente perché io credo al tuo amore, o Dio potente e buono, che io credo all’inferno.
Se tu non fossi Amore; se egoisticamente chiuso nella tua beatitudine tu non avessi gettato sugli esseri inferiori a te che sguardi indifferenti, forse l’inferno avrebbe potuto non esistere. Ma tu… tu hai creato tutto per amore. Hai formato l’uomo a tua somiglianza; l’hai vivificato con il tuo respiro; l’hai colmato dei tuoi doni, e non hai chiesto a questa creatura, così riccamente dotata, che un poco di fiducia, di fedeltà e di amore. E quando essa ti disprezza e si rivolta contro di te, tu resteresti impassibile, come un Essere incompleto, privo di amore e di sentimento? Dio! Io credo ai rigori della tua giustizia perché credo alle eccessive tenerezze del tuo cuore! Ti amo, mio Dio, Amore Infinito, che ti chini verso la creatura, che la sostieni e la sollevi. Ma ti amo anche, Amore misconosciuto e oltraggiato, che ti irrigidisci e punisci.
Se l’inferno non esistesse, non ti amerei altrettanto. Quando vedo un principe lasciare, nel suo regno, tutti i delitti impuniti; quando lo vedo spargere le sue ricchezze con altrettanta profusione su vili e traditori come sui suoi sudditi fedeli, e trascinare nell’avvilimento la grandezza e la maestà regali, non posso che disprezzarlo e chiamarlo ingiusto e fiacco. No, se non ci fosse l’inferno, mancherebbero tre gemme splendide alla corona delle tue perfezioni: mancherebbero la giustizia, la potenza e la dignità.
Ti amo, ti adoro, mio Dio, nella tua misericordia per i deboli, nella tua bontà per i piccoli, nella tua generosità per i poveri. Ti adoro nel tuo perdono senza riserve; nell’amore che scende dal tuo seno su tutte le creature; nelle tue attese senza stanchezza; nelle grazie che spandi a profusione sulle anime per toccarle, per ricondurle a te, per illuminarle, per vincerle.
Ti adoro anche, ti amo appassionatamente grande, maestoso, terribile, che consumi in una fiamma eterna coloro che hanno resistito all’assedio del tuo amore.
Del resto non sei tu, mio Dio, sovranamente buono, che condanni e punisci: sono i cattivi stessi che, rifiutandosi di gettarsi nelle fiamme del tuo amore senza fine, si precipitano in quelle dell’eterna giustizia.
Sì, ti amo come tu sei.
Ti adoro, incoronato dall’insieme infinito delle perfezioni; tanto giusto come buono, grande tanto per la tua potenza e santità che per la tua misericordia, e sempre l’Amore, l’Amore Infinito; Amore che crea, che dona, che perdona, che vivifica; Amore che comanda, riprende e castiga…

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Lectio Divina: La Chiesa vive l’Eucaristia

9 dicembre 2017 by

Abbiamo pregato, perché lo Spirito di Dio ci assista, perché non abbiamo a cadere nelle tenebre dell’errore, ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità. Sono parole che non hanno bisogno di ulteriore chiarimento, ognuno avrà modo di approfondirle.

Ora vorrei la nostra attenzione su altre parole di Gesù. Premetto subito che sono colloqui privati e come tali possono anche essere presi con riserva; sappiamo che la Chiesa è assai prudente a questo riguardo e fa bene; però è innegabile che tali parole contengono e quindi mettono in risalto una realtà preoccupante.

Vi confesso che, personalmente, sono stato e lo sono tuttora molto scosso da tali parole specie se me le ripropongo stando dinnanzi al Tabernacolo; provate anche voi e poi saprete dirvi se sono parole da lasciarle passare e non piuttosto fermarle perché vadano fino in fondo al cuore perché possano compiere ciò per cui sono state dettate. Eccole:
“L’ultimo dono che voglio fare all’umanità perché si salvi è la riscoperta dell’Eucaristia, poi non so più che cosa fare per lei”.

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Vangelo (Mc 1,1-8) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 10 Dicembre 2017) con commento comunitario

9 dicembre 2017 by

II DOMENICA DI AVVENTO

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,1-8)

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Questo è il Vangelo del 10 Dicembre, quello del 9 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Vangelo (Mt 9,35 – 10,1.6-8) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 9 Dicembre 2017) con commento comunitario

8 dicembre 2017 by

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 9,35 – 10,1.6-8)

In quel tempo, Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. E li inviò ordinando loro: «Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Questo è il Vangelo del 9 Dicembre, quello dell’8 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Vangelo (Lc 1,26-38) del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 8 Dicembre 2017) con commento comunitario

7 dicembre 2017 by

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – Solennità

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,26-38)
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Questo è il Vangelo dell’8 Dicembre, quello del 7 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Vangelo (Mt 7,21.24-27) del giorno dalle letture della Messa (Giovedì 7 Dicembre 2017) con commento comunitario

6 dicembre 2017 by

Sant’Ambrogio, vescovo e dottore della Chiesa – memoria

 Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 7,21.24-27)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».

Questo è il Vangelo del 7 Dicembre, quello del 6 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Vangelo (Mt 15,29-37) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 6 Dicembre 2017) con commento comunitario

5 dicembre 2017 by

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 15,29-37)

In quel tempo, Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, lì si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì, tanto che la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi guariti, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E lodava il Dio d’Israele.
Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino». E i discepoli gli dissero: «Come possiamo trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?».
Gesù domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette, e pochi pesciolini». Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò e li dava ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà. Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene.

Questo è il Vangelo del 6 Dicembre, quello del 5 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Il secondo segreto di Gesù

4 dicembre 2017 by

http://www.lastampa.it/2017/12/05/vaticaninsider/ita/commenti/nella-chiesa-non-da-soli-A0LeQ4HIjkmsfMwz2Ijs6K/pagina.html

Vangelo (Lc 10,21-24) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 5 Dicembre 2017) con commento comunitario

4 dicembre 2017 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10,21-24)

In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

Questo è il Vangelo del 5 Dicembre, quello del 4 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.