Vangelo (Lc 7,11-17) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 17 Settembre 2019) con commento comunitario

16 settembre 2019 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 7,11-17)

In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

Questo è il Vangelo del 17 Settembre, quello del 16 Settembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Il tavolino della nonna, di Robin Sharma, da il monaco che vendette la sua ferrari

16 settembre 2019 by

C’era una volta una vecchierella che restò vedova del suo adorato marito. Allora andò a vivere con il figlio, la nuora e la loro figlioletta. Un giorno dopo l’altro la sua vista si indeboliva, e il suo udito peggiorava. Le sue mani tremavano al punto che a volte le cadevano i piselli dal piatto, o versava la zuppa. Non sopportando più il disordine che lei involontariamente creava, un giorno il figlio e la nuora sistemarono un tavolino vicino all’angolo delle scope, e da allora la fecero mangiare lì, tutta sola. All’ora di pranzo la nonnina li guardava con gli occhi pieni di lacrime, ma loro le rivolgevano la parola solo per redarguirla quando le cadeva il cucchiaio.

Una sera, appena prima di cena, la bambina era seduta sul pavimento a giocare con le costruzioni. «Che cosa stai costruendo?», le domandò sollecito suo padre. «Sto costruendo un tavolino per te e la mamma, così quando sarete vecchi potrete mangiare nell’angolino». Per un momento, che sembrò durare un’eternità, il padre e la madre rimasero muti, poi scoppiarono a piangere. Si erano resi conto della crudeltà del loro comportamento, e del dolore arrecato alla vecchierella. Da quel giorno la nonna mangiò insieme a loro al grande tavolo da pranzo e se le cadeva un boccone o la forchetta, nessuno ci faceva più caso.

I genitori di questa storia non sono cattive persone. Avevano bisogno soltanto della scintilla della consapevolezza per accendere la candela della compassione. La compassione e i gesti quotidiani di gentilezza rendono la nostra vita assai più ricca. Ogni mattina rifletti sul bene che potrai fare agli altri durante il giorno. Un elogio sincero a chi meno se lo aspetta, un gesto di affetto regalato a un amico nel momento del bisogno, qualche piccola attenzione dimostrata ai tuoi cari senza nessuna ragione particolare, sono benedizioni della vita.

Araldo del Divino Amore, Libro IV. Capitolo XLVI

16 settembre 2019 by

NELLA FESTA DI S. MARIA MADDALENA
Nella festa di S. Maria Maddalena, la grande amante di Cristo apparve a Geltrude durante i primi Vespri adorna di rose d’oro e splendente di tante gemme quanti furono i suoi peccati. Ritta alla destra del Figlio di Dio, diffondeva su tutta la Corte celeste il meraviglioso splendore della sua gloria, e il Salvatore Gesù, prodigandole familiari carezze, le diceva tenerissime parole. Geltrude comprese che i fiori d’oro rappresentavano la divina clemenza che aveva rimessi i peccati di S. Maria Maddalena, le gemme preziose simboleggiavano la penitenza con cui ella, aiutata dalla divina grazia, aveva cancellato tutte le sue colpe.
Durante il Mattutino Geltrude applicò la sua divozione alle parole ed ai neumi che erano cantati in onore di S. Maria Maddalena, e la pregò d’intercedere per lei e per le persone che le erano state raccomandate. La Santa penitente s’avanzò, si prostrò ai piedi del Signore, li baciò con amore e li offerse, in virtù dei suoi meriti, a tutti coloro che desideravano avvicinarsi ad essi con sincera penitenza. Geltrude venne a baciare teneramente quei sacratissimi piedi, dicendo: « Ecco, o amatissimo Gesù, che ti offro le pene di tutte le persone che mi sono affidate e in loro compagnia, lavo i tuoi santissimi piedi ». Rispose il Signore: « Con ragione mi hai lavato i piedi in nome loro, adesso di’ a coloro per i quali tu preghi che me li asciughino coi loro capelli, che li bacino e li profumino con preziosi aromi ». Geltrude comprese che quelle persone dovevano fare tre cose: per asciugare i piedi di Gesù era necessario che si esaminassero accuratamente se nei dolori da loro sofferti, nulla vi fosse di opposto a Dio, o che impedisse la loro unione col Signore; in caso affermativo dovevano proporre di vincere ogni ostacolo, a prezzo di qualsiasi sacrificio. Per baciare i piedi di Gesù dovevano confidare ciecamente nella bontà infinita di Dio, sempre pronto a perdonare le colpe dei cuori sinceramente pentiti. Infine per profumare quei santi piedi dovevano proporre di fuggire, per quanto è possibile, la minima offesa di Dio.

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Il mio Ideale: Gesù,Figlio di Maria (Padre Emilio Neubert, Santo Marianista ) Libro II , Capitolo VII

16 settembre 2019 by

COME ME, CONFIDA IN MIA MADRE

Gesù: Fratello mio, come ogni figlio confida in sua madre, così anch’io ho confidato nella mia. Ho confidato in lei per le mie necessità mate­riali. Io che nutro gli uccelli dell’aria e rivesto splendidamente i gigli dei campi, volli aver biso­gno degli stessi aiuti materiali di cui necessitano tutti gli altri figli degli uomini. Per ogni cosa confidai in mia Madre. Ella mi nutrì, mi vestì e si prese cura di me. La mia vita fu minacciata. Non me ne sgo­mentai: mia Madre mi portò in terra straniera, mentre dormivo tranquillamente tra le sue brac­cia.

   2. Confidai in mia Madre per il compimento della mia missione. Appena concepito, volendo santificare il mio precursore, manifestarmi, agli Ebrei e ai Gentili, al vecchio Simeone e alla profetessa Anna, affi­dai ogni cosa a lei. Nuovo Adamo, venuto a riparare la colpa del primo, volli che mia Madre si associasse a me, quale nuova Eva, in una perfetta uniformità di voleri, di preghiere e di sacrifici. Ella capì per­fettamente ogni cosa e vi consentì generosamen­te.

   3. Confidai in lei nelle angosce cagionatemi dalla mia missione. L’anima mia fu triste oltre ogni dire. Triste alla vista del culto tutto materiale, spesso ipocrita, che si rendeva a mio Padre: triste per la incom­prensione della gente, per l’opposizione e la mala fede dei miei nemici, per i sentimenti grossolani e l’incostanza dei miei amici; triste soprattutto per la perdita di innumerevoli anime, tutte a me infi­nitamente care, per le quali stavo per versare inu­tilmente il mio sangue. Ero triste, triste fino alla morte, a tal punto che pregai mio Padre di allon­tanare da me l’amaro calice. Eppure mi rimaneva un’immensa consolazio­ne: mia Madre. Ella mi comprendeva; ella sape­va adorare in spirito e verità; ella prendeva par­ te alle mie angosce; ella mi amava tanto più quanto più accanitamente ero odiato dai Farisei, quanto più amaramente rimanevo deluso per la condotta dei miei discepoli; «Ella veglia­va e pregava con me», per tutto il tempo della mia vita nascosta e per tutto quello della mia missione pubblica; ella «stette» ai piedi della croce, credendo con fede incrollabile, mentre vacillava la fede di tutti gli altri; in lei la mia opera redentrice produsse tutto il suo frutto; in lei ottenni il mio più splendido trionfo.

   4. Come me, confida anche tu in mia Madre. Confida: ella è onnipotente. Non l’ho forse fatta dispensatrice di tutte le grazie? Non può ella dare tutto ciò che vuole, a chi vuole, quan­do vuole? Confida: la sua bontà è immensa. Avendola fatta onnipotente, potevo non farla tutta mise­ricordiosa? Confida: io sono suo Figlio; che cosa potrei negare a mia Madre? Confida: tu pure le sei figlio; può mai una madre negare al figlio ciò che gli può dare? Confida: ti sei donato tutto a lei; potrebbe el­la essere meno generosa di te? Confida: dando a te, ella dà a me, poiché sa bene che io vivo in te e che qualunque cosa fatta al più piccolo dei miei fratelli è fatta a me. Quando la invochi le procuri la gioia di conti­nuare a prendersi cura di me, a nutrirmi, a por­tarmi, a sottrarmi dai pericoli, a compiere la mia educazione. Confida: ella desidera concederti grazie più di quanto tu non desideri riceverne, perché ti ama; ama me in te, più di quanto tu non possa amare te stesso. Confida: esitando le recheresti dispiacere, poiché esitare sarebbe come mettere in dubbio il suo amore per te e per me.

   5. Che cosa ti impedisce di avere piena ed as­soluta fiducia in lei? Forse credi di non meritare i favori di tua Ma­dre per il tuo poco zelo nel servirla? E’ veramente molto poco il tuo zelo, ma non tanto da raffreddare l’amore di tua Madre. Devi confidare non perché sei buono tu, ma perché è buona lei. Forse che ella cessa di essere buona quando tu sei cattivo?

   6. Ma non sai se la tua preghiera sia conforme ai disegni di Dio su di te, e per questo resti titu­bante… Ascolta, voglio insegnarti un modo di pregare che sia sempre conforme a quei disegni, e che potrai sempre adottare con assoluta fiducia. Anzitutto, intendi bene queste verità:

   a) Riguardo ad ognuna delle tue necessità, tua Madre nutre intenti di amore.

   b) I suoi intenti sono sempre conformi ai dise­gni di Dio e sempre attuabili.   

   c) Essi valgono sempre più e sempre meglio dei tuoi intenti personali, perché Maria conosce meglio di te ciò di cui hai veramente bisogno ed ha a tuo riguardo aspirazioni più alte di quelle che puoi avere tu stesso. Quindi ogni qualvolta provi un desiderio, prega tua Madre di attuare i suoi intenti riguar­do ad esso; e sii pur sicuro, fermamente sicuro, che otterrai o quello che desideri o qualche cosa di meglio, e che ti verrà fatto non secondo la mi­sura dei tuoi desideri, spesso tanto meschini, ma secondo la misura del suo immenso amore per te.

Invito al colloquio: O Gesù, che consolante promessa è mai la tua! Dunque, per avere una fede da trasportare le mon­tagne, ed essere esaudito oltre ogni mia attesa, mi ba­sterà in ogni necessità pregare mia Madre di compiere i suoi disegni su di me!

CONTINUA….

Pensiero del giorno: Cosa comporta Rifiutare Gesù

16 settembre 2019 by

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Quello che io ora scriverò non renderà mai l’idea di ciò che ho percepito realmente estrapolando un mio fatto personale su un passo del Vangelo secondo Luca; ma tenterò ugualmente di trasmettere in questo scritto il risultato della seguente meditazione.
Il mistero a cui mi riferisco è: La presentazione al tempio di Gesù.
Quando Maria e Giuseppe dopo gli otto giorni dalla nascita portano Gesù al Tempio per farlo circoncidere secondo la legge di Mose; qui Maria incontra Simeone che gli profetizza che Gesù sarà uno spirito di contraddizione per molti in Israele e che “una spada le trafiggerà l’anima”.
Ma quale spada sarà cosi tagliente da trafiggere l’anima di Maria?

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Angelus, 15 Settembre 2019 a Piazza San Pietro

15 settembre 2019 by

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di oggi (Lc 15,1-32) inizia con alcuni che criticano Gesù, vedendolo in compagnia di pubblicani e peccatori, e dicono con sdegno: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro» (v. 2). Questa frase si rivela in realtà come un annuncio meraviglioso. Gesù accoglie i peccatori e mangia con loro. È quello che accade a noi, in ogni Messa, in ogni chiesa: Gesù è contento di accoglierci alla sua mensa, dove offre sé stesso per noi. È la frase che potremmo scrivere sulle porte delle nostre chiese: “Qui Gesù accoglie i peccatori e li invita alla sua mensa”. E il Signore, rispondendo a quelli che lo criticavano, racconta tre parabole, tre parabole stupende, che mostrano la sua predilezione per coloro che si sentono lontani da Lui. Oggi sarebbe bello che ognuno di voi prendesse il Vangelo, il Vangelo di Luca, capitolo 15, e leggesse le tre parabole. Sono stupende.
Nella prima parabola dice: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta?» (v. 4) Chi di voi? Una persona di buon senso no: fa due calcoli e ne sacrifica una per mantenere le novantanove. Dio invece non si rassegna, a Lui stai a cuore proprio tu che ancora non conosci la bellezza del suo amore, tu che non hai ancora accolto Gesù al centro della tua vita, tu che non riesci a superare il tuo peccato, tu che forse per le cose brutte che sono accadute nella tua vita non credi nell’amore. Nella seconda parabola, tu sei quella piccola moneta che il Signore non si rassegna a perdere e cerca senza sosta: vuole dirti che sei prezioso ai suoi occhi, che sei unico. Nessuno ti può sostituire nel cuore di Dio. Tu hai un posto, sei tu, e nessuno può sostituirti; e anch’io, nessuno può sostituirmi nel cuore di Dio. E nella terza parabola Dio è padre che attende il ritorno del figlio prodigo: Dio sempre ci aspetta, non si stanca, non si perde d’animo. Perché siamo noi, ciascuno di noi quel figlio riabbracciato, quella moneta ritrovata, quella pecora accarezzata e rimessa in spalla. Egli attende ogni giorno che ci accorgiamo del suo amore. E tu dici: “Ma io ne ho combinate tante, ne ho combinate troppe!”. Non avere paura: Dio ti ama, ti ama come sei e sa che solo il suo amore può cambiare la tua vita.
Ma questo amore infinito di Dio per noi peccatori, che è il cuore del Vangelo, può essere rifiutato. È quello che fa il figlio maggiore della parabola. Egli non capisce l’amore in quel momento e ha in mente più un padrone che un padre. È un rischio anche per noi: credere in un dio più rigoroso che misericordioso, un dio che sconfigge il male con la potenza piuttosto che col perdono. Non è così, Dio salva con l’amore, non con la forza; proponendosi, non imponendosi. Ma il figlio maggiore, che non accetta la misericordia del padre, si chiude, compie uno sbaglio peggiore: si presume giusto, si presume tradito e giudica tutto in base al suo pensiero di giustizia. Così si arrabbia col fratello e rimprovera il padre: “Hai ammazzato il vitello grasso ora che è tornato questo tuo figlio” (cfr v. 30). Questo tuo figlio: non lo chiama mio fratello, ma tuo figlio. Si sente figlio unico. Anche noi sbagliamo quando ci crediamo giusti, quando pensiamo che i cattivi siano gli altri. Non crediamoci buoni, perché da soli, senza l’aiuto di Dio che è buono, non sappiamo vincere il male. Oggi non dimenticatevi, prendete il Vangelo e leggete le tre parabole di Luca, capitolo 15. Vi farà bene, sarà salute per voi.
Come si fa a sconfiggere il male? Accogliendo il perdono di Dio e il perdono dei fratelli. Succede ogni volta che andiamo a confessarci: lì riceviamo l’amore del Padre che vince il nostro peccato: non c’è più, Dio lo dimentica. Dio, quando perdona, perde la memoria, dimentica i nostri peccati, dimentica. È tanto buono Dio con noi! Non come noi, che dopo aver detto “non fa nulla”, alla prima occasione ci ricordiamo con gli interessi dei torti subiti. No, Dio cancella il male, ci fa nuovi dentro e così fa rinascere in noi la gioia, non la tristezza, non l’oscurità nel cuore, non il sospetto, ma la gioia.
Fratelli e sorelle, coraggio, con Dio nessun peccato ha l’ultima parola. La Madonna, che scioglie i nodi della vita, ci liberi dalla pretesa di crederci giusti e ci faccia sentire il bisogno di andare dal Signore, che ci aspetta sempre per abbracciarci, per perdonarci.

Dopo l’Angelus

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Preghiera della Sera : Al Cuore Addolorato di Maria

15 settembre 2019 by

O Vergine SS. Addolorata, Madre dal Cuore trafitto, volgi lo sguardo pietoso su tutti noi ed ascolta la nostra preghiera. Ottienici un grande amore al cuore Sacratissimo del tuo Figlio perchè non abbiamo più ad offenderlo con il peccato. Aiutaci ad accettare e portare le croci di ogni giorno senza ribellarci, ma con amore e con fede. Chinati su di noi quando siamo nel dolore, nella tristezza e nell’abbandono. Fà che la nostra vita sia sempre un olocausto, offerto a Dio, per la conversione dei peccatori e la diffusione nel mondo del regno dell’amore del Cuore del Tuo Figlio e del Tuo Cuore Addolorato. Ottieni alla Chiesa ed alla Congregazione dei Missionari dei Sacri Cuori molte e sante vocazioni. Amen.

https://ilmattinosacroblog.wordpress.com/2017/09/14/suppliche-e-preghiere-alla-beata-vergine-maria-addolorata/

Araldo del Divino Amore, Libro IV.Capitolo XLV

15 settembre 2019 by

 

NELLA FESTA DI S. MARGHERITA VERGINE
Nella festa dell’illustre Vergine, mentre Geltrude assisteva devotamente ai Vesperi, le apparve la Santa, brillante nello splendore della sua immortale beatitudine. Era adorna di un magnifico rivestimento di gloria, e stava davanti al trono della divina Maestà.
Quando s’intonò il Responsorio «Virgo veneranda in magna stans conàiantia verba contempsit judicis. Nil cogitans de rebus lubricis. Coelestis proemii spe gaudens, in tribulatione erat patiens. Nil cogitans – La Vergine degna di lode ferma e costante, disprezzò le parole del giudice. Il suo pensiero s’allontanava di ciò che è impuro. Gioiosa nella speranza della celeste ricompensa, soffriva la prova con pazienza». Una luce splendidissima irradiò dall’illibata Umanità di Gesù e investì l’anima di S. Margherita, accrescendone la verginale bellezza. Il Signore volle così rinnovare e raddoppiare in essa il merito della casta sua verginità, come fa il pittore che, con adatte vernici, fa brillare di nuove sfumature le tinte di un magnifico quadro.

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Il mio Ideale: Gesù, Figlio di Maria ( Padre Emilio Neubert, Santo Marianista)Libro II. Capitolo VI

15 settembre 2019 by

COME ME, IMITA MIA MADRE

Gesù: Fratello mio, i figli somigliano alla propria madre. E io ho somigliato tanto alla mia come mai figlio d’uomo somigliò alla sua. Essendo nato da lei sola, le mie fattezze, il mio sguardo, il mio portamento, i miei gesti, il mio incedere, tutto il mio aspetto ricordava la mia verginale Madre; chi mi vedeva mi ricono­sceva subito quale figlio di Maria. Ma più ancora che il nostro aspetto esteriore, si somigliavano le nostre personalità. Mio Padre aveva formato Maria secondo la mia immagine, affinché poi, come una vera ma­dre, ella mi formasse secondo la sua. E con una costante applicazione ad osservarmi, a meditare nell’animo suo tutto ciò che facevo e dicevo, el­la riproduceva tutte le mie disposizioni interiori con una impareggiabile perfezione. Perciò, di qualunque cosa si ragionasse, avevamo gli stessi pensieri, gli stessi sentimenti, gli stessi voleri. L’anima sua era passata in me e l’anima mia in lei.

   2. Sforzati di somigliare a mia Madre come le ho somigliato io. Somiglia a lei nell’aspetto esteriore, con la tua modestia. Fa’ che vedendoti si provi in qual­che modo quel rispetto e quel raccoglimento che provavano coloro che vedevano mia Madre.

   3. Somiglia a Maria soprattutto nel tuo mon­do interiore. Ricopia le sue virtù, che sono estremamente semplici. Poiché la vita di Maria non fu dissimi­le dalla tua, è per te cosa agevole comprendere o indovinare come ella agiva, o come avrebbe agi­to trovandosi nelle tue stesse condizioni. Come lei studierai le virtù anzitutto in me. Poi guarderai la Madre tua per sapere come ella le abbia riprodotte in sé. Da me riceverai l’insegnamento; ma esso ti apparirà più chiaro quando te l’avrà spiegato tua Madre.

   4. Sii puro per essere un degno figlio della Vergine delle vergini. Sii umile e semplice, dimentico di te, come lo fu la serva del Signore. Sii raccolto in Dio, e sull’esempio di mia Ma­dre medita in cuor tuo tutto ciò che ti è rivelato riguardo a me. Sii fermo nella fede, credendo, nonostante tutte le apparenze contrarie, alla parola del Si­gnore, come ella credette. Sii sottomesso a tutti i decreti divini rispon­dendo sempre a Dio con una sola parola: «Sono il figlio della tua serva; avvenga di me quello che hai detto». Sii pieno di bontà verso il prossimo, adoperan­doti con zelo al suo servizio, come Maria in casa di Elisabetta, a Cana e soprattutto sul Calvario. Tra le virtù di mia Madre, sforzati di imitare in modo particolare quella che più ti manca e che più ti è necessaria.

   5. Imita non solo le sue virtù ma anche le sue disposizioni verso le persone che le stavano in­torno; verso i suoi genitori Gioacchino ed An­na; verso Giovanni mio discepolo prediletto, che mi sostituì presso di lei; soprattutto verso Giuseppe suo sposo e mio padre verginale, che ella circondava di indicibile affetto, venerazione e riconoscenza per tutto quello che egli era e fa­ceva per me e per lei. Non saresti veramente suo figlio, se non ti sforzassi di amare e di venerare colui che le era così caro.

   6. Imita soprattutto le sue disposizioni verso di me. Maria è stata creata solo per me; ha respirato, lavorato e sofferto solo per me. Da lei imparerai a vivere per me solo e a dedicarti interamente alla mia causa. E ciò imparerai presto e perfettamente. Poi­ché la contemplazione delle disposizioni di mia Madre a mio riguardo eserciterà su di te uno straordinario potere misto di forza e di delica­tezza, di intelligenza e di amore, accompagnato da una grazia speciale. Vicino a lei tu proverai, in virtù della simpa­tia che intercorre tra madre e figlio, ciò che ella sentiva vicino a me. Che meraviglia se accanto a lei imparerai a fare tue le mie disposizioni!

   7. A suo esempio entrerai pure nell’intimità del Padre mio celeste, del quale ella sapeva di essere, fin dalla sua immacolata concezione, la figlia privilegiata, e dello Spirito che l’aveva eletta per sua sposa infinitamente amata.

   8. L’imitazione di mia Madre ti ispirerà anche un’altra disposizione: quella di un amore immen­so per il prossimo. Ma di ciò ti parlerà lei stessa.

Invito al colloquio: O Gesù rendimi simile alla Madre tua affinché ella mi renda simile a te.

CONTINUA….

Il cuore più bello del mondo

15 settembre 2019 by

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C’era una volta un giovane in mezzo a una piazza gremita di persone: diceva di avere il cuore più bello del mondo, o quantomeno della vallata. Tutti quanti glielo ammiravano: era davvero perfetto, senza alcun minimo difetto.
Erano tutti concordi nell’ammettere che quello era proprio il cuore più bello che avessero mai visto in vita loro, e più lo dicevano, più il giovane s’insuperbiva e si vantava di quel suo cuore meraviglioso.
All’improvviso spuntò fuori dal nulla un vecchio, che emergendo dalla folla disse: «Beh, a dire il vero… il tuo cuore è molto meno bello del mio.» Quando lo mostrò, aveva puntati addosso gli occhi di tutti: della folla, e del ragazzo.
Certo, quel cuore batteva forte, ma era ricoperto di cicatrici. C’erano zone dove dalle quali erano stati asportati dei pezzi e rimpiazzati con altri, ma non combaciavano bene, così il cuore risultava tutto bitorzoluto. Per giunta, era pieno di grossi buchi dove mancavano interi pezzi. Così tutti quanti osservavano il vecchio, colmi di perplessità, domandandosi come potesse affermare che il suo cuore fosse bello.

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Vangelo (Lc 7,1-10) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 16 Settembre 2019) con commento comunitario

15 settembre 2019 by

SS. CORNELIO PAPA E CIPRIANO VESCOVO, MEMORIA

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 7,1-10)

In quel tempo, Gesù, quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao.
Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga».
Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».
All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

Questo è il Vangelo del 16 Settembre, quello del 15 Settembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Vangelo (Lc 15,1-32) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 15 Settembre 2019) con commento comunitario

14 settembre 2019 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Questo è il Vangelo del 15 Settembre, quello del 14 Settembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Il mio ideale:Gesù, Figlio di Maria.(Padre Emilio Neubert, Santo, Marianista).Libro II, Capitolo V

14 settembre 2019 by

COME ME, ONORA MIA MADRE

Gesù: Fratello mio, io sono il Dio dinanzi al quale gli angeli si velano la faccia e che adorano tre­manti. Eppure ho onorato Maria in tutta umiltà perché, quantunque sia Dio, sono suo Figlio. Avendo promulgato il comandamento: «Onora tuo padre e tua madre» come potevo non osservarlo io stesso nel modo più perfetto?

 2. Ho onorato Maria perché mi è Madre, Ma­dre incomparabilmente santa, degna rappresen­tante del Padre mio celeste. Immaginati se puoi, il rispetto profondo e tenero ad un tempo col quale prima fanciullo, poi adolescente e quindi uomo adulto, la salutavo e le stavo dinanzi, l’ascoltavo, le parlavo, ed eseguivo ogni suo de­siderio. Quanto la vedevo gioire interiormente per questi miei segni di rispetto che ella gradiva con semplicità – perché così voleva il Padre – pur ripetendo fra sé: «Egli ha guardato l’umiltà del­la sua serva ed ha innalzato gli umili».

   3. Ma per onorarla, non ho voluto soltanto tributarle questi segni di rispetto, ho fatto im­mensamente di più. Non è forse un segno della mia venerazione l’averla esentata dalla legge del peccato origina­le, l’averla preservata dalla concupiscenza e cir­condata di tanti aiuti spirituali da non permette­re che la sua purezza cristallina fosse mai ap­pannata dal più lieve soffio di male? Non è un effetto del mio infinito rispetto per lei l’aver salvaguardato la sua integrità fisica nel mio concepimento e nella mia nascita, e l’averla trasportata in cielo senza permettere che il suo corpo verginale conoscesse la corruzione del se­polcro? E non fu una manifestazione della mia volon­tà di esaltarla sempre di più l’averla riempita fin dalla sua immacolata concezione di una sovrab­bondanza di grazia superiore a quella di tutte le creature messe insieme, l’averla associata alla mia missione redentrice ed incoronata quale Re­gina del cielo e della terra? E poi, come già ti ho detto, che cosa sono gli omaggi che sia per bocca dei suoi venerandi pa­stori, sia attraverso le entusiastiche acclamazioni di popoli, la Chiesa non ha cessato di moltiplica­re in ogni secolo e moltiplicherà più ancora nei secoli venturi, se non un’attuazione parziale del mio immenso desiderio di onorare mia Madre?

   4. «Ecco – esclamava ella un giorno, mossa dallo Spirito – ecco, tutte le generazioni mi chiameranno beata». Bisogna che questa profe­zia si avveri: che su tutta la terra sia santificato il nome di mio Padre e glorificato il nome di mia Madre.

   5. Per onorare Maria come io l’ho onorata e come voglio che la si onori, cerca innanzitutto di comprenderla meglio. Non cessare di contemplare la sua dignità, i suoi privilegi, la sua perfezione, la sua missione. Poi umiliati nel tuo nulla e nella tua miseria: quanto più ti farai piccolo, tanto più sarai capa­ce di intendere la grandezza di mia Madre. Soprattutto fa’ penetrare nel tuo cuore le di­sposizioni del mio: guarda Maria coi miei occhi, ammirala col mio spirito, gioisci con me della sua bellezza.

   6. Onorala celebrando con gioioso fervore tut­te le feste che la Chiesa ha istituito in suo onore. Onorala con qualche pratica di pietà che le dedicherai costantemente ogni giorno, con sacrifici che ti imporrai per contribuire alla sua glorificazione. Onorala facendola conoscere ed amare intor­no a te; unendoti ad altri suoi figli privilegiati per poterla meglio servire insieme ad essi. Onorala donandoti interamente a lei, lavo­rando per lei e sotto la sua guida. In che modo? Ella stessa te lo dirà in seguito. Onorala soprattutto con la tua vita. Diventa santo e farai più per il suo cuore che se, cristia­no mediocre, componessi dotti trattati intorno ai suoi privilegi.

   7. Onorala a nome mio e a nome tuo. Onorala per quelli che non la onorano, per i pagani che la ignorano, per gli infelici che la bestem­miano, per i cattivi cristiani che non la pregano, per le anime consacrate che si mostrano poco zelanti nel servirla.

   8. Onorala con tutte le tue forze, perché, es­sendo superiore ad ogni lode, non la loderai mai abbastanza. Onorala senza tema di esagerare: non la ono­rerai mai quanto l’ho onorata io e quanto vo­glio che sia onorata.

Invito al colloquio: Benedetto sia il nome di Maria, Vergine e Madre, ora e in tutti i secoli!

CONTINUA….

Il re assetato

14 settembre 2019 by

Un re, che andava a caccia, arrivò assetato ai piedi di una rupe da cui filtrava, a gocce, un po’ d’acqua. Scese da cavallo e staccò dalla sella una coppa d’oro gemmata. Voleva bere. Sul braccio che teneva la coppa stava appollaiato un bel falco: il preferito del re.

Adagio adagio la coppa si riempì; ma quando il re l’avvicinò avidamente alle labbra, il falco scattò, come per lanciarsi in volo, e procurò al braccio che lo sosteneva una tale scossa che l’acqua si rovesciò…

Il re dopo aver accarezzato il falco prediletto, ritornò a raccogliere l’acqua a goccia a goccia; ma quando avvicinò di nuovo la coppa alle labbra, il falco dette uno strido, batté le ali, e il re sobbalzando, rovesciò nuovamente il liquido che aveva raccolto con tanta pazienza. Fece un atto più di dispetto che di rammarico. Pure si contenne, e iniziò la raccolta dell’acqua per la terza volta. Ma quando, per la terza volta, avvicinò la coppa alle labbra, il gioco del falco si ripeté. L’acqua si versò.

Allora il re proruppe in un gesto d’ira furioso. Afferrò il falco e lo scaraventò contro la roccia. Il volatile cadde morto con le ali aperte, come fosse ancora in volo. Intanto la gocciolina, che filtrava lenta dalla rupe, aveva smesso di scorrere. E il re, ora con la rabbia ora con il dispiacere nel cuore, aveva più sete che mai.

Mandò i servi a vedere se sopra la roccia si trovava la polla che dava acqua alla sorgente. La trovarono, ma si fermarono inorriditi: era uno stagno in cui galleggiavano i cadaveri putrefatti di parecchi animali. Certamente quell’acqua, bevuta, avrebbe avvelenato il re. Disse uno dei servi al ritorno: «Sire, se tu avessi bevuto quell’acqua saresti morto».

Il re guardò il falco che gli giaceva ai piedi e chinò la testa. Umilmente chiese perdono al fedele amico che si era sacrificato per lui e inutilmente rimpianse il suo impulsivo gesto d’ira.

Riflessioni

“Questo racconto ci fa riflettere su come accogliamo Gesù e la sua Parola ,poiché anche Gesù come l’aquila, tenta di salvarci dall’acqua avvelenata , ma molto spesso noi ci irritiamo nell’ascoltarlo e pensiamo sia più comodo metterlo a tacere “crocifiggendolo”. Senza sapere che quella croce per noi è il segno della gloria di Dio. E quando scopriamo questo oltre che rendergli grazie , ci rammarichiamo di averlo rinnegato e gli chiediamo perdono. Noi senza Dio non siamo niente e se Lui non ci amasse cosi tanto ,non avremmo i sette sacramenti che ci salvano dalla dannazione eterna e che per essi abbiamo la vita nella gloria di Dio dopo la morte terrena.

Genesi, Capitolo 37

13 settembre 2019 by

[1] Giacobbe si stabilì nel paese dove suo padre era stato forestiero, nel paese di Cànaan.

[2] Questa è la storia della discendenza di Giacobbe.
Giuseppe all’età di diciassette anni pascolava il gregge con i fratelli. Egli era giovane e stava con i figli di Bila e i figli di Zilpa, mogli di suo padre. Ora Giuseppe riferì al loro padre i pettegolezzi sul loro conto.

[3] Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica dalle lunghe maniche.

[4] I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente.

[5] Ora Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai fratelli, che lo odiarono ancor di più.

[6] Disse dunque loro: “Ascoltate questo sogno che ho fatto.

[7] Noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna, quand’ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni vennero intorno e si prostrarono davanti al mio”.

[8] Gli dissero i suoi fratelli: “Vorrai forse regnare su di noi o ci vorrai dominare?”. Lo odiarono ancora di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole.

[9] Egli fece ancora un altro sogno e lo narrò al padre e ai fratelli e disse: “Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me”.

[10] Lo narrò dunque al padre e ai fratelli e il padre lo rimproverò e gli disse: “Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo forse venire io e tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?”.

[11] I suoi fratelli perciò erano invidiosi di lui, ma suo padre tenne in mente la cosa.

[12] I suoi fratelli andarono a pascolare il gregge del loro padre a Sichem.

[13] Israele disse a Giuseppe: “Sai che i tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem? Vieni, ti voglio mandare da loro”. Gli rispose: “Eccomi!”.

[14] Gli disse: “Và a vedere come stanno i tuoi fratelli e come sta il bestiame, poi torna a riferirmi”. Lo fece dunque partire dalla valle di Ebron ed egli arrivò a Sichem.

[15] Mentr’egli andava errando per la campagna, lo trovò un uomo, che gli domandò: “Che cerchi?”.

[16] Rispose: “Cerco i miei fratelli. Indicami dove si trovano a pascolare”.

[17] Quell’uomo disse: “Hanno tolto le tende di qui, infatti li ho sentiti dire: Andiamo a Dotan”. Allora Giuseppe andò in cerca dei suoi fratelli e li trovò a Dotan.

[18] Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono di farlo morire.

[19] Si dissero l’un l’altro: “Ecco, il sognatore arriva!

[20] Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna! Poi diremo: Una bestia feroce l’ha divorato! Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!”.

[21] Ma Ruben sentì e volle salvarlo dalle loro mani, dicendo: “Non togliamogli la vita”.

[22] Poi disse loro: “Non versate il sangue, gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, ma non colpitelo con la vostra mano”; egli intendeva salvarlo dalle loro mani e ricondurlo a suo padre.

[23] Quando Giuseppe fu arrivato presso i suoi fratelli, essi lo spogliarono della sua tunica, quella tunica dalle lunghe maniche ch’egli indossava,

[24] poi lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna: era una cisterna vuota, senz’acqua.

[25] Poi sedettero per prendere cibo. Quando ecco, alzando gli occhi, videro arrivare una carovana di Ismaeliti provenienti da Galaad, con i cammelli carichi di resina, di balsamo e di laudano, che andavano a portare in Egitto.

[26] Allora Giuda disse ai fratelli: “Che guadagno c’è ad uccidere il nostro fratello e a nasconderne il sangue?

[27] Su, vendiamolo agli Ismaeliti e la nostra mano non sia contro di lui, perché è nostro fratello e nostra carne”. I suoi fratelli lo ascoltarono.

[28] Passarono alcuni mercanti madianiti; essi tirarono su ed estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d’argento vendettero Giuseppe agli Ismaeliti. Così Giuseppe fu condotto in Egitto.

[29] Quando Ruben ritornò alla cisterna, ecco Giuseppe non c’era più. Allora si stracciò le vesti,

[30] tornò dai suoi fratelli e disse: “Il ragazzo non c’è più, dove andrò io?”.

[31] Presero allora la tunica di Giuseppe, scannarono un capro e intinsero la tunica nel sangue.

[32] Poi mandarono al padre la tunica dalle lunghe maniche e gliela fecero pervenire con queste parole: “L’abbiamo trovata; riscontra se è o no la tunica di tuo figlio”.

[33] Egli la riconobbe e disse: “È la tunica di mio figlio! Una bestia feroce l’ha divorato. Giuseppe è stato sbranato”.

[34] Giacobbe si stracciò le vesti, si pose un cilicio attorno ai fianchi e fece lutto sul figlio per molti giorni.

[35] Tutti i suoi figli e le sue figlie vennero a consolarlo, ma egli non volle essere consolato dicendo: “No, io voglio scendere in lutto dal figlio mio nella tomba”. E il padre suo lo pianse.

[36] Intanto i Madianiti lo vendettero in Egitto a Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie.

spiegazione

Nella storia di Giuseppe vediamo qualcosa di Cristo, umiliato prima ed esaltato poi. Mostra anche la moltitudine dei cristiani che devono attraversare molte tribolazioni prima di entrare nel regno celeste. Non c’è nessuna altra storia come questa che illustri i diversi meccanismi della mente umana nel concepire propositi buoni e cattivi e impariamo pure lo strano modo che Dio usa per adempiere i suoi scopi. Sebbene Giuseppe fosse molto caro a suo padre, egli non fu comunque cresciuto nell’ozio. Non amano veramente i loro figli coloro che non li spronano ad essere attivi, a mettersi al lavoro e a sostenere privazioni. Il coccolare i figli è a ragione chiamata la loro rovina. Coloro che vengono educati a non fare niente probabilmente saranno dei buoni a nulla. Ma Giacobbe volle manifestare la sua predilezione facendolo vestire meglio degli altri suoi figli. È sbagliato che i genitori facciano particolarismi tra i figli, a meno che non ci sia un grave motivo. Quando i genitori fanno differenze, i figli lo notano subito e questo porta a liti in famiglia. I figli di Giacobbe agirono in quel modo di nascosto ma non avrebbero osato farlo a casa in sua presenza. Giuseppe fece a suo padre un resoconto della loro condotta cattiva affinché egli potesse riprenderli, non come un pettegolo per seminare discordie ma come un fratello fedele.

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Araldo del Divino Amore, Libro IV . Capitolo XLIV

13 settembre 2019 by

FESTA DEI SS. APOSTOLI PIETRO E PAOLO
Nella festa dei principi degli Apostoli Pietro e Paolo, mentre a Mattutino si cantava il Responsorio: Si diligitis me, Geltrude chiese al Signore quali pecorelle avrebbe potuto pascere per provargli con le opere l’amor suo. Rispose Gesù: « Nutri per me cinque agnelli scelti e teneramente amati. Pasci il tuo cuore con meditazioni divine, la tua bocca con parole salutari, i tuoi occhi con sante letture, i tuoi orecchi con l’audizione di buoni consigli, le tue mani con lavoro perseverante. Ogni volta che ti applicherai a uno di questi esercizi mi darai grande prova di amore».
Nelle meditazioni divine, la Santa comprese doversi includere tutti i progetti concepiti per la gloria di Dio ed il profitto personale del prossimo. Le parole salutari e le sante letture comprendevano tutto quanto si accoglie con merito cioè, le sofferenze, i buoni esempi, lo sguardo al Crocifisso. Riguardo ai santi consigli, ella comprese che le orecchie sono nutrite anche quando si riceve con pazienza un rimprovero. Il lavoro costante delle mani, non potendosi praticare simultaneamente con la lettura, va inteso con una certa larghezza, cioè più come intenzione che come azione, giacchè l’amabile Salvatore accetta come lavoro anche il semplice desiderio di leggere e persino l’atto di tenere fra mano il libro.

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Il mio Ideale: Gesù Figlio di Maria (Padre Emilio Neubert, Santo Marianista). Libro II, Capitolo IV

13 settembre 2019 by

COME ME, UBBIDISCI A MIA MADRE

Gesù: Fratello mio, vuoi come me dimostrare il tuo amore a mia Madre? Siile obbediente come lo ero io. Bambino, mi lasciai trattare da lei come le pareva: mi lasciai adagiare nel presepe, porta­re tra le sue braccia, allattare, avvolgere in fa­sce, portare a Gerusalemme, in Egitto, a Naza­reth. Poi, appena ne ebbi la forza, mi affrettai ad eseguire i suoi desideri, anzi, ad indovinarli e a prevenirli. Dopo aver fatto stupire i maestri della legge nel tempio, tornai con lei a Nazareth e le fui sot­tomesso. Rimasi con lei fino all’età di trent’anni accon­discendendo sempre ai suoi minimi desideri.

   2. Provavo una gioia indicibile nell’obbedirle; e con l’obbedienza contraccambiavo appun­to ciò che ella faceva per me, e soprattutto ciò che un giorno avrebbe dovuto soffrire.

   3. Le obbedivo con perfetta semplicità; quan­tunque fossi suo Dio, ricordavo di essere anche suo figlio; ella era pur sempre mia Madre e rap­presentante del Padre celeste. Ed ella da parte sua, con la stessa perfetta semplicità, mi comandava e dirigeva, ineffabil­mente beata nel vedermi attento ai suoi minimi cenni. Vuoi rinnovare a tua volta questa sua gioia? Obbediscile come ho fatto io.

   4. Mia Madre ha degli ordini da darti: ella ti comanda anzitutto per mezzo del dovere. Alcuni fanno consistere la devozione a Maria in immagini e statue, in ceri e fiori; altri in for­mule di preghiera e in canti; altri in sentimenti di tenerezza e di entusiasmo; altri ancora in pra­tiche e sacrifici supplementari. C’è chi crede di amarla molto perché parla volentieri di lei o perché si vede, con la fantasia, intento a fare grandi cose per lei, o perché si sforza di pensare sempre a lei. Tutte queste cose sono buone ma non sono l’essenziale. «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, en­trerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la vo­lontà del Padre mio che è nei cieli». Così, non quelli che le dicono «Madre Ma­dre» sono i veri figli di Maria, ma coloro che fanno sempre la sua volontà. Ora Maria non ha altra volontà che la mia, e la mia volontà a tuo riguardo è che tu compia bene il tuo dovere.

   5. Sforzati dunque, anzitutto, di fare il tuo dovere e di farlo per amore di lei: il tuo dovere grande o piccolo, facile o penoso, piacevole o monotono, appariscente o nascosto. Se vuoi piacere a tua Madre sii più puntuale nella tua obbedienza, più coscienzioso nel tuo lavoro, più paziente nei tuoi dispiaceri.

   6. E tutto fai col massimo amore possibile e con volto sorridente. Sorridi nel penoso lavoro quotidiano, nelle occupazioni più prosaiche, nel monotono succe­dersi delle tue faccende: sorridi a tua Madre, che ti chiede di dimostrarle il tuo amore nel compimento gioioso del tuo dovere.

   7. Oltre che a richiamarti ai tuoi doveri di sta­to, Maria ti dà altri segni della sua volontà: le ispirazioni della grazia. Ogni grazia ti viene tramite suo. Quando la grazia ti invita a rinunziare a quel tal piacere, a disciplinare certe tue tendenze, a riparare certe colpe o negligenze, a praticare certi atti di virtù, è Maria che soavemente e amorevolmente ti manifesta i suoi desideri. Forse talora provi un certo sgomento per quanto richiedono da te quelle ispirazioni. Non temere: sono voci di tua Madre, di tua Madre che vuole renderti felice. Riconosci le voci di Maria, credi al suo amo­re, e rispondi con un «si» a tutto ciò che ella ti chiede.

   8. Vi è però un terzo modo di praticare l’ob­bedienza verso Maria, ed è quello di eseguire il compito speciale che ella sta per affidarti. Sii pronto.

Invito al colloquio: O Gesù, incomincio a capire che tutto il mio pro­gramma spirituale deve consistere nel fare ciò che dice di te lo Spirito Santo: «Ed egli era loro sottomesso».

CONTINUA….

Cosa aspetti a diventare un capolavoro?

13 settembre 2019 by

Abramo era vecchio;
Giacobbe era uno sbruffone;
Lia era brutta;
Mosé era un balbuziente;
Gedeone era povero in canna;
Sansone era un donnaiolo credulone;
Raab era una prostituta;
Davide era un farabutto traditore;
Elia aveva tendenze suicide;
Geremia era depresso;
Giona era intollerante e razzista;
Rut era una povera vedova;
Giovanni Battista era stravagante;
Pietro era impulsivo e vigliacco;
Marta era apprensiva;
La Samaritana aveva fallito cinque matrimoni;
Zaccheo era avido e disonesto;
Tommaso non credeva a niente;
Paolo era un fondamentalista anticristiano;
Timoteo era timido e insicuro;
Tu sei… tu.

Ma Dio che si è servito di tutte persone “poco di buono” per il suo Regno,
farà anche di te un capolavoro, se la smetti di cercare scuse…

Vangelo (Gv 3,13-17) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 14 Settembre 2019) con commento comunitario

13 settembre 2019 by

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE – FESTA

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,13-17)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:

«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Questo è il Vangelo del 14 Settembre, quello del 13 Settembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Vangelo (Lc 6,39-42) del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 13 Settembre 2019) con commento comunitario

12 settembre 2019 by

S. GIOVANNI CRISOSTOMO, VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA – MEMORIA

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,39-42)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:

«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.

Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Questo è il Vangelo del 13 Settembre, quello del 12 Settembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Araldo del Divino Amore, Libro IV. Capitolo XLIII

12 settembre 2019 by

NELLA FESTA DEL PAPA S. LEONE
La festa di S. Leone in quell’anno cadeva in domenica e S. Geltrude si applicò all’orazione con ardore più intenso del solito. Ella vide il Papa S. Leone in uno splendore di gloria ammirabile; fra altro la Santa ricordò la circostanza nella quale S. Leone, per vincere una tentazione, si era tagliata una mano, e ringraziò il Signore di quella vittoria così eroica, che aveva procurato al Santo un glorioso posto in cielo. Ella domandò che, per i meriti del grande Papa, una persona che a lei si era raccomandata, trionfasse per la gloria di Dio, di tutte le tentazioni. Geltrude ricevette allora dal Santo questa istruzione. La persona per la quale ella pregava prima di andare in un luogo, a di fare un’opera che avrebbe potuto essere occasione di tentazione, doveva recitare questo versetto: Il mio cuore e il mio corpo siano immacolati (Sal. CXVIII, 80). Terminata poi l’azione doveva ringraziare il Signore di averla preservata da cadute, perchè nessuna creatura pecca così gravemente che non possa farlo di più, se la misericordia del Signore non la preserva. Tuttavia, se commettesse qualche fragilità, ella dovrebbe offrire in riparazione a Dio Padre la innocentissima Passione e morte di Gesù Cristo. Il Santo assicurò che, se quella persona fosse fedele a tale pratica, Dio non permetterebbe giammai che peccasse al punto d’incorrere nella dannazione.

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Il mio Ideale Gesù:Figlio di Maria ( Padre Emilio Neubert, Santo Marianista) Libro II, Capitolo III

12 settembre 2019 by

COME ME, AMA MIA MADRE

b) IN QUALE MODO ?

Gesù: Fratello mio, ami veramente colei che ti ama tanto e che io stesso amo a dismisura? Tu credi di amarla perché ti piace conversare con lei, e canti con esultanza le sue lodi. Ma sul­la terra, amare non è tanto godere ed esultare quanto lavorare e soffrire.

   2. Se ami Maria, vorrai lavorare per lei. Sarai felice di consacrarle la tua attività, il tuo tempo, le tue fatiche. Nessun lavoro ti riuscirà troppo penoso se sa­rà in gioco la sua gloria; nessuna impresa ti sem­brerà impossibile se sarà finalizzata a promuo­vere i suoi interessi. Quando dovessi trovare superiore alle tue forze un qualche cosa che tornerebbe a gloria di Maria, confessa pure che hai cessato di amare. Ora mia Madre ti riserva una impresa nobilis­sima e talvolta assai difficile.

   3. Se ami Maria vorrai soffrire per lei. Chi non ama più Maria quando gli si chiede di soffrire per lei, vuol dire che non l’ha mai amata: ha amato solo se stesso nelle consolazio­ni che ha ricevuto da lei. Non rifiutarti mai di soffrire se non vuoi ri­fiutarti di amare. Non ti accontentare di accettare i patimenti; amali. Non sei desideroso di poter dimostrare il tuo amore? Di poter amare sempre di più?

   4. Per imparare ad amare sempre di più pren­di i quattro mezzi che ora ti indicherò:

   a) Cerca di compiere con più amore possibile quell’infinità di piccoli sforzi e sacrifici che in­contri nella vita quotidiana. Se arriverai a non dir mai di «no» a tua Madre nelle piccole cose, non le dirai di «no» neppure nelle grandi.

   b) Non cessare mai di studiare tua Madre. Impara dai libri tutto ciò che puoi sulle sue grandezze, sulla sua missione, sulla sua vita e sulla vita di coloro che l’hanno amata e servita, e poi rifletti su ciò che avrai imparato. Non avrai mai finito di studiarla perché non si finisce mai di comprendere ciò che io ho fatto per lei, e ciò che ella ha fatto per me e per te.

   c) Vivi in una costante unione con lei. Non potrai vivere nella sua intimità senza trovarla ogni giorno più amabile e senza amarla ogni giorno di più. Ti spiegherò più tardi come po­trai, a mio esempio, rimanere sempre unito a lei.

   d) Finalmente, chiedimi la grazia di amarla e di crescere sempre nel suo amore. L’amore per mia Madre è una grazia speciale. Ora la grazia si ottiene con la preghiera: chiedi e riceverai. Chiedi senza esitare, poiché si tratta di una grazia che è conforme ai miei disegni. Esitare significherebbe fare ingiuria a me e a mia Madre, in quanto potrebbe lasciare adito al sospetto che io possa non volere che ella sia amata. Il tuo stesso desiderio di amarla non ti è stato forse ispirato da me? E te l’avrei ispirato se non volessi esaudirlo? Chiedi questa grazia ogni giorno. Chiedila soprattutto quando vengo a te nella comunione eucaristica. Vengo allora a te come figlio di Maria, con l’umanità che ho ricevuto da lei, e per mezzo della quale ti rendo partecipe della mia divinità. «Colui che mi mangia vivrà di me». Amare mia Madre di quell’amore con il quale io la amo non è appunto vivere di me? Nella comunione soprattutto faccio passare dal mio cuore nel tuo l’amore per mia Madre; allora soprattutto chi vive non sei tu ma vivo io in te; chi ama Maria non sei tu, ma l’amo io in te. Fino ad oggi non mi hai chiesto con la dovuta insistenza questa grazia. Chiedi e riceverai, e la tua gioia sarà perfetta.

Invito al colloquio: OGesù, per l’amore col quale ami tua Madre, con­cedimi, ti prego, di amarla veramente come tu stesso la ami e vuoi che ella sia amata.

CONTINUA….

La Cosa più divertente degli Esseri Umani

12 settembre 2019 by

Questa è la storia di un uomo che quando era ragazzo e andava a scuola continuava a dire: «Ah! quando lascerò la scuola e comincerò a lavorare, allora sarò felice».
Lasciò la scuola, cominciò a lavorare e diceva: «Ah! quando mi sposerò, sarà la felicità!».
Si sposò, e in capo a pochi mesi constatò che la sua vita mancava di varietà, e allora disse: «Ah, come sarà bello quando avremo dei bambini!».
Vennero i bambini, ed era un’esperienza affascinante, ma piangevano tanto, anche alle due di notte, e il giovane sospirava: «Crescano in fretta!».
E i figli crebbero, non piangevano più alle due di notte, ma facevano una stupidaggine dopo l’altra e cominciarono i veri problemi. E allora l’uomo sognò il momento in cui sarebbe stato di nuovo solo con sua moglie: «Staremo così tranquilli!».
Adesso è vecchio, e ricorda con nostalgia il passato: «Era così bello!».

La cosa più divertente degli esseri umani? Il fatto che siano sempre contraddittori. Hanno fretta di crescere, e poi sospirano per l’infanzia perduta. Sacrificano la salute per ottenere il denaro, e poi spendono i soldi per avere la salute. Pensano in modo talmente impaziente al futuro che trascurano il presente e così non si godono né il presente né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai, e muoiono come se non avessero vissuto…

Vera Grita, e l’Opera dei Tabernacoli Viventi

12 settembre 2019 by

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Vera Grita, insegnante e cooperatrice salesiana, nata a Roma il 28.1.1923 e morta a Pietra Ligure il 22 dicembre 1969 è la messaggera per l’Opera dei Tabernacoli Viventi. Sotto la guida del Divino Maestro, Vera divenne uno strumento docile nelle sue mani per ricevere e scrivere il messaggio d’Amore e di Misericordia per l’umanità intera. Gesù, Buon Pastore, va alla ricerca delle anime che si sono allontanate da Lui per donare loro perdono e salvezza attraverso i suoi nuovi Tabernacoli Viventi.

Secondogenita di quattro sorelle, Vera visse e studiò a Savona dove conseguì l’abilitazione magistrale. Nel 1944, durante una improvvisa incursione aerea sulla città, Vera venne travolta e calpestata dalla folla in fuga, riportando conseguenze gravi per il suo fisico che da allora rimase segnato per sempre dalla sofferenza.
Cooperatrice salesiana dal 1967, nel settembre dello stesso anno, grazie al dono delle locuzioni interiori, iniziò a scrivere quanto la “Voce”, Voce dello Spirito Santo le dettava sottoponendo tutti i messaggi al direttore spirituale, il salesiano padre Gabriello Zucconi.

L’insieme dei messaggi, raccolti in un libro, vennero pubblicati in Italia nel 1989 dalle sorelle Pina e Liliana Grita. Vera legò la sua vita all’Opera dei Tabernacoli viventi con il voto di piccola vittima per il trionfo del Regno Eucaristico nelle anime e con il voto di obbedienza al padre spirituale anch’egli anima vittima per l’Opera d’Amore e di Misericordia del Signore.
Morì il 22 dicembre 1969 a Savona in una cameretta dell’ospedale dove aveva trascorso gli ultimi 6 mesi della sua vita in un crescendo di sofferenze accettate e vissute in unione a Gesù Crocifisso.
Attraverso Vera, Gesù cerca anime piccole, semplici disposte a mettere al centro della propria vita Gesù Eucaristia per lasciarsi da Lui trasformare in Tabernacoli viventi, anime cioè eucaristiche capaci di profonda vita di comunione e di donazione ai fratelli.
“Gesù Eucaristico a te, piccola sposa a Me promessa. Seguimi! Ed io ora cerco, cercherò “spose povere” come te. Dillo che cerco queste spose che da te, nel tempo, prendano fede e fiducia. Tu sarai il primo esempio che svelerò agli uomini. Sarà grazia maggiore allorchè per il mondo non sarai che una figura solamente rappresentativa sulla quale altre anime potranno specchiarsi e venire a Me fiduciose”.

Dall’11 Febbraio 2001 presso l’Ispettoria Salesiana di Milano ha iniziato la sua attività il Centro Studi “Opera dei Tabernacoli Viventi” dedicato a Vera Grita e a don Gabriello Zucconi. Il Centro Studi ha il compito di studiare e diffondere il messaggio dell’Opera che per volontà del Signore è stata affidata ai Salesiani perché se ne facciano promotori nella Congregazione e nella Chiesa.

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Vangelo (Lc 6,27-38) del giorno dalle letture della Messa (Giovedì 12 Settembre 2019) con commento comunitario

11 settembre 2019 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,27-38)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.

E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.

Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.

Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Questo è il Vangelo del 12 Settembre, quello dell’11 Settembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte terza la Vita in Cristo,Sezione prima la Vocazione dell’uomo:La vita nello Spirito,Capitolo Terzo la Salvezza di Dio: La legge e la Grazia

11 settembre 2019 by

1949 Chiamato alla beatitudine, ma ferito dal peccato, l’uomo ha bisogno della salvezza di Dio. L’aiuto divino gli viene dato in Cristo, per mezzo della legge che lo dirige e nella grazia che lo sostiene:

Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore. E’ Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni ( ⇒ Fil 2,12-13 ).
Articolo 1
LA LEGGE MORALE

1950 La legge morale è opera della Sapienza divina. La si può definire, in senso biblico, come un insegnamento paterno, una pedagogia di Dio. Prescrive all’uomo le vie, le norme di condotta che conducono alla beatitudine promessa; vieta le strade del male, che allontanano da Dio e dal suo amore. Essa è ad un tempo severa nei suoi precetti e soave nelle sue promesse.

1951 La legge è una regola di comportamento emanata dall’autorità competente in vista del bene comune. La legge morale suppone l’ordine razionale stabilito tra le creature, per il loro bene e in vista del loro fine, dalla potenza, dalla sapienza, dalla bontà del Creatore. Ogni legge trova nella legge eterna la sua prima e ultima verità. La legge è dichiarata e stabilita dalla ragione come una partecipazione alla Provvidenza del Dio vivente Creatore e Redentore di tutti. “L’ordinamento della ragione, ecco ciò che si chiama la legge” [Leone XIII, Lett. enc. Libertas praestantissimum; citazione da San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I-II, 90, 1].

L’uomo è il solo tra tutti gli esseri animati che possa gloriarsi d’essere stato degno di ricevere una legge da Dio; animale dotato di ragione, capace di comprendere e di discernere, egli regolerà la propria condotta valendosi della sua libertà e della sua ragione, nella docile obbedienza a colui che tutto gli ha affidato [Tertulliano, Adversus Marcionem, 2, 4].

1952 Le espressioni della legge morale sono diverse, e sono tutte coordinate tra loro: la legge eterna, fonte, in Dio, di tutte le leggi; la legge naturale; la legge rivelata, che comprende la Legge antica e la Legge nuova o evangelica; infine le leggi civili ed ecclesiastiche.

1953 La legge morale trova in Cristo la sua pienezza e la sua unità. Gesù Cristo in persona è la via della perfezione. E’ il termine della Legge, perché egli solo insegna e dà la giustizia di Dio: “Il termine della Legge è Cristo, perché sia data la giustizia a chiunque crede” ( ⇒ Rm 10,4 ). Leggi il seguito di questo post »

Araldo del Divino Amore, Libro IV. Capitolo XLII

11 settembre 2019 by

NELLA FESTA DI S. GIOVANNI BATTISTA
Nella festa di S, Giovanni Battista, mentre Geltrude assisteva devotamente al Mattutino, vide S. Giovanni Battista in piedi, davanti al trono glorioso dei Re celeste. Era. nel fiore della giovinezza, adorno di una beltà meravigliosa e rivestito di un’immensa gloria per la sua qualità speciale di battezzatore di Cristo, precursore, araldo degno di mostrarlo al popolo.

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Il mio Ideale Gesù:Figlio di Maria ( Padre Emilio Neubert , Santo Marianista) Libro II/ Capitolo II Come me, ama mia Madre

11 settembre 2019 by

a) PERCHE’

Gesù: Fratello mio, mi sono fatto figlio di Maria per amore. Tutto, nelle mie relazioni con mia Madre, si spiega con l’amore. Vuoi comprende­re la mia pietà filiale verso di lei? Comprendi anzitutto il mio amore per lei. Quanto desidero infondere nel tuo cuore un po’ di quell’amore per mia Madre che arde nel mio! Sforzati di diventare semplice, umile, genero­so, perché io possa versare in te l’abbondanza del mio amore filiale.

   2. Ricorda, nel raccoglimento e nella preghie­ra, ciò che ti ho accennato del mio amore per Maria: come l’ho scelta da tutta l’eternità e co­me l’ho colmata di privilegi; come sono vissuto nella sua intimità e l’ho associata alla mia mis­sione; come l’amo e l’amerò in eterno per mez­zo dei santi e per mezzo della Chiesa terrena e celeste.

   3. Poi, penetrando più intimamente nel mio cuore medita i motivi che mi hanno indotto ad amarla tanto. L’ho amata e l’amo perché è mia Madre; una Madre di meravigliosa bellezza e perfezione; una Madre che mi dà più gioia con una sua sola parola e con un solo suo sguardo, di quanta non hanno potuto darmi i santi con i loro atti più eroici; una Madre che mi ama di un amore supe­riore a quello di cui mi amano gli angeli e i san­ti; una Madre che visse per me solo ed accettò volentieri, per causa mia, il martirio più atroce che creatura abbia mai patito.

   4. L’ho amata, perché mi ha aiutato a com­piere la missione affidatami dal Padre. Mi ha dato infatti la natura umana affinché potessi predicare la buona novella agli uomini e morire per essi. Si è unita a me con la sua volontà, con le sue ardenti preghiere, con le sue immolazioni, con la sua presenza ai piedi della croce. Sino alla fine dei tempi si adopererà a conver­tire i peccatori, a santificare i giusti, a conqui­stare innumerevoli anime. Ella stessa inoltre rappresenta il maggior suc­cesso della mia missione redentrice, in quanto, riscattandola in modo tanto perfetto, ho fatto più che riscattando tutto il resto del mondo.

   5. L’ho amata e l’amo perché grazie a lei ho potuto offrire al Padre un’adorazione e una gloria di valore infinito, che non avrei potuto rendergli senza l’umanità di cui ella mi aveva ri­vestito; perché si è unita a me nell’adorare e nel pregare il Padre, superando in ciò tutti i santi e gli angeli insieme; e perché per mezzo suo si comprenderà meglio mio Padre e si nutriranno sentimenti più filiali verso di lui.

   6. Non cessare di meditare l’immensità del mio amore verso Maria; non ne raggiungerai mai i confini, nemmeno nell’eternità. Meditando questo amore, mettiti al mio po­sto, diventa Gesù, il figlio primogenito di Ma­ria, Gesù la cui vita è vita tua, e cerca di sentire in te tutto ciò che ho sentito io stesso.

   7. Poi considera l’amore speciale che Maria ti porta. Ella ti ama perché io stesso ti ho amato fino a morire per te, e gli affetti miei sono i suoi affetti. Ti ama perché l’ho fatta tua Madre ed ogni madre è amore. Ti ama perché ogni madre ama di preferenza quel figlio che più le è costato, e tu le sei costato indicibili patimenti. Ti ama perché per partorire te alla vita, ha dovuto offrire me alla morte. Ti ama perché sei una cosa sola con me, ed amandoti ella ama me stesso.

Invito al colloquio: O Gesù, amavo già Maria quando intuivo solo con­fusamente ciò che ella è per me. Ora che capisco quanto veramente mi sia madre, quanto tu l’ami e quanto ella mi ami, come potrei non amarla anch’io con tutte le mie forze?

CONTINUA….

A cosa serve leggere la Bibbia?

11 settembre 2019 by

C’era un ragazzo che viveva con suo nonno in una fattoria. Ogni mattina il nonno, che era cristiano, si alzava presto e dedicava del tempo a leggere le Scritture.

Il nipote cercava di imitarlo in qualche modo, ma un giorno chiese: «Nonno, io cerco di leggere la Bibbia ma anche le poche volte che riesco a capirci qualcosa, la dimentico quasi subito. Allora a cosa serve? Tanto vale che non la legga più!».

Il nonno terminò tranquillamente di mettere nella stufa il carbone che stava in una cesta, poi disse al nipote: «Vai al fiume, e portami una cesta d’acqua». Il ragazzo andò, ma ovviamente quando tornò non era rimasta acqua nella cesta. Il nonno ridacchiò e disse: «Beh, devi essere un po’ più rapido. Dai, muoviti, torna al fiume e prendi l’acqua». Anche questo secondo tentativo, naturalmente, fallì.

Il nipote, senza fiato, disse che era una cosa impossibile, e si mise a cercare un secchio. Ma il nonno insistette: «Non ti ho chiesto un secchio d’acqua, ma una cesta d’acqua. Torna al fiume». A quel punto il giovane sapeva che non ce l’avrebbe fatta, ma andò ugualmente per dimostrare al vecchio che era inutile, per quanto fosse svelto l’acqua filtrava dai buchi della cesta. Così tornò al fiume e portò la cesta vuota al nonno, dicendo: «Vedi? Non serve a niente!».

«Sei sicuro? – disse il nonno – Guarda un po’ la cesta». Il ragazzo guardò: la cesta, che prima era tutta nera di carbone, adesso era perfettamente pulita!

«Figlio, questo è ciò che succede quando leggi la Bibbia. Non capirai tutto, né ricorderai sempre ciò che hai letto, ma quando la leggi ti cambierà dall’interno. Dio lavora così nella nostra vita, ci raffina interiormente e a poco a poco ci trasforma perché possiamo assomigliargli».

Preghiera del mattino: Contro la Depressione di Sant’Ignazio di Loyola/Aleteia

11 settembre 2019 by

Cristo Gesù,
quando tutto è oscurità
e sentiamo la nostra debolezza e impotenza,
donaci di sentire la tua presenza,
il tuo amore e la tua forza.
Aiutaci ad avere una fiducia totale
nel tuo amore che protegge
e nel tuo potere che rafforza,
perché nulla possa spaventarci o preoccuparci,
perché vivendo accanto a te
vedremo la tua mano,
i tuoi obiettivi e la tua volontà in tutte le cose.

Vangelo (Lc 6,20-26) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 11 Settembre 2019) con commento comunitario

10 settembre 2019 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,20-26)

In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:

«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

Questo è il Vangelo dell’11 Settembre, quello del 10 Settembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Genesi, Capitolo 36

10 settembre 2019 by

1] Questa è la discendenza di Esaù, cioè Edom.

[2] Esaù prese le mogli tra le figlie dei Cananei: Ada, figlia di Elon, l’Hittita; Oolibama, figlia di Ana, figlio di Zibeon, l’Hurrita;

[3] Basemat, figlia di Ismaele, sorella di Nebaiòt.

[4] Ada partorì ad Esaù Elifaz, Basemat partorì Reuel,

[5] Oolibama partorì Ieus, Iaalam e Core. Questi sono i figli di Esaù, che gli nacquero nel paese di Cànaan.

[6] Poi Esaù prese le mogli e i figli e le figlie e tutte le persone della sua casa, il suo gregge e tutto il suo bestiame e tutti i suoi beni che aveva acquistati nel paese di Cànaan e andò nel paese di Seir, lontano dal fratello Giacobbe.

[7] Infatti i loro possedimenti erano troppo grandi perché essi potessero abitare insieme e il territorio, dove essi soggiornavano, non poteva sostenerli per causa del loro bestiame.

[8] Così Esaù si stabilì sulle montagne di Seir. Ora Esaù è Edom.

[9] Questa è la discendenza di Esaù, padre degli Idumei, nelle montagne di Seir.

[10] Questi sono i nomi dei figli di Esaù: Elifaz, figlio di Ada, moglie di Esaù; Reuel, figlio di Basemat, moglie di Esaù.

[11] I figli di Elifaz furono: Teman, Omar, Zefo, Gatam, Kenaz.

[12] Elifaz, figlio di Esaù, aveva per concubina Timna, la quale ad Elifaz partorì Amalek. Questi sono i figli di Ada, moglie di Esaù.

[13] Questi sono i figli di Reuel: Naat e Zerach, Samma e Mizza. Questi furono i figli di Basemat, moglie di Esaù.

[14] Questi furono i figli di Oolibama, moglie di Esaù, figlia di Ana, figlio di Zibeon; essa partorì a Esaù Ieus, Iaalam e Core.

[15] Questi sono i capi dei figli di Esaù: i figli di Elifaz primogenito di Esaù: il capo di Teman, il capo di Omar, il capo di Zefo, il capo di Kenaz,

[16] il capo di Core, il capo di Gatam, il capo di Amalek. Questi sono i capi di Elifaz nel paese di Edom: questi sono i figli di Ada.

[17] Questi i figli di Reuel, figlio di Esaù: il capo di Naat, il capo di Zerach, il capo di Samma, il capo di Mizza. Questi sono i capi di Reuel nel paese di Edom; questi sono i figli di Basemat, moglie di Esaù.

[18] Questi sono i figli di Oolibama, moglie di Esaù: il capo di Ieus, il capo di Iaalam, il capo di Core. Questi sono i capi di Oolibama, figlia di Ana, moglie di Esaù.

[19] Questi sono i figli di Esaù e questi i loro capi. Egli è Edom.

[20] Questi sono i figli di Seir l’Hurrita, che abitano il paese: Lotan, Sobal, Zibeon, Ana,

[21] Dison, Eser e Disan. Questi sono i capi degli Hurriti, figli di Seir, nel paese di Edom.

[22] I figli di Lotan furono Ori e Emam e la sorella di Lotan era Timna.

[23] I figli di Sobal sono Alvan, Manacat, Ebal, Sefo e Onam.

[24] I figli di Zibeon sono Aia e Ana; questo è l’Ana che trovò le sorgenti calde nel deserto, mentre pascolava gli asini del padre Zibeon.

[25] I figli di Ana sono Dison e Oolibama, figlia di Ana.

[26] I figli di Dison sono Emdam, Esban, Itran e Cheran.

[27] I figli di Eser sono Bilan, Zaavan e Akan.

[28] I figli di Disan sono Uz e Aran.

[29] Questi sono i capi degli Hurriti: il capo di Lotan, il capo di Sobal, il capo di Zibeon, il capo di Ana,

[30] il capo di Dison, il capo di Eser, il capo di Disan. Questi sono i capi degli Hurriti, secondo le loro tribù nel paese di Seir.

[31] Questi sono i re che regnarono nel paese di Edom, prima che regnasse un re degli Israeliti.

[32] Regnò dunque in Edom Bela, figlio di Beor, e la sua città si chiama Dinaba.

[33] Poi morì Bela e regnò al suo posto Iobab, figlio di Zerach, da Bosra.

[34] Poi morì Iobab e regnò al suo posto Usam, del territorio dei Temaniti.

[35] Poi morì Usam e regnò al suo posto Adad, figlio di Bedad, colui che vinse i Madianiti nelle steppe di Moab; la sua città si chiama Avit.

[36] Poi morì Adad e regnò al suo posto Samla da Masreka.

[37] Poi morì Samla e regnò al suo posto Saul da Recobot-Naar.

[38] Poi morì Saul e regnò al suo posto Baal-Canan, figlio di Acbor.

[39] Poi morì Baal-Canan, figlio di Acbor, e regnò al suo posto Adar: la sua città si chiama Pau e la moglie si chiamava Meetabel, figlia di Matred, da Me-Zaab.

[40] Questi sono i nomi dei capi di Esaù, secondo le loro famiglie, le loro località, con i loro nomi: il capo di Timna, il capo di Alva, il capo di Ietet,

[41] il capo di Oolibama, il capo di Ela, il capo di Pinon,

[42] il capo di Kenan, il capo di Teman, il capo di Mibsar,

[43] il capo di Magdiel, il capo di Iram. Questi sono i capi di Edom secondo le loro sedi nel territorio di loro proprietà. È appunto questo Esaù il padre degli Idumei.

Spiegazione

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Araldo del Divino Amore, Libro IV . Capitolo XLI

10 settembre 2019 by

FESTA DELLA GLORIOSA TRINITA’
Nella solenne festa dell’adorabile, sempre tranquilla Trinità, Geltrude recitò in suo onore questo versetto: « Gloria ti sia resa, o sovrana, eccellentissima, gloriosissima, nobilissima, dolcissima, benignissima, sempre tranquilla e adorabile Trinità; Deità una e uguale, prima di tutti i secoli, ora e sempre ».
Mentre offriva questa preghiera al Signore, il Figlio di Dio le apparve rivestito della sua Umanità, nella quale è detto minore del Padre. Egli stava davanti alla SS. Trinità, con la grazia e la freschezza della sua gioventù, portando su ciascuno dei suoi membri un fiore di tale bellezza che nulla quaggiù potrebbe darne idea. Questa visione significava che la piccolezza dell’uomo, essendo incapace di raggiungere la SS. Trinità, era supplita da Gesù, Verbo incarnato, che si dice minore del Padre; Egli infatti fa suoi i nostri sforzi, li nobilita per offrirli in degno olocausto alla suprema e indivisibile Trinità.

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IL mio Ideale Gesù:Figlio di Maria (Padre Emilio Neubert, Santo Marianista).Libro II : Le esigenze dell’ Ideale

10 settembre 2019 by

Gesù: Fratello mio, ti ho indicato l’ideale da rag­giungere; ora voglio mostrarti ciò che esso ri­chiede da te. Mi hai seguito fin qui con gioia. D’ora in poi seguimi, sia pure con gioia, ma soprattutto con amore e generosità. Non si tratta più solamente di contemplare con stupore e ammirazione il tuo modello; si tratta di ricopiarne i lineamenti. Te li indicherò ad uno ad uno. Ma li potrai fare perfettamente tuoi soltanto se saprai rinun­ciare a te stesso e se saprai amare.

I.

COME ME: DONATI A MIA MADRE: SENZA RISERVE

Gesù: Fratello mio, divenendo figlio di Maria, mi sono donato interamente a lei. Creatore e Signore assoluto di tutte le cose ho voluto, per amore, appartenere a Maria e da lei dipendere; ho voluto appartenerle coi legami più intimi, quelli che provengono dalla natura stessa e che nessuna cosa al mondo può scio­gliere. Da tutta l’eternità ho scelto questa apparte­nenza e dipendenza filiale, e fin dal primo istan­te della mia incarnazione nel seno di Maria rati­ficai con la mia volontà umana questo decreto del mio eterno amore, e provai in esso un inef­fabile compiacimento. Figlio di una Vergine, appartenevo a mia Ma­dre come nessun fanciullo appartiene alla propria; e come nessun fanciullo può fare, volli perpetuare questo mio stato di totale dipenden­za. Non abbandonai mia Madre come fanno i fi­gli quando vogliono fondare una nuova fami­glia, ma le restai accanto fino al momento stabi­lito per il compimento della mia missione pub­blica; e poiché mia Madre non ebbe mai altra volontà se non quella di mio Padre, anche allo­ra, e perfino nel supremo sacrificio, la mia vo­lontà fu sempre in perfetta sintonia con la sua. Non solo. Nel cielo stesso mi ricordo e mi ri­corderò sempre che sono suo figlio; e benché vi eserciti la mia signoria assoluta, accondiscende­rò eternamente, con perfetto amore filiale, ai suoi materni desideri.

   2. A mio esempio, donati a mia Madre intera­mente, senza riserve e per sempre in qualità di figlio suo amatissimo. Consacrale il tuo corpo con ogni sua attività, il tuo spirito con ogni sua facoltà. Consacrale tutti i tuoi beni, materiali e spiri­tuali, naturali e soprannaturali. Consacrale tutto ciò che sei e che sarai, tutto ciò che hai e che avrai, tutto ciò che fai e che fa­rai. Così che né in te né intorno a te non vi sia più nulla che non le appartenga.

   3. Non ti accontentare di darti a Maria per es­sere un suo «bene immobile»; ella vuole servirsi di te non come di un oggetto inerte ma come di un figlio premuroso nel prestare assistenza a sua madre. Poiché – come te lo rivelerà lei stessa più tardi – ho affidato a lei una grande missio­ne nel mondo, ella vuole aver bisogno di te.

   4. Donati a lei incondizionatamente. Non per interesse, non per ricevere di più di quello che darai, non per la consolazione che proverai nel dono di te stesso, ma per puro amore filiale, come mi sono dato io. Proverai consolazione, certo, ma incontrerai anche tribolazioni: non pensare né alle une né alle altre, ché a tutto provvederà tua Madre. Tu pensa solo a donarti tutto intero e per amore.

   5. Donati a lei per sempre. Sono molti quelli che in un momento di fervore hanno dichiarato di donare ogni cosa a mia ma sono quasi altrettanti coloro che dopo aver dato tutto complessivamente, si sono poi ripresi tutto un po’ alla volta. Nell’ora della prova, quando la loro totale donazione richie­deva sacrifici, hanno detto: «E’ duro questo lin­guaggio; chi lo può intendere?». E non hanno più voluto andare oltre nelle via della loro intera consacrazione. Farai tu come costoro? Occorre a volte essere eroici per vivere la totale appartenenza a Maria, perché occorre salire con lei fino in cima al Cal­vario. Ti senti capace di un tale eroismo?

   6. Prendi l’abitudine di rinnovare spesso la tua consacrazione alla Madre celeste. Rinnovala svegliandoti, per affidare a lei l’in­tera giornata. Rinnovala ricevendomi nella San­ta Comunione: in quel momento, essendo una cosa sola con me, donati di nuovo a mia Madre come suo amato figlio. Rinnovala alle ore tre pomeridiane, in ricor­do di quell’ora solenne in cui, sacrificandomi, Maria ti diede la vita e si sentì dire da me: «Donna, ecco tuo figlio». Rinnovala all’inizio delle tue principali azio­ni, per ricordarti che non devi agire per te stes­so, ma unicamente per lei. Rinnovala specialmente nelle prove che in­contri. Rivolgiti allora a Maria dicendo: «O Madre, quando nell’entusiasmo del mio amore filiale mi diedi tutto a te non prevedevo questo sacrificio. Ma poiché la mia intenzione era sin­cera, non intendo ora venir meno alla mia dona­zione. Voglio tutto ciò che tu vuoi perché lo vuoi, per quanto mi debba costare!».

   7. Se vuoi diventare così generoso da vivere sempre ed interamente secondo la tua donazio­ne, non ti fermare a guardare il sacrificio. Guar­da me e guarda tua Madre. L’amore ti sarà di stimolo e la grazia di sostegno. E se sentirai vacillare il tuo coraggio, prega: può una madre come Maria non venire in aiuto di un figlio che la invoca per restarle fedele? E posso io, tuo fratello primogenito, negarti la forza di camminare verso l’ideale al quale ti ho chiamato.

Invito al colloquio: Sono tutto tuo, o Madre mia, e tutto ciò che ho ti appartiene.

Il volo di Gea, Viola Mariani chi ha paura del lupo?

10 settembre 2019 by

L’uccellino cinguettava “ciu ciiiiuciu ciu” e i clienti del bar del Signor Antonio entravano volentieri a prendere un caffè nella terrazza per ascoltare il suo canto delicato e trillante come tanti campanellini. La sua voce argentina sembrava intonare un canto allegro e spensierato per la gioia dei clienti del bar che lo ascoltavano distratti e non vedevano la tristezza e la solitudine nei suoi piccoli occhi di uccellino.

Lui invece cantava ma non di allegria, il suo canto aveva parole tristi e malinconiche che gli ricordavano la sensazione del vento tra le piume delle ali e lo spettacolo magnifico delle chiome degli alberi viste da lassù, volando. Mentre cantava riusciva a non pensare alle sbarre della gabbietta e alla noia delle giornate che si ripetevano monotone.

Un giorno però successe qualcosa, una bambina entrando nel bar per comprare un gelato ascoltò il suo canto e si sentì improvvisamente triste senza sapere bene il perché. Allora guardò negli occhi il piccolo uccellino, si accorse che la tristezza veniva proprio da quel canto e si avvicinò alla gabbia.

– “Perché sei triste?” sussurrò la bimba.
– “Ciu ciiiu ciu” trillò l’uccellino.

Gea, cosí si chiamava la bambina, aveva un segreto per capire gli altri anche quando le parole non erano d’aiuto: si immaginava di essere al loro posto, si metteva nei panni degli altri per capire le loro emozioni. E così fece, si immaginò di vivere chiusa in una piccola gabbia senza poter correre e giocare con gli amici.

Chiuse gli occhi per concentrarsi e all’improvviso sentì un formicolio alle gambe, come quando stava molto tempo nella stessa posizione: “Forse è proprio quello che sente quest’uccellino: di certo gli formicolano le ali per non poterle aprire e forse è triste perché non è libero di volare come gli altri uccelli”, pensò. Per un momento le sembrò quasi che le fossero spuntate le ali e sentì un forte desiderio di volare in alto nel cielo.

Senza pensarci due volte Gea aprì la piccola gabbia sperando che nessuno la vedesse e l’uccellino la guardò cercando di capire perché quella bambina gli aveva dato la libertà. Avrebbe voluto dimostrarle la sua gratitudine ma non sapeva come fare, allora fece un ultimo cinguettio di addio e seguì il suo istinto che gli diceva di aprire le ali e volare via.

I clienti del bar senza capire cosa fosse successo si fermarono un istante, fu una frazione di secondo in cui sembrava che il tempo si fosse fermato. Nessun cucchiaino suonava contro il bordo della tazza, i ragazzi che scherzavano interruppero le loro risate e persino i cellulari per un attimo smisero di suonare.

In silenzio Gea usci dal bar mangiando il suo gelato e si ritrovò a camminare per strada con lo sguardo rivolto verso il cielo, cercando distrattamente quell’uccellino dallo sguardo triste.

All’improvviso cominciò a sentire il fruscio del vento tra le dita, l’aria fresca le accarezza il viso e il rumore del traffico si sentiva in lontananza, ovattato. Chiuse gli occhi per assaporare quella sensazione di libertà e, con gli occhi chiusi, vide la città dall’alto, il porto con le barche dei pescatori e le colline alle spalle.

Capi che era il regalo d’addio dell’uccellino, il suo modo di dirle grazie: stava volando con lui e osservando il mondo con i suoi occhi.

Quando ci mettiamo nei panni degli altri si aprono nuovi orizzonti.

Vangelo (Lc 6,12-19) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 10 Settembre 2019) con commento comunitario

9 settembre 2019 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,12-19)

In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

Questo è il Vangelo del 10 Settembre, quello del 9 Settembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Pensiero del giorno: Il discepolo non sarà mai più del Maestro

9 settembre 2019 by
Per essere veri discepoli di Cristo, non esiste primo o secondo , esistono solo persone che imboccano strade diverse secondo la propria possibilità , ma che guidate dallo Spirito Santo raggiungono tutte la stessa meta promessa da Dio: La terra promessa!

Araldo del Divino Amore, Libro IV Capitolo XXXIX, XL

9 settembre 2019 by

COME GELTRUDE RAGGIUNSE LA PIENEZZA DELLA VITA SPIRITUALE
Nella seconda feria, (lunedì di Pentecoste), al momento dell’Elevazione, ella offerse la Santa Ostia per supplire alle negligenze commesse nella vita spirituale, quando le era capitato di resistere, o di soffocare le ispirazioni dello Spirito Santo. Ella vide allora l’Ostia salutare produrre rami stupendi. Il divino Spirito li raccoglieva e formava come una siepe intorno al trono dell’adorabile Trinità. Questi rami germogliati dall’Ostia, mostravano a Geltrude che le negligenze della sua vita erano completamente riparate dalla grandezza del Sacramento. Dal trono una voce si fece udire: « Colei che rallegra lo Sposo con l’incanto di questi fiori, s’avvicini con fiducia alla camera nuziale ». Ella comprese che il Signore, a motivo dell’oblazione del Sacramento Eucaristico, si degnava di riceverla come un’anima perfetta nello stato spirituale.
Al primo Agnus Dei pregò per la Chiesa universale, perché fosse paternamente governata da Dio; al secondo chiese il sollievo per le anime del Purgatorio; al terzo pregò il Signore di voler accrescere i meriti dei Santi e degli eletti che regnano con Lui in cielo.
Alle parole dona nobis pacem, Gesù s’inchinò verso di lei con tenerezza e impresse sulle sue labbra un bacio di tale virtù, che tutti i Santi ne provarono l’efficacia, perchè penetrati da grande dolcezza, ebbero un accrescimento di gioia e di merito.
Mentre Geltrude si mosse per andare a comunicarsi, tutti i Santi si alzarono. I loro meriti, brillanti di divine chiarezze, gettavano raggi meravigliosi, come scudi scintillanti al sole; questo splendore investiva l’anima della Santa. Ella stava per ricevere l’Ostia, senza poter godere ancora la pienezza dell’unione divina; ma quando ricevette il Sacramento di vita, l’anima sua si trovò unita al Diletto, con tale gaudio che non sarebbe possibile immaginarne più grande. I ramoscelli di cui lo Spirito Santo aveva circondato il trono della SS. Trinità, incominciarono a verdeggiare ed a fiorire, come l’erba inaridita riprende freschezza sotto l’influenza d’una benefica pioggia. La sempre tranquilla Trinità ne ricevette delizie ineffabili e diffuse su tutti i Santi gioie ed allegrezze indescrivibili.

CAPITOLO XL
LA GRAZIA DELLO SPIRITO SANTO

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Il mio Ideale Gesù: Figlio di Maria ( Padre emilio Neubert , Santo, Marianista).Libro I L’ideale, Capitolo V : Tu ami Maria, ma chi l’ama non sei tu, sono Io che l’amo in te

9 settembre 2019 by

Gesù: Fratello mio, poiché la mia vita è vita tua e la Madre mia Madre tua, ti è facile imitare la mia pietà filiale verso di lei. Non devi imitarmi solamente come un disce­polo imita il maestro, o come un cristiano in ter­ra imita il suo celeste patrono. Io sono per te più che un modello posto davanti agli occhi; sono un principio interno di vita.

   2. Tu vivi di me. Le mie disposizioni devono diventare le tue. Io sono il ceppo della vite, di cui tu sei un tralcio; la medesima linfa circola nel ceppo e nei tralci. Io sono il capo e tu un membro del mio corpo mistico; nel capo come nelle membra scorre il medesimo sangue. Quando sei puro, io sono puro in te; quando sei paziente, io sono paziente in te; quando pra­tichi la carità, sono io che la pratico in te; tu vi­vi, ma in realtà sono io che vivo in te; tu ami mia Madre, ma sono io ad amarla in te. Comprendi ora perché godi tanto nell’amare Maria? Sono io che in te gioisco nell’amarla.

   3. Tu partecipi alla mia vita; manca però an­cora molto perché la mia vita in te sia perfetta. Se lo fosse, penseresti, sentiresti, vorresti e agi­resti in ogni cosa come me. Sono ancora troppi gli ostacoli che tu frappo­ni al libero esercizio della mia attività in te. Troppo spesso tu mi condizioni come la cella condiziona un carcerato. Ti è necessario rimuovere questi ostacoli. Bi­sogna che con sforzi generosi arrivi a pensare i miei pensieri, a volere i miei voleri; bisogna che completi ciò che manca alla mia vita in te. Tu partecipi alla mia pietà filiale verso mia Madre; ma questa mia pietà filiale verso di lei è ben lontana dall’essere perfetta in te. Ti è necessario rimuovere gli ostacoli, per giungere, non senza sforzi generosi, ad assume­re verso la Madre mia i miei stessi pensieri, i miei sentimenti, i miei voleri, la mia attività. Bisogna che tu completi quello che in te man­ca alla mia pietà filiale verso mia Madre.

   4. Cominci ad intuire, almeno in parte, ciò che cerco di rivelarti riguardo alla tua devozione verso Maria? Si tratta per te di amare mia Madre perché io stesso la amo; si tratta di amarla come io stesso la amo; si tratta di amarla con lo stesso amore con il quale io la amo.

Invito al colloquio: O Jesu dulcis, o Jesu pie, O Jesu fili Mariae!

CONTINUA….

Il vero sacrificio

9 settembre 2019 by

Un grande re ascoltava il sermone del Buddha che parlava della rinuncia e del sapersi accontentare, ed ebbe l’improvviso desiderio di guadagnarsi l’approvazione del grande Maestro.
Il Buddha teneva sempre con sé un tamburo a sonagli ed un giorno, un suo discepolo gli chiese:
“Maestro, perché tieni sempre accanto a te questo tamburello?”
Il Buddha rispose: “Perché un giorno suonerò questo tamburo quando si avvicinerà a me la persona che avrà compiuto il più grande sacrificio.”
E tutti si chiesero chi mai sarebbe stato.
Il re che aveva sentito questa dichiarazione, ritornò al suo palazzo e fece caricare una notevole quantità di tesori sulla groppa dei suoi elefanti, poi si mise in viaggio per portare questi beni alla presenza del Buddha, certo di ottenere la sua benedizione.
Lungo la strada, una vecchina gli si avvicinò e lo supplicò: “Ho fame, potete darmi qualcosa da mangiare?”.
Il re prese un frutto di melograno e glielo porse dalla palanchina.
La vecchina se ne andò in cerca della strada per arrivare dal Buddha e faticò non poco per trovarla.
Nel frattempo il re arrivò nella dimora del Buddha, fece portare davanti a lui gli elefanti con il loro carico di immense ricchezze ed attese ansiosamente il suono del tamburo.
Proprio in quel momento giunse la vecchina, stanca ed affaticata, e con grande dolcezza pose ai piedi del Maestro il frutto che le era stato regalato.
Il Buddha prese il melograno con un sorriso e subito dopo suonò il tamburo.
Il re rimase sorpreso ed irritato e con voce roca ansimò: “Swami! Io vi ho portato beni di una ricchezza inestimabile e voi suonate il tamburo per un melograno? Che sacrificio è mai questo?”
Il Buddha con voce amabile rispose: “Il sacrifico non si valuta in termini di quantità, è la qualità che conta. Voi siete un re ed è naturale per voi offrire oro e pietre preziose, ma questa donna non aveva nemmeno di che mangiare e questo frutto rappresentava il suo unico pasto; avrebbe potuto mangiarlo e soddisfare la sua fame, ma non lo ha fatto e lo ha offerto a me. Quale sacrificio è più grande di questo? Non è sacrificio offrire qualcosa di superfluo, ma rinunciare a ciò che ti è caro ed essenziale per te.”

Marco, 12 . 14-44
L’offerta della vedova

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Vangelo (Lc 6,6-11) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 9 Settembre 2019) con commento comunitario

8 settembre 2019 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,6-11)

Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo.
Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo.
Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita.
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.

Questo è il Vangelo del 9 Settembre, quello dell’8 Settembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Il mistero del katechon

8 settembre 2019 by

http://gpcentofanti.altervista.org/il-katechon-e-lo-scatenamento-del-tecnicismo/

Vangelo (Lc 14,25-33) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 8 Settembre 2019) con commento comunitario

7 settembre 2019 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 14,25-33)

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:

«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Questo è il Vangelo dell’8 Settembre, quello del 7 Settembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Araldo del Divino Amore, Capitolo XXXVIII

7 settembre 2019 by

DELLA DOLCE FESTA DI PENTECOSTE
Nella santa vigilia di Pentecoste Geltrude chiese con fervore, durante l’Ufficio, di essere preparata a ricevere degnamente lo Spirito Santo. Sentì il Signore dirle con infinita tenerezza: « Riceverai la virtù dello Spirito Santo che viene su di te » (Att. 1, 8). Quelle parole le fecero provare dolcezze grandi che, colmandola di gaudio, la portarono però a considerare anche la sua profonda miseria. Ella si accorse che questo sentimento di sincera umiltà scavava in lei una specie di abisso, che si faceva tanto più profondo, a misura che si stimava più vile. Dal Cuore dolcissimo di Gesù scorreva un ruscello, dolce come favo di miele che diffondeva le sue acque in quell’abisso per riempirla completamente. Geltrude comprese che quella sorgente simboleggiava la dolcezza dello Spirito Santo che, per mezzo del Cuore di Cristo, si diffonde sull’anima degli eletti. Il Signore poi con la sua Mano divina, benedisse quel cuore così colmo, come si benedice il fonte battesimale, perchè l’anima potesse ivi immergersi spesso ed uscirne sempre più pura, più gradita al divino sguardo.
Felice d’avere ricevuto quella benedizione, ella disse a Gesù: « Oh, mio Dio! Eccomi indegna peccatrice al tuo cospetto; io confesso, con dolore che, per fragilità umana, ho spesso offeso la tua Onnipotenza divina; per ignoranza ho oltraggiato la tua suprema Sapienza, e per malizia ho reso molte volte inutile la tua ineffabile Bontà. O Padre della misericordie, abbi pietà di me! Fa che io trovi nella tua Onnipotenza la forza di resistere a tutto ciò che non risponde al tuoi desideri. La tua impenetrabile Sapienza mi dia la prudenza necessaria per prevedere tutto ciò che potrebbe ferire la purezza del tuo sguardo; mi accordi la tua inesauribile Bontà di restarti così fedelmente unita che nulla giammai mi allontani dalla tua santa Volontà ». Dicendo questa preghiera le sembrava d’immergersi in una fonte purificatrice e di uscirne candida come la neve. I Santi si alzarono giubilanti e, per supplire alle sue miserie, negligenze, imperfezioni offrirono a Dio tutti i loro meriti, di cui ella si trovò magnificamente adorna. Il Signore allora la pose davanti a sè, in modo che il suo divino soffio aleggiava nell’anima di Geltrude e reciprocamente; Gesù le disse: « Sono queste le delizie che mi compiaccio di gustare tra i figlioli degli uomini ». L’alito dell’anima era la buona volontà, l’alito di Dio, la misericordia accondiscendente che accetta tale buon volere. Riposando così negli amplessi del Signore, ella sembrava essere in una dolce attesa, che doveva prepararla degnamente alla discesa dello Spirito Santo.

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Il mio Ideale: Gesù Figlio di Maria( Padre Emilio Neubert ,Santo Marianista.) Libro I L’Ideale. Capitolo IV Mia Madre, Madre Tua

7 settembre 2019 by

Gesù: Fratello mio, non puoi veramente imitare la mia pietà filiale verso Maria se non sei, come me, suo figlio. Ma sai veramente fino a qual punto sei figlio di Maria? Molti cristiani credono di saperlo, e infatti chiamano Maria loro madre. Eppure la maggior parte di essi hanno della sua maternità un’idea assai imperfetta: amano Maria «come se» ella fosse loro madre. Ora, che cosa ti rispondereb­be colei che ti ha partorito, se le dicessi: «Ti amo come se fossi mia madre»? Non sono pochi coloro che ritengono Maria loro madre unicamente per effetto di quella pa­rola che pronunziai prima di spirare, quando, vedendo mia Madre ai piedi della croce, e ac­canto a lei il discepolo prediletto, le dissi: «Don­na ecco tuo figlio», e a Giovanni: «Ecco tua madre». Senza dubbio la mia parola avrebbe potuto affidare a Maria una missione materna e creare in lei disposizioni simili a quelle di una madre; ma se la sua maternità fosse il frutto di quella parola soltanto, si tratterebbe di una ma­ternità puramente adottiva. Ora invece devi comprendere che Maria è tua «vera» Madre nell’ordine soprannaturale come ti è madre nell’ordine della natura colei che ti ha messo al mondo.

   2. Madre è la donna che dà la vita. Ora Maria ti ha dato la vita per eccellenza. Te l’ha data a Nazareth, sul Calvario e al tuo Battesimo. A «Nazareth» ti ha concepito concependo me. Maria infatti sapeva che rispondendo a Ga­briele con un «sì» o con un «no» ti avrebbe dato la vita o ti avrebbe lasciato nella morte; rispose con un «sì» perché tu vivessi. Consentendo a dare la vita a me, consentiva a darla anche a te. Diventando mia Madre, diventava Madre tua. Da quel momento nei suoi disegni, come già nei piani di Dio (che ella peraltro conosceva e ai quali aderiva con tutte le forze), tu facevi parte del mio corpo mistico. Il capo ne ero io, ma tu ne eri membro. Così, sebbene in modo diverso, Maria ci portava entrambi nel suo seno mater­no, poiché i membri e il capo formano una real­tà inscindibile.

   3. Sul «Calvario» ella ti ha partorito, offren­domi in sacrificio per te. La tua liberazione dal peccato e dalla morte fu consumata soltanto sul Golgota, dove, «di­struggendo colui che reggeva l’impero della morte», ti meritai con la mia morte la grazia di vivere della mia stessa vita. Ora io feci tutto questo in unione con Maria. Ella che mi aveva concepito quale vittima e mi aveva nutrito ed al­levato in previsione del sacrificio, nel momento supremo mi offrì al Padre per la tua salvezza, rinunziando in tuo favore ai suoi diritti materni su di me. E colei che, sempre vergine, non ebbe altro che gioia dalla nascita del suo primogeni­to, vi partorì, te e i tuoi fratelli, nel più crudo dolore.

   4. In quell’ora ebbe effettivamente compi­mento la sua maternità a tuo riguardo; ed è ap­punto ciò che volli proclamare e rendere noto, affidando Maria a Giovanni e Giovanni a Ma­ria. La mia parola, in altri termini, non creava tale maternità, ma la promulgava, la conferma­va e la completava nell’ora più solenne della mia vita, nell’ora in cui mia Madre, divenuta pienamente Madre tua, era meglio in grado di comprendere la sua missione materna.

   5. Al «Battesimo» Maria ti ha dato la vita non più solo di diritto, come sul Calvario, ma di fatto. Tua madre terrena aveva dato alla luce, per così dire, un bambino nato morto. Perché tu giungessi alla vita, si richiedeva che la grazia santificante ti fosse infusa al fonte battesimale. Ora, questa grazia santificante te l’ha ottenu­ta Maria, la dispensatrice di tutte le grazie. Quando da figlio dell’ira sei diventato figlio di Dio, è stata Maria a partorirti alla vita divina.

   6. Comprendi ora che col farti partecipe della vita di Dio Maria ti è «veramente» Madre nell’ordine soprannaturale, come colei che ti ha dato la vita terrena è veramente tua madre se­condo la natura? Anzi, Maria ti è molto più Madre ancora! Anzitutto per il modo in cui ti dà la vita. Per partorirti ella ha dato incomparabilmente più di quanto non abbia dato la madre tua terre­na: le sei costato dolori indicibili, nonché la vita di colui che le era infinitamente più caro della propria vita. Inoltre ella continua, per tutto il corso della tua esistenza, ad occuparsi di te, mentre le madri terrene si curano dei loro figli solo finché non giungono all’età adulta. Tu sarai sempre il suo «bimbetto che partorirà continuamente fin­ché Cristo non sia formato in te». E se per di­sgrazia ti accadesse di perdere la vita sopranna­turale, a differenza delle madri terrene alle quali altro non resta che piangere impotenti sul corpi­cino esangue di un figlio, Maria potrebbe ridar­tela. E poi, per quanto tu sia imperfetto ed ingra­to, ella ti ama di un amore che vince per intensi­tà e purezza l’amore di tutte le madri per i loro figli.

   7. Infine Maria ti è Madre più di ogni altra soprattutto per la natura stessa della vita che ti ha dato. Non si tratta infatti di una vita effimera come la vita terrena, ma di una vita senza fine; non di una vita mista di imperfezioni e di dolori come la presente, ma di una vita incomparabilmente beata; non di una vita creata, umana o angelica, ma – intendilo bene – di una partecipazione alla vita increata, alla vita stessa di Dio, alla vita della Santissima Trinità. Si tratta dunque di una vita che non avrà mai fine e che sarà essenzial­mente beata, perché parteciperà dell’eternità e della beatitudine stessa di Dio. Quale maternità umana potrebbe reggere il confronto con una simile maternità? Ora Maria è tua vera Madre, e Madre tanto perfetta, perché è Madre mia. E tu sei mio fratello, mio fratello infinita­mente caro, perché mio Padre è Padre tuo, e mia Madre, Madre tua.

Invito al colloquio: O Gesù, sinceramente non sapevo fino a qual pun­to Maria fosse mia Madre! Quanto la sento ora più vicina a me! Dunque, colei che è veramente tua Ma­dre è anche veramente Madre mia, ed io sono vera­mente suo Figlio! Grazie, o Gesù, grazie per questo incomparabile dono.

CONTINUA…

Lettera a Rut , Don Tonino Bello

7 settembre 2019 by

Carissima Rut, avrei voluto scriverti in ben altra circostanza.
Per approfondire ad esempio le ragioni di quell’universalismo della salvezza che hanno indotto Dio a includere anche te, unica straniera nell’albero della genealogia ebraica di Gesù.
Non ti nascondo infatti che quando nella messa viene proclamata la lista degli antenati di Cristo tramandataci da Matteo, mi sorprende e mi commuove sentir pronunciare il tuo nome di donna fugace come un fremito d’ala. Sembra un nome abbreviato per pudore. O intimidito di comparire in mezzo al ferrigno scrosciare dei nomi di tanti maschioni.
Ti scrivo, invece, perché voglio sfogare con qualcuno la tristezza che mi devasta l’anima in questi giorni, alla vista di tanti stranieri che hanno invaso l’Italia, e verso i quali la nostra civiltà, che a parole si proclama multirazziale, multiculturale, multietnica, multireligiosa e multinonsoché non riesce ancora a dare accoglienze che abbiano sapore di umanità.
So bene che il problema dell’immigrazione richiede molta avvedutezza e merita risposte meno ingenue di quelle fornite da un romantico altruismo. Capisco anche le «buone ragioni» dei miei concittadini che temono chi sa quali destabilizzazioni negli assetti consolidati del loro sistema di vita. Ma mi lascia sovrappensiero il fatto che si stenti a capire le «buone ragioni» dei poveri allo sbando e che in questo esodo biblico non si riesca ancora a scorgere l’inquietante malessere di un mondo oppresso dall’ingiustizia e dalla miseria.
Tu mi sembri, allora, l’interlocutrice più adatta delle mie confidenze, dal momento che, avendo coniugato il verbo accogliere non solo nella forma attiva ma anche nella forma passiva, hai sperimentato la durezza dell’emigrazione nella duplice fase: l’esilio in patria e la ghettizzazione in terra straniera.
Non tutti conoscono la tua storia. Perciò mi scuserai se, nel rievocarne alcuni particolari, sfiorerò la discrezione e farò violenza al tuo riserbo.
Vivevi spensierata sulle alture di Moab, al di là del mar Morto, cullando sogni e parlando d’amore con le tue compagne, quando un giorno arrivò nel tuo paese una famiglia di spiantati. Erano stranieri, provenienti dalla terra di Canaan, colpita in quegli anni da una terribile carestia.
Ti impressionò subito la carnagione bruna dei due figli. Uno dei quali si accorse di te.
Ma tu eri ancora ragazzina. Tanto ragazzina, che il cuore si mise a battere di paura quando egli, con i gesti più che con le parole, venne dai tuoi genitori a chiederti come sposa.
Non so se in casa quel giorno accaddero scenate. Ma c’è da supporre che ti rinfacciarono tutta la loro disapprovazione. Che eri il disonore della famiglia. Che non ti avrebbero più riconosciuta come figlia. E che era un infamia girar le spalle tutt’una volta alla propria tradizione, alla propria lingua, alle proprie divinità, per correr dietro a una maledetto sconosciuto. E che, comunque, non avrebbero tollerato mai e poi mai, dopo averti cresciuta come un fiore, di doverti consegnare a uno di quei morti di fame. Accidenti a lui e a tutti quelli della sua razza!
Furono giorni amarissimi, ma alla fine la spuntasti tu, pur pagando caramente il prezzo della tua caparbietà.
Ti vedesti così tagliare tutti i ponti, e alla fine rimanesti sola. Al punto che, quando dopo dieci anni di tribolazione tuo marito morì e morirono anche il fratello e il padre di lui, decidesti di seguire Noemi, la suocera addolorata, che, non avendo più nessuno anche lei in quella amarissima terra straniera, volle rimpatriare.
«Dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu morirò anch’io e vi sarò sepolta».
Varcasti così la frontiera, e cominciò per te la seconda fase della tua esperienza di “diversità”.
Un vero e proprio mestiere non ce l’avevi. Insieme con la qualifica professionale, ti mancava anche il libretto di lavoro, e a Betlemme, dove andasti ad abitare con Noemi, non ti vollero iscrivere nelle liste di collocamento. Sicché, per camparti la vita, essendo il tempo in cui si cominciava a mietere l’orzo, andasti a spigolare furtivamente nelle campagne.
O Dio, non era proprio lavoro nero, ma era certo un lavoro umiliante, perché scartato da tutti ed esposto alle molestie del mietitori.
Meno male che trovasti grazia presso un ricco massaro, un certo signor Booz, il quale ti prese a ben volere e ordinò ai suoi dipendenti: «Lasciatela spigolare anche tra i covoni e non le fate affronto; anzi lasciate cadere apposta per lei spighe dai mannelli; abbandonatele, perché essa le raccolga, e non sgridatela».
Ti andò veramente bene. Anzi meglio di così la sorte non poteva arriderti, dal momento che il massaro cominciò ad avere del tenero per te e addirittura ti volle sposare, tra la meraviglia di tutte le donne di Betlemme che creparono d’invidia. E brava la Moabita!
Carissima Rut, qualcuno potrebbe dire che, a proposito di immigrati, la tua vicenda non fa testo, perché, essendosi conclusa con la fatidica frase «e vissero felici e contenti», sembra appartenere più al genere delle telenovele che ai resoconti del telegiornale o ai servizi di Samarcanda, laddove le storie degli extracomunitari si intridono spesso di lacrime e di morte.
Io, invece, penso che nelle pieghe della tua avventura possiamo leggere il giudizio di Dio su questa impressionante transumanza di gente alla deriva.
La tua storia, insomma, ci interpella non solo con la forza esemplare del paradigma, ma anche con la sollecitazione di risposte intelligenti di fronte al fenomeno della presenza degli stranieri nel nostro territorio.
Anzitutto, ci dice che la fusione di etnie diverse è possibile: anzi, appartiene a quel pacco di progetti che costituiscono la sfida più drammatica per la sopravvivenza della nostra civiltà. La comunicazione con le culture altre, insomma non è un’utopia, né uno sterile sospiro di sognatori.
Quando alle porte della città si celebrarono le tue nozze col massaro di Betlemme, gli anziani rivolsero a Booz tuo marito uno splendido augurio, che vale tutto un trattato sulla integrazione al razziale: «Il Signore renda la donna, che entra in casa tua, come Rachele e Lia, le due donne che fondarono la casa di Israele».
In secondo luogo, la tua storia ci provoca a vincere gli istinti xenofobi che ci dormono dentro. Che si ammantano di ragioni patriottiche. Che scatenano all’interno delle nostre raffinatissime città, inqualificabili atteggiamenti di rifiuto, di discriminazione, di violenza, di razzismo. E che implorano dalle istituzioni con martellante coralità, rigorosi provvedimenti di forza.
Siamo vittime di una insopportabile prudenza, e scorgiamo sempre angoscianti minacce dietro l’angolo.
Perché lo straniero mette in crisi sostanzialmente due cose: la nostra sicurezza e la nostra identità.
Da una parte, infatti, ci toglie il lavoro, ci contende la casa, ci riduce gli spazi, entra in competizione con noi, decostruisce l’articolazione dei nostri interessi economici. Dall’altra, sembra attentare ai nostri connotati, sfida la compattezza del nostro mondo spirituale, relativizza i nostri altari, sfibra il deposito delle nostre tradizioni.
Ebbene, la tua storia ci fa capire che la segregazione è la risposta più sbagliata al problema razziale, così come rappresenta una iattura simmetrica il tentativo di voler assorbire nelle stratificazioni della nostra cultura i tratti emergenti della «diversità» altrui, senza lasciarne neppure la traccia. Solo la progressiva intersezione di aree di valori sarà capace di creare il terreno, calcando il quale nessuno debba sentirsi in esilio.
Grazie, dolcissima Rut, per questo tuo incredibile messaggio di universalità che lasci cadere dai tuoi covoni.
Dietro i quali, alla ricerca dei tratti di un mondo più solidale, siamo venuti anche noi a spigolare.
Luglio 1991

http://www.mosaicodipace.it

Il dominio invisibile

7 settembre 2019 by

http://gpcentofanti.altervista.org/una-dittatura-impalpabile/

Vangelo (Lc 6,1-5) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 7 Settembre 2019) con commento comunitario

6 settembre 2019 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,1-5)

Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani.
Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?».
Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?».
E diceva loro: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

Questo è il Vangelo del 7 Settembre, quello del 6 Settembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Preghiera del mattino: Novena all’Easaltazione della Croce dal 5 al 13 Settembre

6 settembre 2019 by

Cari figli, in questi giorni voglio invitarvi a porre al centro di tutto la Croce. Pregate in particolare davanti alla Croce, da cui derivano grandi grazie. In questi giorni fate nelle vostre case una consacrazione speciale alla Croce. Promettete di non offendere Gesù e la Croce e di non arrecargli ingiurie.” (12/09/85)

La Croce sulla nostra strada deve essere il segno indicatore che ci conduce all’amore e all’uniformità della nostra volontà con quella di Dio, attraverso le quali viene la vera pace.

Se guardiamo la Croce vediamo che ha una dimensione verticale (amore verso Dio) ed una orizzontale (amore verso il prossimo). Queste due dimensioni ci indicano la strada dell’Amore. Colui che ama Dio è pronto a soffrire, pronto a perdonare, a riconciliarsi, è pronto a portare la croce. Chi ama Dio potrà realizzare anche l’altra dimensione: amerà il prossimo, amerà anche la creazione. E quando avremo realizzato questa unità fra le due dimensioni, quando queste s’incontrano nel nostro cuore, avremo la vera pace e comunicheremo pace attorno a noi.

Cristo ci ha salvato con la Croce, segno di Amore. Il centro di unità fra la dimensione verticale e quella orizzontale è Gesù. E se Lui è al centro della nostra vita, allora le preghiere, i digiuni, le veglie, tutto sarà illuminato alla presenza di Gesù che crea la pace vera.
La croce deve essere il nostro innamoramento. Con la follia dell’innamoramento tutto potremo osare, perché per amore si riesce a morire. Sulla croce c’è pienezza di vita perchè Gesù pur essendo di natura divina svuotò se stesso assumendo la condizione di servo e umiliandosi fino alla morte di croce e il Padre ha riempito questo svuotamento con la gloria e la vita in pienezza.

PREGHIERE (dal 5 al 13 settembre)

Mi abbandono o Dio nelle tue mani.
Gira e rigira questa argilla, come creta nelle mani del vasaio.
Dalle una forma e poi spezzala, se vuoi.
Domanda, ordina, cosa vuoi che io faccia?
Innalzato, umiliato, perseguitato, incompreso, calunniato, sconsolato,
sofferente, inutile a tutto, non mi resta che dire, sull’esempio di tua Madre: “Sia fatto di me secondo la tua parola”.
Dammi l’amore per eccellenza, l’amore della Croce, ma non delle croci eroiche che potrebbero nutrire l’amore proprio
ma di quelle croci volgari che purtroppo porto con ripugnanza…
di quelle che si incontrano ogni giorno nella contraddizione, nell’insuccesso, nei falsi giudizi, nella freddezza,
nel rifiuto e nel disprezzo degli altri, nel malessere e nei difetti del corpo, nelle tenebre della mente e nell’aridità di cuore.

Allora solamente Tu saprai che Ti amo.

Ti adoro, o Croce Santa,
che fosti ornata del Corpo Sacratissimo del mio Signore,
coperta e tinta del suo preziosissimo sangue.
Ti adoro, mio Dio, posto in croce per me.
Ti adoro, o Croce Santa per amore di Colui che è il mio Signore.
Amen

https://innamoratidimaria.wordpress.com/2017/09/05/novena-per-lesaltazione-della-croce-dal-5-al-13-settembre-5/

Catechismo della Chiesa Cattolica.Parte Terza La vita in Cristo, Sezione Prima la Vocazione dell’uomo :la vita nello Spirito, Capitolo Secondo la Comunità Umana, Articolo 3. La Giustizia Sociale

6 settembre 2019 by

Articolo 3
LA GIUSTIZIA SOCIALE
1928 La società assicura la giustizia sociale allorché realizza le condizioni che consentono alle associazioni e agli individui di conseguire ciò a cui hanno diritto secondo la loro natura e la loro vocazione. La giustizia sociale è connessa con il bene comune e con l’esercizio dell’autorità.

I. Il rispetto della persona umana

1929 La giustizia sociale non si può ottenere se non nel rispetto della dignità trascendente dell’uomo. La persona rappresenta il fine ultimo della società, la quale è ad essa ordinata:

La difesa e la promozione della dignità della persona umana ci sono state affidate dal Creatore; di essa sono rigorosamente e responsabilmente debitori gli uomini e le donne in ogni congiuntura della storia [Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 47].

1930 Il rispetto della persona umana implica il rispetto dei diritti che scaturiscono dalla sua dignità di creatura. Questi diritti sono anteriori alla società e ad essa si impongono. Essi sono il fondamento della legittimità morale di ogni autorità: una società che li irrida o rifiuti di riconoscerli nella propria legislazione positiva, mina la propria legittimità morale [Cf Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris, 65]. Se manca tale rispetto, un’autorità non può che appoggiarsi sulla forza o sulla violenza per ottenere l’obbedienza dei propri sudditi. E’ compito della Chiesa richiamare alla memoria degli uomini di buona volontà questi diritti e distinguerli dalle rivendicazioni abusive o false.

1931 Il rispetto della persona umana non può assolutamente prescindere dal rispetto di questo principio: “I singoli” devono “considerare il prossimo, nessuno eccettuato, come “un altro se stesso”, tenendo conto della sua vita e dei mezzi necessari per viverla degnamente” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 27]. Nessuna legislazione sarebbe in grado, da se stessa, di dissipare i timori, i pregiudizi, le tendenze all’orgoglio e all’egoismo, che ostacolano l’instaurarsi di società veramente fraterne. Simili comportamenti si superano solo con la carità, la quale vede in ogni uomo un “prossimo”, un fratello.

1932 Il dovere di farsi il prossimo degli altri e di servirli attivamente diventa ancor più urgente quando costoro sono particolarmente bisognosi, sotto qualsiasi aspetto. “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” ( ⇒ Mt 25,40 ).

1933 Questo stesso dovere comprende anche coloro che pensano o operano diversamente da noi. L’insegnamento di Cristo arriva fino a chiedere il perdono delle offese. Estende il comandamento dell’amore, che è quello della legge nuova, a tutti i nemici [Cf ⇒ Mt 5,43-44 ]. La liberazione nello spirito del Vangelo è incompatibile con l’odio del nemico in quanto persona, ma non con l’odio del male che egli compie in quanto nemico. Leggi il seguito di questo post »